La storia culturale e politica dell'Italia del secondo dopoguerra è costellata di iniziative che hanno cercato di dare voce a chi tradizionalmente non l'aveva, di documentare le esperienze "dal basso" e di promuovere una consapevolezza critica sulle dinamiche sociali. Tra queste, l'Istituto Ernesto de Martino (d'ora in poi IEdM) si erge come un faro di ricerca e attivismo, un crocevia di metodologie innovative e di un impegno politico-culturale profondo. Nato con l'ambizione di esplorare le "voci dell’Altra Italia", l'Istituto ha costruito nel corso dei decenni un patrimonio inestimabile di fonti orali, biografiche e musicali, diventando un punto di riferimento per lo studio delle culture popolari e del movimento operaio. Questo articolo si propone di tracciare un percorso attraverso la sua storia, le sue metodologie di ricerca sul campo e il vasto archivio che custodisce, esplorando le connessioni tematiche e il dibattito teorico che hanno animato la sua lunga attività.

1. Dalle Voci dell’Altra Italia alle Storie di Vita: La Nascita e l'Evoluzione dell'Istituto Ernesto de Martino
L'Istituto Ernesto de Martino affonda le sue radici in un periodo di grande fermento culturale e politico in Italia. La sua fondazione a Milano nel 1966 segnò un momento significativo, configurandosi come un centro di studi e di raccolta del materiale di ricerca per il gruppo di lavoro delle Edizioni del Gallo e del Nuovo Canzoniere Italiano (d’ora in poi NCI). Questo gruppo era reduce dal clamore suscitato dallo spettacolo Bella Ciao a Spoleto nel 1964 e dal successo di Ci ragiono e canto con Dario Fo nel 1966, eventi che avevano messo in luce la potenza delle espressioni culturali popolari e la loro capacità di veicolare un messaggio politico. Sin dalla sua nascita, l'IEdM si pose come uno strumento per l'analisi del materiale di ricerca e per l'elaborazione di proposte di intervento politico-culturale, ponendo al centro della propria attenzione le voci e le storie di quella che veniva definita l’"Altra Italia", un'Italia spesso marginalizzata o silenziata dalla cultura ufficiale.
La denominazione completa dell'ente, "Istituto Ernesto de Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario", rifletteva chiaramente la sua missione e il suo orientamento. L'ideatore e la figura di riferimento imprescindibile fu Gianni Bosio, uno storico del movimento operaio, militante socialista vicino a Lelio Basso e un 'organizzatore di cultura' nel senso più profondo del termine. La sua visione fu il motore propulsore di gran parte delle iniziative dell'Istituto nei primi decenni di attività.
1.1. Le Radici e la Missione Iniziale: Gianni Bosio, le Edizioni Avanti! e il Nuovo Canzoniere Italiano
Gianni Bosio, personalità eclettica e profondamente impegnata, fu direttore dal 1953 al 1964 della casa editrice del PSI, le Edizioni Avanti!. In questo ruolo, egli si distinse come una figura originale nell'ambito della sinistra marxista del tempo, che contribuì a rinnovare sia come storico, sin dall'esperienza della rivista “Movimento Operaio”, sia come editore. La sua impronta editoriale si caratterizzava per una particolare attenzione al neorealismo letterario, alle testimonianze storiche e alle voci della Resistenza e delle stragi nazifasciste. Un aspetto cruciale del suo lavoro era la notevole attenzione per la soggettività e il realismo documentario, che si aprivano alle istanze conoscitive dell'inchiesta operaia, con la produzione dei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e una collana tematica diretta da Aris Accornero. Non meno rilevante era l'indagine su temi sociali di attualità politica, come le case chiuse, il divorzio o il boom economico, che dimostravano un approccio attento alle trasformazioni della società italiana. La pubblicazione di lavori come quelli citati in (Pelli 2009, Scotti 2011) sull'esperienza del "Movimento Operaio" sottolinea ulteriormente l'importanza del contesto intellettuale in cui Bosio operava.
L'interesse antropologico verso la cultura popolare trovava espressione nella collana “Mondo Popolare” diretta da Roberto Leydi, mentre una sensibilità acuta verso la decolonizzazione (testimoniata dalla stampa de I Kikuyu di Yomo Kenyatta nel 1954) e il terzomondismo (con la prima edizione italiana di Guerra per bande di Ernesto Che Guevara nel 1962) davano il senso dell'apertura e dell'innovazione nell'ambito della politica culturale della sinistra, perseguita con non poche difficoltà dalla piccola casa editrice socialista. Dalla fortunata collana omnibus “Il Gallo”, diretta da Luciano Della Mea, prese il nome la nuova casa editrice diretta da Bosio, che proseguì le attività delle Edizioni Avanti!.
Le Edizioni Avanti!, su iniziativa di Bosio, avevano mostrato un forte interesse per la pubblicazione del lavoro inedito di Rocco Scotellaro, riconosciuto come il primo studioso italiano a svolgere ricerche sul campo con il metodo delle storie di vita. Era stata persino ipotizzata, sulla rivista “La Lapa. Argomenti di storia e letteratura popolare” diretta da Alberto Cirese, la pubblicazione degli Atti del Convegno di Matera organizzato dal PSI nel 1955 sull'opera del poeta-sindaco lucano prematuramente scomparso. Questo progetto, purtroppo, non si concretizzò come previsto all'epoca. Significativamente, nel Fondo Edizioni Avanti! dell’Istituto Ernesto de Martino è conservato il carteggio intercorso tra Bosio, la Direzione del PSI e gli intellettuali più vicini a Scotellaro, come Tommaso e Vittore Fiore e i due mentori del poeta-sindaco lucano, Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria. La profondità di questo interesse è ulteriormente dimostrata dal fatto che nel 1969 Bosio si recherà a Tricarico per una ricerca sulla vita di Rocco Scotellaro, incontrando prima la madre e l'avvocato Carbone, e poi alcuni dei “contadini del Sud” che erano stati al centro delle ricerche di Scotellaro sulle storie di vita. Su questa vicenda fondativa per la nascita di un filone di inchiesta militante con una metodologia socio-antropologica basata sulle storie di vita è in corso un progetto di pubblicazione da parte dell'Istituto Ernesto de Martino, a riprova della persistente rilevanza di questo legame.
2° - ciclo “ROCCO SCOTELLARO, IL POETA SINDACO DI TRICARICO, NEL CENTENARIO DELLA NASCITA”
A fare da pendant in modo simbolico a questo mancato incontro con Scotellaro e le storie di vita è la vicenda del difficile rapporto di Danilo Montaldi con Bosio e la casa editrice socialista, che portò alla mancata pubblicazione delle Autobiografie della Leggera (Montaldi 1961) presso le Edizioni Avanti!. La successiva produzione editoriale delle Edizioni del Gallo lascerà progressivamente il passo al settore discografico, grazie al successo dell'etichetta “I Dischi del Sole”. Questa etichetta fu in grado di documentare la ricerca sulle musiche popolari e il canto sociale, veicolare la riproposta musicale elaborata dal NCI assieme alla nascita di un filone di nuova produzione di canti di protesta politica, fornendo una colonna sonora ad una nuova generazione di militanti e attivisti politici. Il lavoro editoriale, per via delle sempre più ridotte possibilità di distribuzione, si concentrerà sulla produzione degli “Strumenti di Lavoro”, divisi per collane come “Archivi del Mondo Popolare”, “Archivi del Movimento operaio” e “Archivi delle comunicazioni di massa e di classe”. Queste collane presentavano un estremo rigore filologico e militante, documentando il vasto impegno di ricerca promosso dal gruppo guidato da Gianni Bosio, ma segnavano altresì le difficoltà economiche nella gestione di una produzione editoriale indipendente e militante.
1.2. Il Quadro Teorico e Metodologico: La Rappresentatività Socio-Culturale delle Storie di Vita
Entrando maggiormente nel merito dell'impianto teorico e metodologico che animava l'IEdM, notiamo come le storie di vita, la soggettività e le storie plurali e dal basso dell’Altra Italia, del mondo popolare e proletario, fossero assunte nel piano di lavoro dell'IEdM per la loro ‘rappresentatività socio-culturale’. Queste venivano considerate come documenti storici capaci di scardinare e rovesciare il determinismo storiografico del marxismo italiano e il centralismo dei partiti della sinistra. È in questa ottica, e ovviamente contro l'esclusivismo culturale delle classi dominanti e l'idealismo crociano allora imperante, che nasce e si sviluppa la ricerca storiografica di Bosio attraverso le fonti orali. Questo approccio si traduceva nella raccolta di testimonianze dei protagonisti del movimento operaio e contadino e nella ‘scoperta’ di un filone storico di canto sociale attivo e dinamico, espressione di una creatività culturale autonoma delle classi popolari rispetto alle voci ufficiali dei partiti.
L'introduzione del magnetofono rappresentò una vera e propria rivoluzione. Come argomentava Bosio nel suo Elogio del magnetofono, questo strumento permetteva al mondo popolare e proletario di registrare e conservare documenti della propria cultura e di avere a disposizione strumenti di comunicazione per lavorare con consapevolezza alla propria auto-emancipazione (Bosio 1998). Questo significava non solo preservare un patrimonio, ma anche dotare le classi subalterne di un mezzo per auto-rappresentarsi e autodeterminarsi culturalmente.
Assumendo la classe operaia, e non il mondo contadino tradizionale, come oggetto del lavoro di ricerca dell'IEdM, Bosio operava anche una radicale critica agli studi di folklore. Questi ultimi erano accusati di tratteggiare in modo antiquato e classista l'“uomo folklorico” a scapito della comprensione dell'“uomo storico”. In tal modo, Bosio traghettava la ricerca sulla cultura popolare dal Sud contadino della ricerca demartiniana e meridionalista dell'immediato dopoguerra, al Nord operaio e artigiano e, soprattutto, spostava l'attenzione verso il mondo urbano e la fabbrica, nel vivo del processo di modernizzazione del paese. Era un cambio di paradigma che riconosceva la contemporaneità e la vitalità delle culture operaie in trasformazione.
Nella miscellanea di scritti teorici, riflessioni in itinere e spunti critici e polemici, Bosio poneva al centro del lavoro culturale la figura di un nuovo intellettuale, l'“intellettuale rovesciato”. Questa figura, grazie ai risultati della ricerca e alla postura assunta nei confronti della cultura di base, traeva forza e stimoli per il lavoro culturale e per l'azione politica. Dalla forza di auto-organizzazione e di auto-emancipazione espressa dal mondo popolare e proletario, l'organizzatore di cultura superava la visione paternalista dei partiti di sinistra e promuoveva la partecipazione diretta degli operai e dei contadini al lavoro di ricerca e al lavoro culturale. Questa dimensione della soggettività rimaneva centrale nell'impostazione teorica dell'epoca (Bosio 1998).

1.3. Il Dibattito sulla Soggettività e l'Autobiografia
La centralità della soggettività e dell'autobiografia nel progetto dell'IEdM merita un approfondimento, soprattutto in relazione al contesto culturale e politico dell'epoca. Alcuni esempi significativi illustrano bene questa tensione. Il diario personale di Gianni Bosio, edito nel 1962 dalle Edizioni Avanti! con il titolo Giornale di un organizzatore di cultura (27 giugno 1955 - 27 dicembre 1957), non concedeva alcuno spazio alla vita privata dell'autore. Bosio si rappresentava esclusivamente nella veste di ‘organizzatore di cultura’ e raccontava minuziosamente il suo lavoro al servizio di un progetto di editoria militante, senza alcuna concessione al vissuto personale. In modo analogo, il diario di Giuseppe Morandi, fotografo, regista e fondatore della Lega di Cultura di Piadena, durante le giornate tumultuose di Bella Ciao a Spoleto nel ’64, è una asciutta e rigorosa documentazione dei fatti vissuti in prima persona da Morandi, senza alcuna inflessione diaristica in senso intimista e biografico-personale (Morandi 2012). Questo approccio rifletteva una specifica concezione dell'impegno intellettuale e politico, dove la dimensione individuale era subordinata al progetto collettivo e alla documentazione oggettiva degli eventi.
In termini ancora più generali, è interessante notare come negli stessi anni la pratica dell’autobiografia all’interno del movimento comunista fosse uno degli strumenti pedagogici del “partito nuovo” di Togliatti, che stimolava e a volte imponeva ai propri iscritti la stesura della propria autobiografia come forma di “disciplina della memoria”. Secondo lo studio di Mauro Boarelli (2007), “per i militanti di base del Pci l’esperienza della scrittura era sostanzialmente limitata all’autobiografia istituzionale, cioè a una struttura compositiva rigidamente condizionata, mentre il loro italiano popolare non era colto nella sua vitalità, bensì come deviazione da normalizzare. Il quadro complessivo che emerge dal nostro studio è quello di un rigoroso contenimento della scrittura e dei suoi usi pubblici”. In questo quadro storico, che recava i segni di una cultura politica temprata dal rigore e dal controllo del Partito sulla vita e la memoria individuale dei militanti, si stagliava la rivoluzione storiografica della ricerca con le fonti orali. Questa, per la sua stessa natura di costruzione dialogata di documenti orali, scompaginava le forme di produzione controllata della memoria che la pratica della scrittura autobiografica dei militanti consentiva maggiormente. Le interviste e le storie di vita raccolte dall'IEdM aprivano squarci su narrazioni non filtrate, offrendo una complessità e una polifonia che sfidavano le interpretazioni monolitiche.
A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, come ricordava spesso Saverio Tutino, creatore dell’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano, la pubblicazione di un testo autobiografico di Silverio Corvisieri (1979) suscitò delle reazioni fortemente critiche nei suoi confronti da parte di un quotidiano liberale come “Repubblica”, che bollò l’istanza autobiografica del leader di sinistra come un vezzo piccolo-borghese. Questo episodio evidenziava la diffidenza ancora presente verso la legittimazione del racconto personale come strumento di analisi politica o culturale. Tuttavia, negli anni ’90, la svolta epistemologica in nome della centralità della persona e della soggettività era ormai compiuta. Questo cambiamento fu anche dovuto alla traumatica caduta del ruolo chiave della classe operaia nella politica e nella cultura del nostro paese, un fattore che rindirizzò l'attenzione verso nuove forme di espressione e identità. Sarà soprattutto l'attenzione alla soggettività dei migranti a portare l'Istituto a dare maggiore risalto alle auto-rappresentazioni e ai racconti biografici, in particolare nell'ambito di “Porto Franco. Toscana”. Questa nuova temperie segnò una fase di profondo ripensamento e rinnovamento per l'Istituto.
2. L'Istituto tra Crisi, Rinascita e il Patrimonio Archivistico in Toscana
La storia dell'Istituto Ernesto de Martino non è stata lineare, ma ha attraversato momenti di profonda trasformazione e adattamento. Il passaggio di sede e i cambiamenti nella leadership hanno segnato una "seconda vita" per l'ente, che ha saputo reinventarsi pur mantenendo fede ai suoi principi fondanti, seppur con un'evoluzione delle priorità tematiche.
2.1. La "Seconda Vita" dell'Istituto: Trasformazione e Nuovo Orientamento in Toscana
Questa nuova temperie si ricollega a una "seconda vita" dell'Istituto che dal 1996 si è trasferito da Milano a Sesto Fiorentino, a seguito di un lungo periodo di crisi organizzativa e gestionale. Questo trasferimento ha segnato un nuovo capitolo nella storia dell'IEdM, che ha visto susseguirsi alla sua Presidenza in Toscana, dopo la morte prematura di Coggiola, prima Ivan Della Mea (1996-2009) e poi Stefano Arrighetti. Scorrendo i numeri monografici della rivista “il de Martino”, si può notare come non mancassero i temi classici della ricerca dell'Istituto, come il canto sociale, la storia orale e le musiche antagoniste. Tuttavia, con l'esperienza di “Porto Franco” e il maggior rilievo del tema dell'intercultura o dello sviluppo sostenibile con il progetto “Slow Folk” in collaborazione con “Slow Food Toscana” e con altre attività istituzionali, la centralità della storia di classe si è attenuata. Ha lasciato maggiore spazio ai temi della memoria, dell'identità e del patrimonio storico e culturale, sempre agiti e rivendicati in una chiave di partecipazione politica e di critica culturale.
Dall'arrivo in Toscana, l'Istituto ha operato una forte virata verso una maggiore collaborazione con le istituzioni locali e nazionali, in funzione di una apertura pubblica. Questo impegno è stato riconosciuto nel 2003, quando l'Istituto ha ottenuto il riconoscimento di archivio di notevole interesse storico da parte della Sovrintendenza archivistica della Regione Toscana. Questo passaggio ha consolidato il suo ruolo come custode della memoria collettiva e come risorsa per la ricerca. Da collettivo militante e ‘zona franca’ per una cultura antagonista e di classe, l'IEdM è ora diventata l'“Officina della memoria e della storia”. Un baluardo di resistenza all'involuzione culturale e alla crisi della politica negli anni del "berlusconismo" e della dissoluzione della sinistra e della sua memoria storica.
Grazie al sostegno economico del Comune di Sesto Fiorentino e a un dialogo progettuale più faticoso e intermittente con la Provincia di Firenze e la Regione Toscana, e soprattutto grazie alla continua attività di organizzazione culturale e di promozione di eventi musicali, si è sviluppata in anni più recenti anche una nuova linea progettuale che riguarda la salvaguardia del patrimonio storico e archivistico dell'IEdM. Questo sforzo testimonia la consapevolezza dell'importanza di preservare e rendere accessibile un archivio unico nel suo genere, fondamentale per comprendere le dinamiche sociali e culturali del paese.

2.2. Il Patrimonio Sonoro: L'Autobiografia in Musica e le Voci Popolari
Una delle sezioni più preziose e significative del patrimonio dell'Istituto Ernesto de Martino è senza dubbio la Nastroteca, un archivio sonoro che conserva migliaia di registrazioni di voci, canti e storie di vita. Il suo valore è stato riconosciuto e ribadito in diverse occasioni, come nel 1994 a Bologna, al Seminario “Le fonti orali nell’archivio”. In quell'occasione, Franco Coggiola, presidente dal 1980 al 1996 dell'Istituto Ernesto de Martino e Conservatore della Nastroteca sin dalla fondazione dell'Istituto nel 1966, forniva nella sua relazione dei Consigli pratici per una buona registrazione di interviste e storie di vita (Coggiola 1999). Questo documento è un esempio della cura e della professionalità con cui l'Istituto ha sempre trattato le fonti orali, riconoscendone il valore documentario e la complessità metodologica nella loro raccolta e conservazione.
Sul versante musicale, con le ricerche e gli spettacoli del NCI, l'autobiografia si fece largo tra le voci della classe, realizzando una vera e propria “autobiografia in musica”. Questo avvenne grazie alla scoperta e alla valorizzazione dei repertori personali di figure emblematiche, come Giovanna Daffini, la cui voce di mondina è immortalata nell'album Una voce, un paese (DS 146/48). Allo stesso modo, sono stati valorizzati i contributi della famiglia Caprara con I Caprara. Fra città e campagna (1973 - DS 523/25) e delle sorelle Bettinelli, con E la partenza per me la s’avvicina. Registrazioni originali dal repertorio delle sorelle Bettinelli di Ripalta Nuova, a cura di Maria Luisa Betri e Silvio Uggeri (1972 - DS 514/16). Queste registrazioni non erano semplici raccolte di canti, ma documenti sonori che catturavano storie di vita, tradizioni, saperi e sentimenti di comunità specifiche, spesso legate al mondo contadino o operaio.
Un altro esempio di questa ricchezza è la valorizzazione del repertorio cantato delle ballate narrative raccolte da Costantino Nigra, resa possibile dall'incontro con l'astigiana Teresa Viarengo. Attraverso queste e molte altre iniziative, alcune di queste figure sono divenute col tempo dei veri e propri ‘monumenti’ del canto tradizionale, testimoni viventi di una cultura orale che altrimenti sarebbe andata perduta. La Nastroteca, con le sue diverse sezioni dedicate alle fonti autobiografiche e alle storie di vita, costituisce una risorsa insostituibile per la comprensione delle identità collettive e individuali che hanno plasmato la storia italiana.
L'altro aspetto dell'“autobiografia in musica” è rappresentato dal versante ‘moderno’ e non folklorico del lavoro del NCI, con la valorizzazione dei repertori storici del canto sociale e dei suoi protagonisti del passato. In questo contesto, spiccava la figura di “Spartacus Picenus”. La sua autobiografia è stata pubblicata nel numero 3 della rivista “Il Nuovo Canzoniere Italiano” del settembre 1963, dove si trovano alcune pagine autobiografiche di Raffaele Mario Offidani (Sant’Elpidio a Mare (Ascoli Piceno) 1890 - Roma 1967). Offidani, autore prolifico, con lo pseudonimo di Spartacus Picenus, è stato il cantore di una generazione di militanti del movimento operaio e contadino. La sua voce e le sue canzoni hanno attraversato eventi cruciali della storia italiana, dalla lotta per il lavoro e la giustizia sociale alle tragedie dei conflitti mondiali. La sua opera è un esempio lampante di come l'IEdM, attraverso la Nastroteca, abbia non solo preservato, ma anche diffuso e reso fruibile un patrimonio culturale orale che è parte integrante della memoria storica del paese. Questa capillare ricognizione nelle diverse sezioni della Nastroteca rivela un universo di voci che hanno contribuito a definire l'identità dell'Italia, offrendo una prospettiva unica e "dal basso" sulla sua evoluzione sociale e politica.