Un Viaggio tra Mito, Arte e Devozione: La Rappresentazione della Maternità e della Donna Incinta tra la Sicilia e il Sacro

La Sicilia, terra intrisa di storia millenaria e leggende affascinanti, offre uno scenario unico in cui l'arte, il mito e la profonda devozione si fondono, narrando storie di maternità e di vita nascente. In questo contesto ricco di simbolismo, le rappresentazioni della figura femminile, sia come madre che come donna in attesa, assumono significati molteplici, riflettendo credenze antiche e sensibilità contemporanee. Ci troviamo lungo la riviera dei Ciclopi, ancora una volta a ripercorrere le tappe di un viaggio non solo geografico ma anche spirituale e culturale.

Aci Castello e la Modernità della Maternità: La Scultura "Madre e Figlio"

Il fulcro attorno a cui nella storia si è sviluppata la civiltà del paese di Aci Castello, un piccolo comune della città metropolitana di Catania, è il castello millenario di Aci. Come puoi vedere, il castello sorge su una gigantesca rupe di roccia vulcanica formata da strati e strati di lava proveniente da numerosi eruzioni sottomarine, una testimonianza silente delle forze primordiali che hanno plasmato quest'isola. È in questo scenario di imponente bellezza naturale e di echi leggendari che si inserisce una scultura che dialoga con la contemporaneità pur affondando le sue radici nel concetto universale della maternità.

L'opera in questione è intitolata "Madre e figlio", una scultura che ritrae una mamma moderna, al passo con i tempi. Questa è l'idea che trasmette la figura femminile della scultura di Aci Castello. Porta i capelli corti, un dettaglio che ne accentua la freschezza e la praticità. È vestita in modo leggero: la copre del tessuto sottile, che potrebbe essere interpretato come un copricostume visto il luogo in cui ci troviamo, esaltando con delicatezza le sue curve naturali. Anche il modo in cui è seduta sulla panchina trasmette tutta la sicurezza e disinvoltura di una donna forte e coraggiosa. La gamba sinistra è appoggiata sullo scalino più basso della panchina, mentre su quello di mezzo poggia la destra, su cui se ne sta a cavalcioni il suo bambino. È facile immaginare che stiano giocando a cavalluccio, un'istantanea di quotidiana tenerezza. Il bimbo è girato verso di lei e la guarda amorevolmente, uno sguardo ricambiato dalla tenerezza della mamma, che lo sostiene con il braccio destro, un gesto che incarna protezione e affetto incondizionati.

La scultura "Madre e figlio" è stata realizzata nel 2002 da Antonio Santacroce, uno scultore, pittore, incisore e disegnatore nato a Rosolini, in provincia di Siracusa, nel 1945, ma che da tempo vive tra la sua amata Sicilia e la Svizzera. L'artista stesso ha offerto una profonda interpretazione della sua opera, stabilendo un paragone tra la Madre e la Terra da un lato, e il figlio e l'umanità dall'altro. Questo accostamento eleva la rappresentazione della maternità a simbolo di un legame intrinseco e vitale con il pianeta. Si evince, tuttavia, una nota di rammarico: l'umanità si sta comportando da figliol prodigo nei confronti della madre, un monito a riflettere sul nostro rapporto con l'ambiente e le risorse naturali. Questo pensiero invita a una meditazione sulla responsabilità collettiva verso la nostra "madre" Terra, un tema che acquista particolare risonanza in un'isola come la Sicilia, dove la natura vulcanica e la fertilità del suolo sono costantemente presenti.

Scultura

Il contesto di Aci Castello, con le sue rocce vulcaniche e il mare profondo, è esso stesso intriso di narrazioni mitiche e letterarie. Te l'ho nominata all'inizio dell'articolo: la costa tra Aci Castello e Acireale è chiamata la riviera dei Ciclopi, perché si pensa che i luoghi che nell’Odissea Omero descrive abitati dai Ciclopi siano proprio questi. La forza bruta di Polifemo, la saggezza di Ulisse, e la sfida tra uomo e natura, sono elementi che risuonano ancora oggi. Giovanni Verga, celebre scrittore della corrente letteraria del verismo italiana, ha ambientato un suo racconto dai toni gialli, "La storia del castello di Trezza", proprio attorno al castello di Aci, legando indissolubilmente questi luoghi alla grande letteratura.

C'è un'altra leggenda che alberga in questi luoghi, quella del mito di Aci e Galatea. Galatea era una bellissima ninfa del mare, perdutamente innamorata del giovane Aci. Ma, come in ogni racconto mitico che si rispetti, c'è un terzo incomodo, che non è niente di meno che… Polifemo! Galatea snobba l'amore che il gigante mono-occhio prova per lei, e lui per gelosia scaglia un masso - il potere segreto di Polifemo è lanciare massi evidentemente - su Aci, uccidendolo. Per pietà Giove e gli altri dei trasformano il sangue di Aci in un fiume, l’Akis, che prima che l’eruzione dell’Etna del 1169 lo facesse sparire bagnava proprio i paesi del catanese che contengono nel nome la parola Aci. Sempre secondo il mito Polifemo avrebbe poi dilaniato il corpo di Aci, lanciandone nove pezzi in corrispondenza dei nove paesi con prefisso Aci: Aci Castello, Aci Trezza, Acireale, Aci Catena, Aci San Filippo, Aci Sant’Antonio, Aci Platani, Aci Bonaccorsi e Aci Santa Lucia. Questo intreccio di mito, paesaggio e arte moderna rende Aci Castello un luogo dove la maternità, sia essa intesa in senso letterale o metaforico, è profondamente radicata nella memoria collettiva e nel genius loci.

La Figura della Donna Incinta nell'Arte e nella Devozione Religiosa

Se la scultura "Madre e figlio" di Aci Castello evoca un'immagine di maternità contemporanea e terrena, la rappresentazione della donna incinta nell'arte e nella devozione religiosa assume sfumature diverse, spesso legate a un profondo significato spirituale. Le immagini di una Vergine visibilmente incinta, ad esempio, non sono molto comuni negli Stati Uniti, ma le cose potrebbero cambiare, testimoniando un'evoluzione nella percezione e nell'accettazione di questa sacra condizione.

Un esempio significativo di questa tendenza si è manifestato in un contesto specifico e toccante. Il giorno della festa della Mamma del 2015, la chiesa di Santa Maria Maddalena del quartiere di Brentwood a St. Louis, nel Missouri (Stati Uniti), ha inaugurato un santuario dedicato ai bambini non nati, soprattutto quelli morti prima di venire al mondo. È situato nel lato occidentale del vestibolo, e vi si può ammirare una statua di una Beata Vergine Maria incinta. Questa statua non è solo un'opera d'arte, ma un punto focale di preghiera e consolazione. Padre Jack Siefert, parroco della chiesa, ha affermato: “Vado lì vicino varie volte al giorno e vedo sempre qualcuno seduto o inginocchiato nel santuario a pregare”, evidenziando l'impatto spirituale della statua sulla comunità.

La realizzazione di questa statua è nata da un'idea dell’artista Michele Bowman di Restorations Plus, una compagnia di St. Louis che restaura e crea opere d’arte religiosa. “Padre Jack ha apprezzato l’idea”, ha commentato la Bowman, sottolineando la risonanza del progetto con i valori della parrocchia. Oltre alla statua, sono stati collocati due inginocchiatoi e candele votive, accanto a una mensola su cui le persone possono scrivere le proprie intenzioni di preghiera. “I biglietti lasciati lì sono commoventi”, ha sottolineato padre Siefert, rivelando la profondità delle speranze e dei dolori che vengono affidati a questo santuario. Il santuario e la sua statua di Maria incinta sono diventati popolari tra i visitatori, ha ammesso la Bowman, perché si tratta di una statua “positiva per le donne, per la causa pro-vita e per le donne che hanno rimorsi per le decisioni che hanno preso quando erano incinte.” Questa specificità nel messaggio e nell'accoglienza rende l'opera un simbolo potente di speranza e riconciliazione.

Statua della Madonna incinta in un contesto sacro

Anche se le statue della Madonna incinta sono rare negli Stati Uniti, in altre parti del mondo, come l’Europa, il Sudamerica o le Filippine, sono più diffuse, integrandosi nel tessuto culturale e devozionale. Il dottor Mark Miravalle, docente di Teologia presso l’Università Francescana di Steubenville ed esperto di Mariologia e Teologia Spirituale, ha notato che in una delle sue rappresentazioni più famose, come Nostra Signora di Guadalupe, la posizione del fiocco nero intorno alla vita implica che la Vergine è incinta. Questo dettaglio iconografico, apparentemente minore, è carico di significato, indicando una consapevolezza storica e teologica della maternità di Maria anche prima del parto. La figura della Vergine Maria, dunque, non è solo simbolo di purezza e divinità, ma anche incarnazione della maternità in tutte le sue fasi. Come ha detto Santa Teresa di Lisieux, Maria è una regina, ma più una madre che una regina. È intronizzata a destra di Gesù, ma è anche la madre di Cana, che assume un rischio, chiedendo cose apparentemente mondane, dimostrando una maternità attiva e intercessoria che va oltre il semplice ruolo regale.

Maria, Cardine della Natività e Madre Universale

La figura di Maria, in quanto Madre di Gesù, rappresenta un cardine e un fulcro di vicende che delineano non solo la storia della nascita di Gesù ma l'intera storia della cristianità. Questa centralità della Madonna è inestricabilmente legata al concetto stesso di natività, al punto che si dice, altresì, che senza natività, non esiste la maternità! O meglio che la natività è manifestazione proveniente dalla maternità. Tale affermazione sottolinea un legame profondo e indissolubile tra l'atto del dare alla luce e l'essenza stessa dell'essere madre, elevando la condizione della donna in attesa e della madre a un piano di sacralità e universalità.

In più, uno dei preamboli che segnano l’atteggiamento mariano si rinviene in una movenza peculiare della Madonna, ovvero quello proteso alla meditazione. Così, Maria medita! Andando poi all’etimologia greca del verbo meditare, la definizione corrisponde a “mettere insieme”. In tal senso, si vuole “mettere insieme” il novero dei pezzi e/o frammenti che afferiscono alla realtà odierna e di ogni tempo. Attraverso la sua profonda meditazione, Maria non si limita a riflettere passivamente, ma attivamente ricompone le frammentazioni dell'esistenza, cercando un'unità superiore. In ultimo, Maria, attraverso il suo meditare, in religioso e assoluto silenzio, intende raggiungere l’unità dell’insieme, proveniente da vari pezzi di ogni realtà possibile e di ogni epoca. Questo processo di unificazione e contemplazione risponde all’ascesi cristica, un percorso di elevazione spirituale che trova nella maternità divina una delle sue espressioni più alte. Ella coniuga, ancora, la realtà attraverso un continuum spazio temporale, dimostrando una comprensione profonda che trascende i limiti della percezione comune.

In tutto ciò, si rivela la natura di Maria che collima con l’essere Madre per effetto divino e secondo la legge dei padri della Chiesa. Solo così, è possibile approssimarsi alle cose del mondo con vaticinata cognizione e far collimare, in quel divenire, realtà percepita e fattuale. La sua figura diventa un ponte tra il divino e l'umano, un esempio di come la fede e la contemplazione possano unire ciò che sembra disgiunto. In un connubio di Alfa e Omega, la parola chiave è unicità, interpretabile alla stregua di un fil rouge che tutto lega. Qui, la liturgia del silenzio di Maria è un espediente potente per trovare la luce custode della percezione e meditazione. Ogni "res pensata" si riflette sul tetto dell’universale congetturare e illuminare le menti, suggerendo come la riflessione interiore possa avere un impatto universale. In aggiunta, la liturgia del pensiero è in sé madre e lucerna che risuona sulle note del silenzio, per orientare il tragitto esperienziale di disegni, concezioni e dottrine lungo le sponde dell’interiorità, fornendo una guida spirituale per l'individuo e per la collettività.

La maternità di Maria

Tradizioni Siciliane Legate alla Gravidanza e alla Nascita: Usi e Credenze Popolari

Riprendendo le fila della natività e maternità, è possibile poi riconnettersi a pensieri più terreni e pensati, approntati da Giuseppe Pitrè, figura eminente della cultura siciliana, e convogliati poi sulle tradizioni siciliane. Pitrè, G., nel suo fondamentale "Usi natalizi, nuziali e funebri del popolo siciliano" del 1879, ha magistralmente documentato la ricchezza del folclore isolano. Detto personaggio si è affermato nel panorama letterario del XIX secolo come scrittore, medico, letterato nonché etnologo, e il suo lavoro rimane una fonte inestimabile per comprendere le usanze del tempo. In tal caso, Pitrè inquadra la maternità e la natività secondo i costumi del suo tempo, offrendo uno spaccato autentico della vita siciliana.

Una delle espressioni più caratteristiche che ci tramanda è “li cosi di la panza”, con cui si intende l'insieme del corredo che necessita al nuovo nato, un concetto che oggi chiameremmo semplicemente "corredo del neonato". Il termine “cannistru” rappresenta il nome collettivo di questo corredo, un vero e proprio cesto simbolico di speranza e preparazione per la nuova vita. A seguire, nel “cannistru” si mettono i "sciddareddi", ovvero i panni di lino, essenziali per la cura del neonato. Questi ultimi servono anche a pulire il neonato e ad asciugar il capo dall’acqua battesimale, sottolineando il loro ruolo sia nella igiene quotidiana che nei rituali sacri. Esso può contenere anche "cammiseddi" (camiciuole), "scufieddi" (cuffiette), "quasuddi" (calzoncini), "quasitteddi" (calzettini), tutti capi di abbigliamento intimi e delicati, pensati per la fragilità del neonato. Tra gli indumenti del corredo si menzionano, poi, "spinsareddi" (camiciuole da notte), che garantiscono comfort durante il sonno, e "pitturaleddi" (bavaglini), indispensabili per i primi pasti del bambino. Questo dettagliato elenco non è solo una lista di oggetti, ma un affresco della cura e dell'amore che circondavano l'arrivo di un nuovo membro nella famiglia siciliana.

Rappresentazione di un

Inoltre, tra le notizie che riconducono agli usi della tradizione popolare, si citano in primis quelle religiose, che giocano un ruolo fondamentale nella vita delle gestanti. Con rimando a San Francesco di Paola, le donne si rivolgono a lui per un buon esito di gravidanza e parto, cercando protezione e benedizione in un momento così delicato. Secondo l’usanza, la gestante deve recarsi in chiesa ogni venerdì, e farsi benedire addosso il cordone del Santo, un rito che infondeva fiducia e speranza. Poi, il protocollo popolare vuole che, previa elemosina e benedizione, si diano “due fave benedette, unitamente a poche ostie benedette, un’immagine del Santo, una piccola candela”, elementi che componevano un piccolo kit di protezione spirituale per la madre e il bambino. Questi gesti, carichi di fede e tradizione, attestano la profonda religiosità del popolo siciliano e la sua tendenza a cercare conforto nel sacro in momenti di passaggio cruciale come la nascita. Nei momenti di preghiera, si invoca altresì Maria! Madre di Gesù e di ogni figlio/a della Terra, ribadendo la sua centralità come figura materna universale e intercessoria.

Concludendo il ciclo della nascita, in tempo di Epifania, si proferisce qualche aneddoto sul sacramento del battesimo, un rito che segna l'ingresso del bambino nella comunità cristiana. Nel giorno del "battizzu" o "vattiu", il neonato viene abbigliato “d’una vesticina bianca, e d’una cuffietta anch’essa bianca” quale richiamo al candore e alla purezza divina, simboli di innocenza e nuova vita. In più, il bambino viene portato in chiesa “colla testa sul braccio destro se maschio, sul braccio sinistro se femmina”, una distinzione che, pur non avendo un significato teologico specifico, riflette l'attenzione ai dettagli e la formalità che accompagnavano ogni fase della vita fin dalla nascita nella cultura tradizionale.

La Madonna del Parto: Un Ponte tra Devozione e Maternità

Se in Sicilia le tradizioni popolari si intrecciano con la devozione a Maria e ai Santi, il culto della Madonna del Parto a Roma offre un esempio illustre di come la figura della Vergine sia invocata specificamente in relazione alla gravidanza e al parto, trascendendo i confini regionali per toccare un'universalità di fede. La seconda domenica di ottobre nella basilica romana di S. Agostino in Campo Marzio, viene ricordata la Madonna del Parto. Questa statua, alta 181 centimetri, raffigura la Vergine con il Bambino in braccio. È oggetto di grande devozione, in particolare da parte delle donne incinte (“partorienti”), che la invocano per ottenere protezione durante la gravidanza e il parto. Questa devozione, sebbene non direttamente siciliana, risuona profondamente con la sensibilità religiosa presente sull'isola, dove la protezione della madre e del nascituro è sempre stata una priorità.

L’opera fu realizzata dall’artista Jacopo Tatti (1486-1570) detto il Sansovino, che la scolpì servendosi del marmo di Carrara tra il 1516 e il 1521, su incarico della famiglia del ricco mercante fiorentino Giovanni Francesco Martelli, che la donò subito dopo ai Padri Agostiniani. La storia dell'opera, quindi, è essa stessa un viaggio attraverso il mecenatismo rinascimentale e la diffusione della fede. L’usanza devozionale verso la Madonna del Parto prevedeva che i fedeli baciassero il piede della statua, un gesto di umile richiesta e venerazione che ancora oggi viene praticato. Sull’architrave che sovrasta la statua c’è l’iscrizione “Virgo Gloria Tua Partus”, che significa “Vergine, il parto è la tua gloria”. Questa frase rafforza inequivocabilmente l’identificazione devozionale della statua come “Madonna del Parto”, rendendola un simbolo potentissimo per tutte le donne che affrontano la maternità, un messaggio di sacralità e onore per il momento del dare alla luce.

"I Desij" e le Voglie: Folclore e Presagi nella Gravidanza Siciliana

Il viaggio attraverso la maternità e la gravidanza nel contesto siciliano non sarebbe completo senza un'immersione nel ricco e variegato mondo del folclore e delle credenze popolari, in particolare quelle legate ai cosiddetti "desij" o "voglie" delle donne incinte. Queste credenze, tramandate oralmente e spesso documentate da etnologi come Pitrè, rivelano una profonda comprensione, seppur mistica, dei misteri della gravidanza e del legame indissolubile tra madre e figlio.

A tal proposito un'antica canzone popolare recitava:"Comu gravida donna chi disiaFrutti ch'a chiddu tempu non ci sù,Si tocca a un puntu cu dda fantasia,Passatu un pocu nun ci penza cchiù:Nasci lu partu cu zoccu vulia,Signatu appuntu unni tuccatu fu."

Questa canzone illustra perfettamente il nucleo della credenza: la donna incinta che brama un frutto fuori stagione, se in quel momento di desiderio tocca una parte del proprio corpo, il nascituro potrebbe presentare una "macchia" o un "segno" proprio in quel punto, correlato al cibo desiderato. Infatti, scriveva Giuseppe Pitrè, descrivendo con precisione il fenomeno: "Cosa frequentissima è quello che accade alle donne gravide, che bramando qualche frutto, o altra cosa da mangiare, se toccano una parte del corpo, mandano poi a luce il parto colla macchia nel luogo toccato, del frutto o altro da loro desiderato. Vengono questi strani effetti chiamati Desij o voglie." Questo è un esempio lampante di come la cultura popolare cercasse di dare un senso a fenomeni inspiegabili, creando un ponte tra il desiderio materno e le manifestazioni fisiche sul neonato.

La portata di queste credenze non si limitava a semplici macchie cutanee. Poteva capitare che il neonato presentasse la voglia non a mo' di macchia, ma di vera e propria carne, come una riproduzione in 3D del frutto o dell'oggetto desiderato. Questi racconti, intrisi di meraviglia e un pizzico di timore, sottolineano l'importanza attribuita ai desideri della donna incinta e il potenziale impatto che questi si riteneva potessero avere sul futuro bambino. Per tutelare il nascituro da tali "segni", la tradizione prevedeva un rituale specifico. In primis il marito della donna in gestazione sarebbe andato a bussare alla porta della casa chiedendo un po' di quel cibo che aveva scatenato la voglia di sua moglie. Nel caso l’avesse ricevuto, la donna gravida avrebbe soddisfatto il "disio" e la questione si sarebbe risolta lì, senza conseguenze per il neonato. Questo gesto non era solo un modo per placare la brama della moglie, ma anche un atto simbolico di prevenzione e cura, un modo per la comunità di contribuire al benessere della futura madre e del bambino.

Illustrazione storica di una donna incinta che manifesta una

Tuttavia, non sempre era facile assecondare ogni desiderio, soprattutto quando si trattava di frutti fuori stagione o di cibi rari. A quel tempo, per difendersi da tali maledizioni casalinghe, o dalle sfide che le voglie imponevano alla famiglia, si recitavano anche questi versi, con un tono che mescolava la rassegnazione all'ironia, mettendo in luce le difficoltà che potevano sorgere:

"La mogghi prinulidda è un'assassina,Chi ogni piaciri ti sturba e avvilena,Chianci 'ntr' Aprili ca voli racina,Tra fibbraru vircoca a tutta lena."

Questi versi dipingono la figura della "mogghi prinulidda" (la moglie incinta) come una sorta di "assassina" del piacere, non per malizia, ma a causa dei suoi desideri incontrollabili e spesso irrealizzabili. Richiedere uva ad aprile o albicocche a febbraio era un'impresa quasi impossibile per le condizioni dell'epoca, mettendo a dura prova le risorse e la pazienza del marito. Questa parte del folclore siciliano, intrisa di realismo popolare, ci ricorda che la gravidanza era vista non solo come un evento sacro e miracoloso, ma anche come un periodo di sfide pratiche e emotive, che coinvolgeva l'intera famiglia e la comunità, riflettendo una comprensione complessa e stratificata della maternità.

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