«Noi preferiremmo un maschietto», «Spero che sia una bambina»: nelle risposte alla domanda che spesso i neogenitori si sentono rivolgere - «Vorreste un maschio o una femmina?» - c’è già l’inevitabile influenza delle aspettative degli adulti sulla crescita, al maschile o al femminile, del bambino. A chi pensano i genitori che rispondono: «Ci piacerebbe un maschietto»? Nel fantasticare sul bambino che verrà ognuno attinge ai propri ricordi ed emozioni, a esperienze e speranze che sono uniche e diverse da quelle di chiunque altro.
In questo senso, dire che ogni genitore che pensa a un figlio maschio ha in mente un piccolo atleta tosto e competitivo, o un piccolo appassionato di automobili e di meccanica, sarebbe superficiale e impreciso. È vero, però, che il nostro bambino immaginario ha caratteristiche differenti se lo pensiamo maschio oppure femmina. Sono caratteristiche legate agli atteggiamenti, alle preferenze, alle abilità, all’aspetto fisico e al tipo di personalità. Le cose naturalmente sono molto più complesse.

Il dibattito tra natura e cultura
L’ipotesi di una partenza “neutra”, in cui al momento della nascita un maschietto e una femminuccia sono del tutto identici dal punto di vista della dotazione genetica e della struttura cerebrale, sembrerebbe smentita da recenti studi, che mostrano l’influenza di alcuni ormoni, in particolare del testosterone, nel determinare differenze nello sviluppo di certe aree cerebrali del feto. Resta però il fatto, anche questo dimostrato dalle ultime ricerche scientifiche, che il modo in cui il cervello evolve è continuamente influenzato dall’ambiente, dalle relazioni, dalle esperienze.
Il dibattito sulla prevalenza dei fattori genetici o di quelli ambientali nel determinare tali differenze fra maschi e femmine è sempre stato avvelenato da posizioni ideologiche che vedono nell’importanza data all’influenza dell’ambiente una specie di negazione delle “leggi della natura”.
L’influenza degli stereotipi nella percezione quotidiana
Un adulto osserva un bimbo di pochi mesi intento a giocare con un orsacchiotto. Gli è stato detto che si tratta di un maschietto. A un certo punto un rumore improvviso fa sobbalzare il piccolo, che reagisce piangendo o lasciando cadere il giocattolo. Nella maggior parte dei casi l’adulto tenderà a interpretare quel comportamento come una reazione di rabbia. È quanto emerge da una ricerca di alcuni anni fa, che voleva mettere in evidenza l’influenza degli stereotipi di genere nel dare significato al comportamento dei bambini.
Ovviamente, a volte, ci possono essere enormi differenze tra gli esperimenti e la realtà quotidiana; tuttavia dobbiamo riconoscere che, osservando il nostro bambino, attribuiamo inevitabilmente le sue azioni a un “modo di essere” complessivo che ha a che fare anche con il genere di appartenenza. Se il suo comportamento è troppo lontano da quello che consideriamo “adatto” a un maschio o a una femmina, può accadere che cerchiamo di correggerlo. Questo intervento di normalizzazione sembra più frequente nei confronti dei maschietti: la scelta di giochi “da bambine”, lo scarso interesse per attività movimentate, la preferenza per un solo “migliore amico” e non per il gruppo sono tutti aspetti guardati spesso con preoccupazione dai genitori e dagli educatori.
Ferma la Violenza! Un cortometraggio sulle discriminazioni di genere
L'impatto dello sguardo adulto
Lo sguardo degli adulti sul comportamento dei bambini ha effetti più potenti di quanto immaginiamo. Se la preoccupazione dei genitori di Marco, Alessio e Luca può rendere i bimbi insicuri e a loro volta preoccupati - di fare qualcosa di sbagliato, di non piacere ai genitori, di avere qualcosa che non va -, anche l’eccessiva indulgenza nei confronti di una bambina in difficoltà davanti alle istruzioni per montare una costruzione o a un problema di matematica avrà delle ricadute sulla sua capacità di affrontare con successo quel compito.
Clara, 11 anni, ha preso 3 al primo compito di matematica delle medie. In lacrime, ha detto alla professoressa che lei la matematica non riesce proprio a capirla. Al colloquio con l’insegnante i genitori hanno raccontato che fin da piccolissima Clara entrava in crisi di fronte ai numeri, mentre Luigi, il fratello maggiore, è sempre stato “portato” per le materie scientifiche. Non sappiamo se il cervello di Clara e quello di suo fratello siano così diversi da spiegare questa differenza, ma sembrerebbe poco probabile.
Proviamo a pensare all’effetto di frasi quotidiane come: «Clara, se non ce la fai con i compiti di matematica chiedi a Luigi di darti una mano», «Adesso che vai alle medie sarà più difficile con le materie scientifiche, per fortuna sei brava in quelle artistiche…». Quello che ci dicono in più gli studiosi del cervello è che tutto ciò ha delle influenze anche a livello cerebrale: le ricerche mostrano che se una persona - come accade a Clara - è esposta costantemente al messaggio «Compiti come questo sono troppo difficili per te», nel momento in cui deve affrontarli si attivano nel suo cervello due diverse aree, quella legata alla ricerca della soluzione (area del ragionamento logico-matematico), e quella legata alle emozioni di ansia e inadeguatezza («Tanto lo so che non ci riesco»), che “consuma energie” e interferisce sulla qualità della prestazione.
La pressione sociale e il peso del pregiudizio
Sulla crescita e sullo sviluppo delle capacità e delle competenze di un bambino pesa dunque l’atteggiamento degli adulti, che a sua volta dipende dalle pressioni della società. Per quanto riguarda le bambine, questa pressione verso una “normalità di genere” è più sfumata: essere definita “un maschiaccio”, per una bimba di oggi, non ha lo stesso significato negativo che ha per un bambino essere tacciato di fare cose “da femminuccia”. E anche nelle generazioni precedenti le bambine che volevano “essere Jo” - la protagonista “maschiaccio” di Piccole donne - erano tutto sommato accettate in famiglia e fuori, seppure con qualche rimpianto per la loro scarsa passione per boccoli e vestitini vezzosi.
Per le bambine agisce in modo più pesante il pregiudizio sulle competenze: la convinzione che siano più portate per le materie letterarie, mentre i bambini per la matematica; che le femmine siano intuitive e i maschi razionali; che la meccanica, l’informatica, l’elettronica siano poco adatte alle ragazze. Anche uno sguardo ad altre società e culture ci conferma che parlare di differenze nella “naturale predisposizione” per alcuni campi del sapere non ha molto senso: ad esempio in diversi Stati del Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, la Giordania, l’Oman o il Kuwait, così come in India e in Pakistan, sono le ragazze ad avere i risultati scolastici migliori nelle materie scientifiche.
I motivi sono vari: dalla minore libertà che le “obbliga” a restare in casa, con la possibilità di dedicare più tempo allo studio rispetto ai coetanei maschi, alla forte motivazione che le spinge a emergere in tutti i campi per conquistare l’indipendenza.

Accompagnare lo sviluppo armonico
Ciò di cui un bambino ha bisogno, quindi, è un ambiente familiare - almeno quello! - in grado di accogliere e valorizzare il suo modo di diventare ragazzo o ragazza, un ambiente che gli permetta di sviluppare le sue potenzialità in qualsiasi campo si esprimano e che offra pari opportunità a maschi e femmine nella scelta del loro futuro. Frasi come «Se fossi nata maschio…», «Se non fossi stato un maschio…» raccontano il rimpianto per un futuro più vicino alle proprie esigenze, un futuro che è stato impedito dalle pressioni della società.
Il figlio che stiamo accompagnando nella crescita è nato con un determinato sesso. L’impegno dei genitori è di aiutarlo a diventare una persona - un uomo, una donna - equilibrata e completa. Tocca a noi per primi essere equilibrati in questo importantissimo compito. Accogliere con uguale interesse tutte le scelte e le passioni dei nostri figli: non esistono ambiti vietati ai maschi o alle femmine, né esiste il rischio che diventino “meno maschi” o “meno femmine”.
Ampliare il campo delle proposte di giochi e attività ed evitare di orientare con le nostre scelte gli interessi dei bambini. Garantire sia a un figlio maschio sia a una figlia femmina la vicinanza fisica (abbracci, coccole) e lo spazio per parlare di emozioni e sentimenti: sembra che ci siano ancora differenze notevoli nelle modalità di scambio affettivo dei genitori con i figli a seconda del sesso. Meglio lasciare che sia il bambino a regolare l’intensità di quegli scambi, evitando che passi il messaggio «Un maschio deve fare a meno di queste smancerie» o, al contrario, «Le bambine devono essere sempre disponibili a coccole e vezzeggiamenti». Vigilare sui nostri discorsi, sui commenti, sulle risposte a volte troppo sbrigative che riguardano l’essere maschio o femmina.
Diagnosi prenatale e miti popolari
Maschietto o femminuccia? Scoprire il sesso del bambino in arrivo è una delle emozioni più intense della gravidanza, un momento rivelatore che contribuisce a costruire l’identità del nascituro. Ciascuna coppia può decidere di viverlo diversamente: alcuni futuri genitori preferiscono non conoscerlo e rimanere nell’incertezza fino al momento del parto, per conservare l’effetto sorpresa.
Oggi i metodi scientifici per scoprire il sesso del feto sono notevolmente aumentati rispetto a quanto accadeva in passato. Villocentesi ed amniocentesi sono esami di diagnosi prenatale usati per escludere anomalie genetiche effettuati il primo intorno alla tredicesima settimana, il secondo tra la sedicesima e la diciottesima settimana di gestazione. Attraverso la puntura della parete addominale, consentono il prelievo di materiale di origine fetale per determinare l’assetto dei cromosomi. Accanto a questi test diagnostici, esistono tecniche tradizionali di discipline mediche alternative a quella occidentale, come per esempio la medicina cinese. Queste pratiche non possono considerarsi però effettive procedure scientifiche.
Allo stesso modo, sono moltissime le credenze popolari che si presume possano predire il sesso del feto. I metodi della nonna utilizzati per decifrare il sesso del nascituro sono numerosi. Tra i modi più in voga nella tradizione popolare per conoscere se si aspetta un maschietto o una femminuccia vi è sicuramente l’osservazione della forma della pancia della mamma, che nasconderebbe un maschio se a punta e una femmina se tonda. Naturalmente, si tratta di un’associazione senza fondamento. La conformazione della pancia ha poco a che vedere con il sesso del bambino.
Un’altra pratica diffusa è la prova del pendolino, che consiste nel fare oscillare un ciondolo o la fede nuziale appartenente alla mamma sulla sua pancia. Altrettanto radicato nella cultura popolare è il mito secondo il quale è possibile conoscere il sesso del nascituro in base al calendario lunare. Una credenza che si può spiegare tenendo in considerazione il grande fascino esercitato dalla luna sull’essere umano e l’influenza che ha avuto in molti ambiti della sua esperienza. A ben vedere, l’influsso della luna sulla vita umana poggia su delle motivazioni obiettive: sull’effetto della forza di gravità. La gravidanza è scandita da fasi proprio come quelle lunari. Per questo, si ritiene che, se il concepimento avviene durante la fase da luna crescente a lunga piena, nasca una femmina; se avviene durante la fase da luna calante a luna nuova, nasca un maschio.

I pronostici sul sesso del bambino sono legati anche ad alcuni sintomi caratteristici della gravidanza. Si tende, per esempio, ad associare la nausea a una più alta probabilità di aspettare una femmina. Questo perché alcuni studi sull’iperemesi gravidica, una condizione che provoca severa nausea e vomito durante la gestazione, sembrano evidenziare una maggiore insorgenza di questo disturbo nelle donne che aspettano una bambina. E ancora, la voglia di cibi dolci andrebbe interpretata come un segno del sesso femminile del bebè, mentre quella di cibi salati come un’evidenza del sesso maschile, così come la velocità di crescita dei peli sulle gambe. Scegliere il sesso del bebè prima di concepirlo è impossibile. Così come provare ad aumentare le probabilità di avere un maschietto o, al contrario, una femminuccia. La genetica, del resto, è basata sul caso.
L'esperienza genitoriale: quando il bambino "rompe" gli schemi
Si è mamma di un bambino di 3 anni e mezzo che, fin da quando ha iniziato a camminare e relazionarsi, mostra comportamenti tipicamente femminili e sceglie giochi propriamente femminili. Già a due anni diceva che voleva avere i genitali femminili come la sorella (più grande di due anni) e fa spesso i capricci perché vuole vestirsi con gonne, vestiti. Come mamma si cerca di non farsi vedere preoccupati e di assecondarlo in ogni situazione come a casa o dai nonni: si traveste ogni giorno da principessa e in qualsiasi cartone lui si identifica con una femmina.
All'asilo le maestre dicono che è un bambino molto tranquillo, gioca più con le femmine perché i maschi della sua classe sono molto “aggressivi” e non è nella sua indole seguirli nei giochi; lo vedono equilibrato e molto “avanti” per la sua età. La preoccupazione del genitore è che, crescendo e mantenendo questo atteggiamento, il bambino possa essere bullizzato; oltre al fatto che per il compagno non è accettabile che il bimbo da grande “voglia cambiare sesso”.
Il compito genitoriale è di accompagnare lo sviluppo armonico dei figli senza prevaricarli e aiutarli a mettere in luce le loro potenzialità. L'identità di genere è un processo complesso individuale che si sviluppa progressivamente e in modi diversi. Ricordatevi che la sua accettazione di sé, qualunque sarà il suo orientamento sessuale passa per la vostra accettazione di lui, fatene un adulto felice e realizzato.

Il linguaggio che costruisce la realtà
«Non sono una femminuccia!!!» - in questa semplice frase di un bambino che piange e viene sgridato o preso in giro si nascondono in realtà tanti luoghi comuni e tanti stereotipi legati al genere. Le parole sono importanti, e sono ancora più importanti quando vengono dette dalle figure significative, dai modelli per eccellenza del bambino: i suoi genitori. Ma saranno importanti anche quando quello stesso bambino piangerà a scuola davanti ai compagni e loro lo prenderanno in giro urlandogli “femminuccia” e lui ancora una volta non imparerà niente di nuovo… d’altronde glielo dicono anche mamma e papà quindi è proprio vero!
Moltissimi sono in psicologia gli studi sui ruoli di genere che raggruppano tutte le credenze sugli atteggiamenti e i comportamenti che sono visti come socialmente accettabili solamente per uno dei due sessi, su tutto ciò che definisce una bambina “femminile” e un bambino “maschile” e le generalizzazioni, gli stereotipi che emergono sono davvero tanti. Il pre-giudizio alimenta l’azione e se non riusciremo a liberarci di ciò che riteniamo culturalmente negativo, senza accorgercene indirizzeremo i nostri bambini ad avere determinati comportamenti piuttosto che altri.
Alle bambine verrà insegnata la gentilezza, ai maschi la forza, le femmine indirizzate verso sport armonici e basati sulla grazia, mentre i maschi verso sport di forza e di competizione. Penseremo che, mentre le bambine quando giocano a fare la mamma imparano ad essere materne, i maschi che giocano a fare il papà con un bambolotto tra le braccia corrono il rischio di “diventare una femminuccia”… Influenzeremo la loro espressione libera, il loro essere autentici e soprattutto forniremo loro gli strumenti inadeguati per relazionarsi l’uno contro l’altro: invece di valorizzare le differenze, tracceremo dei confini e faremo sì che i bambini imparino a nascondere le loro emozioni.
Smettiamo di parlare di giochi da maschi e da femmine, smettiamo di creare nelle libreria reparti con cartelli con su scritto “libri per maschi” e non diciamo più alla nostra bambina che sceglie un personaggio di Star Wars che è un gioco da maschio. Soprattutto smettiamo di dire ai nostri figli maschi che sono delle femminucce perché li aiuteremo non solo ad esprimere ciò che gli piace veramente, ma non faremo più passare il messaggio che la femmina è un “essere fragile e deboluccio”. Incoraggiamo le nostre bambine ad essere loro stesse ribelli mettendo in discussione chi dice loro di essere delle fragili principesse che devono aspettare il principe azzurro che le venga a salvare.
Educare al di là del genere
Il superamento di queste strutture che impongono ruoli rigidi ai nostri bambini passa attraverso l’educazione, non basta dire ai nostri bambini che non sono superiori alle bambine ma semmai diversi, non basta più solo dirlo… Bisogna educare, fare, passare all’azione, dimostrare ogni giorno ai nostri figli che non solo crediamo fermamente che debbano essere il più possibile loro stessi, ma farlo veramente anche quando ci fanno vedere ciò che non ci piace.
Un esempio di questa dinamica è il caso di un secondo figlio di 4 anni che dimostra una spiccata identificazione con il sesso femminile nei giochi: adora le bambole, si cambia in continuazione per essere elegante, detesta le tute, trucca i genitori e preferisce la compagnia delle bambine. In questi casi, l'intenzione trasversale di una consulenza pedagogica dovrebbe essere quella di tranquillizzare il genitore. Suo figlio è ancora piccolissimo e che è veramente prematuro preoccuparsi. Il primo obiettivo della lotta deve essere il pregiudizio molto, molto prima dell’assolutamente ipotetica omosessualità del suo bambino.
Esistono individui che manifestano fin dall'età pediatrica una sorta di senso di non appartenenza al sesso che è stato loro attribuito alla nascita. Questo non ha nulla a che vedere con l'orientamento sessuale. Se la situazione non lascia sereni, soprassedere o distogliere l'attenzione da tali comportamenti non è appropriato, perché rischia di comunicare comunque al piccolo due messaggi negativi: che ciò che fa è inadeguato e vi fa essere se non spaventati, almeno infastiditi o confusi.
Il risultato potrebbe essere che il bambino senta di non essere "conforme" alle vostre aspettative, che per compiacervi prosegua di nascosto le attività che gli piacciono, sentendosi però in colpa. Farvi coinvolgere anche in questi suoi giochi, al pari di quando fa un puzzle, o la corsa delle automobiline, o costruisce un robot con i Lego, vi può consentire di condividere con lui la gioia che gli fa brillare gli occhi, sentendosi accolto nella sua specifica individualità e libero di esprimere i significati che assumono per lui queste attività. Quindi, non accentuare, ma nemmeno trascurare.
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