Il cinema ha spesso esplorato i confini tra la percezione umana e le dimensioni ignote, ma poche pellicole sono riuscite a penetrare l'inconscio collettivo con la potenza visiva e metafisica di Stati di allucinazione (Altered States). Rappresenta la prima e ultima pellicola americana diretta dal talento visionario di Ken Russell, regista britannico indimenticabile per il suo superbo I Diavoli. L'opera nacque tra tensioni creative, caratterizzata da una serie di vicissitudini con il commediografo Paddy Chayefsky, autore dello script originale, e da un’accoglienza del pubblico statunitense inizialmente molto tiepida al botteghino. Tuttavia, il tempo ha consacrato Stati di allucinazione come un vero e proprio cult del cinema fantahorror, inteso qui come una libera e coraggiosa interpretazione di tematiche inquietanti legate alla psichiatria, alle neuroscienze e all'ontologia umana.

La genesi scientifica e le fondamenta del racconto
Al centro dell'opera troviamo la figura di Eddie Jessup (un magnetico William Hurt al suo debutto cinematografico), un giovane psicopatologo della Columbia University che studia la schizofrenia. Jessup giunge a una conclusione radicale: i cosiddetti "altri stati di coscienza" sono reali e tangibili tanto quanto quelli di veglia. Egli non si limita a osservare, ma diventa il soggetto principale del proprio esperimento.
Il film, così come il romanzo omonimo da cui è tratto, trae ispirazione dagli studi condotti dallo scienziato John C. Lilly sulla deprivazione sensoriale. Questa pratica, una ricerca condotta in vasche di isolamento, mira a privare il cervello di qualsiasi stimolo esterno per permettere alla coscienza di esplorare i propri abissi. Sebbene Chayefsky avesse realizzato la sceneggiatura, le divergenze creative con il regista furono tali che lo scrittore richiese la rimozione del suo nome dai crediti. Nonostante la complessità del soggetto, il film riesce a mostrare con straordinaria lucidità il percorso di introspezione di Jessup, spinto da un desiderio bruciante di scoprire le verità universali celate nel profondo dell'essere.
La tecnologia dell'isolamento: la vasca-utero
Il fulcro operativo del film è la vasca di deprivazione sensoriale, una sorta di "liquido amniotico" artificiale. All’Università di New York, alcuni volontari accettano di galleggiare per un paio di ore in una gigantesca vasca cilindrica, piena di acqua e sale e mantenuta rigorosamente a temperatura corporea. Eddie Jessup, l’ideatore, si immerge anch'egli, descrivendo poi al suo assistente Arthur Rosenberg: “Ho avuto delle allucinazioni incredibili, una varietà di stati onirici, molte allegorie religiose più che altro dell’Apocalisse”.

La vasca funge da catalizzatore. In questo ambiente asettico, privo di gravità e rumore, la mente smette di processare il presente per sintonizzarsi con frequenze arcaiche. Gli esperimenti procedono con il supporto di colleghi come Arthur Rosenberg e Mason Parrish, ma l'ambizione di Jessup supera presto i limiti della ricerca accademica. Quando la deprivazione sensoriale da sola non basta, lo scienziato decide di spingersi oltre, cercando di potenziare gli effetti attraverso l'assunzione di sostanze chimiche.
Il viaggio in Messico e il fiore primordiale
Nella sua sete di conoscenza, l’indagine spirituale di Jessup lo porta in Messico. Qui entra in contatto con la tribù Hinchi, la quale utilizza una sostanza derivata dall'Heimia salicifolia, chiamata "fiore primordiale". La scelta del nome non è casuale: essa riconosce la capacità della pianta di evocare profondi stati di memoria ancestrale.
In una sequenza dal sapore rituale, un anziano indigeno, il "brujo", introduce Jessup al segreto della sostanza. Il rito è cruento e simbolico: il brujo ferisce la mano dello scienziato per mescolare il suo sangue alla pozione. Dopo averla consumata, Jessup sperimenta visioni spaventose, tra cui la pietrificazione propria e della moglie Emily e la loro successiva erosione causata dalla sabbia, un simbolo potente del tempo che annienta la materia. L'esperienza messicana trasforma radicalmente il suo approccio: al ritorno a New York, egli assume due grammi al giorno della sostanza per monitorare, all'interno della vasca, le sue reazioni emotive più estreme.
La regressione: dal corpo all'essenza amorfa
Il film, a cavallo tra l'indagine metafisica e il b-movie di fantascienza, non risparmia nulla allo spettatore. Ken Russell ci trascina in un percorso dove le allucinazioni diventano "esteriorizzate". Jessup, con la bocca insanguinata e incapace di parlare, inizia a manifestare mutamenti fisici che sfidano la medicina. Assistiamo a una vera e propria devoluzione biologica: lo scienziato emerge dalla vasca come un ominide, un cavernicolo selvaggio che vaga per la città, prima di tornare alla sua forma umana.
ESPLORANDO GLI STATI ALTERATI DI COSCIENZA: realtà o illusione?
Questi momenti di body horror sono in linea con certe derive cronenberghiane del periodo, ma Russell eleva il materiale attraverso una regia frenetica e visioni apocalittiche: anime dannate, riferimenti biblici e l'immagine iconica della creatura antropomorfa crocifissa. Nell'esperimento finale, la regressione tocca il fondo: Jessup si trasforma in una massa amorfa di materia cosciente. Questa energia distrugge la vasca, lasciando Emily, sua moglie e antropologa, di fronte a un vortice che ha sostituito il corpo di suo marito.
Verso il Sé originario: tra scienza e metafisica
Stati di allucinazione è un'opera dalla doppia anima: da un lato scolastica e ingessata nella routine universitaria, dall'altro anarchica e viscerale nelle sue esplosioni oniriche. Nonostante alcune ingenuità, come l'asettica e pleonastica storia d'amore tra Eddie ed Emily (interpretata da Blair Brown), il cuore pulsante del film rimane il confronto con il Sé originario.
Per Jessup, questo incontro/scontro è sia una liberazione che una condanna. La verità assoluta che cercava si rivela essere la sua stessa assenza, in un sublime disincanto che lo porta a rischiare la dissoluzione totale della coscienza. Il film suggerisce un ritorno al passato che ricorda le suggestioni di 2001: Odissea nello spazio o il futuro primitivo de Il pianeta delle scimmie, chiudendo un cerchio in cui la ricerca del destino passa per l'inconscio.
Le implicazioni della coscienza umana
Il finale, che vede Emily afferrare la mano di Eddie nel vortice per riportarlo alla forma umana attraverso il richiamo dell'amore e della coscienza, è un monito sulla fragilità del confine tra civiltà e natura selvaggia. Le trasformazioni, che inizialmente richiedevano il "fiore primordiale" e l'isolamento, finiscono per diventare incontrollabili, suggerendo che una volta aperta la porta verso l'ancestrale, non è facile richiuderla.
La performance di William Hurt è fondamentale nel rendere credibile questo collasso psicofisico. La sua trasformazione, sostenuta da un montaggio serrato e asfissiante, rende il film una delle esperienze cinematografiche più oscure per la mente umana. La pellicola non cerca di dare risposte consolatorie, ma di descrivere realtà che si danno come irrimediabilmente presenti nella loro essenza celata. L'eredità di Stati di allucinazione risiede proprio in questa capacità di trascinare il pubblico oltre i limiti del tangibile, obbligandoci a guardare negli occhi il nostro passato più profondo, quel primordiale che continua a pulsare sotto la pelle dell'uomo moderno.
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