Il Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli di Galatone: Tra Fasti Storici, Innovazione Ottocentesca e l'Eredità del Barocco Salentino

Il Salento, terra di antiche tradizioni e stratificazioni culturali, custodisce gelosamente un patrimonio architettonico di inestimabile valore. Tra le sue gemme, il Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli di Galatone si erge come testimonianza vivida di secoli di storia, di ingegno costruttivo e di una raffinata evoluzione stilistica che affonda le sue radici nel glorioso Barocco Leccese. Sebbene il nome Pignatelli sia strettamente legato alla città di Lecce e alla sua storia, anche attraverso figure illustri come Antonio Pignatelli, vescovo di Lecce prima di divenire Papa Innocenzo XII, il ramo dei Pignatelli di Belmonte ha lasciato un'impronta indelebile nella vicina Galatone con questo imponente palazzo. La sua storia si intreccia con le vicende feudali della regione e ha recentemente riservato sorprese che rivelano un’inattesa capacità di innovazione tecnologica, posizionandolo come un esempio straordinario di adattamento e progresso.

Le Radici Profonde: Dalle Fortificazioni Medievali al Palazzo Feudale

Il Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli, ubicato nel perimetro del centro storico di Galatone, non è solo una dimora nobiliare, ma un complesso stratificato che racconta la storia del territorio salentino sin dalle sue origini più remote. Edificato probabilmente intorno all'XI secolo, il palazzo nacque in corrispondenza di una torre di epoca angioina, un elemento difensivo primario in un'epoca segnata da continue minacce e necessità di protezione. Questa torre rappresentava il fulcro originale, al quale si addossò successivamente uno sfarzoso portale cinquecentesco, segno delle prime significative trasformazioni.

Torre angioina e fortificazioni medievali di Galatone
Le ricerche archeologiche all'interno del Palazzo Marchesale hanno permesso di gettare luce su queste fasi più antiche. Il Palazzo era già fornito di un frantoio, sicuramente di origine successiva alla costruzione delle mura Aragonesi, quindi eretto dopo gli anni '30 del 1500. Questo primo frantoio fu scoperto durante gli attenti lavori di restauro, scavando sotto la grande volta che i Monaci, negli anni della loro presenza, avevano riconvertito a garage, proprio dietro le antiche mura dalla parte dell'attuale monumento a De Ferrariis. Tale struttura era stata realizzata sfruttando in parte lo stesso fossato che contornava la Torre Angioina, un fossato probabilmente già colmato dopo la recinzione delle mura Aragonesi ma di sicuro dopo la sistemazione del Palazzo dovuta all'intervento architettonico dello Squarciafico nel 1556. In questa zona, l'Ispettore Onorario della Soprintendenza tecnico di Scavo Riccardo Viganò, invitato all'esplorazione, aveva trovato tracce di materiale ceramico dell'epoca, oltre a una punta di un saettone da balestra. Sono state altresì rinvenute sepolte due grandi pietre per la molitura in calcare bianco, molto consumate, che dovevano indicare l'esatta ubicazione di quel "trappeto vecchio della porta Castiello" citato in documenti storici.

Il Palazzo Marchesale fu sede dei feudatari di Galatone già dal XVI secolo, consolidando il suo ruolo di centro di potere e amministrazione. Le due ali edificate del Palazzo, coperte a capanna con tetto in tegole, si estendevano nei territori di Veglie, Leverano e Galatone, testimoniando l'ampiezza dell'influenza della signoria. La sua posizione strategica, di fronte al Santuario del SS. Crocifisso e adiacente alla sede centrale del Comune, collocata in un ex Convento dei Dominicani, sottolinea la sua centralità nella vita della comunità cittadina.

L'Ascesa Barocca nel Salento: Maestri e Opere Iconiche

Il Barocco Leccese, una forma artistica e architettonica distintiva, si sviluppò tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVIII secolo in modo particolare a Lecce e nel resto del Salento. È riconoscibile per le sue sgargianti decorazioni che caratterizzano i rivestimenti degli edifici, abbandonando l'antica forma classica per uno stile che aveva lo scopo di sorprendere e di stimolare l'immaginazione e la fantasia.La fioritura dell'arte barocca a Lecce avvenne a partire dal 1571, quando, con la battaglia di Lepanto, fu definitivamente allontanata la minaccia delle incursioni da parte dei turchi. Questa corrente artistica, pur prendendo avvio, esplose nelle sue caratteristiche più rilevanti nella seconda metà del XVII secolo e perdurò per buona parte del Settecento. Lecce, che fino alla fine del Cinquecento costituiva solo una piccola città fortificata raccolta attorno alla mole severa del Castello di Carlo V, conobbe pertanto un periodo di intenso sviluppo, diventando il fulcro di questa straordinaria espressione artistica.

Il Barocco spiegato dal prof Alessandro Zuccari

Diversi architetti e scultori diedero un contributo fondamentale a questo stile. Giuseppe Zimbalo (Lecce, 1620 - 1710), detto lo Zingarello, fu l'architetto più famoso e imitato del Barocco Leccese. Suo padre, Sigismondo, era a sua volta figlio di uno dei maggiori scultori degli inizi del Seicento, Francesco Antonio Zimbalo (Lecce, 1567 - 1631), ideatore di una tecnica decorativa di cui sono esempio i tre portali della facciata e l'altare di san Francesco da Paola della Basilica di Santa Croce a Lecce. Giuseppe Cino (Lecce, 1644 - 1722), discendente dalla famiglia nobiliare dei Cino, fu uno dei massimi esponenti del Barocco Leccese e contribuì alla diffusione dello stile anche fuori dall'urbe. A Lecce, a partire dalla metà del XVII secolo e continuando sulla ricerca stilistica di Giuseppe Zimbalo, progettò la chiesa di Santa Chiara, il cui disegno gli è stato attribuito; alla prima metà del XVIII secolo risalgono anche la chiesa delle Alcantarine e la chiesa del Carmine, dove vi lavorò fino alla sua morte. Giulio Cesare Penna (Lecce, 1607 - 1680) fu un altro scultore di grande talento, con numerosi contributi alle opere architettoniche barocche di Lecce e del Salento, tra cui la costruzione della Chiesa Santa Teresa a Lecce e gli altari di San Carlo Borromeo e di Sant'Andrea Apostolo nel Duomo, oltre ad altri due altari nella Basilica di Santa Croce.

Questi maestri, con la loro arte, definirono l'estetica di un'intera regione, influenzando anche le dimore nobiliari e le strutture produttive, come quelle legate alla famiglia Pignatelli, che estendeva i suoi interessi e i suoi beni su un vasto territorio salentino.

Architetture e Dettagli Preziosi: Il Pozzo e la Cappella di San Gregorio Taumaturgo

All'interno del contesto artistico e devozionale del Salento, la piazza che ospita il Palazzo Marchesale a Galatone è arricchita da opere di pregio. Sul fronte del Santuario del SS. Crocifisso, un famoso esempio di barocco leccese, al centro su tre gradini circolari, è posto un piccolo capolavoro dell'arte scultorea in pietra leccese: il Pozzo con la "vera" ovale (la balaustra che delimita il pozzo). Realizzato nel 1709 da Giuseppe Cino, un fine architetto, scultore e decoratore, questo pozzo è molto più di un semplice elemento funzionale; sembra un "cestello di frutta" con superfici intarsiate sulla morbida pietra con fogliame, grappoli d'uva, delfini e puttini. Sulla "vera" sono incisi motivi vegetali e motivi legati all'acqua, mentre sul manico ad arco del pozzo si appoggiano due "amorini" che reggono festoni di frutta e che con un piede schiacciano la testa di un animale. Questo livello di dettaglio e simbolismo è emblematico del Barocco Leccese, che prediligeva l'esuberanza decorativa e la narrazione attraverso la pietra.

Dettagli scultorei del pozzo barocco
All'interno del santuario si trova anche la Cappella di S. Gregorio Taumaturgo, con il meraviglioso altare maggiore, sempre opera di Giuseppe Cino, delimitato da una coppia di colonne tortili e sui lati da due sontuose porte di accesso alla sagrestia. La facciata del santuario, sul modello di quella dei Celestini, rappresenta un'eccelsa sintesi tra rigore architettonico e armonia dell'apparato ornamentale. Dall'alto basamento bugnato del piano inferiore si diparte il ritmo di dieci paraste "di ordine gigante", che si prolungano ininterrottamente fino alla trabeazione del secondo ordine. La costruzione fu inaugurata nel 1709 dal vescovo successore Fabrizio Pignatelli, che volle completare la fabbrica con la realizzazione del piano attico, su disegno dell'architetto Mauro Manieri. Questo dimostra il forte legame della famiglia Pignatelli non solo con il potere temporale ma anche con la promozione e il patrocinio dell'arte e della fede nella regione.

La Biblioteca Innocenziana: Un Legame con Papa Pignatelli

L'eredità della famiglia Pignatelli nel Salento si estende anche al sapere e alla cultura, con un esempio significativo a Lecce stessa. La Biblioteca Innocenziana, intitolata al Pontefice Innocenzo XII, ovvero ad Antonio Pignatelli che prima di diventare Papa era stato vescovo di Lecce, ne è una chiara dimostrazione. Fondata nel 1700, conteneva le prime edizioni della tipografia vescovile, arrivando oggi ad avere un patrimonio librario di circa 55.000 volumi, tra cui incunaboli, cinquecentine, preziosi volumi del Seicento, del Settecento e manoscritti. Questa istituzione rappresenta un ponte culturale tra la famiglia Pignatelli e il centro episcopale di Lecce, evidenziando il loro ruolo di mecenati e promotori del sapere in tutta la provincia.

Il Mistero Svelato: Il Gasogeno del Frantoio Ottocentesco a Galatone

Durante la fase finale dei lavori di restauro del Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli a Galatone, il 16 marzo 2017, c'è stato il ritrovamento di una strana struttura circolare, posta all'esterno del Frantoio del Palazzo, dal lato del cortile posteriore. Sotto il banco di detriti di colmamento è cominciata a venire fuori una struttura complessa, circolare, divisa in dodici settori a mo' di spicchi, coperti con delle lastre di pietra leccese fornite di un foro di una trentina di centimetri di diametro e contornata da una corona circolare di astraco ben fatto. Sotto questi settori circolari, costruiti in tufo locale con molta precisione, con i conci della parte tonda perfettamente centinati, si sono scoperti dei pertugi a scivolo scavati direttamente nel banco di arenaria: tutti uguali, tutti perfetti. La struttura era per la gran parte abbastanza conservata.

Ricostruzione schematica del gasogeno di Galatone
Misurando l'oggetto, si sono riscontrate misure metriche precise, come due metri il diametro del foro centrale e quarantacinque centimetri la lunghezza dei settori laterali con una base maggiore di sessanta centimetri. Questa corrispondenza con misure metriche esatte suggeriva che la struttura fosse stata costruita con un progetto dettagliato in epoca di sistema metrico decimale, ossia post-Napoleonica, rigorosamente dopo il 1799 e non prima. Una considerazione che andava sempre di più confermando che la struttura fosse qualcosa di genio ingegneristico raffinato; certamente troppo per un presunto cacatoio collettivo.

Varie erano le ipotesi iniziali, ma nessuna si dimostrava convincente. L'idea della latrina, sebbene gettonata, appariva alquanto singolare, con fori circolari disposti in cerchio e una posizione che non appariva ergonomica. Non era razionalmente immaginabile che a due passi dal frantoio, vicino all'ingresso originario, si potesse ricavare una struttura così complessa e ben costruita solo per usi igienici da compiere oscenamente tutti in compagnia, in dodici, spalla contro spalla. L'ipotesi della mola si allontanava man mano che la struttura veniva alla luce. Anche l'idea di una cucina che utilizzasse il calore dei rifiuti del frantoio, seppur valida inizialmente, non reggeva: non si scorgevano consistenti tracce di fuliggine e le lastre di leccese erano pulite da depositi carboniosi, riscontrandosi solo qualcosa di unto sulle pareti di roccia tufacea. Inoltre, il piano dove erano sistemati i fori era troppo basso per essere comodamente usato da una persona in piedi, e dodici piccole pignatte disposte in circolo non si erano mai viste, dato che le cucine a legna si facevano sempre in linea. L'ipotesi di una neviera era altrettanto improbabile, poiché avere i recipienti posti proprio nella parte più calda contraddiceva la funzione di tali strutture, che sono tipicamente interrate.

L'aiuto chiesto in ambiti universitari internazionali non ha portato contributi validi. Persino il prof. Antonio Costantini, esperto di architettura rurale salentina, dichiarava di non essere mai incappato in una struttura simile, affermando laconicamente: "Mai vista una struttura simile in nessun altro frantoio o masseria del Salento!". Nemmeno professoroni di grande levatura, a cui sono state inviate le foto che hanno fatto il giro di mezzo mondo, sono riusciti a dare una risposta certa e valida.

La svolta è arrivata da un'attenta analisi documentale e da una più profonda riflessione sulla funzione potenziale di una struttura pensata per far salire qualcosa, come l'aria calda, suggerita dall'inclinazione delle bocche scavate nel banco tufaceo e dalla forma a raggiera che la faceva assomigliare a un gigantesco fornello a gas.

L'Innovazione di Don Luigi Semola: Il "Grandioso Stabilimento Oleario"

Gli unici documenti attinenti che hanno permesso di risolvere il mistero ci riportano agli anni centrali dell'Ottocento. Don Luigi Semola, un esperto agronomo di Otranto, ricopriva il ruolo di Amministratore Generale e "fittaiuolo" dei beni della Casa Pignatelli di Belmonte. Semola si era stabilito a Galatone prima del 1844 per organizzare l'impianto che si andava ampliando, integrando le vecchie strutture del Frantoio del Palazzo e costruendo con l'espansione che si andava a fare sui nuovi lotti acquistati. Il 15 aprile 1845, Semola acquistò da Arcangela Casaluci un "piccola casamento diruto sito nell'abitato di Galatone in contrada Vico Marangia Isola Castello", per la somma di ducati 15,90. Poco dopo, il 18 giugno 1845, il medesimo Semola acquistò da Rizzo Giuseppe, per ducati 200, una "rimessa sita nell'isolato del castello composta di un solo lamione e la mangiatoia di cavalli al di dentro attaccante col castello del Principe di Belmonte da scirocco e colla moraglia a levante". Questi atti notarili, registrati da Not. T. Susanna, documentano l'espansione e la riorganizzazione degli spazi.

L'idea dell'impresa del nuovo grande frantoio si dovrebbe attribuire ad Angelo Granito, nato il 20-10-1812 e morto il 29-06-1861, che si era maritato il 09-12-1838 alla appena quattordicenne Francesca Pignatelli y Aymerich Pinelli Ravaschieri, decima principessa di Belmonte.

Un documento importantissimo è la descrizione rilasciata dal gallipolino Giuseppe Castiglione, autore della monografia "Galatone" edita a Napoli nel 1855 e ristampata in "Fonti per la Storia di Galatone" a cura di V. Zacchino, Galatina 1986. Castiglione scriveva: "Merita però particolare attenzione nel Comune che descriviamo il grandioso Stabilimento oleario di pertinenza del signor Principe di Belmonte. Gioverà dire alcunché sulla sua origine ed importanza. Nel 1845 il tanto noto per le migliorazioni introdotte in provincia in fatto di agricoltura, D.Luigi Semola, faceva costruire in Galatone un trappeto, che per le grandi proporzioni vien denominato Stabilimento del Principe di Belmonte, come ché fondato nel castello o antico palagio feudale di proprietà di esso signor Principe. Consiste in sedici vasche a due pietre, e cinque pressoi idraulici. Richiama detto Stabilimento la curiosità di tutta la provincia, essendo unico nel suo genere, e costruito con simetria, uniformità e regolari proporzioni, in modo che da qualunque punto l'invigiolatore può osservare ciò che fanno 64 operai, oltre altre a 100 e più persone che giornalmente ivi, al più ristretto numero, prendon parte all'estrazione dell'olio comune e degli olii fini. Nel tempo del pieno raccolto nella grande stalla si mantengono 48 muli per muovere le macine. Tutto si fa a suon di campanello, e con misura di tempo segnato dall'oriuolo. Lo stabilimento di giorno e di notte viene illuminato da 72 lumi a gas; solo esempio questo di illuminazione di tal fatta che finora esista in provincia".

Questo testo conferma dati cruciali: le iniziali sedici mole e cinque presse, e la stalla capace di 48 muli, strutture effettivamente ritrovate negli scavi durante il restauro. Ma la domanda che nessuno si era mai posto, suggerita dal testo di Castiglione, era: da dove prendevano il gas i 72 lumi?

Il Gasogeno di Galatone: Una Tecnologia Rivoluzionaria

La storia dell'illuminazione a gas è affascinante. L'idea di applicare all'illuminazione i gas combustibili che si formano durante la decomposizione di certe sostanze organiche appartiene al chimico francese Filippo Lebon, poi ripresi dall'ingegnere W. Murdock in Inghilterra. I suoi primi esperimenti col nuovo gas consistettero nell'illuminazione dell'officina di Watt e Boulton a Soho già nel 1803 e della filatura di lino dei signori Philipps e Lée a Manchester. Il carbone era distillato in ampie storte di ghisa e il gas, condotto in grandi serbatoi realizzati anch'essi in ghisa, veniva lavato e purificato prima di essere trasferito ai becchi di combustione. Nel 1812 Murdock costruì a Londra il primo impianto per l'illuminazione pubblica a gas.

Il Barocco spiegato dal prof Alessandro Zuccari

Ecco quindi la soluzione al grande enigma: la strana struttura circolare non era altro che quello che resta di una caldaia per la produzione di gas. Praticamente, il guscio esterno di un gasogeno (o gassogeno), ossia un dispositivo in grado di produrre gas a partire da una massa solida. I gasogeni più noti sono quelli a gas povero, che consistono in particolari bruciatori costituiti da una camera cilindrica di lamiera alta dai 3 ai 5 metri con diametro di circa 2 metri ricoperta di refrattario. In questi forni al combustibile solido (carbone, coke o semplicemente legna secca) viene fornita una quantità insufficiente di ossigeno, cosa che porta alla formazione di molecole di monossido di carbonio. Il gas povero prodotto è appunto una miscela di ossido di carbonio, anidride carbonica, azoto e idrogeno.

Il gasogeno di Galatone, progettato da don Luigi Semola, era nient'altro che la rielaborazione del modello inglese dal quale differiva perché, anziché essere montato in una struttura di mattoni fuori terra, era semplicemente ed economicamente interrato in una fossa scavata nella tenera arenaria locale. Questo adattamento ingegneristico non solo ottimizzava i costi e i tempi di costruzione, ma sfruttava anche le caratteristiche geologiche del territorio. Ma l'aspetto più rivoluzionario era il combustibile: a Galatone il gas, anziché dal carbone, veniva ricavato dagli scarti della produzione dell'olio, ovvero fogliame e sansa. Questo rappresentava un sistema ecologico di riciclo completo, all'avanguardia per l'epoca. Dalle 12 bocche di raccolta del gas partivano 6 tubicini per ognuna, alimentando i 72 lumi citati nel documento.Questo prodigio ingegneristico rimase in funzione fino all'avvento dell'illuminazione a corrente elettrica, che fece improvvisamente diventare obsoleta quella a gas, portando alla dismissione delle sue strutture metalliche e alla sua dimenticanza, tanto che per decenni nessuno a Galatone aveva più l'idea di cosa potesse servire questa strana fossa, una volta privata della sua originaria funzione.

Il Palazzo Oggi: Funzione e Riconoscimento Culturale

Il Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli di Galatone non è solo un monumento al passato, ma un bene culturale vivo, oggetto di attenzioni per la sua conservazione e valorizzazione. Trattandosi di un bene vincolato ai sensi del D.Lgs 42/2004, la sua concessione in uso è subordinata all'autorizzazione del Ministero, rilasciabile a condizione che il conferimento garantisca la conservazione e la fruizione pubblica del bene e sia assicurata la compatibilità della destinazione d'uso con il carattere storico-artistico del bene medesimo.

Esterno del Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli oggi
Attualmente, l'Ente locale, nell'ambito della volontà di promozione del territorio, candida la porzione posta a piano terra del complesso storico del Palazzo Belmonte-Pignatelli per destinarla a spazio di incontro giovanile e di promozione dei prodotti tipici locali, in particolare dei prodotti De.Co. L'area oggetto di candidatura, posta a piano terra, ha accesso dall'atrio del Palazzo Marchesale e presenta copertura a botte, una caratteristica architettonica di pregio. L'immobile è dotato di allaccio alla rete idrica e fognante, oltre che a quella elettrica. Per quanto concerne l'impianto di riscaldamento, è presente una caldaia nel locale tecnico, la stessa che, ad oggi, non è ancora entrata in funzione. Le verifiche strutturali hanno confermato l'assenza di problematiche significative, garantendo la sicurezza e l'integrità del bene.

All'interno del palazzo si può visitare il museo della radio, il museo delle macchine di Leonardo ed un museo ipogeo, offrendo ai visitatori un'esperienza culturale diversificata che spazia dalla storia della tecnologia all'arte e alla scienza. La vicinanza ad altri importanti siti come il Santuario del SS. Crocifisso e la sede centrale del Comune, posta in un ex Convento dei Dominicani, rafforza il ruolo del Palazzo come polo culturale e punto di riferimento per la comunità e per il turismo. Il Palazzo Marchesale Belmonte Pignatelli a Galatone è, in definitiva, un esempio eccezionale di come la storia, l'architettura e l'ingegno possano fondersi, creando un luogo di memoria e di opportunità per il futuro del Salento.

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