Memoria dell'orrore: le stragi nazifasciste e la violenza contro le donne incinte

La storia delle stragi nazifasciste in Italia rappresenta una ferita profonda, incisa nel tessuto sociale e nella coscienza collettiva del Paese. Tra le pagine più oscure del secondo conflitto mondiale, emergono episodi di una crudeltà inaudita che hanno colpito indiscriminatamente inermi: donne, anziani e bambini. In particolare, la violenza esercitata contro le donne in stato di gravidanza si staglia come uno degli atti più efferati e simbolici della barbarie perpetrata dagli occupanti tedeschi e dai loro collaborazionisti fascisti.

paesaggio appenninico e borghi storici teatro di memorie dolorose

Sant’Anna di Stazzema: la tragedia dell'innocenza

Era il 12 agosto del 1944 quando il piccolo borgo di Sant’Anna di Stazzema, in Versilia, fu teatro di una carneficina. Gli autori di quella strage facevano parte dei reparti di élite delle SS, guidati verso il paesino dai fascisti locali. Uccisero 560 persone in poche ore; soprattutto donne, vecchi e bambini. La ferocia non conobbe limiti: alcuni neonati vennero lanciati in aria e colpiti dagli spari come si fa al tiro al volo, altri vennero infilzati con le baionette. Qualche ragazza incinta venne sventrata con i coltelli. Diedero fuoco a cadaveri e case e l’odore della carne bruciata avvolse tutto.

Non ebbero pietà neppure per il prete. L’ultimo atto di quell’eccidio venne compiuto nella piazzetta davanti alla casa di Dio, che chissà dov’era quel giorno. Di sicuro non a Sant’Anna di Stazzema. Oggi, a distanza di decenni, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda come la memoria di quel tragico evento debba vederci tutti impegnati in un’opera di costante rafforzamento delle riconquistate libertà democratiche. A 72 anni di distanza, Sant’Anna ha perso ogni speranza di vedere a processo in Germania Gerhard Sommer, 94 anni, l’ultimo ancora in vita dei 10 ex ufficiali SS condannati in Italia, e mai estradati, per la strage.

La strage di Vinca e l'orrore nelle Apuane

Nel cuore delle Apuane, il borgo di Vinca subì un destino non meno atroce. La mattina del 18 agosto 1944, un ufficiale amministrativo, appartenente allo Stato Maggiore del generale tedesco Gosewisch, rimase vittima di un attentato sulla strada che collega Monzone a Vinca. Nel pomeriggio del 24 agosto 1944, su ordine diretto di Simon, si mosse il rastrellamento. Il borgo di Vinca fu occupato dalla Prima Compagnia del 16° Battaglione esplorante guidato dal tenente Wilfried Segebrecht. Il giorno successivo arrivò nel paese lo stesso maggiore Walter Reder con le altre compagnie ed un plotone di un centinaio di brigatisti neri di Carrara, guidati dal colonnello Giulio Lodovici.

I nazi-fascisti rimasero e continuarono ad uccidere fino al 27 agosto. Fra le tante vittime dell'eccidio anche una giovane donna incinta di 9 mesi che fu sventrata e successivamente fu preso il feto facendone oggetto di bersaglio. Altri furono seviziati ed impalati. Il primo giorno fu eliminata ogni forma di vita esistente in paese, in un’orgia sanguinaria fu sparato ad animali e cose. Un vento inumano di follia inimmaginabile sembrava essere passato sopra al ridente paese delle Apuane.

L'OCCULTAMENTO delle STRAGI NAZIFASCISTE in Italia: la storia dell'ARMADIO della VERGOGNA

La Valle del But e la giustizia tardiva

A oltre ottant'anni da una delle pagine più tragiche dell'occupazione nazista in Italia, il Tribunale di Trieste ha predisposto un risarcimento a favore dei parenti delle vittime della strage della Valle del But, in Carnia. Il 21 luglio del 1944, un contingente composto da soldati delle SS tedesche e rinfoltito da miliziani italiani della RSI, travestiti da partigiani garibaldini, si recarono sotto mentite spoglie alla Malga Pramosio.

Dopo aver ottenuto vitto e alloggio, rivelarono il loro intento. Si lasciarono andare a un'ondata di violenza brutale e indiscriminata, uccidendo civili innocenti e causando 15 morti, tra cui una donna incinta e un ragazzino di 13 anni, a colpi d'arma da fuoco o a coltellate, gettando poi i corpi nel torrente But. Il tribunale di Trieste ha stabilito un risarcimento complessivo pari a due milioni e ottocentomila euro a favore degli eredi delle 14 vittime, riconoscendo ufficialmente la natura dei fatti come crimini di guerra e contro l’umanità.

Pian dei Brusci: il destino dei contadini umbri

Nel tardo pomeriggio dell’8 luglio 1944, presso la casa colonica di Pian dei Brusci, giunse una pattuglia mista di tedeschi e fascisti. Le famiglie Sorbi e Ramaccioni furono brutalmente fatte uscire dai rifugi. Le donne e i bambini vennero rinchiusi in un essiccatoio di tabacco. Gli uomini furono portati verso un boschetto e giustiziati; i soldati s’avvicinarono al cumulo di corpi e cominciarono a dare a ciascuno una pistolettata alla testa.

Uno dei sopravvissuti, Attilio Sorbi, colpito gravemente, riuscì a salvarsi trascinandosi nella notte. La sua testimonianza confermò che i fascisti che accompagnavano i tedeschi indossavano camicia nera e calzoni corti ed erano senza cappello. Tra loro fu identificato Giampiero Pierleoni. Stefano Sorbi, nel frattempo, fu costretto ad assistere la moglie incinta, svenuta per lo spavento, mentre il resto della famiglia veniva rinchiuso in attesa di un destino incerto.

mappa delle zone colpite dai rastrellamenti nazi-fascisti durante il 1944

L'eccidio di Marzabotto: una ferita mai rimarginata

Le stragi avvenute tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 nei Comuni di Marzabotto, Grinzano e Monzuno rappresentano una delle pagine più drammatiche. Le vittime furono più di 800, soprattutto donne e bambini. La testimonianza di Pietro Zebri al tribunale militare della Spezia ha riportato alla luce l'orrore vissuto: «Mia sorella era in attesa di un bambino, all'ottavo mese. La ritrovai col ventre squarciato da una baionetta. Il feto era stato estratto e trafitto di proiettili».

Quando i nazisti arrivarono, dissero alle donne e ai bambini di cambiarsi d'abito, di mettersi quello migliore, promettendo un lungo viaggio. Non immaginavano quanto stava per accadere. La corte ha dovuto affrontare la complessità di decine di posizioni processuali in un contesto dove il dolore dei sopravvissuti si scontra con il passare del tempo e l'impunità di molti carnefici.

Precedenti storici: la rivolta di San Giovanni in Fiore

Le radici della violenza fascista non iniziarono nel 1944. I fatti risalgono al 2 agosto del 1925 a San Giovanni in Fiore, quando scoppiò una rivolta popolare contro i dazi imposti dal commissario governativo Giovanni Rossi. La milizia fascista affiancata dai carabinieri, colti di sorpresa, reagirono con estrema durezza. Spararono sulla gente uccidendo cinque persone, fra cui una donna incinta.

Le vittime dell'eccidio furono Filomena Marra, contadina di 27 anni, incinta; Barbara Veltri, di 23 anni; Marianna Mascaro, di 73 anni; Antonia Silletta, di 68 anni; Saverio Basile, di 33 anni. Ancora oggi, la memoria di questi lavoratori uccisi è preservata da lapidi che ricordano come la strada debba essere per sempre sbarrata ai nemici della libertà e della democrazia. Questo tragico evento rimane un punto di riferimento nella storia delle lotte popolari contro l'oppressione fascista fin dagli albori del regime.

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