L'antica Roma, con la sua ricchezza culturale e le sue complesse tradizioni, ci offre uno spaccato affascinante su molteplici aspetti della vita quotidiana, dalla sfera domestica a quella pubblica. Tra le curiosità che emergono dallo studio delle fonti antiche, spicca il termine "placenta", che nel contesto romano assumeva una duplice valenza, assai distante dalla sua accezione biologica moderna. Da un lato, il termine evocava un'apprezzata prelibatezza culinaria, un dolce stratificato che deliziava i palati e impreziosiva i banchetti. Dall'altro, sebbene non con la stessa terminologia moderna, la vita riproduttiva, la gestazione e il parto costituivano un insieme di conoscenze, credenze e pratiche che delineavano il destino delle famiglie e della società. Questo articolo si propone di esplorare queste due dimensioni della "placenta" nell'antica Roma, dipingendo un quadro dettagliato che spazia dalle raffinatezze gastronomiche alle profonde considerazioni sulla nascita e sulla continuità della stirpe.

La Placenta come Delizia Culinaria Romana: Un Dolce D'Antica Tradizione
La "placenta", dal greco plakous (torta), è un dolce frequentemente menzionato nelle fonti romane e rappresenta uno degli esempi più eloquenti della ricchezza della gastronomia antica. Non si trattava di un piatto qualunque, ma di una preparazione elaborata, un vero e proprio simbolo di convivialità e raffinatezza. Veniva servita nei convivia, come leggiamo nel Satyricon di Petronio, testimoniando la sua presenza nelle occasioni sociali più importanti e sfarzose. Tuttavia, la sua popolarità andava oltre i banchetti aristocratici, poiché spesso i fornai la vendevano anche a fette, come ricordato da Marziale, rendendola accessibile a un pubblico più vasto e integrando il suo sapore nella dieta quotidiana dei Romani.
La storia di questo dolce affonda le radici in un passato ancora più remoto. Sembra che, passando attraverso i mercanti etruschi che commerciavano con la Grecia, arrivò fin sulle tavole delle famiglie nobili romane, arricchendo il repertorio culinario con influenze mediterranee. La sua fama e la sua tradizione sono state così durature che, secoli dopo, Bartolomeo Sacchi, noto come Platina, nel suo celebre trattato di gastronomia, il De honesta voluptate et valetudine, stampato per la prima volta a Roma tra il 1473 e il 1475, accennò a questa prelibatezza. Platina, precettore dei figli di Ludovico Gonzaga a Mantova e poi amico degli umanisti più importanti del tempo a Firenze, considerava la cucina un onesto piacere e un elemento fondamentale per una vita sana, e pur trascrivendo prevalentemente ricette medievali, riconosceva il valore di piatti della tradizione classica come la placenta, la quale apparteneva di certo alla tradizione classica. Questo dimostra la persistenza e il rispetto per le ricette antiche anche in epoche successive.
La Ricetta della "Placenta" di Catone: Un Capolavoro di Pasticceria Antica
Di questo dolce così popolare resta un’unica ricetta tramandata nel De Agri Cultura di Catone, un'opera risalente a circa il II secolo a. C. La ricetta di Catone è intesa per una torta di notevoli dimensioni, riflettendo probabilmente l'esigenza di preparare grandi quantità per banchetti o per sfamare numerose persone. Leggere la ricetta di Catone può presentare difficoltà, in quanto richiede una conoscenza approfondita degli ingredienti usati dagli antichi Romani e delle loro tecniche culinarie. Ciò nonostante, gli studiosi moderni hanno dimostrato che vale tutto lo sforzo, poiché la placenta è straordinariamente gustosa ed è il modo perfetto per concludere un ricco convivium romano, offrendo un sapore autentico del passato.
La preparazione è piuttosto complessa e richiede attenzione e manualità. Vediamo in dettaglio gli ingredienti e il procedimento come descritto da Catone, affiancato da spiegazioni e note interpretative per una maggiore comprensione:
Ingredienti secondo Catone (De Agri Cultura):
- Farinae siligineae L. II, unde solum facias (Due libbre di farina bianca di grano per preparare il fondo della torta). La farina siliginea era una farina di grano tenero di alta qualità, raffinata e bianca.
- In tracta farinae L. IIII et alicae primae L. II (Per le sfoglie (tractae): quattro libbre di farina e due di alica di prima qualità). La tracta era una sfoglia sottile utilizzata in diverse preparazioni romane. L'alica era una preparazione a base di farro, e alica prima indicava la migliore qualità. Secondo Plinio, il farro veniva pestato in un mortaio di legno, setacciato tre volte per ottenere le varie qualità di alica, dalla più grossolana alla più fine, e sbiancato con il gesso. Questo processo ne migliorava la texture e il colore.
- Casei ovilli P: XIIII ne acidum et bene recens in aquam indito (Quattordici libbre di formaggio fresco di pecora, non acido e ben fresco, da mettere a bagno in acqua). Il formaggio di pecora era comune e apprezzato nell'antica Roma. La nota di bagnarlo è fondamentale per la buona riuscita del dolce.
- Mellis boni P. IIII S (Quattro libbre e mezzo di buon miele). Il miele era il principale dolcificante nell'antichità romana.
- Fogli di alloro unti.
- Olio o strutto.
- Sale.
- Acqua.
Procedimento Dettagliato (con traduzione e commento):
- Alicam in aquam infundito. Ubi bene mollis erit, in mortarium purum indito siccatoque bene. Deinde manibus depsito. Ubi bene subactum erit, farinae L. IIII paulatim addito. Id utrumque tracta facito. In qualo, ubi arescant, conponito. Ubi arebunt, conponito puriter. Cum facies singula tracta, ubi depsueris, panno oleo uncto tangito et circumtergeto ungitoque.
- Preparazione delle sfoglie (tractae): "Mettere a bagno l’alica in acqua. Quando sarà ben ammorbidita, lasciarla ad asciugare in un mortaio pulito." Questo passaggio è cruciale per reidratare il farro e renderlo lavorabile. "Impastare con le mani." L'impasto manuale garantiva una consistenza omogenea. "Quando sarà ben impastata, aggiungere quattro libbre di farina poco per volta e preparare le tractae." L'aggiunta graduale della farina permetteva di raggiungere la consistenza ideale. "Mettere in un canestro ad asciugare. Quando saranno ben asciutte, sistemarle bene." L'asciugatura all'aria era necessaria per dare la giusta struttura alle sfoglie. "Quando si preparano le singole tractae, ungere con olio la superficie che si usa per impastare." L'olio impediva che la sfoglia si attaccasse e ne migliorava l'elasticità. "Passarle singolarmente in padella o sotto il testum per un paio di minuti a bassa temperatura prestando attenzione a non cuocerle completamente." Questo passaggio, non esplicitamente dettagliato da Catone in questo punto ma dedotto dalla pratica e da altre fonti, serviva a precuocere leggermente le sfoglie, rendendole più stabili per l'assemblaggio. In questo modo, le nostre sfoglie sono risultate morbide e hanno assorbito completamente la mistura di formaggio e miele. Si raccomanda di non limitarsi a usare farina di farro per non ottenere un risultato completamente diverso.
- Postea farinae L. II conspargito condepsitoque. Inde facito solum tenue.
- Preparazione della base: "In seguito, preparare un fondo sottile per la torta impastando due libbre di farina." Qui si intende la farina siliginea, impastata con un pizzico di sale e, se necessario, un po’ d’acqua fino a raggiungere una consistenza omogenea. Tirare sei sfoglie tonde non troppo sottili della stessa dimensione del fondo della tortiera.
- Casei ovilli P: XIIII ne acidum et bene recens in aquam indito. Ibi macerato, aquam ter mutato. Inde eximito siccatoque bene paulatim manibus, siccum bene in mortarium inponito. Ubi omne caseum bene siccaveris, in mortarium purum manibus condepsito conminuitoque quam maxime. Deinde cribrum farinarium purum sumito caseumque per cribrum facito transeat in mortarium.
- Preparazione del ripieno di formaggio: "Lasciare a bagno nell’acqua 14 libbre di formaggio fresco di pecora, cambiando l’acqua tre volte." La ragione di questa indicazione è che bisogna eliminare la quantità eccessiva di sale per evitare che rovini il sapore della torta. "Togliere dall’acqua e asciugarlo per qualche tempo con le mani, poi, una volta ben asciutto, metterlo nel mortaio." L'asciugatura era fondamentale per la consistenza. "Quando il formaggio sarà ben asciutto, spezzarlo e impastarlo con le mani in un mortaio asciutto, conminuitoque quam maxime." Impastare e sminuzzare finemente il formaggio. "Fare passare il formaggio in un setaccio per farina pulito spingendolo nel mortaio." Questo garantiva una consistenza liscia e uniforme per il ripieno. Se si usa un formaggio non troppo salato, come abbiamo fatto noi, si può saltare il passaggio del bagnomaria. La ricotta non è adatta per questo tipo di preparazione, essendo chiaramente intesa per un formaggio meno morbido che dovrà sciogliersi durante la cottura, andando a irrorare le sfoglie interne, senza considerare che non si può mettere la ricotta in acqua senza che si sciolga.
- Postea indito mellis boni P. IIII S. Id una bene conmisceto cum caseo.
- Unione del ripieno: "Aggiungere 4,5 libbre di buon miele e mescolare con il formaggio." Il miele e il formaggio formavano il cuore dolce della placenta.
- Postea in tabula pura, quae pateat P. I, ibi balteum ponito, folia laurea uncta supponito, placentam fingito. Tracta singula in totum solum primum ponito, deinde de mortario tracta linito, tracta addito singulatim, item linito usque adeo, donec omne caseum cum melle abusus eris. In summum tracta singula indito, postea solum contrahito ornatoque.
- Assemblaggio: "Poi mettere il fondo della torta su un tavolo pulito largo un piede, con foglie di alloro unte posizionate sotto, e comporre la placenta." Le foglie di alloro unta sul fondo servivano probabilmente a evitare che il dolce si attaccasse e conferivano un aroma delicato. "Mettere una singola sfoglia sul fondo della torta e spalmare la mistura di formaggio e miele, una sfoglia per volta finché non sarà stato usato tutto il formaggio con il miele." Questo processo a strati è la caratteristica distintiva della placenta. "Sopra mettere una singola sfoglia, poi chiudere il fondo e ornare."
- Focum deverrito temperatoque, tunc placentam inponito, testo caldo operito, pruna insuper et circum operito. Videto ut bene et otiose percoquas. Aperito, dum inspicias, bis aut ter. Ubi cocta erit, eximito et melle unguito.
- Cottura e finitura: "Pulire e preparare il focolare, poi mettere la placenta coperta con il testum caldo, sistemando carboni sopra e intorno." Il testum, un forno portatile di terracotta ampiamente usato per preparare pane e torte a partire dall’antichità, permetteva una cottura uniforme. "Controllare che cuocia bene e lentamente." La cottura lenta era essenziale per far sciogliere il formaggio e far assorbire il miele dalle sfoglie. "Aprire per controllare due o tre volte quando sarà ben cotta, togliere dal fuoco e versare sopra miele." L'aggiunta finale di miele ne esaltava la dolcezza e la lucentezza.
La quantità di ingredienti suggeriti dall’autore è per una torta di grandi dimensioni. Per una riproduzione moderna, come dimostrato da ricerche culinarie antiche, le proporzioni andrebbero ridotte mantenendo gli stessi rapporti tra gli ingredienti. Questo dimostra la maestria degli antichi pasticceri romani e la raffinatezza delle loro creazioni.
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L'Eredità della Cucina Romana
La ricetta della "placenta" è un esempio lampante di come la cucina nell'antica Roma fosse un'arte che combinava sapienza agricola, conoscenza delle materie prime e tecniche culinarie sofisticate. Non era solo nutrimento, ma espressione di cultura, status sociale e piacere. La popolarità di dolci come la placenta, con le sue radici greche e la sua diffusione tramite i mercanti etruschi, testimonia una vivace interazione culturale che arricchiva la tavola romana. La sua presenza in opere letterarie e manuali agricoli sottolinea la sua importanza sia nella vita di tutti i giorni che nelle occasioni speciali, rappresentando una tradizione che ha attraversato secoli e influenzato, direttamente o indirettamente, le pratiche culinarie successive.

La Placenta e il Mistero della Nascita nell'Antica Roma: Conoscenze, Credenze e Rituali
Al di là del dolce, il ciclo della vita, e in particolare la riproduzione umana, era un campo di grande interesse e talvolta di mistero nell'antica Roma, influenzato da filosofie greche e da credenze locali. Le teorie sulla concezione e sullo sviluppo dell'embrione, le pratiche legate al parto e le usanze post-nascita rivelano una società attenta alla continuazione della famiglia e del gens, pur con una comprensione scientifica che differiva notevolmente da quella moderna.
Concezione e Sviluppo dell'Embrione: Teorie Antiche
Le conoscenze sulla biologia riproduttiva nell'antica Roma erano profondamente influenzate dai pensatori greci, i cui testi venivano studiati e commentati. Tra le teorie più influenti vi erano quelle di Aristotele e Galeno, che cercavano di spiegare il processo della vita nascente.
Secondo Aristotele, l'embrione era il risultato dell'azione dello sperma, o meglio della sua parte dinamica e incorporea, sul sangue mestruale femminile. In questa visione, lo sperma rappresentava il principio del movimento e della vita, infondendo l'anima nella materia inerte del sangue mestruale, alla quale era riservato unicamente il compito di nutrire l'embrione. La donna forniva quindi la materia passiva, mentre l'uomo il principio attivo e formante.
Galeno, un medico greco la cui influenza sulla medicina romana fu immensa, propose una teoria diversa, più vicina a una comprensione della parità di contributo tra i sessi. Per Galeno, infatti, l'embrione si formava attraverso la fusione del seme maschile e di quello femminile, che erano prodotti dai rispettivi testicoli. Curiosamente, si pensava che le ovaie delle femmine fossero dei 'testicoli' che secernevano un liquido simile allo sperma, riflettendo una concezione anatomica e fisiologica imperfetta ma che cercava di dare una spiegazione logica basata sull'osservazione e l'analogia. Queste teorie, seppur lontane dalla comprensione moderna, costituivano la base della conoscenza medica e filosofica romana sulla riproduzione.
Gestazione e Parto: Credenze e Pratiche
Il periodo della gestazione e l'atto del parto erano avvolti da credenze e pratiche specifiche. I Romani ritenevano possibile la gestazione di sette mesi, mai otto, più frequentemente nove e anche 10 mesi. Questa curiosa credenza sull'impossibilità della nascita all'ottavo mese vedeva un dissidente in Varrone, e aveva ragione, anche se effettivamente la nascita all'ottavo mese è molto più rara di quella al settimo mese, forse è questa la causa di questa falsa credenza. La legge romana, e la società in generale, dovevano confrontarsi anche con casi eccezionali. L'imperatore Adriano aveva giudicato un processo contro una donna che aveva partorito all'undicesimo mese, essendo il marito morto all'inizio della sua gestazione, dimostrando come la durata della gravidanza potesse avere implicazioni legali significative riguardo la legittimità della prole.
Il momento del parto era un evento che si svolgeva prevalentemente in un ambiente femminile e ritualizzato. La puerpera alle prime contrazioni si lavava le mani e si copriva il capo, gesti che probabilmente avevano sia un significato igienico che rituale di purificazione e protezione. Per il parto, i Romani avevano apposite sedie da parto, forate sotto per far colare i liquidi - non, come si è supposto in alcune interpretazioni errate, per far uscire il bambino - e dotate di maniglie per attaccarsi nella spinta. Questo strumento ergonomico era progettato per assistere la donna durante uno sforzo intenso. Durante il travaglio, lungo ognuno dei fianchi si poggiava una vescica piena di olio caldo, un'applicazione che probabilmente mirava a lenire il dolore e a favorire il rilassamento muscolare.
L'ostetrica, la obstetrix, giocava un ruolo centrale. Secondo le prescrizioni mediche, l'ostetrica non doveva tenere a lungo lo sguardo sui genitali della donna, ad evitare che per pudore la partoriente si contraesse. Questo mostra una sensibilità verso la dignità e il comfort della donna in un momento di estrema vulnerabilità. La regola era che nella stanza dove avveniva il parto potevano entrare solo le donne, fatta eccezione per il medico, il quale poteva accedere in caso di gravi difficoltà o complicazioni. La obstetrix, aiutata da alcune ancelle, assisteva la partoriente che si trovava su un letto o seduta sull'apposita sedia.

Ci si avvaleva anche dell'aiuto divino. Lucina, la Dea del parto, era invocata e propiziata per il suo benefico intervento. Una narrazione mitologica illustra vividamente l'importanza di questa divinità e le difficoltà che potevano ostacolare il parto. La storia di Alcmena, madre di Ercole, è esemplare: Era si stava vendicando di lei per la sua relazione con Zeus. Durante il parto di Alcmena, Lucina, la Dea del parto in persona, si appollaiò per ordine di Era sull’architrave della porta d’ingresso della stanza del parto, beatamente a gambe incrociate, impedendo la nascita. Fu Galati, un'ancella o un'amica, che con un'astuta manovra riuscì a sbloccare la situazione. Una delle tante volte che entrava ed usciva dalla stanza, Galati vide finalmente e capì la causa di tanta sciagura. Entrò nella stanza e, guardando Alcmena, congiunse le mani ed esclamò: "Finalmente ha partorito, Signora!". In quel momento Alcmena, liberata dall’impedimento, partorì, grazie all'inganno che fece muovere Lucina dalla sua posizione.
Non tutti i parti erano facili. Plinio avverte che nascere con i piedi in avanti è contro natura e generalmente quanti nascono così sono chiamati "Agrippa", un termine che etimologicamente richiama l'idea di "partorito con difficoltà". Il parto cesareo era raro e veniva praticato con un gancio acuminato che estraeva il feto privilegiando la vita della donna su quella del nascituro. Tuttavia, c'erano neonati che venivano felicemente alla luce anche col parto cesareo; sembra che la dinastia di Cesare provenisse da un capostipite nato col cesareo. Vero o meno che fosse, questa leggenda dimostra che i nati col cesareo potevano campare e addirittura raggiungere posizioni di potere, smentendo l'idea che fosse sempre fatale per il bambino.
Il Controllo delle Nascite e la Vita Post-Parto
Il controllo delle nascite e le decisioni sulla procreazione erano aspetti cruciali della vita familiare romana, spesso con implicazioni legali e sociali complesse. Le donne romane usavano pozioni contraccettive ed abortive, con erbe come ruta, elleboro e artemisia, testimonianza di un tentativo di gestire la propria fertilità. Ma dovevano farlo spesso di nascosto, perché anche la decisione sull'aborto spettava al futuro padre che poteva ripudiarle se non era d'accordo. Questo evidenzia il potere patriarcale nella società romana e la limitata autonomia delle donne in materia riproduttiva.
Tuttavia, con il tempo, ci furono dei cambiamenti che diedero alle donne maggiori diritti. Una normativa imperiale concedette alle donne che avessero compiuto tre gravidanze, andate o meno a buon fine, di poter scegliere se restare sotto l'autorità maritale o liberarsene. Questa fu una vera rivoluzione, e parecchie donne fecero figli solo per questo, come strategia per ottenere maggiore libertà e autonomia. Successivamente, il cattolicesimo, non molto favorevole al sesso femminile e alle sue autonomie, tolse questa libertà, riaffermando una visione più restrittiva del ruolo della donna nella società. La donna, in età imperiale, cercò di limitare le nascite, specie nelle classi più elevate, soprattutto se era riuscita a portare a termine le tre gravidanze dovute, per le ragioni sopra menzionate o per evitare i rischi associati al parto.
Dopo il parto, una volta che l'ostetrica aveva tagliato il cordone ombelicale, lavava la tenera creatura e la deponeva nella culla. A questo punto, il neonato veniva presentato al padre, che doveva riconoscerlo sollevandolo (tollet) dal pavimento, un gesto simbolico di accettazione nella famiglia. Se il padre rifiutava di compiere questo gesto, il bambino veniva esposto, spesso destinato a morire o a essere schiavo.
L'ottavo o nono giorno dopo la nascita, si celebrava il dies lustricus, la cerimonia di purificazione e di imposizione del nome. Questo era un momento di gioia, festeggiato con ghirlande di fiori fuori la porta di casa, simbolo di prosperità e felicità. I nomi venivano scelti con cura, spesso seguendo la tradizione familiare.

L'infanzia romana era un periodo di apprendimento e gioco. I neonati ricevevano doni come sonagli (crepitacula), che potevano essere fatti anche con testicoli di animali come i tassi, usati come sonagli per allietare le serene ore dei bimbi e forse per allontanare gli spiriti maligni con il loro rumore. I bambini e le bambine avevano diversi giocattoli: i giochi dei maschi erano soldatini di piombo o terracotta, riproduzioni di animali, cavallucci di legno, trottole ed aquiloni, preparando i maschietti al loro futuro ruolo nella società e alla propria virilità. Le femmine, anche quelle meno abbienti, si dedicavano al gioco delle bambine, ovvero le bambole. I giovani di allora amavano il gioco della palla, che veniva senza sforzo lanciata con le mani, promuovendo l'attività fisica e la socializzazione. L'educazione e il divertimento dei figli erano visti come compiti importanti, spesso sotto la supervisione di una matrona, che vigilava sull'allevamento e sulla formazione dei più piccoli.