Il Vicino Oriente: Culla delle Civiltà Antiche e Crogiolo di Innovazioni

Introduzione: Un Contesto Storico e Geografico di Rilevanza Planetaria

Il termine Vicino Oriente antico indica quel contesto storico di ambiti culturali e formazioni politiche sviluppatosi nell'ambito della regione chiamata dagli studiosi Vicino Oriente. Questa area, considerata unanimemente la "culla della civiltà", ha rivestito un interesse di ordine planetario, come sottolineato da archeologi di fama come Paolo Matthiae, scopritore di Ebla. È qui che, secondo Matthiae, si sono sviluppate le prime sperimentazioni di società agricole con insediamenti a livello di villaggio in epoca Neolitica, e dove le prime due forme di scrittura - cuneiforme in Mesopotamia e geroglifica in Egitto - hanno visto la luce. Agli albori della Storia, queste culture straordinarie hanno visto anche le prime città in Mesopotamia e i primi Stati Territoriali in Egitto, in un'epoca in cui in nessun'altra parte del pianeta era stato ancora registrato nulla di simile.

Il Vicino Oriente, inteso come contesto geografico antico, corrisponde a un'ampia porzione territoriale che include la Mesopotamia (oggi suddivisa tra Iraq e Siria), il Fars e l'Elam (nell'Iran occidentale), l'Armenia, l'Anatolia (l'attuale Turchia), il Levante (moderna Siria, Libano, Israele, Palestina e Giordania) e l'antico Egitto. Questi limiti "areali" sono precisati a ovest dal confine del Mar Mediterraneo e a nord-ovest dal confine del Mar Nero. La toponomastica del Vicino Oriente, tuttavia, non è sempre coerente; il significato dei toponimi, che spesso derivano dalle fonti antiche, tende a slittare nel tempo, talvolta risentendo dell'influenza della terminologia dell'Impero britannico del XIX secolo, periodo in cui nacque l'assiriologia. Lo studio di questa vasta e complessa regione, in particolare sotto gli aspetti archeologico e filologico, è chiamato appunto "assiriologia", un nome che deriva dal fatto che, alle sue origini, la disciplina si concentrò inizialmente sulla civiltà assira.

Dal punto di vista cronologico, una cesura decisiva, che può essere assunta come terminus ad quem dell'età antica vicino-orientale, è la conquista della regione da parte di Alessandro Magno nel IV secolo a.C. Una cesura alternativa che può anch'essa essere presa in considerazione è quella della costituzione dell'Impero persiano, avvenuta intorno al 500 a.C. È in questo arco temporale che fiorirono importanti civiltà, a cominciare dai Sumeri nel IV millennio a.C., gettando le basi per gran parte della storia umana successiva.

Geografia Fisica e Ambientale: Un Mosaico di Paesaggi e la Forza delle Placche Tettoniche

Il Vicino Oriente, posto all'incrocio di tre continenti - Asia, Africa ed Europa - gode di una posizione geografica strategica che ha profondamente influenzato la sua storia e lo sviluppo delle sue civiltà. La geologia dell'area è determinata dall'incontro di tre placche tettoniche: la placca araba, la placca euroasiatica e la placca africana. Questa interazione geologica è fondamentale per comprendere la conformazione del territorio: la placca araba spinge contro la placca iranica (parte della placca euroasiatica), e all'incontro tra le due placche si forma una depressione. Questa depressione corre dal Mar Mediterraneo (per gli antichi, il "Mare Superiore") al Golfo Persico (il "Mare Inferiore"), e lungo di essa scorrono i fiumi Tigri ed Eufrate, che hanno plasmato la fertile Mesopotamia.

Mappa delle placche tettoniche nel Vicino Oriente

L'area considerata, ad esclusione dell'Egitto, misura circa 2.000.000 km² e include paesaggi estremamente diversi tra loro. Dal punto di vista orografico, si va dalle altitudini di 3.500/4.000 metri sul livello del mare dei monti del Tauro ai 4.500 dei monti Zagros. Il Tauro e gli Zagros rappresentano i confini nord ed est dell'area, ed è da queste catene che sorgono tutti i fiumi della regione. Si arriva fino ai 5.000 metri del monte Ararat, una delle vette più iconiche del Vicino Oriente. In netto contrasto, la depressione del Mar Morto rappresenta il punto più basso sulla superficie terrestre, con -395 metri rispetto al livello del mare. Il panorama è dunque assai vario, composto da imponenti catene montuose, estese pianure alluvionali, zone paludose, tavolati aridi e deserti, come il deserto siro-arabico.

Il clima, che è grosso modo stabilmente attestato sui valori attuali già da 10.000 anni, varia da quello tipicamente desertico a quello d'alta montagna, creando una ricca diversità ecologica. Nonostante la celebrità della "Mezzaluna fertile", questa espressione non raccoglie che una parte delle caratteristiche di questo contesto storico. Infatti, per lo sviluppo umano nella zona, fu assai importante anche l'apporto fornito dai contesti geografici pedemontani. Fu qui che presero forma quei processi tecnologici che si sarebbero compiutamente sviluppati nella Bassa Mesopotamia. Questi "bacini vallivi" costituiscono una riproduzione in piccolo delle caratteristiche fondamentali che si trovano nella Mezzaluna fertile e rappresentano una discontinuità simile a quella che, per converso, rappresentano i wadi nei tavolati aridi o, ancora, i rilievi minori e le frange desertiche tra le terre irrigue. Questa "discontinuità ambientale è un tratto strutturale del Vicino Oriente", una caratteristica che ha spinto le popolazioni a sviluppare soluzioni innovative per la loro sopravvivenza e prosperità.

L'interpretazione che dello spazio diedero gli antichi abitanti della regione fu via via sempre più orientata all'identificazione di uno "spazio centrale", civile e articolato, dove più si concentravano la popolazione e le attività umane, man mano che si andava affermando il modello palatino-templare. Il materiale cartografico antico-orientale, sviluppato anch'esso su tavolette d'argilla, riflette questo schematismo del noi/loro, del centro civile e della periferia "barbara". Fin dalla fase neolitica, si può osservare un'intensa attività di disboscamento da parte degli antichi, con il consueto obiettivo di aprire spazi per l'agricoltura e per i pascoli. Anche la macchia arbustiva venne coinvolta in questa umanizzazione del paesaggio. Durante l'Età del Bronzo, con le crescenti esigenze di un'urbanizzazione sempre più articolata, si passò a intaccare anche boschi di alto fusto, collocati in alta montagna, a testimonianza di un impatto umano crescente sull'ambiente.

L'Acqua, i Fiumi e la Nascita dell'Agricoltura: Fondamenti della Sedentarizzazione

La regione mesopotamica, letteralmente la "terra tra i fiumi", che corrisponde in gran parte all'odierno Iraq, fu il cuore pulsante di molte delle innovazioni che definirono le civiltà antiche. Dall'area delle odierne Ramadi e Samarra, a un centinaio di chilometri, rispettivamente a ovest e a nord-nord-ovest, da Baghdad, e andando verso sud fino a Ur, nei pressi della moderna Nassiria, dove si trovava l'antica linea di costa del Mare Inferiore (Golfo Persico), la Mesopotamia era ed è una piatta pianura alluvionale. Ancora oggi, tra Baghdad e Shatt al-'Arab (alla confluenza del Tigri con l'Eufrate) c'è uno scarto di altitudine di appena 30 metri. Ne consegue che l'andatura dei due fiumi, il Tigri e l'Eufrate, è estremamente lenta, favorendo consistenti depositi di limo, uno strato di detriti fangosi assai fertile. I letti dei due fiumi, inoltre, risultano spesso sopraelevati rispetto alla linea di terra, rendendo frequenti le esondazioni. A ciò si aggiungono temperature medie alte e precipitazioni scarse, condizioni che rendono l'acqua un elemento vitale e al tempo stesso sfidante.

Il ruolo dei grandi fiumi per lo sviluppo iniziale dell'agricoltura, e di conseguenza della sedentarizzazione e delle prime città, è sempre stato riconosciuto. Le periodiche alluvioni determinavano la sedimentazione del limo, che arricchiva il terreno. La costruzione di argini solidi e di dighe permetteva un utilizzo ottimale del limo e lo stoccaggio dell'acqua per i periodi di siccità, essenziale per garantire i raccolti. Questa sistemazione dell'ambiente permetteva rapporti tra semina e raccolta assai più soddisfacenti che altrove. Oltre al Tigri e all'Eufrate, altri fiumi importanti solcano la regione: il Karun, che sfocia nell'Arvand Rud (o Shatt al-'Arab, il fiume formato dalla confluenza del Tigri con l'Eufrate), il Giordano in Palestina e l'Oronte in Libano.

Esiste una distinzione fondamentale tra l'alluvio, da un lato, e l'Alta Mesopotamia (il cosiddetto "paese alto", sopra il Khabur) e la Siro-Palestina dall'altro. Mentre a sud l'agricoltura è irrigua, cioè basata su sistemi di canalizzazione e gestione dell'acqua fluviale, al nord essa è "secca", dipendente cioè dalle precipitazioni. Questa differenza si rifletteva in rapporti tra raccolto e semente molto diversi: anche 30:1 per il sud, un'efficienza impressionante, mentre al nord si attestavano su 5:1 o meno, come dimostrato nel caso di Ebla a metà del III millennio a.C.

È in questa zona, caratterizzata da una complessa interazione tra risorse naturali e ingegno umano, che sono state trovate le tracce più antiche di pratiche agricole. La necessità di trovare un'alternativa per la propria alimentazione, che non dipendesse esclusivamente dalla caccia, ha stimolato la messa a punto delle conoscenze di base per avviare la rivoluzionaria attività dell'agricoltura. In particolare, si è iniziato a usare sistematicamente attrezzi da lavoro e l'aratro, una vera e propria macchina. Si osservava il cielo e si registravano i dati ritenuti importanti al fine di creare un calendario che scandisse i tempi del lavoro, con la consapevolezza delle inevitabili lunghe attese precedenti il raccolto, tempi durante i quali occorreva comunque intervenire per proteggere l'attività svolta. Quest'ultima osservazione è di particolare importanza perché mette in luce un atteggiamento nuovo, basato sulla relazione tra causa ed effetto, determinante per lo sviluppo di un approccio di tipo scientifico nei confronti dell'osservazione della natura.

Attrezzi agricoli antichi

I precoci fenomeni di sedentarizzazione dei gruppi umani sono una delle caratteristiche distintive di questa regione. In un contesto alimentare ancora basato sulla caccia e raccolta, si hanno le prime costruzioni di case, in qualche caso su fondamenta di legno, argilla e pietra, come nel caso di Mallaha-Eynan, in Palestina, circa 10.000 anni fa. Della fine del IX millennio a.C. è la cosiddetta "prima città", Gerico, sebbene questo primato sia controverso e spetti forse a Uruk. Della metà del VII millennio a.C. sono le prime tracce dell'insediamento di Çatalhöyük, nell'attuale Turchia, che rappresenta il sito modello del neolitico della zona.

La rivoluzione neolitica del Vicino Oriente fu anche il contesto in cui la quasi totalità del complesso di animali e piante sfruttati oggi dall'uomo per la produzione di cibi e tessuti (oltre che per il trasporto) fu individuata e selezionata, non sempre volontariamente. Tra queste innovazioni cruciali si annoverano i cereali, i legumi, gli ovini, i caprini, i bovini, la vite, l'ulivo, il cavallo, l'asino, il cammello, il dromedario, e persino la birra, testimoniando un'impressionante capacità di adattamento e innovazione.

Dalle Comunità ai Centri Urbani: L'Emergere della Complessità Sociale

La trasformazione del Vicino Oriente, da regione di primi insediamenti agricoli a terra di complesse civiltà urbane, fu un processo lungo e articolato, che si estese approssimativamente dal 10.000 al 3.300 a.C. Questa transizione fu segnata dal passaggio progressivo dalle comunità di allevatori nomadi, che popolavano la "steppa delle bestie" come descritto nell'Epopea di Gilgamesh, alla vita sedentaria in luoghi che meritavano l'appellativo di città, come Uruk, la città "dei recinti" dove richiudere il bestiame. Non comparvero all'improvviso né in un solo luogo, ma furono il risultato di una lunga evoluzione.

I primi a intraprendere questo cammino verso la sedentarizzazione definitiva furono gli abitanti del nord della Mesopotamia. A partire dal 5.800 a.C. e fino al 4.500 a.C., come evidenziato dalle zone di influenza delle diverse culture nel periodo medio Halaf, la pianura mesopotamica, bagnata da Tigri ed Eufrate, fu l'ambiente perfetto per lo sviluppo di nuove tecniche agricole. Il drenaggio, la canalizzazione e l'irrigazione garantirono la sussistenza di una popolazione in continua crescita. Con questo nuovo tipo di vita, la caccia andò perdendo la sua importanza, finendo col divenire un passatempo per pochi.

Le prime tracce certe del passaggio dai piccoli villaggi alle città sono state trovate nell’antica città di Eridu. I diciannove strati archeologici che la compongono attestano un’occupazione ininterrotta, che comprende tutto il periodo ‘Ubaid e arriva fino all’epoca in cui le città erano ormai diventate una realtà consolidata. Gli scavi mostrano inoltre che a Eridu c’era una chiara gerarchia sociale: è stata rinvenuta una sequenza di edifici religiosi gestiti da capi politici, militari, sacerdotali e da funzionari del culto che esercitavano una specie di controllo sul resto della popolazione. In epoca storica sarebbero stati conosciuti con il nome di en, “signore”.

Chi erano i Sumeri e cosa hanno inventato? La storia della prima civiltà Mesopotamica

Con l'affermazione delle città, si sviluppò una stratificazione sociale articolata come mai prima. In una civiltà urbana, non tutti gli abitanti erano direttamente impegnati nel lavoro della terra, dovendo invece coprire ruoli di gestione, controllo e amministrazione dei beni. La sedentarizzazione è dunque il presupposto per lo sviluppo di nuovi saperi amministrativi e tecnici, che divengono una prerogativa del nucleo abitato e delle persone che vi vivono. Emerge la nuova categoria degli artigiani, che vanno specializzandosi nella lavorazione di materiali come la ceramica, il vetro e i metalli. Gli oggetti rinvenuti nelle tombe mostrano tecniche metallurgiche raffinate e avanzate, che mettono in evidenza lega, saldatura e rifiniture di notevole eleganza.

Questo contesto di crescente complessità vide anche lo sviluppo compiuto del tornio da vasaio e, di conseguenza, della ruota, sia veicolare che per mulino. L'invenzione della ruota, la cui comparsa non è precisamente definibile in termini cronologici, è ritenuta discendere dalle attività agricole ed edili. Un’immagine pittografica su una tavoletta da Ur del 3.500 a.C. circa mostra un carro, la cui fisionomia è chiaramente dipendente dalla slitta impiegata per il trasporto dei materiali pesanti da costruzione. È plausibile ipotizzare che l’intuizione da cui la ruota ha avuto origine sia scaturita proprio osservando il funzionamento dei rulli sotto la slitta; il limite di questo sistema, il dover continuamente spostare il rullo dopo brevi tratti di cammino, può aver fornito lo spunto per cercare di migliorare la situazione. Inizialmente realizzata in legno pieno e quindi molto massiccia, questo tipo di ruota non era ancora pienamente funzionale. Fu verso la metà del III millennio che la ruota piena venne “scavata” fino a lasciare generalmente quattro raggi. Più leggera e funzionale, la ruota con un numero variabile di raggi venne impiegata con successo nel carro da guerra, scavando un solco netto con chi andava in battaglia essendone sprovvisto. Abbinato al cavallo, il carro divenne una vera e propria macchina, capace di rivoluzionare i settori della guerra e del trasporto, anche se in quest’ultimo ambito si prediligevano le vie d’acqua, percorse da imbarcazioni di vario genere e cariche di beni di ogni sorta.

Il progressivo prevalere di un'economia della redistribuzione sulla pratica neolitica della reciprocità (secondo gli schemi di scambio elaborati da Karl Polányi e riadattati da Mario Liverani al contesto antico-orientale) condusse allo sviluppo di un sistema di archiviazione sempre più raffinato. Questo sistema, sempre più necessario per gestire le eccedenze e le complessità amministrative, determinò infine il primo sistema di scrittura del mondo. Fu qui che vennero sviluppati i primi governi centralizzati, codici di leggi e veri e propri imperi, che caratterizzeranno la storia successiva della regione.

Dinamiche Demografiche e Modelli di Sviluppo: Vita e Crescita in un Contesto Antico

La distribuzione delle genti nel Vicino Oriente è stata sempre discontinua, a motivo della grandissima varietà di paesaggi presenti nel contesto considerato. Tale discontinuità era nei tempi antichi anche maggiore di quella attuale. Sono due le zone di fondamentale addensamento demografico: le pianure alluvionali, particolarmente fertili grazie ai fiumi, e le nicchie intermontane, che offrivano protezione e risorse specifiche. Solo in alcune fasi storiche vennero occupate le zone collinari e di tavolato, mentre si rifuggì sempre dalle montagne boscose e dalla steppa, dedicando a queste zone piuttosto una frequentazione periodica, spesso legata alla pastorizia transumante.

La pressione antropica, sebbene crescente con lo sviluppo delle civiltà, non fu mai tale da pesare eccessivamente sull'ambiente nel suo complesso, grazie anche alla vasta estensione del terreno coltivabile in rapporto alla densità demografica. Tuttavia, le caratteristiche del paesaggio alluvionale mesopotamico imponevano che solo una accorta e complessa gestione dell'acqua potesse rendere la terra effettivamente sfruttabile. Toccava quindi al lavoro umano rendere sfruttabile il territorio, evidenziando un condizionamento reciproco tra i tre elementi fondamentali: terra, acqua, e lavoro.

Le crisi demografiche erano spesso prodotte da fattori strutturali e imprevedibili, quali calamità naturali come epidemie, terremoti, inondazioni, periodi di siccità e incendi. Questi eventi potevano annullare anni di crescita e sviluppo.Esistevano almeno due modelli fondamentali di crescita della popolazione e di sviluppo sociale. Il primo modello, più lento, era tipico delle comunità agro-pastorali più minute, siano esse stanziali o transumanti. Questo modello prendeva a riferimento la conservazione dell'esistente, rinunciava a progetti di sviluppo arditi e cercava di conservare intatte le risorse dell'agricoltura e dell'allevamento.Il secondo modello, invece, era tipico dei centri urbani, dove venivano accentrate le eccedenze di cibo. Questo modello diversificava la produzione, sfruttava al massimo le risorse (talvolta assottigliando le greggi e coltivando insistentemente, fino alla salinizzazione dei terreni) e investiva su professionalità non direttamente legate alla produzione di cibo, come l'artigianato specializzato. È a questo modello, com'è ovvio, che si devono le più vistose realizzazioni dell'epoca: i templi, i palazzi, l'artigianato in bronzo e ferro, le stele, gli archivi, le cinte murarie, e le grandiose infrastrutture di canalizzazione del Tigri e dell'Eufrate.

I picchi di sviluppo che il modello accelerato di crescita è riuscito a realizzare sono spesso sopravvalutati in quanto sovradocumentati rispetto al modello lento, che, di fatto, dettava i tempi dello sviluppo "normale" per la maggior parte della popolazione. Tale sviluppo "medio" aveva ritmi quasi impercettibili: la mortalità infantile quasi annullava la forte natalità. L'aspettativa di vita viaggiava tra i 25 e i 30 anni; perché vi fosse sviluppo demografico, una coppia doveva riuscire in questo tempo a generare un numero di figli che, tolto chi moriva in età non adatte alla riproduzione, fosse almeno pari a 3. Dati specifici dall'area egeo-anatolica, ad esempio, mostrano che l'età media dei maschi restò intorno ai 33 anni dal Paleolitico superiore (30.000 anni fa) al Bronzo antico (3.000 a.C.); quella femminile rimase sotto i 30 anni fino al Bronzo tardo (1.500 a.C.), con un crollo nel Mesolitico (9.000 a.C.), dove giunse ai 24,9 anni. Ciascuna donna partoriva mediamente 4 o 5 volte, almeno fino al Tardo Bronzo, mentre la media successiva (fino al periodo ellenistico) fu intorno a 3,8. La mortalità infantile fu in media di 2,5 soggetti per donna fino al Bronzo medio; la media successiva (sempre fino al periodo ellenistico) si abbassò a 2,05. In definitiva, nella zona egeo-anatolica in esame, nel periodo che va dal Paleolitico superiore al periodo ellenistico, i sopravvissuti furono 2,13 per donna, il che significa che l'entità del popolamento rimase pressoché immutata per circa 30.000 anni, nonostante i progressi tecnologici e organizzativi.

Connessioni e Scambi: La Permeabilità dei Confini e la Mobilità dei Popoli

Il Vicino Oriente antico è caratterizzato dalla permeabilità dei suoi confini, un aspetto che ha favorito un'intensa mobilità di popoli, idee e tecnologie. Confini naturali, come il mare, le montagne e i deserti, potevano essere attraversati spesso solo con l'ausilio di specifiche tecnologie, ma non erano barriere insormontabili. I monti Zagros e il Tauro rappresentarono sempre dei confini pressoché invalicabili, se non per strette valli, rendendo difficile l'espansione militare anche ad armate potenti come quelle assire. Tuttavia, le valli montane furono spesso vie di scambio e di migrazione per popolazioni e beni.

Il Mediterraneo, detto allora "Mare Superiore", e il Golfo Persico, o "Mare Inferiore", rappresentavano altrettanti confini naturali, ma di natura diversa, permettendo, attraverso la navigazione, di accedere ad aree anche molto distanti. Fin dal V millennio a.C., le popolazioni mesopotamiche furono in grado di salpare dalle paludi meridionali e seguire le coste del Mare Inferiore. Nel IV millennio a.C., furono forse in grado di raggiungere l'Egitto, circumnavigando la penisola arabica. Tra il III millennio a.C. e l'inizio del II, i contatti con le popolazioni della valle dell'Indo furono sempre più consistenti, testimoniando una rete di scambi commerciali e culturali di portata notevole. La costa sul Mare Superiore presentava una situazione più complessa, con pochi porti disponibili e nessuno più a sud di Giaffa. Ciononostante, alla fine del III millennio, popolazioni egee furono in grado di raggiungere le coste siro-palestinesi e, nella seconda metà del II millennio, si moltiplicarono i viaggi dei Mesopotamici da quel lato, a riprova della crescente interconnessione.

Mappa delle rotte commerciali antiche nel Vicino Oriente

Il deserto siro-arabico rappresentò per lungo tempo il confine meno facilmente valicabile, una vasta distesa arida che scoraggiava il transito. Tuttavia, anche il deserto non fu una barriera assoluta, ma piuttosto un filtro che favoriva forme specifiche di mobilità, come le carovane e i popoli nomadi che ben conoscevano le sue risorse.

Questa permeabilità dei confini permise alle popolazioni dell'area di esplorare ciò che stava all'esterno, ma anche a popolazioni esterne di penetrarla, portando a un costante rimescolamento culturale e genetico. La posizione del Vicino Oriente all'incrocio di diversi continenti ha determinato lo sviluppo di varie "rivoluzioni" tecnologiche, sociali e politiche. Questa stessa permeabilità, e la mobilità dei popoli ad essa connessa, rende peraltro difficile verificare la provenienza di tutte queste diverse genti, di origine europea, africana e asiatica. Prendendo ad esempio gli Ittiti, il fatto che la loro lingua fosse indoeuropea suggerirebbe che essi siano originari di un'area a nord dell'India e che siano arrivati in Anatolia all'inizio del II millennio a.C. Tuttavia, è altrettanto probabile che parlanti indoeuropei risiedessero in quell'area fin da epoca preistorica e che all'inizio del II millennio siano semplicemente entrati nel faro delle fonti scritte. La stabilità del popolamento, in molte regioni, sembra presupporre che esso si sia sviluppato in questa zona già molto prima del periodo considerato. Sebbene la storiografia ottocentesca facesse gran conto di invasioni e migrazioni di popolazioni di altri tipi antropologici, oggi si tende a credere che, in realtà, questi fenomeni siano stati assai meno significativi di quanto un tempo si pensasse.

Innovazioni Tecnologiche e Grandezza Architettonica: Il Genio del Vicino Oriente

Le civiltà del Vicino Oriente antico si distinsero per un'eccezionale capacità innovativa, che si manifestò in una serie di progressi tecnologici e in realizzazioni architettoniche di straordinaria imponenza. Le invenzioni fondamentali, come il tornio da vasaio e la ruota veicolare e per mulino, ebbero un impatto trasformativo sulla produzione e sul trasporto.Dalle attività agricole ed edili si vuole discenda la fondamentale invenzione della ruota. L'immagine pittografica su una tavoletta da Ur del 3.500 a.C. circa mostra un carro che sembra evolvere dalla slitta. L'osservazione dei rulli sotto la slitta, con il loro limite di dover essere continuamente spostati, può aver fornito lo spunto per cercare di migliorare il sistema. Inizialmente in legno pieno e massiccia, la ruota fu "scavata" verso la metà del III millennio, lasciando generalmente quattro raggi. Questa versione più leggera e funzionale fu impiegata con successo nel carro da guerra, rivoluzionando il conflitto. Abbinato al cavallo, il carro divenne una vera e propria macchina, capace di rivoluzionare i settori della guerra e del trasporto, anche se in quest'ultimo ambito si prediligevano le vie d'acqua, percorse da imbarcazioni di vario genere e cariche di beni di ogni sorta.

Come in Egitto, anche in Mesopotamia prese piede un’architettura monumentale di straordinaria imponenza, fatta però principalmente di mattoni cotti e seccati al sole, a differenza della pietra più comune nell'architettura egizia. Le grandi opere tecniche dei popoli che hanno abitato questa terra sono pervenute in pochi resti, proprio a causa della natura effimera del mattone rispetto alla pietra. D'altro canto, non avevano a disposizione, in loco, la pietra che permise agli Egizi di erigere i loro monumenti, dovendo pertanto ripiegare sul mattone seccato al sole, la cui durata nel tempo è breve. La natura effimera delle testimonianze materiali è in parte colmata dalla notevole quantità di testi in cuneiforme rinvenuti dagli archeologi, che fanno luce su molte delle questioni di nostro interesse.

In società che ancora non conoscevano le macchine da sollevamento, le straordinarie realizzazioni architettoniche furono portate a termine grazie al lavoro coordinato di squadre di operai. Come una macchina gigantesca, essi trasportavano e sollevavano massi enormi, erigevano mura e posizionavano sculture pesantissime. Templi, palazzi e giardini fantastici nascevano per la volontà di pochi uomini di potere, monarchi il cui governo era benedetto dal moto dei corpi celesti. Questi erano attentamente scrutinati da sacerdoti e astrologi in grado di raccontarne l'influenza sui destini umani. Gli archeologi tedeschi che hanno scavato Uruk, ad esempio, hanno calcolato che per costruire uno dei complessi templari del protodinastico siano occorsi 5 anni e 1.500 uomini al lavoro costantemente, un esempio impressionante di organizzazione e coordinamento.

Nonostante l’importanza dell’agricoltura, il filo conduttore di una storia del sistema tecnico dei popoli che hanno abitato la Mesopotamia è probabilmente da ritrovarsi nel notevole mutamento di dimensioni dell’architettura rispetto al neolitico. Il tempio, il deposito per immagazzinare i prodotti della terra, la città cinta da mura al cui interno vivevano diverse famiglie e la ziqqurat, una sorta di altissima torre a gradini e ripiani usata anche dai sacerdoti per favorire l’osservazione del cielo, sono realizzazioni che non dipendevano dall’impiego di strumenti e utensili, ancora modesti e semplici, ma da un’organizzazione della società innovativa e rivoluzionaria. Proprio la ziqqurat sintetizza assai bene la relazione esistente tra l’osservazione del cielo e l’impressionante scenario architettonico realizzato, a sottolineare i legami tra divinità e re e, di conseguenza, tra sovrano e sudditi.

Ricostruzione di una ziqqurat

Dal punto di vista di un'analisi delle conoscenze tecniche, è assai interessante l'avvento della civiltà assira, alla fine del II millennio, successivamente alla decadenza del primo impero babilonese dopo la morte di Hammurabi. Il vasto impero che gli Assiri misero insieme mostra, sotto diversi punti di vista, un notevolissimo livello tecnologico. Per quanto concerne l’ambito militare, già col regno di Tiglat-pileser I, salito al potere nel 1110 a.C., gli Assiri misero in campo un apparato impressionante e mai visto in precedenza. Le immagini scolpite sui rilievi non avevano solo il compito di immortalare episodi importanti della storia di quel popolo, ma volevano anche sottolineare la conoscenza e il possesso di una tecnologia capace di vincere ogni resistenza. A conferma del fatto che nella storia dell’umanità le vicende della guerra hanno sempre costituito un veicolo di straordinaria efficacia per introdurre nuove tecnologie, i ritrovamenti archeologici dimostrano, tra l’altro, che gli eserciti assiri erano equipaggiati con armi in ferro, presumibilmente ottenute non lavorando localmente il metallo, ma acquisendole presso gli Ittiti.

A differenza di Babilonia, edificata in mattoni, Ninive, la capitale assira, era costruita in pietra, a testimonianza di un accesso diverso alle risorse e di tecniche costruttive avanzate. Una delle opere tecniche più significative è la costruzione dell’acquedotto di Jerwan, datato al 691 a.C., primo esempio di rifornimento idrico pubblico, realizzato sotto il re Sennacherib e utilizzato per convogliare l’acqua che sgorga dal monte Tas sopra Ninive. I re erano protetti da enormi tori alati con volto umano detti Lamassu. Un rilievo, conservato al British Museum e datato all’epoca di Sennacherib (705-681 a.C.), proveniente dal palazzo reale di Ninive, mostra il trasporto di un gigantesco Lamassu. La scultura è sopra una slitta lignea, trainata da file di uomini che agiscono anteriormente e sospinta da altri che si trovano sul lato posteriore appendendosi ad una lunga leva. La presenza di personaggi che seguivano l’operazione portando, per mezzo di carretti, traversine e matasse di corde testimoniava la frequenza con cui questi materiali dovevano rompersi, ma anche la straordinaria organizzazione logistica.

Dopo che Sennacherib distrusse l’antica città di Hammurabi, i Caldei di Nabucodonosor la ricostruirono, dando vita alla Babilonia che divenne leggendaria, in particolare per il mito dei giardini pensili, una delle sette meraviglie del mondo antico. Infaticabile costruttore, questo sovrano fece erigere palazzi, templi e porte imponenti adoperando un numero incalcolabile di mattoni. Di particolare effetto era l’uso di mattoni smaltati in azzurro, a rivestire le opere più importanti. È la Babilonia di questi monumenti, decorati anche con draghi, leoni e tori in bassorilievo, che sarà raccontata da Erodoto. I dubbi degli studiosi moderni sull’esistenza dei giardini discendono dal fatto che gli archeologi non ne hanno trovato traccia, né vengono citati dai testi in cuneiforme in nostro possesso. Di essi parlano, però, autori di lingua greca, a cominciare da Berosso, un caldeo che, attivo verso la metà del III secolo a.C., scrisse un’opera in cui spiegava ai Greci, incapaci di leggere il cuneiforme, la cultura di quel popolo. A questi brani si aggiungono le descrizioni di Diodoro Siculo (Biblioteca storica, 2, 10) e Curzio Rufo (Storia di Alessandro, 5, 1, 32-35). Ma è soprattutto interessante, per questo argomento, un’osservazione di Strabone (Geografia, 16, 1, 5), che ricorda la presenza di un’ultima terrazza cui si accedeva “per mezzo di una scala, lungo la quale correvano delle spirali attraverso le quali l’acqua veniva portata di continuo dall’Eufrate fin nel giardino […]”. Non solo, quindi, la notizia della conoscenza di un dispositivo, la vite idraulica, che gli antichi stessi attribuiranno ad Archimede, ma addirittura l’intuizione di metterle in collegamento in obliquo una dopo l’altra, una soluzione che, allo stato attuale delle conoscenze, sembra acquisita solo nel Rinascimento. Del resto, la medesima tecnologia di cui parla Strabone sembrerebbe essere descritta a irrigare i Giardini del Palazzo Inimitabile di Sennacherib, serviti dall’acqua portata dall’acquedotto fatto costruire dal sovrano a Jerwan, a sud est di Ninive, suggerendo una possibile origine assira per questa meraviglia.

La Concezione del Potere e la Legittimazione Divina: Re, Sacerdoti e l'Ordine Cosmico

Tutte le civiltà hanno un principio, una genesi che segna l'inizio di uno sviluppo storico, politico, sociale e culturale. Nel Vicino Oriente antico, la concezione del potere era intrinsecamente legata al divino e all'ordine cosmico, con il re che fungeva da intermediario tra il cielo e la terra. La monarchia, in queste società, non era solo una forma di governo, ma un pilastro dell'esistenza stessa, legittimato da forze superiori.

Verso la seconda metà del III millennio a.C., il re accadico Sargon il Grande definì i limiti del suo neonato impero con queste parole: «Enlil non gli diede rivali: gli diede il Mare Superiore e il Mare Inferiore; dal Mare Inferiore i figli di Akkad detennero la posizione di governatori». Questa citazione, come altri termini simili, oggi corrispondenti a realtà geografiche conosciute con altri nomi, fu usata dai sovrani mesopotamici per riferirsi ai territori in cui essi vivevano ed entro i quali si espansero i loro imperi e le loro civiltà. Parlavano di «Mare Superiore» (il Mediterraneo) e «Mare Inferiore» (il Golfo Persico), di catene montuose come la «Montagna dei Cedri» (il monte Libano), di fiumi come il Purattu e l’Idiqlat (l’Eufrate e il Tigri), delle «Quattro Regioni dell’Universo» (Mesopotamia, Anatolia, il Levante mediterraneo e l’Iran) o di «Sumer e Akkad» (la Mesopotamia stessa), e di Paesi come il «Paese delle Pietre» (Oman), il «Paese del Rame» (Anatolia) o il «Paese dell’Alabastro» (Egitto). Questa toponomastica non solo descriveva la geografia, ma anche la percezione che gli antichi avevano del loro mondo e del loro posto in esso.

Il potere del re cominciava dalla capacità di leggere i movimenti dei pianeti che quel regno avevano legittimato. Oggetto di osservazioni sistematiche, il cielo rivelava informazioni che venivano registrate e trasmesse attraverso i sacerdoti al re e alla popolazione. Indicato dal cielo, il regno si manifestava attraverso l’opera di intermediazione di sacerdoti, maghi, indovini e interpreti di sogni. Sarebbe dunque errato non cogliere le relazioni tra lo sviluppo dell’eccezionale sistema tecnico mesopotamico e il potere con il suo apparato. La chiave di lettura è duplice: la rovina del secondo Impero sumerico per mano di Hammurabi, per esempio, venne percepita come una catastrofe che segnava la fine dell’ordine universale che aveva reso possibile l’affermazione di quella pacifica e progredita civiltà, capace di coniugare i precetti fondamentali di agricoltura e irrigazione con lo sviluppo dei centri urbani.

L’idea che il re fosse tale per diritto divino richiedeva inoltre uno sforzo, portato avanti da sovrani come Hammurabi, per dare al paese un’unità religiosa, cosa che avveniva attraverso il culto del dio Marduk. La coesione delle genti mesopotamiche favoriva, infatti, la convinzione che il re avesse un potere che gli garantiva, tra l’altro, una vita più lunga, condizione necessaria per promuovere grandi imprese utili per tutta la comunità, per esempio la costruzione di canali e città. La monarchia radunava gli uomini, li divideva per specializzazione, ne organizzava il lavoro e spostava la tecnica su dimensioni nuove e rivoluzionarie. Giustamente, in questo tipo di organizzazione così meticolosa e perfettamente funzionante è stato visto l’archetipo della macchina.

Tavoletta con iscrizione cuneiforme del codice di Hammurabi

Un solco enorme sembra ora dividere le attività artigianali, anche di notevole livello qualitativo, e le imprese architettoniche di questi re. Veri e propri oggetti meccanici, le squadre di operai nel loro insieme coordinato e ritmato costituivano una macchina perfetta che non conosceva pause e che eseguiva i propri compiti a beneficio dell’immagine del sovrano. Ecco allora che si poteva costruire, nel deserto, una ziqqurat in modo che anche il paesaggio recasse i segni dell’ordine cosmico di cui il re era garante sulla terra. La costruzione di tali strutture non era solo un'impresa ingegneristica, ma anche un potente simbolo della legittimità divina e della capacità del sovrano di imporre la sua volontà sul mondo naturale e umano, creando un ordine che rifletteva quello celeste sulla terra.

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