Frankenstein e il Velo della Maternità: Riflessioni sulla Creazione, la Solitudine e la Natura del Mostruoso

L'ombra lunga di "Frankenstein o il Prometeo incatenato" si proietta ben oltre le pagine del romanzo, intrecciandosi con le vite dei suoi creatori e sollevando interrogativi che risuonano ancora oggi. La genesi di quest'opera, segnata da un'atmosfera di genialità e tormento, è un fertile terreno di indagine, soprattutto quando si considerano le profonde connessioni tra la figura del creatore, la sua creatura e l'atto stesso della generazione. In questo contesto, è inevitabile riflettere sulla natura del "mostruoso", sulla responsabilità scientifica e sulla complessa dinamica della maternità, sia essa biologica o metaforica.

L'Arte come Specchio dell'Anima e la Natura del Mostruoso

La lettura di "Frankenstein" ha innescato una profonda riflessione sulla natura dell'arte e sulla sua capacità di riflettere le oscurità interiori dell'uomo. Come uno specchio che proietta il proprio ritratto oscuro, la tela del pittore o il foglio dello scrittore diventano strumenti per esplorare fantasmi, fantasie orribili e verità grottesche. L'atto creativo, che sia dipingere o scrivere, è intrinsecamente uno specchio che porta alla luce ciò che giace celato nell'inconscio.

La domanda "che cos'è mostruoso?" emerge con prepotenza. È un giudizio morale o una categoria estetica? Il romanzo lascia aperte queste domande inquietanti: l'arbitrio della scienza, la sfida dell'uomo alle leggi naturali, l'intelligenza che partorisce mostri sui quali si arroga diritto di vita e di morte. La creatura di Frankenstein, strappata al regno dei morti o rozzo semidio artificiale, solleva interrogativi sulla definizione stessa di umanità e sulla linea sottile che separa la vita dalla non-vita. Le sue cellule, composte da fibre di muscoli e nervi umani, desiderano una vita normale. Ma, disciplinata alle regole della società, sarebbe ancora un mostro o perderebbe la sua diversità? La sua esclusione, il suo rifiuto da parte dei "normali", evidenzia una profonda ingiustizia, una negazione del diritto di esistere e di appartenere.

Ritratto di Mary Shelley

La Solitudine del Creatore e la Ricerca d'Amore

La solitudine di Frankenstein è un tema centrale, un eco della disperata richiesta d'amore della sua creatura. Gli occhi smarriti che incontrano solo la benevolenza della luna nel cielo notturno simboleggiano un'esistenza al margine, priva di connessione e comprensione. Questa solitudine, tuttavia, non è esclusiva del personaggio letterario. Si riflette nelle vite dei suoi creatori, nelle loro esperienze di amore negato e nella lotta per "addomesticare" i propri demoni interiori.

La figura di Mary Wollstonecraft, madre di Mary Shelley, emerge come un esempio di temperamento vulcanico e ricerca utopica. La sua aspirazione all'amore e alla libertà femminile, unita a un carattere a tratti "a metà", indipendente ma anche vittima delle passioni, la rende una figura complessa. La sua morte durante il parto, evento estremo che solleva interrogativi sull'avanzamento della scienza medica, lascia un vuoto che risuona nella vita di sua figlia.

L'idea di un "grande atto d'amore" come unica via per "salvare" il mostro, sia esso letterale o metaforico, diventa un'aspirazione universale. Artisti, creatori, e in fondo tutti gli esseri umani, si chiedono se abbiano avuto questo amore, se siano stati capaci di offrirlo.

Mary Shelley - La creatrice di Frankenstein - Documentario biografico

La Maternità, la Scienza e il Mistero della Vita e della Morte

La genesi di "Frankenstein" è intrinsecamente legata alle esperienze di maternità di Mary Shelley. La sua stessa nascita è segnata dalla morte della madre, un evento che la porta a interrogarsi sul ruolo della scienza moderna nella preservazione della vita durante il parto. La morte della sua prima figlia, invece, la confronta con l'impotenza di una madre di fronte al mistero della morte, un desiderio quasi prometeico di infondere il proprio soffio vitale in un corpo inerte.

La domanda che emerge è pressante: "che cosa «ha visto» mia madre, prima di morire? E io stessa, davanti al corpicino inerte di mia figlia e poi, davanti a tutti gli altri morti che hanno costellato finora la mia breve esistenza?". Frankenstein, nato da tutto questo e da un incubo in una notte di tempesta, diventa un simbolo di queste angosce profonde.

L'opera riflette anche la paura dei "mostri" generati dalla scienza che va contro natura, come nell'antica leggenda del Golem. La paternità consumata esclusivamente nel laboratorio del cervello, priva dell'atto d'amore tra uomo e donna, porta con sé il seme di una pericolosa onnipotenza, destinata alla solitudine e all'incompletezza. Per le donne, la scelta della sopravvivenza è spesso affidata alla decisione di medici e mariti, un potere decisionale che solleva questioni etiche e morali profonde.

L'Arte come Rifugio e la Lotta contro i Demoni Interiori

L'arte, per molti, rappresenta un rifugio, un mezzo per tradurre tecnicamente la ricchezza interiore in espressione. Il "pittore ufficiale del diavolo" che si rivolge a Mary Shelley, pur affermando di non meritare i suoi apprezzamenti, è fiero di aver colpito la sua fantasia. La sua vita, descritta come "abissale, come un paesaggio d’alta montagna", è caratterizzata da una costante sensazione di precarietà, un equilibrio sul ciglio di un crepaccio. La "mediocre, banale «domesticità»" diventa un'ancora di salvezza, un mezzo per stabilire un po' di calma interiore.

Incubo di Henry Fuseli

La pittura, per questo artista, è un modo per salvarsi dalla follia, per dipingere incubi notturni e trasformarli in opere. Le sue idee sulla pittura - "Tutto si ritrova in natura; l’uomo non crea, inventa" - si scontrano con l'atto creativo di Frankenstein, che "ha inventato il mostro, come voi avete inventato Frankenstein". Solo Dio, se esiste, crea dal nulla.

La Genesi di un Capolavoro: Dubbi, Limiti e la Forza della Semina

Mary Shelley, pur fiera del suo "Frankenstein", nutre dubbi sulla sua ideologia e sul suo futuro in un mondo letterario dominato dagli uomini. Non ama in particolare i capitoli della "debolezza" di Frankenstein, considerandoli una caduta stilistica, ma non riesce a sostituirli o modificarli. Questo limite, questa "opera debole" che non dovrebbe esistere, diventa un punto di riflessione sulla perfezione artistica e sull'accettazione dei propri difetti.

Tuttavia, questi difetti letterari possono portare a nuove riflessioni e "nuovi semi per libri futuri". L'importanza fondamentale risiede nel "seminare": domande, ipotesi, discussioni, turbamenti. Il mostro di Frankenstein, in fondo, chiede solo amore e comprensione. Non conosce madre, ma solo il padre che lo genera nel cervello. La sua nascita da un'ambizione maschile solitaria, anziché dall'atto d'amore tra uomo e donna, lo condanna alla solitudine e all'incompletezza.

La riflessione sulla paternità che si consuma esclusivamente nel laboratorio del cervello, e la conseguente pericolosa onnipotenza, si contrappone alla complessità dell'esperienza femminile, dove la scelta della sopravvivenza è spesso delegata ad altri. La confessione di Mary Shelley a questo "Maestro" (probabilmente Henry Füssli, dato il riferimento al suo "Incubo" dipinto a quarant'anni, mentre lei pubblica "Frankenstein" a diciannove) è quella di una figlia che si confida con un padre, cercando indulgenza e comprensione.

Il Futuro del "Figlio di Carta" e la Vulnerabilità dei Cari

Il futuro del "figlio di carta" di Mary Shelley, il suo "Frankenstein", non è la sua preoccupazione principale. La sua mortalità o immortalità non ha importanza. La sua vera paura è per i suoi figli e per suo marito, Percy Bysshe Shelley, considerato un "figlio molto delicato". Questa vulnerabilità, questa preoccupazione per i propri cari, è un filo conduttore che lega la creatrice alla sua creazione, e le loro vite alle esperienze universali di amore, perdita e paura.

La scommessa letteraria a Villa Diodati, con Byron e Polidori, è il contesto storico che ha dato vita a questa opera monumentale. L'idea di un racconto di fantasmi, nata in una notte di tempesta, si trasforma in un'esplorazione profonda della natura umana, della scienza e del mistero della creazione. E mentre Mary Shelley affronta i suoi dubbi e le sue paure, il suo "mostro" continua a vivere, a interrogare e a turbare, un'eterna testimonianza della complessità dell'esistenza.

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