Saverio Tutino è stato una figura poliedrica e profondamente influente nel panorama culturale italiano del secondo Novecento. La sua vita, lunga ottantotto anni, è stata un intreccio indissolubile tra impegno civile, passione giornalistica e una dedizione incrollabile alla salvaguardia della memoria individuale e collettiva. Chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo o anche solo di incontrarlo, non può fare a meno di riconoscerlo in certe gestualità delle mani, nella mimica facciale, nello sguardo appuntito che certi scatti fotografici hanno saputo catturare. La sua esistenza è stata un continuo movimento, un'esplorazione del mondo attraverso la scrittura in tutte le sue forme: dal diario al reportage, dal saggio alla cronaca orale.

Le Radici e la Formazione: Un Uomo tra Mondi
Nato a Milano il 7 luglio 1923, Saverio Tutino proveniva da una famiglia borghese e benestante. La sua discendenza era radicata sia nella tradizione agricola padana, con solidi interessi curati dalla madre, sia in una famiglia paterna di stampo liberale. Il nonno materno, in particolare, fu un garibaldino e un pioniere sociale, fondatore a Milano della società "L’umanitaria", dedicata all'istruzione operaia. La prima infanzia di Tutino fu segnata da un'esperienza francese, un periodo che contribuì a formare in lui un "vago senso di appartenenza a un destino comune" durante gli anni del fascismo.
L'ambiente liceale, frequentato presso il liceo milanese Berchet, fu un vero e proprio "campo di esercitazioni alla vita". Qui, insieme a figure come Lorenzo Milani, Tutino iniziò a sviluppare un pensiero critico. Fondamentale fu anche la frequentazione con lo zio Ettore Castiglione, detto Nino, un alpinista di fama tra le due guerre, dalla formazione anglosassone. Castiglione, che aveva lavorato presso i Loyd a Londra, introdusse Tutino al mondo dell'alpinismo, un'attività che richiedeva disciplina, coraggio e una profonda connessione con la natura. Questa vicinanza allo zio, che dopo l'armistizio organizzò un gruppo partigiano vicino alla Svizzera, facilitando la fuga di ebrei e oppositori politici, segnò un progressivo allontanamento di Tutino dal Regime fascista. La tragica cattura e morte dello zio, avvenuta nel marzo 1944 mentre forse cercava di portare oggetti al nipote internato, lasciò un segno indelebile nella sua formazione.

La Resistenza: L'Inizio di un Impegno Militante
Il 1943 vide Tutino in un campo di addestramento ad Albavilla, sul lago di Como. L'8 settembre, con la notizia dell'armistizio, la sua vita prese una svolta decisiva. Rientrato a Luino, dovette presto affrontare la realtà della guerra e la necessità di fuggire in Svizzera. Qui, in un campo di rifugiati, ebbe i primi contatti con esponenti del Partito Comunista, tra cui Giulio Seniga, che gli raccontò degli scioperi degli operai, evidenziando come "la fame aveva spronato in loro il coraggio civile". In Svizzera, Tutino si dedicò al lavoro per il Soccorso Rosso, trasportando pacchi per gli internati, e si impegnò nella propaganda e nel reclutamento tra gli studenti per il Partito Comunista, colpito dall'efficienza della sua organizzazione.
Dopo diversi tentativi, Tutino ripassò clandestinamente in Italia per unirsi alla Resistenza, adottando il nome di battaglia "Nerio". Operò nel Canavese e a Cogne, collaborando con il giornalino partigiano «Il patriota della Val d’Aosta». Successivamente, nel comando della settantaseiesima Brigata Garibaldi, nata ad Ivrea, ricoprì i ruoli di vice e poi commissario politico. In questa veste, tenne i rapporti con la popolazione civile e presiedette un tribunale partigiano, un'esperienza che lo segnò profondamente, come testimonia il ricordo della condanna a morte di un compagno che aveva rubato ai contadini.
Alessandro Barbero_Resistenza e Liberazione_ottanta anni fa.
L'esperienza partigiana è vividamente descritta nell'introduzione alla raccolta di racconti partigiani "La ragazza scalza" (Einaudi 1975), uno dei suoi rari testi di narrativa pura. Le azioni della Brigata nella primavera del '44 e le sensazioni vissute durante l'attesa dell'inverno, "come uno spettro, che assorbe la ragione e le impone una determinata paura", rivelano la profonda umanità e la solitudine che caratterizzavano la lotta partigiana. Tutino sottolinea come alla forza e al coraggio richiesti in determinati momenti si contrapponesse la necessità di mantenere questo impegno per un tempo illimitato, una scelta che ognuno doveva compiere con la propria coscienza, essendo ognuno un volontario. La discussione sull'opportunità di proseguire la lotta durante l'inverno, che vide protagonista il comandante Walter Fillak (Martin) nel difendere la scelta della lotta invernale, evidenzia la determinazione e la compostezza di coloro che scelsero di rimanere. Tutino ricorda le capacità organizzative di Fillak, specie nel coordinamento con i reparti del biellese, capaci di recuperare e riutilizzare stoffe nemiche grazie al lavoro delle ragazze del Fronte della Gioventù. La tragica fine del gruppo dirigente nel febbraio 1945, a seguito di un colpo di mano tedesco guidato da un traditore, vide la morte di molti compagni, tra cui Fillak, la cui esecuzione fu particolarmente brutale. Tutino riuscì a salvarsi per caso, trovandosi a distanza dal luogo dell'attacco. Questo evento traumatico è ricostruito nel suo diario, testimonianza della sua capacità di elaborare il lutto e la perdita. Nonostante le perdite, la Brigata sopravvisse e contrattaccò nel mese successivo. Un ultimo episodio di alta tensione si verificò con la guerra agli sgoccioli, quando Tutino e pochi altri furono inviati dagli americani a parlamentare con ufficiali nazifascisti a Castellamonte, una situazione che si concluse con la resa dei tedeschi.
Il Giornalismo e i Quattro Continenti: Un Testimone del Mondo
Dopo la guerra, la carriera giornalistica di Saverio Tutino prese avvio presso «L’Unità», dove si occupò di scioperi e cronache di provincia. La sua adesione al Partito Comunista, pur alimentata da un forte idealismo, fu costellata da indecisioni personali e riserve politiche, che gli resero difficile un avanzamento di carriera deciso e una sicurezza economica. Una parte dello stipendio di giornalista, infatti, finiva al partito: "faticosamente annaspavo alla ricerca di mio ruolo". La sua posizione critica sui fatti d'Ungheria nel 1956, da direttore di «Nuova generazione», gli costò il licenziamento per "atteggiamenti personalistici".
La vera svolta professionale e personale avvenne con il contatto con le "ventate rivoltose del Terzo Mondo", un mondo che percepiva come più aperto alla trasformazione rispetto all'Italia. Iniziò a svolgere inchieste sull'Algeria per il «Nuovo Contemporaneo» e, nel 1958, divenne corrispondente da Parigi. La sua raccolta di testimonianze sulla guerra d'Algeria fu utilizzata da Giovanni Pirelli per il suo libro "Lettere dei condannati a morte della Resistenza algerina". Tuttavia, la posizione dei partiti operai, in particolare quello francese, poco incline a sostenere i movimenti terzomondisti, gli attirò critiche e una nuova revoca dell'incarico.

Cuba rappresentò per Tutino una fuga da sé e da un matrimonio in crisi, un modo per nascondersi dietro un incarico utile agli altri. Vi giunse nel 1964, in un periodo in cui il sogno utopico della Rivoluzione cominciava a confrontarsi con la realtà del potere di Castro. Nonostante le diffidenze del regime e le perquisizioni notturne, e le incomprensioni in Italia per la sua vicinanza allo "spontaneismo" del Che, la sua esperienza cubana fu caratterizzata da una stagione di "piena vitalità", come testimoniano le numerose amicizie, relazioni politiche, culturali e amorose, e le interviste che ne scaturirono. Da questa esperienza nacquero opere come "L’ottobre cubano" (Einaudi 1971), "Il Che in Bolivia" (Roma Editori Riuniti 1996), "Gli anni di Cuba" (Mazzotta 1973) e "Il mare visto dall’isola. Racconti testimonianze e cronache di una resistenza" (Roma Gamberetti 1998).
Il sottile malessere del ritorno in Italia non cessò, nemmeno con le sedute psicanalitiche: "di me parlavo di sfuggita come un’inafferrabile trota nel torrente". Furono anche gli anni del peggioramento della sua salute, con un intervento al cuore e una pancreatite, che lo spinsero a ritirarsi dal giornalismo attivo e a trasferirsi in campagna.
L'Uomo dei Quattro Continenti
Saverio Tutino fu, in modo raro per un intellettuale del suo tempo, un uomo dei quattro continenti. La sua vita privata e professionale si è dipanata tra l'Italia, la Spagna, la Francia, la Somalia, l'Algeria, la Cina e l'America Latina. In ognuno di questi luoghi, Tutino ha lasciato pagine scritte, ma anche pagine sonore, coltivando con maestria la pratica del racconto orale, della cronaca verbale e dell'affabulazione. Questa sua capacità di intrecciare la scrittura con la parola parlata lo ha reso un testimone privilegiato di eventi e dinamiche storiche di autentica dimensione internazionale.
Nel 1950, fu invitato a visitare la Cina post-rivoluzionaria, partecipando alla prima delegazione di giornalisti occidentali. Successivamente, fu inviato in Francia durante la Guerra d'Algeria, esperienza da cui trasse il suo primo libro, "Gollismo e lotta operaia" (Einaudi 1964). Come inviato speciale de «L'Unità» a Cuba, divenne uno dei principali esperti occidentali della Rivoluzione cubana e dei fermenti rivoluzionari dell'America Latina negli anni Settanta. Questi furono gli anni del suo maggiore riconoscimento professionale, durante i quali viaggiò intensamente, scrisse per diverse testate nazionali e internazionali ("L’Unità", "Le Monde", "El Pais", "La Repubblica") e pubblicò saggi. Parallelamente, collaborò con la rivista "Linus", tracciando in anticipo una mappatura delle trame eversive e dello stragismo neofascista.
L'Archivio Nazionale del Diario: Custodire la Memoria
Il culmine della sua ricerca sulla vita umana e il suo desiderio di dare voce a chi non ne aveva si manifestarono con la fondazione, nel 1984, dell'Archivio Nazionale del Diario a Pieve Santo Stefano (Arezzo). Quest'iniziativa nacque dalla sua intuizione di creare uno spazio culturale dedicato alla raccolta delle scritture diaristiche e autobiografiche degli italiani. L'archivio, che oggi custodisce migliaia di testimonianze tra diari, memorie ed epistolari di persone comuni, è diventato un monumento nazionale della memoria.

L'idea di creare un archivio nacque da un "riflusso" tipico della sua generazione, ma si trasformò in un fecondo colpo di coda, un modo per riscattare "cinquant'anni di frustrazioni patite nella ricerca della stessa cosa per un'altra via, quella di un'illusione, sempre delusa da se stessa". L'obiettivo era salvare dalla perdita un mondo individuale e sociale, offrendo narrazioni capaci di sollecitare l'attenzione degli storici e di studiosi di diverse discipline, favorendo significative innovazioni nella ricerca.
Nel 1998, assieme a Duccio Demetrio, Tutino fondò la Libera Università dell'Autobiografia ad Anghiari, un'ulteriore iniziativa volta a promuovere la riflessione sulla memoria e sull'identità attraverso la scrittura di sé. La sua autobiografia, "L'occhio del barracuda" (Feltrinelli 1995), con il sottotitolo "autobiografia di un comunista", ripercorre le tappe salienti della sua vita, offrendo uno spaccato intimo e intellettuale del suo percorso.
La mostra dedicata a Saverio Tutino, che parte dal Premio Pieve 2023, anno del centenario della sua nascita, si colloca in uno spazio inedito dell'Asilo Umberto I, quello che costeggia il "Giardino della memoria" a lui dedicato. Un giro di immagini nelle molte vite di Saverio, tenendo conto anche dell'ambiente famigliare che le ha incubate, facendo di Tutino un partigiano, un giornalista e infine il fondatore dell'Archivio dei diari.
L'Eredità di un Testimone
La figura di Saverio Tutino continua a ispirare e a stimolare riflessioni. Il convegno "Se Saverio fosse oggi" nasce con lo spirito di una festa, di condivisione e di approfondimento, con l'auspicio di promuovere una riflessione globale sul suo profilo privato e pubblico, sul suo contributo allo sviluppo della vicenda politica e culturale italiana, con uno sguardo rivolto all'attualità e al lascito offerto all'Italia contemporanea. La "biografia sonora" realizzata da Rai Radio3, articolata in cinque puntate, celebra il fondatore dell'Archivio Diaristico attraverso interviste, testimonianze e materiali sonori, rendendo omaggio alla sua passione per la scrittura e la narrazione, che lo ha reso un testimone privilegiato degli eventi del Novecento. L'ultima puntata di questo podcast è dedicata al suo paese natale, Pieve S. Stefano, e al suo più grande successo: l'Archivio Nazionale del Diario.
Saverio Tutino, nato a Milano nel 1923 e scomparso a Roma nel 2011, è stato un uomo che ha vissuto intensamente, intrecciando la sua esistenza con i grandi eventi del suo tempo e dedicando la sua vita alla salvaguardia della memoria. La sua scrittura, mai astratta o puramente letteraria, è stata sempre radicata nei fatti storici, nei luoghi reali e nelle persone concrete. La sua eredità vive nell'Archivio Diaristico Nazionale e nella Libera Università dell'Autobiografia, luoghi che continuano a raccogliere e a valorizzare le voci e le storie della gente comune, un patrimonio inestimabile per comprendere il presente e immaginare il futuro.