Torquato Tasso nasce l’11 marzo 1544 a Sorrento, solamente un anno prima che il papa Paolo III inaugurasse il concilio di Trento, che porterà all'età della Controriforma. Figura tormentata - anche a causa di alcuni disturbi psicologici - fu il perfetto rappresentante del complesso periodo della controriforma cattolica. Torquato nacque, nel Regno di Napoli (all'epoca governata da un viceré spagnolo al servizio della dinastia regnante degli Asburgo di Spagna), l'ultimo dei tre figli di Bernardo Tasso, letterato e cortigiano veneziano d'antica nobiltà bergamasca, prestante servizio alle dipendenze del principe di Salerno Ferrante Sanseverino, e della dama napoletana Porzia de' Rossi, quest'ultima appartenente ad un casato nobiliare d'origine toscana (pistoiese per parte paterna e pisana per quella materna).

Le origini familiari e l'infanzia tra esilio e formazione
Il padre, che discendeva da una nobile famiglia bergamasca, era un apprezzato uomo di lettere al servizio, come segretario, del principe di Salerno, Ferrante Sanseverino. Quando i Tasso si trasferirono a Salerno, seguendo sempre i Sanseverino, vi fu una sollevazione popolare contro il tentativo del viceré d'introdurre nella città l'Inquisizione. Il Sanseverino si schierò dalla parte del popolo e, con lui, il padre di Torquato. Per ragioni di sicurezza il padre trasferì Torquato a Napoli, mandandolo a scuola dai gesuiti. Ma gli eventi precipitarono e i Sanseverino, coi loro fedeli, furono costretti ad abbandonare il regno, trasferendosi a Ferrara, poi a Bergamo, in Francia e a Roma. Il padre Bernardo seguì il suo protettore in altre città italiane.
All'età di 6 anni Torquato si recò in Sicilia e dalla fine del 1550 fu con la famiglia a Napoli, dove fu seguito dal precettore privato Giovanni d'Angeluzzo. Nel 1554 Bernardo fu coinvolto in un tentativo di ribellione dei Sanseverino contro il viceré di Napoli e venne esiliato, dovendo seguire il suo signore a Roma; il piccolo Torquato andò con lui e si separò dalla madre, che non avrebbe più rivisto (la donna morì nel 1556). Questo trauma segnò l'infanzia del poeta ed ebbe certamente conseguenze sul suo equilibrio psicologico, mentre anni dopo avrebbe rievocato il periodo dell'infanzia nella canzone Al Metauro, uno dei suoi componimenti più famosi.
La situazione politica a Roma subì però uno sviluppo che preoccupò Bernardo: era scoppiato un dissidio tra Filippo II e Paolo IV e gli spagnoli sembravano sul punto di attaccare l'Urbe. A Urbino Torquato studiò assieme a Francesco Maria II Della Rovere, figlio di Guidobaldo, e a Guidobaldo Del Monte, poi illustre matematico. In questo periodo ebbe maestri di assoluto livello quali il poligrafo Girolamo Muzio, il poeta locale Antonio Galli e il matematico Federico Commandino. Bernardo si spostò intanto a Venezia, indiscussa capitale dell'editoria, per occuparsi della pubblicazione del suo Amadigi. Poco tempo dopo, anche il figlio cambiò una volta di più città, stabilendosi in laguna nella primavera del 1559.
Gli anni degli studi e l'esordio letterario
Nel novembre 1560 Torquato si iscrisse per volere paterno alla facoltà di legge dello Studio patavino, raccomandato a Sperone Speroni, la cui casa frequentò più delle aule universitarie, affascinato dalla vastissima cultura dell'autore della Canace. Tasso non amava la giurisprudenza, tanto che attendeva più alla produzione poetica che allo studio del diritto. Così, dopo il primo anno ottenne dal padre il consenso per frequentare i corsi di filosofia ed eloquenza con illustri professori tra cui spicca il nome di Carlo Sigonio.
Tra il 1560 e il 1565 fu a Padova, allora centro dell'aristotelismo italiano, dove studiò diritto, filosofia ed eloquenza, e per un paio d'anni proseguì gli studi a Bologna, anch'essa sede di una prestigiosa università. Nel frattempo iniziò una prima attività letteraria e compose nel 1562 il Rinaldo, un poema in ottave di 12 canti sulla materia cavalleresca del ciclo carolingio. Il Rinaldo è già un compromesso; la sua azione è unica, ma solo "per quanto i presenti tempi comportano"; obbedisce ai precetti aristotelici, ma solo a quelli "i quali non togliono diletto".
È in quest'epoca che si colloca il primo innamoramento del ragazzo, già molto sensibile e sognatore. Il padre era stato introdotto nella corte del cardinale Luigi d'Este, e nel settembre 1561 si era recato col figlio a fare la conoscenza dei familiari del suo protettore. Lucrezia, quindicenne, era molto bella ed eccelleva nel canto, anche se era piuttosto frivola. Avendo notato un interessamento della fanciulla, Tasso cominciò a dedicarle rime petrarcheggianti, ma dovette presto essere ricondotto alla realtà, poiché nel febbraio 1562 scoprì che la ragazza era promessa sposa al conte Baldassarre Macchiavelli. Intanto, l'entourage cominciava ad avvedersi del talento del Tassino (come veniva chiamato per essere distinto dal padre), e nel 1561 e 1562 gli furono commissionate delle rime per alcuni funerali.
La corte Estense e la genesi del capolavoro
Nell'ottobre 1565 giunse a Ferrara in occasione del secondo matrimonio del duca Alfonso II d'Este, al servizio del cardinale Luigi d'Este. Il cardinale lasciò al Nostro la possibilità di attendere solamente all'attività poetica, e Tasso poté così continuare il poema maggiore. Rapporti particolarmente intensi intercorsero con le due sorelle del duca, Lucrezia e Leonora. La prima era uno spirito libero e incarnava ideali di vivacità e vitalità, mentre la seconda, malata e fragile, fuggiva la vita mondana e conduceva un'esistenza ritirata.

La ricchezza culturale della corte estense costituì per lui un importante stimolo; ebbe infatti modo di conoscere Battista Guarini, Giovan Battista Pigna e altri intellettuali dell'epoca. In questo periodo riprese il poema sulla prima crociata, dandogli il nome di Goffredo. Nel 1568 diede alle stampe le Considerazioni sopra tre canzoni di M. G. B. Pigna, dove emerge la concezione platonica e stilnovistica che il Tasso aveva dell'amore, con alcune note però affatto peculiari, che lo portavano a ravvisare il divino in tutto ciò che è bello, e a definire di matrice soprannaturale anche l'amore puramente fisico.
Dopo il successo dell'Aminta, dramma pastorale da lui stesso fatto rappresentare nel 1573, ebbe ufficio, puramente nominale, di lettore di geometria e della sfera nello Studio; più tardi fu pure nominato storiografo ducale. Sono anni, questi, di vivace fervore, di grande attività artistica: oltre al gran numero di prose e di rime, condusse sino al principio del 2° atto la tragedia Galealto re di Norvegia, che compirà più tardi col nuovo titolo di Re Torrismondo. Furono soprattutto gli anni della Gerusalemme liberata, finita nel 1575.
La crisi, le manie e l'internamento a Sant'Anna
Completato quindi nel 1575 il poema maggiore, si aprì per Tasso il periodo della nevrosi e del terrore di aver portato a termine un lavoro non gradito all'Inquisizione, allora in una fase di rigidità estrema. Torquato condivise in parte i consigli degli illustri letterati, che gli avevano rivolte critiche di stampo moralistico, ma talvolta li respinse bruscamente. Nel 1576 scrisse l'Allegoria, con cui rivisitava tutto il poema in chiave allegorica cercando di emanciparsi dalle possibili accuse di immoralità. Ma non bastava: gli scrupoli di carattere religioso assunsero la forma di vere e proprie manie di persecuzione.
Nel 1576 Torquato aveva avuto una lite con il cortigiano Ercole Fucci. Un servo aveva inoltre rivelato al Tasso che, durante una sua assenza, un altro cortigiano, Ascanio Giraldini, aveva fatto forzare la porta della sua camera, nel tentativo di appropriarsi di alcuni manoscritti. A far precipitare il rapporto con il duca e la corte furono però gli scrupoli religiosi del poeta. Nell'aprile 1577 Tasso si autoaccusò presso l'Inquisizione ferrarese, attaccando inoltre influenti personaggi di corte.
Torquato Tasso || Biografia
Tasso era indubbiamente provato dalle fatiche della Gerusalemme, e le lettere del periodo rivelano un animo inquieto e agitato, spesso preoccupato di smentire chi voleva vedere in lui i germi della pazzia. Le manie di persecuzione e l'instabilità si erano impadronite di lui, ma fino a qual punto? Fino a qual punto invece certe manifestazioni del poeta, che mantiene nelle missive una lucidità pressoché completa, funsero da pretesto per emarginare un personaggio divenuto pericoloso? A questo punto i fatti precipitarono: «Iersera l'altra si mandò il povero Tasso a Sant'Anna, per le insolenti pazzie ch'avea fatte intorno alle donne del Signor Cornelio, e che era poi venuto a fare con le Dame di Sua Altezza».
Fu messo, come pazzo, alla catena, e rinchiuso nell'ospedale di S. Anna, dove, trattato più come prigioniero che come infermo, sarebbe rimasto sette anni. A S. Anna continuò a scrivere: la maggior parte dei dialoghi, lettere a tutti quelli che sperava potessero sollecitare la sua liberazione, circa 650 liriche. Questi scritti, diffondendosi per l'Italia, contribuirono al nascere della leggenda di una falsa pazzia, fatta credere al mondo da Alfonso, per punire il poeta del suo amore per la sorella del duca, Eleonora.
L'eredità letteraria e le polemiche editoriali
Dopo l'edizione veneziana "pirata" e mutila di Celio Malespini, nel 1581, sempre durante la prigionia, vennero pubblicate a Parma e Casalmaggiore, ancora senza il suo consenso, due edizioni del poema. Il titolo di Gerusalemme liberata fu scelto dal curatore di queste ultime versioni, Angelo Ingegneri, senza l'avallo dell'autore. Siccome anche le stampe di Ingegneri presentavano delle imperfezioni e la Gerusalemme era ormai di dominio pubblico, bisognava approntare la versione migliore possibile, ma per far questo era necessaria l'autorizzazione e la collaborazione del Tasso. Queste traversie editoriali addolorarono Tasso, che avrebbe voluto mettere mano al poema in modo da renderlo conforme alla propria volontà.
All'amarezza per le pubblicazioni seguì ben presto quella che gli fu causata dalla polemica con la neonata Accademia della Crusca. La polemica, che includeva la questione se Tasso fosse superiore ad Ariosto o viceversa, si protrasse sino al principio del XVII secolo: storicamente assai importante, poiché implicava una presa di posizione pro o contro una poesia come quella di Tasso che, senza che l'autore se ne rendesse conto, rappresentava una svolta rispetto a quella del Rinascimento, il maturarsi d'un gusto nuovo.
L'ultimo atto: il ritorno a Roma e la morte
Finalmente nel luglio del 1586 Vincenzo Gonzaga, cognato di Alfonso, ottenne di condurre con sé il poeta a Mantova. Di lì egli passò a Roma nel 1587, a Napoli nel 1588. A Napoli tornò a Roma, dove compose il Rogo amoroso, corresse le sue rime, passando da un protettore all'altro, da una dimora all'altra. Ancora per un breve periodo a Roma, fu poi a Napoli, ospite di G. B. Manso, che sarà il suo primo biografo.

Infine visse in Vaticano, sempre più ammalato; il papa gli concesse un'abbastanza lauta pensione; si fissò la sua incoronazione poetica. Ma aggravatosi nel marzo 1595, si fece trasportare nel monastero di S. Onofrio sul Gianicolo, dove morì il 25 aprile. L'arte dei Dialoghi è data dalla gioia del ragionatore che si compiace della sua lucidità e persuasività; dagli abbandoni sentimentali e descrittivi, dalle appassionate confessioni autobiografiche. Queste sono le qualità prime anche delle moltissime Lettere; quando non ragionano, esse imprecano o chiedono o pregano o adulano; con un'assenza tale di veli, che, sapendo quanto anche nello scrivere il più piccolo biglietto Tasso tenesse d'occhio il gran pubblico al quale lo sapeva o sperava destinato, può sembrare, più che schiettezza, assenza d'intimo pudore.
Nella sua opera, Tasso è ravvisabile in Olindo e in Tancredi, come lo si può riconoscere in Sveno o in Rinaldo o in Solimano: insegue, nelle vesti di quelli, il suo sogno d'amore impossibile; si esalta, opera, muore con questi per il sogno di una gloria impossibile. Un anelito verso l'altezza; un desiderio di primato assoluto; il tentativo di trascendere la realtà, la meschina vita quotidiana; il bisogno di spezzare le catene, di seguire l'istinto imperioso contro ogni legge; la coscienza dell'impossibilità di tutto ciò; l'evasione nello spettacolo coreografico, nell'idillio, nel fantasticare la bella avventura in paesi lontani, nell'immaginarsi protagonista di sovrumane prodezze; il ripiegarsi per piangere di sé stesso con femmineo accoramento; l'ombra della morte su tutto: questo canta l'autobiografica Gerusalemme liberata.