Il Dio dei Mafiosi: Un'Indagine sulla Relazione tra Fede e Criminalità Organizzata

La relazione tra la criminalità organizzata e la sfera religiosa è un nodo complesso e antico, che interroga profondamente la società, le istituzioni e, in particolare, la Chiesa. La questione di cosa pensi Dio della mafia è, in linea di massima, chiara, ma la prospettiva dei mafiosi riguardo al divino è un terreno fertile per indagini profonde. Questo tema è stato al centro di riflessioni autorevoli, tra cui spicca il saggio del pubblico ministero Roberto Scarpinato, intitolato "Il Dio dei mafiosi", e l'opera omonima del filosofo e attivista antimafia Augusto Cavadi.

L'Anatema Papale e le Sue Ripercussioni

Un momento cruciale nella percezione pubblica del rapporto tra Chiesa e mafia fu l'intervento di Papa Giovanni Paolo II, il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi. In quell'occasione, il Pontefice pronunciò un anatema potente: "Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere!’. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio". Questo richiamo alla legge divina ebbe un impatto significativo, tanto che, come testimonia il pentito Salvatore Grigoli, futuro sicario di don Pino Puglisi, "da allora in Cosa nostra si cominciò a vociferare che la chiesa cominciava a essere diversa".

L'appello del Papa non si limitò a una condanna generica, ma stimolò riflessioni più profonde. Il filosofo Augusto Cavadi colse l'opportunità per rivolgere al Pontefice un appello "sulla necessità di sciogliere gli equivoci e le connivenze fra realtà ecclesiale e sistema mafioso". Queste dichiarazioni evidenziano una dicotomia di vedute, che oscillano tra un "bicchiere mezzo vuoto" e un "bicchiere mezzo pieno".

Statua di Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi

La Chiesa di Fronte al Fenomeno Mafioso

La recezione del messaggio profetico di Giovanni Paolo II da parte della Chiesa è stata disomogenea, come emerge dal documento "Risorse e dignità del Mezzogiorno" pubblicato dai vescovi all'inizio del 2010. Se da un lato esistono "martiri per la giustizia", figure come don Pino Puglisi che hanno pagato con la vita il loro impegno antimafia, dall'altro lato si riscontra una tendenza di molti a "cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile". Questa inerzia, o scepsi, solleva interrogativi sulla capacità e sulla volontà della Chiesa di affrontare con vigore il fenomeno mafioso.

La Teologia dei Mafiosi: Un Rapporto Contorto con il Divino

La domanda centrale che emerge è: cosa pensano i mafiosi di Dio? Le risposte a questa domanda sono antiche e complesse, e meritano un'analisi approfondita che vada oltre la mera dimensione giudiziaria e politica. Il libro di Augusto Cavadi, "Il Dio dei mafiosi", tenta di fornire una lettura teologica di Cosa Nostra, indagando come una società a stragrande maggioranza cattolica possa "partorire" organizzazioni criminali come Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.

Cavadi sottolinea un aspetto paradossale: i mafiosi si professano religiosi, portano con sé santini e immagini sacre, e spesso si definiscono "cattolici". Il pentito Leonardo Messina afferma: "Tutti noi uomini d’onore pensiamo di essere cattolici, Cosa nostra si vuole farla risalire all’apostolo Pietro". Michele Greco, noto come "il Papa", si paragonava ai pontefici per la sua "coscienza serena" e la "profondità della sua fede". Pietro Aglieri, arrestato con numerosi tomi di teologia e un libro di Edith Stein, rappresenta un ulteriore esempio di questa commistione tra spiritualità e criminalità.

5/12 Lezioni Di Mafia - Mafia e Religione (con Pietro Grasso)

Questo intreccio solleva interrogativi sulla natura della loro fede e sul loro rapporto con il bene e il male. Non si tratta di una teologia consapevole e meditata, ma piuttosto di un apparato ideologico a cui fare riferimento in assenza di giustificazioni intellettuali per le proprie azioni. Scarpinato, nel suo saggio, descrive un Dio mafioso come "onnipotente senza tenerezza", un "Dio, per dirla con i mafiosi, masculiddu". Questa visione si nutre di un "registro lugubre" e approda a un "ateismo nichilista".

L'Influenza del Cattolicesimo "Municipale"

La peculiarità di questo fenomeno risiede, secondo Cavadi, nell'influenza di una specifica versione del cristianesimo: quella "municipale e tribale", che ha caratterizzato la storia del Meridione. In questa prospettiva, "Dio è essenzialmente il garante dell’ordine cosmico e dell’ordine sociale". Questo tipo di cristianesimo, pur essendo un tratto distintivo della cultura meridionale, rischia di essere una corruzione del messaggio originale, trasformandolo in un sistema culturale organico che ne rende quasi irriconoscibile la natura primaria.

La Chiesa e la Lotta all'Antimafia: Questioni Aperte

Il libro di Cavadi non si limita a analizzare la "teologia dei mafiosi", ma estende la sua indagine anche alla Chiesa, ponendo interrogativi sulla sua responsabilità e sul suo ruolo nella lotta alla mafia. Vengono sollevate questioni sulla "scissione della ‘religione borghese’ dalla chiesa dei poveri" e sulla "scissione della chiesa collusa da quella purificata", invitando all'elaborazione della colpa della Chiesa-istituzione.

Inoltre, Cavadi introduce un concetto ancor più profondo: il cattolicesimo stesso, nella sua evoluzione storica e culturale, potrebbe essere visto come un "aborto di una fede tradita". La teologia nichilista della mafia non sarebbe una corruzione del cristianesimo, ma piuttosto un riflesso della corruzione che il cristianesimo stesso ha subito nel suo processo di trasformazione.

Per una Teologia "Oggettivamente" Antimafiosa

Nell'ultimo capitolo del suo libro, Cavadi propone "Per una teologia ‘oggettivamente’ antimafiosa". Questa prospettiva non si limita a demistificare la "transcultura mafiosa", ma si spinge oltre, affermando la necessità di indagare e demistificare anche quelle "transculture" - principalmente quella borghese-capitalistica e quella cattolico-mediterranea - che sono "perniciosamente ingarbugliate con la transcultura mafiosa".

Questa visione aiuta a comprendere alcune delle perplessità che emergono nei confronti di un certo tipo di "chiesa antimafia": un approccio che non solo combatte la mafia, ma sembra voler combattere anche la Chiesa stessa. Per costruire una Sicilia libera dalla mafia, si auspica un Dio "senza antropomorfismi", un Dio che trascenda le interpretazioni umane e terrene.

Manifestazione contro la mafia in Sicilia

La Politica e le Ombre del Passato

Le connessioni tra mafia, politica e istituzioni sono state oggetto di dibattito acceso, come dimostra l'intervento del senatore Roberto Scarpinato nell'aula del Senato. Ex procuratore generale di Palermo, Scarpinato ha toccato temi scottanti, dalle "responsabilità neofasciste nelle stragi" ai "depistaggi della strategia della tensione", fino alla condanna per concorso esterno a Cosa Nostra di Marcello Dell'Utri.

Scarpinato ha sottolineato come la riconciliazione nazionale sia possibile solo con la "verità sulle stragi del neofascismo" e con l'esclusione di "taluni personaggi" dal Pantheon politico. Ha inoltre auspicato che la fermezza nella lotta alla mafia si estenda anche alla "mafia dei colletti bianchi", strettamente legata alla corruzione. La sua perplessità si è concentrata sul fatto che la maggioranza di governo si reggesse anche su una forza politica il cui leader, secondo le sue affermazioni, aveva "mantenuto rapporti pluriennali coi mafiosi" e che tra i suoi soci fondatori figurava Marcello Dell'Utri. L'interruzione del suo intervento da parte del presidente La Russa, prima che potesse completare la pronuncia del cognome di Dell'Utri, ha evidenziato la delicatezza e la politicizzazione di tali questioni.

Questo episodio sottolinea come il legame tra mafia, politica e potere sia un aspetto ancora profondamente radicato e controverso nel tessuto sociale e istituzionale italiano, richiedendo una vigilanza costante e un'analisi critica delle dinamiche in atto.

L'Orizzonte Giuridico e Culturale: Feudalesimo e Violenza

Il fenomeno mafioso affonda le sue radici in un contesto culturale e storico complesso, che include il "familismo amorale" e l'"omertà". Questi elementi contribuiscono a creare un "feudalesimo come orizzonte giuridico", in cui il linguaggio stesso assume un ruolo inquietante nel connettere il "sacro" alla "violenza".

La mafia, attraverso un uso distorto della religione e dei simboli sacri, crea un sistema di valori e di controllo che legittima la violenza e la prevaricazione. L'organizzazione mafiosa si presenta non solo come un'entità criminale, ma anche come un vero e proprio sistema culturale, con proprie regole, rituali e una visione del mondo che spesso si sovrappone o si contrappone ai principi etici e religiosi condivisi.

Il Nesso Inquietante tra Sacro e Violenza

Il legame tra sacro e violenza è una costante nella storia delle religioni e delle società umane, ma nella mafia assume connotazioni particolarmente perverse. La violenza viene spesso giustificata o ritualizzata attraverso riferimenti religiosi, trasformando la fede in uno strumento di potere e di oppressione. Questo meccanismo "religioso" di controllo della violenza è uno degli aspetti più insidiosi e difficili da contrastare, poiché mina le fondamenta stesse della morale e della giustizia.

La "teologia della mafia", per quanto non consapevole, si nutre di questa commistione, offrendo ai suoi adepti una cornice ideologica che giustifica azioni altrimenti inaccettabili. La religione, in questo contesto, non è uno strumento di elevazione spirituale, ma un apparato che legittima e perpetua un sistema di potere basato sulla sopraffazione e sull'illegalità.

La Complessità del Fenomeno

Ciò che rende il fenomeno mafioso così complesso e difficile da sradicare non è solo la sua dimensione criminale e le sue implicazioni politiche, ma anche la sua profonda radicazione culturale e antropologica. L'intreccio tra mafia, religione, politica e società crea una rete di relazioni e di influenze che va ben oltre il mero aspetto giudiziario.

Comprendere la "teologia dei mafiosi" significa addentrarsi in un aspetto fondamentale della loro Weltanschauung e della loro Gottanschauung, rivelando come la loro visione del mondo e del divino sia intrinsecamente legata alla loro attività criminale. È solo affrontando queste dimensioni profonde che si potrà sperare di erodere le fondamenta culturali e ideologiche che sostengono il potere mafioso.

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