L’alimentazione rappresenta un aspetto fondamentale dello sviluppo infantile, tanto da poter essere considerata una linea evolutiva verso l’affermazione dell’autonomia. È proprio all’interno di tale percorso evolutivo che si osservano le prime forme di difficoltà alimentari. Nella maggior parte dei casi esse sono transitorie, in quanto rappresentano l’espressione di difficoltà evolutive temporanee, di lieve entità e tendono a risolversi spontaneamente in tempi rapidi. Tuttavia, per molti genitori, gestire un bambino che si limita a mangiare solo pane o pochi altri cibi preferiti diventa fonte di profondo disorientamento e ansia.

Il fenomeno dell'alimentazione selettiva nel bambino
I bambini con alimentazione selettiva si limitano a mangiare una gamma ristretta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altri cibi spesso più sani. Con l’espressione ‘Alimentazione Selettiva‘ si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una gamma ristretta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altri cibi conosciuti o di assaggiarne di nuovi. Mangiano cinque o sei cibi differenti, spesso carboidrati come pane, patate fritte o biscotti.
Molti bambini possono rifiutare il cibo in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore o la consistenza. Ad oggi, non esiste in letteratura una definizione univoca e universalmente accettata del fenomeno, anche a causa della varietà di termini utilizzati, tra cui picky eating, fussy eating, choosing eating e faddy eating. La rilevanza clinica dell’alimentazione selettiva sembra dunque riguardare soprattutto le conseguenze di tale condotta alimentare, come la scarsa assunzione di frutta e verdura, carenza di vitamine e minerali, e minori apporti di fibre vegetali e cereali integrali.
Le fasi dello sviluppo: dalla neofobia all'esplorazione
Il ruolo del fattore percettivo nello sviluppo di un fenomeno come l’alimentazione selettiva si evince dalle diverse fasi dello sviluppo alimentare normale. Durante il primo anno di vita, dopo lo svezzamento, i bambini imparano ad apprezzare i cibi ai quali vengono esposti frequentemente, sulla base di informazioni di tipo visivo, gustativo e di consistenza. L’informazione sensoriale non è ancora integrata in una visione unitaria, per cui la familiarità di un alimento si basa sui dettagli sensoriali.
Intorno ai 18-20 mesi di vita, con lo sviluppo della tendenza esplorativa, si colloca la fase nota come ‘neofobia‘, durante la quale i cibi che non vengono considerati come sicuri, ovvero quelli non riconosciuti come familiari, possono elicitare una risposta di disgusto. Tale reazione assume un valore adattivo, proteggendo il bambino dall’assunzione di cibi tossici durante l’esplorazione. Generalmente, la fase della neofobia termina entro il terzo anno di età e solo raramente dura fino ai 5 anni. Tuttavia, alcuni bambini manifestano atteggiamenti neofobici ad un livello eccessivo e persistente.

L'impatto del contesto familiare e genitoriale
Un ruolo di primaria importanza nell’origine e mantenimento di pattern alimentari anomali sembrano svolgere alcuni comportamenti errati e maladattivi da parte dei genitori. Lo sviluppo di un comportamento alimentare selettivo può derivare da fattori come la pressione a mangiare, alti livelli di emozionalità negativa nel bambino o nel genitore, maggiore sensibilità agli stimoli sensoriali da parte del bambino, ma anche da stili o pratiche legate all’alimentazione, incluso il controllo genitoriale.
L’ansia dei genitori riguarda il fatto che i bambini non ricevano un’adeguata nutrizione sia in termini di quantità che di varietà. La rabbia manifestata nei continui conflitti durante i pasti viene legata al senso di frustrazione per i continui rifiuti dei figli verso nuovi alimenti. Elevata è inoltre l’impotenza che deriva dalla constatazione che tutti gli sforzi fatti per ampliare il repertorio alimentare vengono rifiutati. È importante ricordare che, in situazioni di rifiuto, evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti è fondamentale, poiché rischiano di fare dell’atto nutritivo uno strumento di potere.
Strategie pratiche e approcci corretti
Quando si affronta il rifiuto alimentare, è essenziale procedere per gradi. È utile includere una terza persona nell’offerta dei cibi ai bambini piccoli, rendendo possibile ai padri o ad altre persone della famiglia di entrare nel menage alimentare. L'educazione alimentare, piuttosto che il mero "mangiare", dovrebbe essere il focus principale. Esplorare il cibo è infatti più facile quando è completamente slegato dall’alimentarsi. È importante parlare del cibo in termini di gusto, aroma, apparenza, consistenza, temperatura, suono e origine prima che i bambini ne mettano un boccone in bocca.
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Anche il cucinare insieme può essere un’attività utile; se infatti l’obiettivo non è solo quello di far mangiare al bambino ciò che è stato preparato, può aiutare i figli a prendere maggiore confidenza e familiarità con gli alimenti. È bene anche verificare che vi sia un apporto adeguato di calcio, zinco e di proteine di alta qualità, fondamentali in questa fase di crescita. L'insistenza genitoriale, oltre ad essere una reazione normale e comprensibile al rifiuto del bambino a mangiare, può avere anche un effetto controproducente, abbassando il livello di divertimento e piacere associato al pasto.
L'introduzione del pane e il suo ruolo nutrizionale
Il pane è un alimento essenziale della nostra dieta mediterranea e non può mai mancare sulla tavola, ma in alcuni casi, come nelle fasi iniziali dello svezzamento, può essere considerato dai genitori una causa di stress per i potenziali rischi di soffocamento. Da un punto di vista nutrizionale, il pane è una fonte importante di carboidrati utili come fonte di energia. Esso inoltre contiene una certa quantità di proteine, un basso contenuto di grassi e può apportare una quota anche importante di vitamine del gruppo B e minerali come ferro e selenio.
Nelle fasi iniziali si consiglia di scegliere un pane morbido, ma non troppo, preferibilmente appena tostato tanto che si sminuzzi in bocca e che sia facile da masticare. È consigliato favorire il rapporto diretto con il cibo, in maniera che il bambino lo possa prendere con le mani tipo “fingerfood”, cominciando con piccole quantità per poi aumentare in maniera graduale. Naturalmente, il pane non rappresenta un alimento particolarmente allergizzante fra quelli proposti al bambino durante lo svezzamento; pertanto, le reazioni allergiche si presentano molto raramente.

Valutazione clinica e segnali d'allarme
Per comprendere e trattare i disturbi alimentari nella clinica psichiatrica dello sviluppo, si fa attualmente riferimento a un modello transazionale, bio-psico-sociale e multifattoriale. È importante riconoscere questa problematica fin dalla più tenera età per supportare la crescita. Dopo aver stabilito che il proprio bambino non è solo schizzinoso, ma presenta un problema che influisce in modo importante sul suo funzionamento sociale, è importante innanzitutto rivolgersi al medico per escludere una condizione di tipo organico.
È inoltre importante escludere che l’alimentazione selettiva faccia parte di un quadro più ampio di rigidità ed ipersensibilità sensoriale legata a un disturbo del neurosviluppo; diverse ricerche hanno mostrato infatti che essa è spesso associata a disturbi dello spettro autistico. Il comportamento alimentare del bambino, non può infatti essere inteso solo come qualcosa da educare o omologare, ma anche come qualcosa da comprendere. Se il rifiuto di mangiare cibi nuovi e la tendenza ad accettare solo pochi alimenti si mantiene nel tempo, è opportuno chiedere consiglio al pediatra e confrontarsi con uno psicologo dell’età evolutiva.
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