I giacimenti della vita: analisi delle terre più fertili del mondo e la sfida della loro conservazione

Il suolo è la pelle viva del nostro pianeta, un complesso ecosistema che permette la vita come la conosciamo. Non tutta la terra, tuttavia, è uguale: alcune aree del globo possiedono caratteristiche pedologiche eccezionali che le rendono i veri e propri "panieri" dell'umanità. Dalla leggendaria terra preta amazzonica alle sconfinate distese di black soils euroasiatici, la fertilità del suolo non è solo un dato geografico, ma un capitale strategico che oggi subisce pressioni senza precedenti, tra conflitti bellici, speculazioni globali e il rischio di un esaurimento precoce dovuto allo sfruttamento intensivo.

Mappa schematica della distribuzione dei suoli fertili nel mondo, evidenziando le zone di black soil e le aree di terra preta

Il miracolo della Terra Preta: un’eredità antica

Il termine "terra preta" deriva dalla contrazione dell'espressione portoghese terra preta do índio o terra preta de índio, col significato di "terra nera degli indios". L'origine di questi suoli è precolombiana e la maggior parte di essi sono stati creati a partire dal 450 a.C. Si tratta di un fenomeno unico al mondo: pare che queste terre abbiano capacità autorigeneranti, crescendo al ritmo di 1 cm l'anno per millenni. Rimane tuttavia un mistero in base a cosa ciò venga reso possibile.

Generalmente le aree di terra preta corrispondono a chiazze di una ventina di ettari di estensione, sebbene siano note zone che sfiorano i 360 ettari. Per definizione, la terra preta appartiene al gruppo dei latosol ed è caratterizzata da un contenuto in carbonio nel suo orizzonte A che va dall'alto al molto alto (maggiore del 13-14%), ma senza caratteristiche idromorfiche.

La caratteristica principale della terra preta è la presenza al suo interno di forti quantità di carbone vegetale, arrivando fino al 9% ed oltre, contro lo 0,5% di media dei suoli circostanti. Questo carbone è stato aggiunto a temperatura ambiente nel terreno dagli indigeni. Il carbone della terra preta è caratterizzato dalla presenza di gruppi aromatici policondensati, che assicurano un'ottima e duratura stabilità nei confronti della degradazione chimica e biologica, oltre a un'alta ritenzione dei nutrienti dopo l'ossidazione parziale. Il carbone di materiale non erbaceo, inoltre, pur essendo povero di cellulosa, possiede al suo interno uno strato di petrolio organico policondensato, che viene consumato dai microorganismi dando risultati simili alla cellulosa sulla crescita microbica, il quale viene perso se la carbonizzazione avviene ad alte temperature.

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I "Black Soils": il paniere alimentare globale

Se la terra preta rappresenta una meraviglia archeologica e naturale, i "black soils", o terre nere, costituiscono oggi la spina dorsale della sicurezza alimentare mondiale. Il grande pubblico probabilmente non ne aveva mai sentito parlare prima dello scoppio dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma il conseguente blocco delle esportazioni di grano, che rimane stipato nei silos nei pressi del porto di Odessa, sta facendo comprendere al mondo l’importanza strategica dei territori caratterizzati dai cosiddetti "black soils".

Note anche come "terre nere", sono caratterizzati da un colore molto scuro e da un alto contenuto di materiale vegetale decomposto, ricco di carbonio e di nutrienti essenziali chiave come azoto, fosforo e potassio. Per tradurre in numeri: il 66% dei semi di girasole, il 30% del grano e il 26% delle patate sono stati prodotti sui black soils. A livello globale, su questi suoli vivono circa 223 milioni di persone, meno del 3% della popolazione mondiale, ma in alcune aree le percentuali sono ben diverse. L’Ucraina è ad esempio uno degli Stati in cui le terre nere sono più diffuse, accogliendo il 52% della sua popolazione.

Schema illustrativo della struttura chimica del Black Soil e dell'alta concentrazione di nutrienti organici

Esiste un’ampia fascia dove queste terre sono più diffuse, collocata soprattutto alle medie latitudini dell’Eurasia, del Nord e del Sud America. In tutto coprono circa 725 milioni di ettari. Quasi la metà sono collocati nella Federazione Russa, dove rappresentano il 19% della superficie nazionale. La distribuzione regionale delle terre nere è oggetto di studi intensi, anche se una loro mappatura precisa ancora non esiste. La mappa è il frutto di lavori iniziati un paio d’anni fa, decisi all’interno dell’International Network of Black Soils (INBS).

Le terre nere non sostengono soltanto le persone che vi si stabiliscono, ma nutrono anche il resto del mondo attraverso la loro grande quota di esportazioni di cibo. Partendo da un principio ben noto nel mondo degli esperti del suolo: non tutti i terreni hanno uguale valore. Le terre sono letteralmente vive. Grazie al lavoro imponente dell’ampia varietà di organismi in essi ospitati, trasformano la materia vegetale e animale in acidi umici che catalizzano nuovi cicli vitali fuori terra.

Gestione e conservazione: sfide moderne per la fertilità

La grande fertilità di questi suoli ne causa spesso un pericoloso sovrasfruttamento, con conseguente degrado. Circa un terzo delle terre nere è coperto oggi da colture, un altro terzo da praterie e le restanti sono coperte da foreste. La creazione di una mappa dettagliata segue la nascita, nel novembre 2021, di un istituto di ricerca sui black soils, l’International Research Institution of Black Soils (IRIBS), partner dell’Heilongjiang Academy of Black Soil Conservation and Utilization.

Un approccio fondamentale alla conservazione è il No-Till farming, ovvero la lavorazione senza aratura (nota anche come lavorazione zero o semina diretta). È una tecnica agricola per la coltivazione di colture o pascoli senza stravolgere il suolo durante la lavorazione. L’agricoltura senza aratura riduce la quantità di erosione che la lavorazione del suolo provoca nei terreni, favorendo l’aumento della quantità di acqua che si infiltra, la ritenzione di materia organica nel suolo e il ciclo dei nutrienti.

Land Grabbing: la geopolitica della terra fertile

Oltre alle minacce ambientali, la fertilità del suolo è oggi oggetto di un fenomeno noto come land grabbing, ovvero l'accaparramento incontrollato delle terre. La compravendita di terreni agricoli nelle zone povere del mondo, in prima linea in Africa, è un fenomeno in preoccupante crescita. Dal 2001 a oggi, almeno 227 milioni di ettari - una superficie pari all'Europa nord-occidentale - sono stati venduti, affittati o sono sotto negoziato.

Infografica che mostra i flussi di acquisizione di terre fertili tra i continenti, mettendo in evidenza il fenomeno del land grabbing

I colossi internazionali e Governi stranieri - tra cui Cina, Corea del Sud, India e i ricchi Paesi del Golfo - guidano questa corsa. Il caso del Qatar è emblematico: il piccolo stato del Golfo dispone di ingenti fondi, ma i terreni fertili rappresentano solo l'1% della sua superficie. Per questo ha acquistato 40mila ettari in Kenya e terreni in Sudan per grano e riso. Lo stesso vale per l'Arabia Saudita, che per conservare le sue scarse risorse idriche ha preferito affittare mezzo milione di ettari di terre in Tanzania per 99 anni.

Il Sudan del Sud e l'Etiopia sono tra i Paesi più colpiti, dove vasti territori vengono destinati ad agricoltura, biofuel e legname, spesso a discapito della sicurezza alimentare locale. La crescente insicurezza alimentare di alcuni Stati, la domanda crescente per i bio-carburanti e il cambiamento climatico, che riduce la quantità e la qualità della terra coltivata, rendono la terra un asset finanziario dal valore sempre crescente.

L'impatto dei conflitti: il caso Ucraina

La guerra rappresenta forse la minaccia più devastante per la fertilità del suolo. Secondo la Banca Mondiale, un terzo della terra più fertile del mondo si trova in Ucraina, che vanta anche il 35% della biodiversità di tutto il continente europeo. Tuttavia, queste risorse sono compromesse dal conflitto. I bombardamenti e lo scavo delle trincee hanno ricadute devastanti sul terreno e sui processi biologici di degradazione e di formazione della fertilità.

Quando si tornerà a produrre su quei terreni, la loro potenzialità sarà fortemente ridotta. Le attività belliche rilasciano nell’aria e nel suolo sostanze fortemente inquinanti, mettendo a rischio gli equilibri dell’ecosistema: idrocarburi policiclici aromatici, diossina, monossido di carbonio e bifenili policlorurati, conseguenti alle esplosioni e al traffico di mezzi militari. Grande apprensione c’è poi per l’inquinamento delle falde acquifere, con danni incalcolabili per piante, animali e esseri umani. La protezione di questi suoli, intesi come beni comuni e pilastri della civiltà, rappresenta dunque la sfida agro-politica più importante dei nostri tempi.

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