Storia e Curiosità delle Tute: Dall'Utopia Futurista all'Icona Comoda e Glamour

Con il lockdown e la chiusura spesso forzata in casa, abbiamo riscoperto l’abbigliamento comodo. A volte è stato sinonimo di trascuratezza, ma con qualche piccolo accorgimento e scegliendo gli articoli giusti forse si può essere comfy e trendy allo stesso tempo anche con una tuta. Oggi più che mai, con la situazione che stiamo vivendo, la tuta e l’abbigliamento comodo sono entrati prepotentemente nella nostra quotidianità. Certo, mai rinunciare alla femminilità, ma con una tuta o un pantalone, questo lato di sicuro non è mancato. Ma la storia di questo capo, apparentemente semplice e così centrale nella nostra vita moderna, affonda le radici in un'epoca di profonde trasformazioni, nascendo come un orgoglio tutto del bel paese e diventando, col tempo, un vero e proprio fenomeno culturale.

La Nascita della "TuTa" Futurista: L'Idea Rivoluzionaria di Thayaht

Furono il movimento futurista italiano nel 1919 e la genialità di due fratelli fiorentini a creare questo capo, proprio per protestare contro i valori borghesi e altisonanti del primo dopoguerra. Il 17 giugno 1920 sul quotidiano fiorentino La Nazione uscì un inserto che presentava l'ambizioso progetto di un artista futurista. Si trattava di un cartamodello che spiegava passo per passo come realizzare un capo d'abbigliamento innovativo, genderless, più semplicemente futurista: la TuTa. A firmare il progetto l’artista e designer fiorentino Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, insieme al fratello Ruggero Alfredo, detto Ram. Thayaht era un uomo eclettico e innovativo, amante della sperimentazione e delle linee semplici e geometriche, tanto da improntare proprio su questa linearità il suo primo prototipo di Tuta. La tuta Thayaht nasce nel 1919 da Ernesto Michahelles, che la definì "il più innovativo, futuristico abito mai prodotto nella storia della moda italiana". E lo era davvero.

L’esperienza nel campo della moda di Thayaht inizia dalla collaborazione con la stilista Madame Vionnet, punto di riferimento della moda parigina di inizio ‘900. Nel suo atelier l’artista lavorò come consulente, disegnando il logo della maison e portando su carta i progetti degli abiti di Vionnet, sia come cartamodelli sia come illustrazioni. L’atelier di Vionnet fu una scuola importantissima per l’artista che imparò a padroneggiare il cartamodello e grazie a questa sua conoscenza riuscì a progettare quello della Tuta nel 1919.

Il cartamodello venne pubblicato sulla Nazione l’anno successivo, insieme alle seguenti diciture di Thayaht, che ne delineavano la straordinaria funzionalità e innovazione: "Tuta la stoffa viene utilizzata senza alcuno scarto, quindi c’è economia di tessuto." Questa affermazione sottolineava una visione che oggi definiremmo di logica zero waste, ovvero evitare assolutamente gli sprechi di tessuto. Si proseguiva affermando che "È una combinazione tuta d’un pezzo con il minimo di cuciture, quindi c’è economia di fattura." E ancora, per evidenziare la praticità, "Veste tuta la persona e con soli sette bottoni e una semplice cintura è pronta, quindi c’è economia di tempo." La proiezione nel futuro, audace e ottimista, era espressa con le parole: "In poche settimane tuta la gente indosserà la tuta, che offre il massimo comfort e libertà di movimento, dando un senso di rinnovamento con un effettivo risparmio di energia." Questa era la ricetta segreta che ha permesso a Ernesto Michahelles di creare la tuta Thayaht, un capolavoro che ha segnato tutta la moda del Novecento per arrivare poi fino a noi.

Cartamodello originale della Tuta di Thayaht pubblicato su La Nazione

La T che manca nel nome crea il gioco tra la parola ‘tuta’ e ‘tutta’ ed è metaforicamente presente nella forma dell’abito che rimanda al Tau, lettera dell’alfabeto greco, simbolo dell’assoluto e della perfezione della creazione. La Tuta infatti è la sintesi di una silhouette a T, come l’iniziale dello stesso Thayaht il quale proietta in questa creazione la sua idea moderna e futurista di uomo vitruviano. Già Giacomo Balla, il pittore del movimento futurista, nel 1913 aveva affermato con lungimiranza: "Vogliamo abiti futuristi confortanti, pratici a mettere e a togliere, abiti che abbiano forme e colori dinamici, aggressivi, urtanti, volitivi, violenti, volanti…" Il colore blu, il più usato nelle tute, simboleggiava il cielo, ma anche il volo e la fede nel progresso, incarnando perfettamente il simbolo e la trasposizione esatta del sentimento futurista nel campo della moda.

Il capo, pensato inizialmente nel 1919 come la soluzione perfetta per l’abbigliamento del primo dopoguerra, era molto semplice e minimale. La sua innovazione e la genialità dei suoi creatori stava nel fatto che chiunque in possesso del cartamodello poteva ricavare la tuta da un rettangolo di stoffa di cotone blu, dalle dimensioni di 4,5 x 0.70 metri. Questa sua forma di T era ricavata a partire da un singolo rettangolo di stoffa di cotone da cui venivano ricavati tutte le componenti del capo, sette bottoni e una cintura. L'ottica era quella del buonsenso e dell'ottimizzazione. Questo la rendeva un capo funzionale ma soprattutto accessibile a tuttə, basandosi sull’idea di creare un indumento unico, che riducesse al minimo lo spreco di tessuto e rendesse effettivamente inutile la moda. Tanto che questo viene simbolicamente evocato anche nell’etimologia della parola Tuta che deriva dall' abbreviazione e dall'adattamento di tout-de-meme, in italiano ‘tutti uguali’.

La Tuta di Thayaht era chiaramente ispirata e pensata per il mondo del lavoro, in contrapposizione con l’abbigliamento borghese fatto da giacche e cravatte, e voleva rappresentare una soluzione per le difficoltà economiche in cui tergiversava l’Europa nel periodo post-bellico. Infatti, benché fosse un capo workwear, la tuta era unisex, adatta a qualsiasi età, stagione e adatta sia al giorno, sia alla sera: è sia workwear sia elegante. Queste due anime del capo erano rivoluzionarie e dirompenti per l’epoca, tanto da porlo, con le sue linee semplici e minimali, in forte contrasto con il costume del tempo fatto di perfezione, eleganza e eccessivi orpelli. La Tuta di Thayaht con le sue linee pulite e semplici, infatti nasceva in una società, quella degli anni '20, nella quale il costume dell'epoca imponeva perfezione, eleganza e i belletti. Il progetto era molto semplice: una stoffa di cotone blu di 4.50 x 0.70 metri, una struttura a T nella quale infilare i piedi, mettere le braccia nella grandi maniche e chiudere sul davanti i sette bottoni. La cintura poi a completare il capo per sentirsi più eleganti, evidenziando la silhouette del corpo. Il risultato fu un capo adatto a ogni occasione e a ogni stagione, unisex e perfetto sia per gli adulti che per i bambini.

Antonella Basilico - La moda - Il Futurismo

All’epoca, non ebbe subito il successo sperato, trattandosi di un indumento estremamente avanguardistico e legato ad un concetto, quello dell’unisex, che si svilupperà solo tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, grazie alle lotte femministe. Nonostante questo, il capo divenne un must-have della classe operaia - le cosiddette tute blu - incarnando il simbolo per eccellenza del movimento antiborghese. Si è trattato, quindi, come per altre generose produzioni artistiche anche nel caso della Tuta, del fallimento dell’utopia di chi l’ha inventata. La rivisitazione del capo è proceduta però sino ad oggi in maniera incessante ma indirizzata verso significati diversi da quello originario. La tuta Thayaht riesce ad imporsi inizialmente per la sua praticità e la sua economicità, diventando ben presto il simbolo del movimento antiborghese dei primi anni del Novecento. È interessante notare che, rivendicando razionalità e standardizzazione, Thayaht pensava di aver inventato qualcosa di definitivo e atemporale, mentre si può dire che la sua creazione sia rimasta allo stadio “prototipo” e che sia semmai rientrata a far parte del meccanismo della moda, invece di combatterlo. Quello che il designer offriva, però, era una soluzione estremamente contemporanea e rivoluzionaria per l’epoca, che toccava, oltre al genderless, temi quali la moda circolare e il zero-waste. L’artista, infatti, aveva immaginato una visione innovativa e funzionale di un capo d’abbigliamento, che venne spogliato del suo significante e reso un semplice oggetto funzionale alla protezione del corpo, ma privo di valore estetico e di espressione personale, concetto fondante e fondamentale della moda.

Thayaht è stato un artista italiano a tutto tondo: scultore, pittore, disegnatore, stilista, architetto, orafo; tutta la sua vita è sempre ruotata intorno all'arte e alla creatività. Eclettico e innovatore, nel primo ventennio del 1900 prese parte al movimento Futurista. Amava la sperimentazione ma anche le linee semplici e geometriche, che Ernesto sapeva tramutare in pura eleganza. Ed è proprio da questa idea di geometria e ricerca della perfezione che Thayaht disegnò e realizzò la sua prima tuta. La sua idea era quella di creare un capo adatto per ogni occasione, formato da un unico pezzo di stoffa con una base strutturale geometrica: la forma della T, come Thayaht. La tuta da neve, da sci, da moto, spaziale, la tuta blu degli operai, la muta subacquea ed anche quella mimetica hanno un solo grande padre Ernesto Michahelles, detto Thayaht. Una storia davvero avvincente, che nasce proprio al confine con Prato, città di storica tradizione dei cenciaioli e dell'industria tessile.

Dalle Officine allo Sport: L'Evoluzione della Tuta Sportiva

Se la "TuTa" di Thayaht era un capo di lavoro e un simbolo anti-borghese, la sua evoluzione nel campo sportivo ha ridefinito il concetto di abbigliamento comodo e funzionale. Si deve però ad Adidas nel 1967 la produzione di quest’abbigliamento e l’introduzione della tuta da ginnastica, come la concepiamo oggi composta di giacca e pantaloni, da utilizzare prima e dopo l’attività sportiva. In pochi anni diventa un vero fenomeno culturale, uscendo dai contesti puramente sportivi per entrare nel guardaroba quotidiano.

Il velour elastico, un tessuto simile al velluto, realizzato con la lana e cotone, rende questo capo adatto per gli spazi interni ma anche per stare fuori casa, ampliandone notevolmente l'uso e la percezione. Negli anni ’80 l’uso di materiali avveniristici come il Gore-tex o il Sympatex hanno permesso la produzione in massa di capi sportivi, realizzando la cosiddetta “shell suit“, la tuta-mostro. Questi sviluppi tecnologici non solo migliorarono le prestazioni e la resistenza all'acqua, ma diedero anche alla tuta un aspetto distintivo, talvolta eccentrico, che ne consolidò la presenza nella cultura pop dell'epoca.

Negli anni ’90 la tuta sportiva è il capo di ballerini o fanatici del tapis roulant, ma viene anche inserito nelle collezioni degli stilisti. Questa decade ha visto un ulteriore slittamento del capo verso l'alta moda e l'accettazione nel mondo dello spettacolo e della musica, diventando un simbolo di coolnees e disinvoltura. Indossata da celebrità che si fanno paparazzare con quest’abbigliamento, anche gli stilisti introducono la tuta nelle loro sfilate. Il muro tra casual e alta moda ormai è abbattuto, e la tuta è utilizzata anche in ambienti formali, una testimonianza della sua versatilità e della sua capacità di adattarsi a contesti sempre più ampi e diversificati.

Modelli iconici di tute sportive dagli anni '60 agli anni '90

Questo fenomeno ha portato alla nascita di linee super fashion sportswear come Supreme, Ape, Stone Island, marchi che hanno saputo interpretare e capitalizzare l'onda della moda casual-chic. Inoltre, colossi dell’abbigliamento sportivo collaborano con stilisti di fama mondiale, tra le più famose collaborazioni spiccano Fenthy per Puma o Adidas per Kolors. Queste sinergie hanno ulteriormente elevato lo status della tuta, trasformandola da semplice capo d'abbigliamento a statement di stile e oggetto del desiderio, in grado di coniugare comfort, innovazione e lusso in un unico indumento. Con il tempo, sono arrivate anche le prime modifiche ai modelli di tuta più classici, come l'applicazione della zip al posto dei bottoni, per facilitare la chiusura e l'apertura della tuta, e la differenza di taglio tra l'abito maschile e femminile, quest'ultimo caratterizzato dal taglio a clessidra e da una cintura in vita, dimostrando una costante evoluzione stilistica e funzionale.

Il "Toni" Fiorentino: Un Mistero Linguistico e Culturale

All'interno della ricca storia della tuta, esiste una curiosità linguistica che lega questo capo in modo indissolubile alla città di Firenze: il termine "toni". Solo se sei fiorentino o vivi a Firenze da un po’ sai cos’è il toni. Nel resto d’Italia, non si chiama così, neanche a Siena o a Pisa, il che rende questa specificità ancora più affascinante e oggetto di studio. Oggi però il toni a Firenze è solo la tuta sportiva, mentre con il termine tuta indichiamo soprattutto l’abito da lavoro dei meccanici, una distinzione chiara e radicata nell'uso comune locale.

Una delle teorie più affascinanti sull'origine del termine "toni" risale alla Seconda Guerra Mondiale, più precisamente alla fine della guerra, quando, nell’agosto del 1944, l’esercito americano entrò a Firenze con i carri armati e le jeep e nei giorni successivi aiutò i fiorentini a ripristinare i ponti che erano stati distrutti, collegando di nuovo le due rive dell’Arno. Per stare più comodi, i soldati indossavano tute da ginnastica e pare che qualcuno di loro ci avesse scritto sopra TO NY, to New York, a indicare che la guerra stava finendo e che stava arrivando l’ora di attraversare di nuovo l’Oceano per tornare in patria. Tali teorie, per quanto affascinanti o divertenti, non trovano però un riscontro certo tra gli studiosi dell’Accademia della Crusca, una delle più prestigiose istituzioni linguistiche del mondo, con sede a Firenze, che si avvale dei più importanti filologi e linguisti italiani.

La ricerca della dottoressa Castellani Pollidori è proseguita nei dizionari etimologici e nei dizionari di lingua dove, alla voce tony, trova, come ci possiamo aspettare, l’abbreviazione del nome Antony o Anthony. Ma, cosa ancora più interessante, la dottoressa ha scoperto anche che questo è il nome che si usava dare ai pagliacci del circo nei paesi anglosassoni e che, per estensione, tony è anche la tuta che indossano nei loro spettacoli. Questa connessione con il mondo circense offre una prospettiva inattesa sull'origine del nome, suggerendo un'influenza culturale che potrebbe aver viaggiato oltreoceano.

Illustrazione di un pagliaccio circense che indossa una tuta colorata

Un'altra ipotesi suggerisce che il termine potrebbe essere arrivato a Firenze attraverso le fabbriche del nord Italia. Sarebbe stato proprio nelle fabbriche delle regioni settentrionali che le tute degli operai si sarebbero chiamate toni e da lì, il termine potrebbe essere passato in altre zone d’Italia, come conferma, appunto, l’articolo de La Nazione che menziona l'uso della tuta nel contesto lavorativo. Ma allora, cosa è successo dopo nel contesto fiorentino? Secondo la linguista fiorentina è successo che, negli anni Sessanta, a Firenze entrò in commercio e cominciò ad essere usata non solo dagli sportivi professionisti ma anche dai ragazzi durante le ore di educazione fisica a scuola, proprio la tuta da ginnastica. Poiché era un prodotto nuovo, si pensò di darle un nome nuovo, o forse antico: la scelta cadde su toni, parola che ormai nessuno usava più, ripristinando un termine in disuso per un nuovo capo. Insomma, le storie che girano intorno al toni, anzi, a i’ttoni per dirla alla fiorentina, sembrano essere varie e disparate e chissà che non siano in qualche modo collegate fra loro, date le continue mutazioni che una lingua viva ha, dimostrando come la storia di una parola possa essere complessa e stratificata.

La Tuta nell'Immaginario Collettivo: Icone di Stile e Rivoluzione

La visione di Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, ha lasciato un'impronta indelebile non solo nel mondo della moda ma anche nell'immaginario collettivo, influenzando una vasta gamma di capi che oggi diamo per scontati. La tuta da neve, da sci, da moto, spaziale, la tuta blu degli operai, la muta subacquea ed anche quella mimetica hanno un solo grande padre: Ernesto Michahelles, detto Thayaht. La sua idea di funzionalità, versatilità e design geometrico si è diffusa e adattata, dimostrando la potenza di un concetto originariamente rivoluzionario.

Oltre alla sua influenza sulla concezione generale della tuta, questo capo ha saputo ritagliarsi un posto d'onore anche nella cultura popolare, diventando icona di stile e di identità in diverse occasioni. Una tuta diventata molto famosa e conosciuta è quella indossata da Bruce Lee nel film "L'ultimo combattimento di Chen" del 1973, gialla a strisce nere. Questo capo, con la sua estetica inconfondibile, è diventato un simbolo del carisma e dell'abilità marziale di Lee, imprimendosi nella memoria collettiva.

Bruce Lee nella sua iconica tuta gialla con strisce nere

Lo stesso modello di tuta fu ripreso da Uma Thurman nel film "Kill Bill - Vol. 1", in una ovvia citazione del film di Bruce Lee. Questa reinterpretazione ha confermato il potere iconico della tuta gialla, traslandola in un contesto contemporaneo e rendendola simbolo di forza, vendetta e stile anche per una nuova generazione di spettatori. Questi esempi dimostrano come la tuta, da un'utopia futurista anti-borghese a un capo sportivo di massa, sia riuscita a trascendere i suoi scopi originari per diventare un elemento fondamentale della cultura globale, capace di veicolare messaggi di ribellione, comfort, innovazione e stile, a seconda del contesto e di chi la indossa.

Antonella Basilico - La moda - Il Futurismo

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