Le cose belle: Sogni, Realtà e la Ricerca di un Futuro a Napoli

Il cinema, nella sua essenza più profonda, trascende la mera fruizione di immagini in movimento per diventare una potente lente attraverso cui osservare, comprendere e persino trasformare la realtà. I cineclub, in particolare, hanno rappresentato per generazioni uno spazio fondamentale di crescita culturale, una "macchina di sogni" capace di formare, confrontare, dibattere e stimolare il pensiero critico, persino il dissenso. Il Supercineclub, con la sua proposta di rivedere pellicole cult attraverso la maturità e lo spirito critico odierni, proiettate nei migliori formati tecnici disponibili e spesso in lingua originale con sottotitoli, incarna questo spirito.

Sala cinematografica con proiettore

L'invito inaspettato e graditissimo da parte dell'amico regista Agostino Ferrente, per la presentazione romana del suo nuovo film "Le cose belle", diretto insieme a Giovanni Piperno, offre uno spunto di riflessione su questo potere trasformativo del cinema. Ferrente, che non si vedeva da sette anni, esordì con il delizioso e musicale film "L’orchestra di Piazza Vittorio". L'eco di quell'incontro, avvenuto nel 2007 in occasione di un convegno su Psicologia & Comunicazione, dove Ferrente presentò in anteprima dei video ritratti di alcuni musicisti dell'orchestra, risuona ancora oggi. Dopo sette anni di "silenzio creativo", la nuova fatica cinematografica dei due registi affonda le radici in un documentario del 1999, trasmesso su RAI 3, intitolato "Intervista a mia madre". Quindici anni fa, quel documentario vedeva quattro ragazzi napoletani raccontare i loro sogni futuri, le aspirazioni di cosa avrebbero voluto fare da grandi.

Dalla Memoria del Passato alla Realtà del Presente

L'approccio registico in "Intervista a mia madre" era studiato per garantire autenticità: i protagonisti erano impegnati in interviste alle proprie madri, un espediente per mitigare il rischio di un eccessivo protagonismo, comune nei giovani attori di strada, specialmente se giovanissimi. L'idea di riprendere quel materiale è stata coraggiosamente sostenuta da Antonella Di Nocera, produttrice e ex assessore alla cultura di Napoli. Per lei, quest'opera rappresenta un distillato della sua esperienza politica nella città partenopea, un lavoro incentrato su educazione, gioventù e cultura, considerate le uniche speranze di cambiamento per Napoli.

Questa visione trova un'eco nel concetto di cinema come possibile terapia, un'idea sostenuta nel libro "Pazzi per il Cinema - MediCineTerapie" (Alpes, Roma, 2013) e condivisa da Ilaria Urbani nel suo articolo sull'edizione napoletana de "La Repubblica", dove il cinema si rivela quasi terapeutico per i protagonisti.

"Le cose belle" riaggancia, "mescola" alchemicamente e porta a una resa dei conti le aspettative e i desideri dei quattro adolescenti di allora - Fabio, Enzo, Adele e Silvana - ormai cresciuti, dopo circa quindici anni. In mezzo a tutto questo, c'è Napoli, con le sue innumerevoli difficoltà, sia note che ignote. La città partenopea viene riletta attraverso le epoche, dai tempi di Bassolino fino all'era attuale, definita quella di Saviano. La domanda su quanto la realtà sia effettivamente cambiata rimane aperta, ma ciò che è certo è il cambiamento e l'adattamento obbligatorio di questi ex adolescenti, che hanno vissuto un effimero quarto d'ora di celebrità per poi confrontarsi con un mondo che risponde scarsamente ai sogni infantili.

Vista panoramica di Napoli

L'opera è pervasa da un "dolcissimo vento rosselliniano", delicata e chirurgica al contempo, divisa tra la tenerezza e la partecipazione alle difficoltà dell'esistenza, e la crudeltà immutabile del reale. Entrambi gli aspetti vengono vivisezionati sul tavolo operatorio della vita con il bisturi di una telecamera attenta. Si percepisce un soffio neorealista, con un tocco alla De Sica, per la sua capacità unica di lavorare con bambini e attori non professionisti. Ferrente e Piperno, eredi moderni di un nuovo realismo del XXI secolo, sembrano aver contribuito, forse inconsapevolmente, a un parziale lieto fine per i quattro protagonisti del loro cinema. Nessuno ha perso la speranza di continuare a combattere la battaglia dell'esistenza, e per qualcuno, questo film è stata la scintilla che ha innescato una ripartenza.

La pellicola è intrisa di scatti d'ironia, un'ironia che solo una città tanto amata quanto sofferente come Napoli può suscitare. Restano indimenticabili i volti dei protagonisti da piccoli e poi adulti, ma anche le facce e le storie collaterali, scritte direttamente dalla più ricca e incontestabile sceneggiatrice della storia: la vita. Con dispiacere, si apprende della morte prematura di uno dei ragazzi più simpatici del film (il fratello di Fabio). Si vede anche il fratello di Adele, che scopre una diversa identità di genere, con fuggevoli e rapidissime immagini che lo ritraggono da adulto, lontano dall'ambiente napoletano.

Oltre i Confini di Napoli: Esperienze Cinematografiche Diverse

Dopo la proiezione, la discussione con Agostino Ferrente si protrae fino a tarda notte, in un'estate romana inquieta, segnata da ambasce economiche nazionali e schizofrenie meteorologiche. L'abbraccio finale e la promessa di non superare i tempi di attesa tra un film e l'altro di Gillo Pontecorvo, che riuscì a far trascorrere anche dieci anni tra un'opera e l'altra, sigillano l'incontro.

Il "Manifesto del Movimento Psicofuturista" emerge come una proposta innovativa per un avanzamento pacifico ma rivoluzionario della psicoanalisi, definendosi "dei due pianeti" per il desiderio di integrare le componenti maschili e femminili dell'essere umano. Il "Premio Marco Aurelio per la Settima Arte", istituito otto anni fa dalla città di Roma, rappresenta il trofeo consegnato al miglior film in concorso in questa kermesse cinematografica autunnale.

Tra i film in concorso, spicca "I am not him" del regista turco Tayfun Pirselimoglu. Pur evocando ricordi di classici come "L'oggetto oscuro del desiderio" di Buñuel e "La donna del ritratto" di Lang, il film intriga e convince. La trama segue Nihat, un solitario e introverso inserviente delle pulizie, la cui vita prende una piega inaspettata dopo un'avventura notturna finita male e un breve arresto. Sul posto di lavoro incontra Ayşe, una donna affascinante ed enigmatica, moglie di un criminale incarcerato. Ayşe, oltre a essere un'ottima cuoca, esercita il mestiere di sguattera e invita Nihat a casa sua. Durante una cena, Nihat si accorge di una straordinaria somiglianza tra sé e il marito di Ayşe, un assassino noto, osservandone una foto.

Immagine surreale con specchi

L'aspetto surreale del film si accentua durante una gita in barca, quando Ayşe scompare misteriosamente, per poi essere ritrovata esanime sulla spiaggia. Nihat, evitato il ritorno al lavoro, inizia a costruirsi una nuova identità, rasandosi e cambiando città. Qui, viene scambiato per il vero criminale da un membro della sua banda e ottiene aiuto. Incontrando nuovamente Ayşe, che esercita la prostituzione, Nihat la contatta, stupito dalla sua indifferenza e dalla sua somiglianza con la donna che aveva conosciuto. La domanda se si tratti di una congiura ordita da Ayşe rimane sospesa.

Un'altra interessante proposta è "La luna su Torino" di Davide Ferrario. La storia, incentrata sul 45° parallelo che attraversa la città, segue le vite intrecciate di un improbabile ereditiero generoso ma sfortunato con le donne, una donna ospitata nella sua magione senza pretese, e un dongiovanni che lavora in un bioparco. Il film racconta il disagio generazionale di questi personaggi tra i venti e i trent'anni. Sebbene la sceneggiatura possa essere considerata il punto meno forte, le caratterizzazioni psicologiche degli interpreti sono assai ben delineate.

5 film che DEVI guardare in italiano

"Il carattere italiano" di Angelo Bozzolini, un docufilm realizzato in collaborazione con l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, offre uno sguardo sulla storia dell'Accademia, fondata nel 1585. La pellicola intreccia la storia dell'istituzione con le interviste ai musicisti, esplorando i loro sogni e le loro aspirazioni. Sogni ricorrenti come arrivare in ritardo ai concerti, dimenticare lo strumento o dover suonare senza conoscere la partitura, rivelano la profonda connessione tra i musicisti e il loro lavoro, la sana paura di perdere ciò che li lega alla loro vita. L'ascolto di un musicista esperto di psicoanalisi, che discute di "senex" e "puer", e le commoventi parole di Pappano, che ricorda i suoi dodici anni di accompagnamento al pianoforte del padre, sottolineano l'importanza della musica e del sacrificio nel percorso artistico.

Infine, il regista Jonathan Demme, noto per il suo impegno politico e per film come "Something wild" e "The Agronomist", viene presentato come un "animale cinematografico di razza". Il suo percorso artistico, iniziato sotto l'ala di Roger Corman, dimostra una preferenza per progetti audaci e non convenzionali, come la trasposizione moderna di un dramma di Ibsen, "Fear of Falling".

Robert Altman: Il Caos Fertile e la Ricerca della Verità

Il critico Robert Benayoun, nel 1972, definì il cinema di Robert Altman "caos fertile", un saggio che esplorava la carriera del regista americano focalizzandosi sui film da "M.A.S.H." a "I Compari". Altman, pur essendo un nome relativamente nuovo nel panorama cinematografico dei primi anni '70, si impose come un autore originale e spregiudicato, paragonato a scrittori come Joseph Heller, John Barth e Thomas Pynchon. Il suo approccio, descritto come caotico e festoso sui set, con pause ricreative a base di alcol e marijuana, non gli impediva di portare avanti una visione personale, fondendo il lavoro collettivo all'intuizione artistica. Benayoun sottolinea come Altman abbia "trasformato il mestiere totalitario della regia in una democrazia, se non un'anarchia".

Set cinematografico con Robert Altman

Nato a Kansas City nel 1925, Altman ebbe un'educazione rigorosa e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale. Il suo primo contatto con il cinema avvenne scrivendo soggetti con un aspirante regista a Malibu. Dopo un tentativo infruttuoso di sfondare a Hollywood, si trasferì a New York per poi fare tappa a Kansas City, dove, senza alcuna esperienza, venne assunto dalla Calvin Company per realizzare decine di documentari industriali. Il suo primo lungometraggio, "The Delinquents" (1956), girato in poche settimane con un budget limitato, seguiva il filone della gioventù ribelle degli anni '50, distinguendosi per il realismo nella messinscena, ma peccando nella caratterizzazione dei personaggi e nella retorica moralista.

Dopo aver realizzato "La storia di James Dean" (1957), un documentario che, nonostante l'intento iniziale di smitizzare l'attore, finì per rafforzarne la leggenda, Altman si dedicò alla televisione per circa otto anni, girando numerosi episodi per serie come "Alfred Hitchcock Presenta", "Il tenente Ballinger", "The Roaring '20s", "Bus Stop" e "Bonanza". Questa esperienza televisiva, sebbene segnata dalla lotta per ogni cambiamento alle linee di dialogo e allo stile, rappresentò una seconda palestra per affinare i propri strumenti e la propria visione del mezzo cinematografico. Tra le esperienze televisive, si ricordano l'amore per l'attrice Kathryn Reed, che sposò nel 1959, e la realizzazione della serie sulla Seconda Guerra Mondiale, "Combat!", apprezzata per il suo realismo e antimilitarismo, qualità che gli costò il licenziamento.

Il ritorno a Hollywood avvenne con "Conto alla rovescia" (Countdown, 1968), un film di genere con elementi di "buddy movie", che Altman realizzò per la Warner Bros. La pellicola, che beneficiava della collaborazione della NASA, esplorava l'attrito tra due amici, un ingegnere e un colonnello, impegnati in una missione spaziale. Altman mise in scena con insolito realismo i meccanismi burocratici e gli scontri tra le gerarchie, fornendo un contesto umano alla corsa spaziale. La sequenza della simulazione in addestramento, montata in parallelo all'attesa dei familiari sulla Terra, è un esempio della sua abilità nel gestire la suspense. Nonostante la qualità del film, Jack Warner, scettico nei confronti di Altman, lo escluse dal montaggio, segnando l'ennesima battaglia persa contro il sistema hollywoodiano.

Tuttavia, "Quel freddo giorno nel parco" (That Cold Day in the Park, 1969) è considerato da Altman stesso il suo primo vero film, poiché fu il primo su cui ebbe il completo controllo. Liberamente ispirato a un romanzo di Richard Miles, il film esplora i "fantasmi dell'inconscio individuale", con una donna dell'alta borghesia che sviluppa un'ossessione per un giovane sconosciuto incontrato nel parco. Questo film segna l'inizio di una sorta di trilogia sulla psicosi femminile, che proseguirà con "Images" e "Tre donne". "Quel freddo giorno nel parco" è un trionfo di esercizi tecnico-registici, un'operazione sperimentale fatta di zoom, immagini distorte, riflessi e "overlapping dialogue", prefigurando la sua futura abilità nel suggerire percorsi di senso molteplici e nel disinteressarsi dello "sviluppo drammatico dell'azione".

La carriera di Altman, segnata da una costante lotta contro le convenzioni e le interferenze di Hollywood, è un esempio di perseveranza e di ricerca artistica, un "caos fertile" che ha dato vita a un cinema unico e influente.

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