La Crisi Demografica in Europa: Natalità, Mortalità e Fecondità tra Declino e Nuove Sfide

Introduzione: Le Tendenze Strutturali della Demografia Europea

Nel 2024, nell’Unione Europea sono nati meno bambini, il tasso di fecondità totale è calato ancora - raggiungendo il dato più basso di sempre - e l’età media in cui le donne diventano madri è cresciuta ulteriormente. Sono queste le tendenze strutturali che i nuovi dati Eurostat pubblicati oggi confermano e consolidano. Queste dinamiche sono evidenti in un contesto di profondi cambiamenti demografici e sociali che stanno interessando l'intera Unione Europea. La formulazione delle politiche sociali in questo ambito rimane di esclusiva responsabilità degli Stati membri, riflettendo diverse strutture familiari, sviluppi storici, atteggiamenti sociali e tradizioni. Tuttavia, una serie di temi demografici comuni sono evidenti in tutta l'UE, come la riduzione del numero medio di figli nati per donna e l'aumento dell'età media delle madri al parto.

Mappa dell'Europa che mostra i tassi di fecondità per paese

Il Declino del Tasso di Fecondità Totale nell'Unione Europea

Il tasso di fecondità totale è stato di 1,34 nati vivi per donna nell’UE nel 2024, in calo rispetto a 1,38 dell’anno precedente. Si tratta del livello di fecondità più basso mai registrato dal 2001, il primo anno in cui il dato è stato calcolato a livello aggregato per tutto il Vecchio Continente. Questa dinamica negativa che caratterizza il tasso di fertilità UE si ritrova anche nei dati sui numeri assoluti dei nuovi nati. Nel 2024, in tutti i Paesi UE si sono registrati 3,55 milioni di nuove nascite, corrispondenti a un tasso di natalità grezzo di 7,9 nati vivi per 1 000 persone. Per confronto, il tasso di natalità grezzo dell'UE era di 10,5 nel 2000, 12,8 nel 1985 e 16,4 nel 1970.

Durante il periodo 1961-2024, il totale annuale più alto per il numero di nati vivi nell'UE è stato registrato nel 1964, con 6,8 milioni di bambini. Da questo massimo comparativo fino all'inizio del XXI secolo, il numero di nati vivi nell'UE è diminuito a un ritmo relativamente costante, raggiungendo un minimo di 4,36 milioni nel 2002. Questo è stato seguito da una modesta ripresa del numero di nati vivi, con un massimo di 4,68 milioni di bambini nati nell'UE nel 2008, a cui ha fatto seguito una tendenza generale al ribasso, sebbene con modesti aumenti nel 2014 e nel 2016. I nati vivi nell'UE sono diminuiti per la prima volta a 4,07 milioni (nel 2020), poi sono leggermente aumentati a 4,09 milioni nel 2021 e dal 2022 hanno iniziato nuovamente a diminuire. Nel 2024, il numero totale di nati vivi nell'UE è stato di 3,55 milioni di bambini, un decremento del 3,3 per cento rispetto ai 3,67 milioni del 2023. Nel 2023, il calo registrato era stato del 5,4%, il più grande dal 1961.

In questi ultimi 50 anni, spiega Eurostat, i tassi di fecondità totale nei Paesi dell’UE si sono generalmente avvicinati: nel 1970, la differenza tra i tassi più alti e quelli più bassi era di circa 2 nati vivi per donna mentre ora è 0,7. Oggi tutti i Paesi, anche quelli con valori più alti, sono molto distanti dalla soglia del 2,1, considerato il livello di sostituzione, cioè il numero medio di nati vivi per donna necessario per mantenere costante la popolazione in assenza di migrazione. Un tasso di fecondità totale inferiore a 1,3 nati vivi per donna è spesso indicato come "fertilità estremamente bassa" o "lowest-low fertility". L'UE si sta avvicinando alla soglia dell’1,3, e le conseguenze di una tale dinamica sono presto dette: invecchiamento rapido della popolazione, sua diminuzione nel lungo periodo, riduzione della forza lavoro e pressione su pensioni e welfare.

Grafico a barre che mostra i tassi di fecondità totali in diversi paesi UE

La Fecondità nell'UE: Dati Specifici e Confronti

Tra i Paesi UE, la Bulgaria ha registrato il tasso di fecondità totale più alto nel 2024, con 1,72 nati vivi per donna, seguita dalla Francia (1,61) e dalla Slovenia (1,52). Al contrario, i tassi di fecondità totale più bassi nel 2024 sono stati registrati a Malta (1,01 nati vivi per donna), Spagna (1,10) e Lituania (1,11). Tra il 2023 e il 2024, il tasso di fecondità totale è diminuito in 24 Paesi UE, tra cui il nostro, mentre è rimasto stabile in Lussemburgo e Paesi Bassi ed è aumentato solo in Slovenia, dello 0,01. La Slovenia è anche l'unico Paese tra i Ventisette ad aver fatto segnare una crescita del proprio tasso di fertilità rispetto al 2023, quando il dato si era fermato all'1,51.

In precedenza, nel 2023, la Bulgaria aveva avuto il tasso di fertilità totale più alto nell'UE (1,81 nati vivi per donna), seguita da Francia (1,66) e Ungheria (1,55). In quel medesimo anno, i tassi di fertilità più bassi erano stati osservati a Malta (1,06 nati vivi per donna), Spagna (1,12) e Lituania (1,18). La maggior parte dei Paesi dell'UE ha visto una considerevole diminuzione del tasso di fecondità totale tra il 1980 e il 2000-2003. Entro il 2000, i valori erano scesi sotto 1,30 in Bulgaria, Cechia, Grecia, Spagna, Italia, Lettonia e Slovenia. Dopo aver raggiunto un punto basso tra il 2000 e il 2003, il tasso di fecondità totale è aumentato in molti Paesi dell'UE e entro il 2024, tutti, eccetto Estonia, Grecia, Spagna, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Polonia e Finlandia, hanno riportato tassi di fecondità totale superiori a 1,30. Anche Stati con welfare strutturati da decenni e storicamente attenti alle famiglie con figli, come la Francia o i Paesi scandinavi, hanno ora tassi di fecondità intorno all’1,5 (a volte anche molto sotto, come nel caso della Finlandia) e questo, secondo la demografa dell’Università di Padova, mostra un “cambiamento culturale rilevante”.

L'Età al Parto: Un Fenomeno di Posticipazione Costante

Eurostat sottolinea anche che l’età media delle donne al momento del parto nell’UE è continuata a crescere tra il 2001 e il 2024, passando da una media di 29,0 a 31,3 anni. La stessa tendenza si osserva per l'età media delle donne alla nascita del primo figlio nello stesso periodo, da un valore di 28,8 anni nell'UE nel 2013 (il primo anno per il quale è disponibile il valore per l'UE) a un valore di 29,9 anni nel 2024. In effetti, le donne nell'UE sembrano avere meno figli quando sono giovani e più figli più tardi nella vita. Mentre i tassi di fecondità per le donne sotto i 30 anni nell’UE sono diminuiti dal 2004, quelli per le donne di 30 anni e oltre sono aumentati. Nel 2004, il tasso di fecondità più alto tra tutti i gruppi di età era quello delle donne tra i 25 e i 29 anni. Nel 2024, il tasso di fecondità più alto è diventato quello delle donne tra i 30 e i 34 anni. Il tasso di fecondità per le donne di 35 anni e oltre è anch'esso in aumento.

Grafico lineare che mostra l'aumento dell'età media al primo parto nell'UE

L’età media più bassa alla nascita del primo figlio si registra in Bulgaria (26,9 anni) e Romania (27,2 anni) mentre le più alte sono quelle del Lussemburgo (31,6) e dell’Italia, con 31,9 anni. Alcuni dei Paesi con i tassi di fecondità totale più alti avevano anche un'età media delle donne alla nascita del primo figlio relativamente alta. Possono essere identificati quattro diversi gruppi di Paesi dell'UE in base alla loro posizione rispetto alle medie dell'UE:

  • Un primo gruppo (quadrante in alto a destra) è composto da Danimarca, Germania, Irlanda, Cipro, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia, dove sia il tasso di fecondità totale che l'età media delle donne alla nascita del primo figlio erano superiori alla media dell'UE.
  • Un secondo gruppo (quadrante in basso a sinistra) è costituito da Estonia, Lettonia, Lituania, Malta e Polonia: sia i loro tassi di fecondità totale che l'età media delle donne alla nascita del primo figlio erano inferiori alle medie dell'UE.
  • Un terzo gruppo (quadrante in basso a destra), composto da Grecia, Spagna, Italia, Lussemburgo, Austria e Finlandia, ha registrato un'età media delle donne alla nascita del primo figlio superiore alla media ma un tasso di fecondità totale inferiore alla media dell'UE.
  • Il gruppo finale (quadrante in alto a sinistra) era composto da Belgio, Bulgaria, Cechia, Francia, Croazia, Ungheria, Romania, Slovenia e Slovacchia; in ciascuno di questi, il tasso di fecondità totale era superiore alla media dell'UE ma l'età media delle donne alla nascita del primo figlio era inferiore alla media dell'UE.

Natalità e Composizione Familiare: Il Ruolo delle Madri Straniere e l'Ordine di Nascita

Quasi la metà (46,6%) dei bambini nati nell'UE nel 2024 erano primogeniti, con questa percentuale che superava la metà in Portogallo (54,6%), Lussemburgo e Malta (entrambi 53,9%), e il 50,7% in Spagna. Al contrario, le percentuali più basse di primogeniti sono state registrate in Lettonia (39,9%) e Slovacchia ed Estonia (entrambi 41,2%). Nell'UE, oltre un terzo (35,1%) di tutte le nascite vive nel 2024 erano secondogeniti, circa un ottavo (12,1%) terzogeniti, e il restante 6,2% erano quartogeniti o figli successivi. Tra i Paesi dell'UE, la percentuale più alta del numero totale di nati vivi di quartogeniti o figli successivi è stata registrata in Slovacchia (9,9%), seguita dalla Finlandia (9,4%) e dalla Romania (9,2%).

Tra i dati pubblicati da Eurostat ci sono anche quelli sui figli di madri straniere, cioè nate non nel Paese di riferimento, ma in un altro Paese dell’UE o al di fuori dell’UE. I valori più alti si sono registrati in Lussemburgo (68%) e Cipro (42%) che però hanno caratteristiche particolari. In Malta, Austria, Belgio, Spagna, Portogallo e Germania almeno un terzo dei bambini è nato da madri straniere e due terzi sono nati da madri native. Viceversa, il 97% dei nati vivi nel 2024 in Bulgaria, Romania e Slovacchia sono nati da madri native. Rispetto al 2013, la maggior parte dei Paesi dell'UE nel 2024 ha mostrato un aumento dei nati vivi da madri straniere. Malta ha registrato l'aumento più elevato (+27 punti percentuali dal 11% nel 2013 al 38% nel 2024), seguita dal Portogallo (+17 punti percentuali dal 16% al 33%), e da Spagna, Slovenia, Cipro e Cechia per i quali sono stati registrati aumenti di circa 9 punti percentuali.

Perché dovremmo interessarci al cambiamento demografico dell'Europa? | Francesco Sermi | TEDxVarese

Sono cifre che, però, non devono far pensare che la migrazione sia la soluzione facile e rapida alla questione demografica. L’esperta spiega che, per esempio, diversi Paesi africani hanno tassi di fecondità totale ancora molto più alti di quelli europei, ma che stanno comunque calando in maniera fortissima. Inoltre, una volta stabilitisi in Italia, le famiglie straniere risentono di tutti i limiti del nostro Paese che pesano già sulle scelte riproduttive delle famiglie italiane. A volte in maniera ancora più dura.

La Situazione Demografica Italiana: Un Quadro Complesso

L’Italia è quintultimo in UE per tasso di fecondità totale ed è quello con l’età media più alta alla nascita del primo figlio. Del resto, dice Minello, “è da tempo che il nostro Paese va in questa direzione”. L'Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%) nell'UE. Questo squilibrio si riflette nell’età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27 (44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all’Irlanda (39,6) che presenta il valore minimo. Il numero medio di figli per donna in Italia è stimato in 1,14 nel 2025, in calo rispetto all’1,18 del 2024. Le nascite residenti in Italia sono 355mila nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005), diminuendo di 15mila unità rispetto al 2024 (-3,9%).

L’uniforme diminuzione sul territorio nazionale è tale che le differenze tra le aree geografiche restano invariate. Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20). Prosegue la posticipazione delle nascite. L’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni nel 2025, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni. La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).

La discesa della fecondità è comune a molti Paesi europei, pur con differenze che rimangono importanti. L’Italia, proprio a causa di una diminuzione della fecondità di lungo corso, presenta oggi una struttura della popolazione in età riproduttiva che incide fortemente sul numero di nati. Il calo delle nascite, infatti, oltre a essere determinato dalla diminuzione corrente della fecondità, è causato dalla progressiva riduzione del numero di potenziali genitori. Per dar conto di questo fenomeno, è sufficiente considerare che qualora l’Italia avesse registrato una propensione ad avere figli per donna pari a quella francese del 2024 (1,61), il numero di nati avrebbe raggiunto le 494mila unità; un livello nettamente superiore a quello ufficialmente rilevato in Italia nello stesso anno (370mila nati, frutto di una fecondità pari a 1,18), ma molto inferiore rispetto ai 664mila registrati in Francia, in ragione di una struttura per età della popolazione francese assai più favorevole, caratterizzata da generazioni in età riproduttiva più numerose.

In base a dati provvisori, nel 2025 i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, sono 165mila, 8mila in meno sul 2024. Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%). Il tasso di nuzialità è pari a 2,8 per mille (2,9 nel 2024) e il valore più alto continua a osservarsi nel Mezzogiorno (2,9 per mille). Nel Nord e nel Centro è pari a, rispettivamente, 2,8 e 2,7 per mille.

Nel biennio 2024-2025 le famiglie in Italia sono 26 milioni e 600mila, oltre 4 milioni in più rispetto all’inizio degli anni Duemila. Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), mentre venti anni fa questa tipologia rappresentava appena un quarto delle famiglie (25,9%). Le famiglie composte da almeno un nucleo, in cui cioè è presente almeno una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio, sono il 60,4%. Le coppie senza figli sono stabili nel tempo e rappresentano un quinto del totale (poco più del 20%). Nel corso degli anni sono aumentate le famiglie monogenitore, che rappresentano oggi una famiglia su 10. Si tratta principalmente di madri sole (8,6%), ma sono evidenti anche casi di padri con figli (2,2%). I cambiamenti demografici e sociali e l’evoluzione delle strutture familiari si riflettono nella distribuzione dei ruoli familiari nella popolazione. Nel biennio 2024-25 le persone che vivono sole rappresentano il 16,9% della popolazione e sono in aumento in tutte le classi di età, soprattutto quelle centrali. I genitori in coppia sono il 25,8% della popolazione e sono coloro che hanno sperimentato la contrazione maggiore. I genitori soli con figli registrano un leggero aumento nel corso degli anni (oggi sono il 4,9% della popolazione), come anche le persone che vivono con un partner senza figli (oggi il 18,8%). Sebbene queste tendenze abbiano interessato l’intero Paese, permangono differenze a livello territoriale. Le famiglie unipersonali sono aumentate su tutto il territorio e oggi rappresentano ovunque il modello prevalente (rispettivamente, il 39,1% al Centro, il 38,2% al Nord e il 34,3% nel Mezzogiorno). Al Nord si registra una maggiore concentrazione di coppie senza figli (il 21,7% contro il 19,3% nel Centro e il 18,7% nel Mezzogiorno), mentre nel Mezzogiorno vi è ancora una maggiore incidenza di coppie con figli (il 31,4% rispetto al 27,1% e al 26,7%, rispettivamente, nel Nord e nel Centro).

Invecchiamento della Popolazione e Dinamiche della Mortalità in Italia

Al 1° gennaio 2026 si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente. Il processo di invecchiamento interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni. Al 1° gennaio 2025, nell’Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%. Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%).

Grafico a torta che mostra la ripartizione della popolazione italiana per fasce d'età

Anche se diffusamente accettato, il concetto di invecchiamento della popolazione basato sul mero conteggio delle persone che superano i 65 anni rappresenta una semplificazione, retaggio del passato. L’anziano di oggi conduce uno stile di vita diverso e gode di una salute migliore rispetto ai coetanei del passato. La soglia di ingresso nella cosiddetta terza età tende infatti a spostarsi in avanti, progredendo con le capacità fisiche e intellettuali del capitale umano che si riflettono anche sulle condizioni socio-economiche. Come misura alternativa, il processo di invecchiamento si può misurare, tra le varie possibilità, con indicatori dinamici basati sulla speranza di vita residua. Ad esempio, se si assumesse come parametro fisso la speranza di vita residua a 65 anni degli uomini nel 1960 (pari a 13,1 anni), nel 2025 sarebbero considerati anziani coloro che hanno un’età pari a 74 anni per gli uomini e a 77 per le donne. In tale circostanza, la quota di popolazione anziana, quella che cioè insiste su tali soglie, sarebbe solo del 12,3%, ovvero la metà rispetto al 24,7% basato sul concetto anagrafico della quota di individui di 65 anni e più. Ciò evidenzia come una soglia dinamica permetta di valutare l’invecchiamento tenendo conto dei mutamenti reali nel tempo della sopravvivenza, pervenendo a un ordine di grandezza del fenomeno sensibilmente inferiore, con la possibilità di valutarne meglio l’impatto.

Nel panorama europeo l’Italia è notoriamente uno dei Paesi con la più alta aspettativa di vita. In base ai dati Eurostat relativi al 2024, gli ultimi disponibili per un confronto, gli uomini italiani si collocano al secondo posto grazie a una speranza di vita di 81,5 anni, superati dai soli svedesi con 82,6 anni a fronte di una media Ue27 di 79,2 anni. Le italiane, a loro volta, si collocano al terzo posto con 85,6 anni, superate dalle francesi (85,9) e dalle svedesi (86,5), per una media Ue27 di 84,4 anni. A favorire questi importanti traguardi concorre naturalmente l’andamento dei decessi che, superata la vicenda pandemica, hanno riacquisito il loro naturale trend storico. Nel 2025 essi sono stati 652mila, in linea con il dato del 2024 quando se ne registrarono 653mila. In rapporto al numero di residenti si hanno 11,1 decessi ogni mille abitanti, come nell’anno precedente. Il numero contenuto di decessi favorisce un aumento della speranza di vita alla nascita rispetto al 2024. Nel 2025 questa è stimata in 81,7 anni per gli uomini (2 decimi di crescita) e in 85,7 anni per le donne (un decimo in più). Ciò fa sì che nel 2025 la differenza di genere sia scesa ad appena 4 anni, un livello che per ritrovarlo indietro nel tempo occorre risalire al 1953. Agli inizi del secolo scorso, infatti, la differenza donna-uomo era inferiore a un anno. Con gli anni, tale valore è andato progressivamente aumentando, fino a toccare un massimo di 6,9 anni nel 1979. Da lì in avanti la differenza di speranza di vita tra donne e uomini è andata via via riducendosi.

Storicamente le donne vivono più a lungo, anche per un riconosciuto vantaggio biologico, ma oggi gli uomini hanno iniziato a recuperare grazie a una combinazione di fattori sociali, comportamentali e sanitari. In primo luogo, contano i cambiamenti negli stili di vita maschili (es: attitudine al fumo diminuita, che ha consentito di ridurre morti premature per tumori e malattie cardiovascolari). In secondo luogo, i miglioramenti nella prevenzione e nella medicina consentono oggi diagnosi più precoci e cure migliori per malattie tipicamente maschili (per es. gli infarti). Sul versante delle donne, invece, conta il cambiamento del loro ruolo sociale. Le donne oggi lavorano di più fuori casa e sono più esposte a stress e a fattori di rischio. I fattori biologici a loro vantaggio ancora sussistono ma contano meno che in passato, in quanto sostituiti dal peso prevalente dei fattori sociali e sanitari che portano il divario di genere a ridursi. Passando all’analisi territoriale, oggi il Paese continua a essere contraddistinto da significative differenze che vedono il Nord primeggiare grazie a una vita media stimata in 82,3 anni per gli uomini e in 86,2 per le donne. Nel Centro si scende poco sotto tali livelli, registrandosi, rispettivamente, valori pari a 82,1 e a 86,0 anni. Più distanziato il Mezzogiorno, con una vita media di 80,8 anni per gli uomini e una di 84,9 anni per le donne. A livello regionale è il Trentino-Alto Adige la regione in cui si vive più a lungo, con 82,8 anni per i maschi e 86,8 per le femmine.

Il Ruolo Cruciale delle Migrazioni nel Bilancio Demografico Italiano

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è pari a 58 milioni 943mila individui (dati provvisori), risultando stabile rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-636 unità). La popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) e in Lombardia (+3,2 per mille). Nel 2025 le nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024. I decessi sono 652mila, in calo dello 0,2%. Le immigrazioni dall’estero, 440mila, pur diminuendo di 12mila unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese. Scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero, 144mila, ben 45mila in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%).

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui (+3,5%) rispetto all'anno precedente, con un'incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. L'Istat spiega poi che "la crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l'estero (+348mila), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36mila)". L’unica voce in perdita per gli stranieri residenti (ma meramente da un punto di vista definitorio, essendo riferita a individui che continuano a risiedere nel Paese) è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196mila. La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3 milioni 230mila individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un'incidenza rispetto al totale dei residenti pari all'11,7%. Nel Centro risiedono un milione 344mila stranieri (24,2% del totale) con un'incidenza dell'11,5%. Più contenuta la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 986mila unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.

La popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui rispetto al primo gennaio 2025 (-3,5 per mille): "il bilancio negativo dei residenti italiani - spiega l'Istat - si deve principalmente a un saldo naturale ampiamente negativo (-333mila), a cui si associa anche un saldo migratorio con l'estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di -53mila". Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118mila connazionali in meno.

Mappa dell'Italia che mostra la distribuzione della popolazione straniera per regione

Nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza italiana (196mila) risultano in diminuzione rispetto ai livelli degli anni precedenti (214mila nel 2023 e 217mila nel 2024). Il calo è da imputare principalmente alle modifiche del quadro normativo introdotte dal dl 36/2025 (convertito nella legge 74/2025) che prevede restrizioni all'acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis. Ciononostante, il Paese mantiene un maturo livello di integrazione dei cittadini stranieri residenti, tale da consentire ogni anno a decine di migliaia di individui di diventare italiani. Nel 2025 i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26mila e 23mila casi), seguiti dai cittadini rumeni (16mila) che si confermano al terzo posto: circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie. Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6mila), i marocchini (-4mila), i brasiliani (-3mila), gli indiani (-3mila) e i moldavi (-2mila). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pachistani (+2mila), filippini (+1500) e rumeni (+1000).

I trasferimenti di residenza tra Comuni ammontano a 1 milione 455mila nel 2025, in aumento del 5,1% rispetto al 2024. I movimenti migratori tra le ripartizioni territoriali continuano a evidenziare un saldo positivo per il Centro-Nord, pari a 45mila unità (+1,2 per mille). L’area maggiormente avvantaggiata è quella del Nord-ovest (+20mila, +1,3 per mille), seguito dal Nord-est (+19mila, +1,6 per mille). Il Centro mostra un saldo migratorio interno più contenuto (+6mila, +0,5 per mille). A livello regionale, i saldi positivi più consistenti in valore assoluto si registrano in Lombardia e in Emilia-Romagna (+10mila), seguite da Piemonte (+7mila) e Veneto (+5mila). Saldi positivi si osservano anche in Toscana e Liguria (entrambe +3mila). Al contrario, il Mezzogiorno continua a registrare perdite migratorie sul versante interno, mostrando un saldo negativo di 45mila unità (-2,3 per mille). La perdita è particolarmente marcata nel Sud (-34mila, -2,6 per mille) e più contenuta nelle Isole (-11mila, -1,8 per mille). A livello regionale, le maggiori perdite in valore assoluto si registrano in Campania (-17mila), Sicilia (-11mila), Calabria e Puglia (entrambe -7mila).

Le immigrazioni dall’estero sono circa 440mila nel 2025, in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (-2,6%). Il calo interessa sia i cittadini stranieri (383mila ingressi, -2,5%) sia gli italiani di ritorno dall’estero (56mila rimpatri, -3,4%). Gli ingressi diminuiscono soprattutto per i cittadini stranieri provenienti dall’Europa centro-orientale (60mila, -15,4%), in particolare dall’Ucraina (-33,9%), e dai Paesi dell’Unione europea (38mila, -8,4%). Si riducono anche gli ingressi dall’America centro-meridionale (55mila, -15,7%) e, in misura più contenuta, dall’Africa (110mila, -2,9%) anche perché rimangono consistenti le immigrazioni dei cittadini stranieri provenienti da Marocco, Egitto e Tunisia (complessivamente 76mila ingressi). In controtendenza i flussi dall’Asia, che raggiungono 116mila ingressi, registrando una crescita significativa (+18,6%), soprattutto grazie ai flussi dal Bangladesh (37mila, +22,0%), dall’India (17mila, +22,7%) e dal Pakistan (26mila, +20,0%). Nel 2025 risultano in forte diminuzione le emigrazioni verso l’estero, che si attestano a 144mila unità (-23,7% sul 2024), il valore minimo dell’ultimo decennio. La contrazione riguarda sia gli espatri dei cittadini italiani (109mila espatri, -22,7%) sia le emigrazioni degli stranieri (35mila, -26,5%). A parziale motivazione del contenimento degli espatri nel 2025 va ricordato che nel 2024 è stato registrato un numero eccezionale di iscrizioni all’AIRE, in seguito all’introduzione di norme più stringenti su tale fronte. La diminuzione degli espatri dei cittadini italiani interessa quasi tutte le principali aree di destinazione. L’Unione europea si conferma tuttavia il principale polo attrattivo con 68mila espatri (-27,7%). Nel dettaglio dei principali Paesi di destinazione, diminuiscono soprattutto gli espatri verso la Germania (13mila, -37,1%) e il Regno Unito (11mila, -38,4%). Il saldo migratorio complessivo con l’estero, pari a circa +296mila unità, è il risultato di due dinamiche opposte: da un lato, il guadagno dovuto alle immigrazioni di cittadini stranieri (+348mila), dall’altro la perdita di cittadini italiani (-53mila). La mobilità dei cittadini nazionali è fenomeno diffuso in tutta Europa, al punto che in molti Paesi il saldo migratorio dei propri cittadini è negativo. Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2024 l’Italia presenta un tasso migratorio dei propri cittadini pari a -1,5 per mille, un valore in linea con quello osservato in diversi Paesi dell’Europa occidentale, come il Belgio (-1,4) e la Svizzera (-1,2), e meno negativo rispetto a quello di un Paese importante come la Svezia (-2,1).

Fattori Culturali e Sociali: La Radice Profonda dei Cambiamenti Demografici

Le previsioni demografiche eseguite da enti come ISTAT o Eurostat si basano sul modello Cohort Component Population Projection. Di queste tre variabili quella più volatile è la migrazione poiché influenzata direttamente da politiche nazionali o da eventi esterni non controllabili. La fertilità, pur non subendo variazioni improvvise, pone diverse difficoltà previsionali sul lungo termine poiché determinata da dinamiche culturali più lente. Questi modelli previsionali garantiscono scenari diversi, rispecchiando l’incertezza di dinamiche sociali complesse, fornendo al tempo stesso informazioni estremamente utili alla pianificazione di politiche e per prevedere l’andamento generale di una popolazione. Le previsioni più si proiettano nel futuro più diventano incerte creando così un’ampia forbice di scenari possibili che possono essere soggetti ad interpretazioni. Una valutazione ottimistica o una pessimistica possono portare ad azioni diverse influenzando l’agenda politica. Per questo motivo la valutazione di dinamiche culturali moderne risulta utile per una migliore interpretazione dei risultati forniti dai modelli demografici. Se le nuove generazioni vivono immersi in una cultura profondamente diversa rispetto a quella dei loro genitori questo potrebbe tradursi, nel futuro, in una maggiore o minore propensione ad avere figli.

Diagramma di flusso che illustra il modello di proiezione demografica

Il modello proietta la popolazione nel futuro partendo da dati osservati al primo gennaio dell’anno base di riferimento. Per le stime vengono usati principalmente tre dati: i tassi di fecondità per età, la mortalità per sesso ed età ed infine il saldo migratorio. Il grado d’incertezza in questi modelli è elevato, per questo ISTAT o Eurostat utilizzano intervalli di probabilità per poter incorporare più scenari all’interno delle previsioni. Strumenti di questo tipo permettono di pianificare interventi strutturali nei sistemi di welfare nazionali, tuttavia, per via della loro incertezza, possono essere interpretati, portando di conseguenza a valutazioni e azioni diverse. I modelli, inoltre, faticano a considerare fattori non demografici che possono influenzare la crescita o la diminuzione della popolazione; variabili culturali emergenti non entrano direttamente nei modelli per via della mancanza di dati consolidati su cui poter lavorare.

Diversi studi riflettono l’importanza dei cambiamenti culturali e tecnologici su variabili come i tassi di fertilità: in uno studio condotto in Brasile si è notato che le soap operas hanno contribuito al calo dei tassi di fertilità. In un altro studio condotto del 2008 in India si è visto un effetto simile dopo la diffusione della televisione. Le tecnologie, quando entrano all’interno del corpo sociale, veicolano informazioni e valori, influenzando, più o meno indirettamente, i comportamenti.

Negli ultimi decenni le società occidentali hanno assistito a diversi cambiamenti culturali e tecnologici i cui effetti si vedono principalmente sulla salute mentale delle nuove generazioni. I social media hanno cambiato la vita soprattutto dei giovani e, in base alle ultime evidenze, hanno contribuito a peggiorarne la qualità. L’uso di social media per almeno tre ore al giorno è associato a disturbi depressivi, problematiche legate all’ansia e anche a disturbi alimentari. Secondo l’ultimo report della commissione europea circa il 96 per cento dei quindicenni, nel 2022, ha usato i social, il 37 per cento per più di tre ore al giorno. Se si pensa al fenomeno da un punto di vista demografico si aggiunge un ulteriore livello di complessità. Persone che hanno avuto problemi in adolescenza, infatti, tendono ad avere meno probabilità di sviluppare relazioni in età adulta e più si avanza con l’età più diventa difficile creare relazioni stabili. A destare preoccupazione concorrono altri fenomeni come il ritiro sociale, in particolare crescita in Italia. Secondo l’ultima ricerca del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) casi di estremo isolamento risultano sempre più diffusi fra gli adolescenti, senza particolari distinzioni di genere o status socio-economico. Risultano evidenti, inoltre, altri cambiamenti culturali di più ampio respiro: una crescente instabilità coniugale, crescita di coppie senza figli, una maggiore inattività sessuale delle generazioni più giovani. L’effetto è più marcato per i maschi della Generazione Z (nati dal 97’ fino al 2012); pur essendo ancora fonte di discussioni e studi, il trend appare visibile anche da studi effettuati da altri enti, come il Censis, secondo cui in Italia circa l’11 per cento delle persone dai 18 ai 40 anni non ha mai avuto rapporti sessuali. Non è un caso, forse, che in questi anni si stia iniziando a parlare sulla televisione pubblica di alcuni fenomeni sociali come quello degli Incel, ovvero i celibi involontari, caratterizzati da ideologie pseudo scientifiche come la Teoria Redpill.

Naturalmente non è detto che nei prossimi anni si registrerà un calo considerevole delle nascite, perché dipendono anche da altri fattori socio-economici, ma, ad oggi, vi sono molti indicatori che evidenziano problematiche crescenti nelle generazioni più giovani sotto l’aspetto individuale e quindi relazionale. In paesi come l’Italia dove la questione demografica è tema particolarmente problematico e che pone grosse sfide al sistema sociale, fare affidamento su interpretazioni ottimistiche potrebbe risultare imprudente. Secondo l’ultimo report di Istat del 2025 lo scenario mediano prevede un rialzo dei tassi di fertilità da 1,18 figli per donna nel 2024 a 1,46 nel 2080. Alla luce dei ragionamenti fatti e dei problemi evidenziati uno scenario di questo tipo potrebbe essere lontano dalla realtà; se il sistema e la politica non sono pronti a far fronte ad un calo demografico più marcato l’intera società ne risentirà.

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