La storia di Pietro Cavallero è un capitolo emblematico e controverso dell'Italia degli anni Sessanta, un'epoca di profonde trasformazioni sociali e politiche. Operaio, comunista, rapinatore di banche, carcerato, scrittore, poeta: queste parole, che riassumono la traiettoria di Sante Notarnicola, uno dei suoi compagni, delineano altrettanto efficacemente anche la complessa figura di Cavallero. Egli fu il protagonista di una vicenda che fu celeberrima negli anni Sessanta, un periodo in cui il sogno di una rivoluzione, nato dalle ceneri della lotta partigiana, si scontrava con la realtà di un paese in rapida evoluzione. Dietro Cavallero, infatti, si staglia un pezzo di storia d'Italia, un'Italia che aveva visto esaurirsi la carica della lotta partigiana nel perbenismo dell'Italia democristiana. La sua figura è quella di un giovane carismatico e politicizzato, un comunista che si spinse ancor più a sinistra dei comunisti, divenendo in breve tempo il rapinatore di banche più famoso d'Italia. La vicenda della banda Cavallero non è solo la cronaca di un gruppo criminale, ma è anche lo specchio di una generazione frustrata, una narrazione che, a posteriori, sembra uscita da un western o da un poliziesco americano, ma che in realtà affonda le radici nelle contraddizioni del dopoguerra italiano e nella ricerca di un ideale di giustizia sociale.

Le Origini e la Nascita di un Ribelle
Pietro Cavallero nacque nel 1928 nel quartiere Barriera di Milano a Torino, un sobborgo operaio e profondamente proletario. Cresciuto in un ambiente in cui chiamarsi "compagno" aveva un significato profondo, Pietro era figlio di un falegname e, nonostante avesse un po’ di studi tecnici alle spalle, si ritrovò ad arrabattarsi con un lavoro deprimente. Fin da giovane, mostrò un forte interesse per la politica, diventando un estremista di sinistra, intriso delle teorie sullo sfruttamento dei deboli di Marx e del mito di Gaetano Bresci, l’anarchico che nel 1900 aveva assassinato re Umberto I di Savoia.
Cavallero, dopo la guerra, si inserì nel contesto del Partito Comunista Italiano (PCI), diventando responsabile giovanile della sede locale. In questo ambiente ospitale, in Barriera di Milano, a pochi passi dalle fonderie Fiat, conobbe figure che avrebbero segnato la sua vita. Tra questi, Sante Notarnicola, arrivato a tredici anni a Torino dal Meridione, da Castellaneta, nell'entroterra pugliese, e Danilo Crepaldi, ex partigiano e operaio della Fiat. Notarnicola, introdotto dallo zio nella sezione del PCI, iniziò la sua attività politica, dedicandosi alla distribuzione di volantini, alle riunioni, alle scritte sui muri e agli scontri con i giovani di destra.
Il contesto politico dell'epoca, caratterizzato da forti spinte ideologiche, alimentava in questi giovani il sogno della rivoluzione. Tuttavia, questa aspirazione si mescolava spesso con un'ideologia confusa, stretta tra pulsioni di giustizia sociale a nome degli "incapienti" con cui erano cresciuti e la rivalsa personale. Cavallero, ad esempio, meno idealmente del potere proletario, prometteva alla sua fidanzata che un giorno avrebbe avuto i soldi per accompagnarla nei grandi alberghi della riviera ligure, tra Sanremo e Monte Carlo. Il suo sguardo non vedeva di buon occhio la nascita della Repubblica con un patto tra tutte le forze antifasciste, forse più per il piacere di vivere e alimentare il caos che non per fermi convincimenti sul bene comune. Era la vecchia storia della rivoluzione non completata dai partigiani, quella che, secondo alcune interpretazioni, avrebbe fornito ai brigatisti rossi degli anni Settanta la scusa per dissotterrare lo sten dei padri.
Un giorno, Crepaldi invitò Cavallero e Notarnicola a casa sua, in via S. Donato, mostrando agli amici una pistola mitragliatrice Sten, recuperata dalle armi non più utilizzate dagli ex partigiani. Fu in quel momento che i suoi compagni gli parlarono della necessità di distaccarsi dall'azione poco efficace del partito, sostenendo che bisognava prepararsi alla rivoluzione. L'idea di Crepaldi era quella di recuperare armi per la battaglia di classe. Ma le armi costavano, e così decisero di reperire i soldi necessari dedicandosi alle rapine. Questa fu la genesi di quella che sarebbe diventata la banda Cavallero. Dal partito, Pietro Cavallero fu cacciato non appena ci si rese conto che era un "piantagrane", più che un sognatore. Più di uno, tra gli ex compagni della sezione torinese, scorgeva in lui una volontà di ammantare di politica urgenze meramente personali: il desiderio di essere protagonista, l’urgenza di emanciparsi dalla vita grama di periferia e di trovare alternative più redditizie al lavoro in fabbrica. Con una delle sue prime azioni di giustizia popolare che non scordava la bottega, Cavallero rubò delle armi e ne fece avere una parte ai rivoluzionari algerini. Con la quota restante, tuttavia, diede inizio alla sua carriera criminale.
La banda di Barriera: Pietro Cavallero
L'Ascesa della Banda Cavallero: Dalle Rapine "Sociali" al Crimine Violento
La banda Cavallero, formatasi in un bar di Corso Vercelli, nel quartiere periferico Barriera di Milano, iniziò la sua attività con un colpo che lasciò sbigottiti sia gli investigatori sia i giornali per il suo stile. Siamo nel maggio del 1959, quando il primo colpo, effettuato con uno stile da guerriglia, ebbe come obiettivo il gabbiotto dei vigilanti per rubare le buste paga degli operai del turno di notte. L'assalto, caratterizzato da uno stile completamente nuovo, segnò l'inizio di una serie di azioni che avrebbero messo in ginocchio le forze dell'ordine.
Dopo un periodo in cui ciascuno tornò alle proprie attività, la banda decise di riprendere in mano le armi. Il primo colpo significativo avvenne l'8 aprile 1963, quando la banda assaltò l'Istituto Bancario San Paolo di Torino, situato in via Onorato Vigliani. Questa fu la prima di una lunga serie di rapine a mano armata, che si protrassero per circa quattro anni e mezzo. Il primo colpo del 1963 fu eseguito dopo aver reclutato, nella «piola» sotto casa in corso Vercelli, tre giovani: Sante Notarnicola, Adriano Rovoletto e Danilo Crepaldi, che si sarebbe sfilato dalla banda poco dopo per essere sostituito da un ragazzino, Donato Lopez. Inizialmente, il desiderio non era la fame, che non era il problema di quegli anni, ma, secondo le deposizioni di Pietro Cavallero, il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall'immigrazione. Tuttavia, la realtà delle rapine era spesso legata a motivi più prosaici: una rapina per mettersi in tasca qualche soldo da spendere e scrollarsi di dosso la miseria, non una raccolta fondi per gli altri affamati del quartiere.
Gli investigatori faticavano a individuare questo gruppo, estraneo ai circuiti criminali tradizionali, che operava tra Milano e la provincia di Torino. In tre anni e mezzo di attività, la banda collezionò tra le diciotto e le ventitré rapine, a cui si aggiunsero 5 sequestri di persona, 21 tentati omicidi e 5 omicidi. Un'escalation di violenza che trasformò quelle che erano nate come "rapine rivoluzionarie" in violente scorribande. La violenza metropolitana della banda di rapinatori, come sarebbe stata analizzata in seguito, prefigurava il profilo della lotta armata che sarebbe venuta.
Il "bandito Cavallero", come divenne noto, si distinse anche per episodi di inaudita brutalità. A Rivarolo, dopo una rapina alla banca di Novara, aveva usato una ragazza del paese come scudo umano. In un'altra occasione, sparò a un uomo perché aveva problemi di udito: l'uomo non si era reso conto della rapina in corso e si era messo una mano in tasca, facendo temere a Cavallero che potesse estrarne un’arma. Queste azioni, sempre più slegate da qualsiasi pretesa ideologica, svelavano la natura criminale delle loro imprese, dove la politica era poco più di un paravento pubblico per assolversi dalla commissione di reati a scopo privato, al più la miccia che convertì il disagio e la sete di giustizia sociale in pura delinquenza.

La Tragedia di Milano: L'Ultimo Colpo e la Caduta
Il culmine della parabola criminale della banda Cavallero si raggiunse il 25 settembre 1967, con l'ultimo, sanguinoso colpo. La cricca, armata di mitra e pistole, assaltò l'agenzia 11 del Banco di Napoli di largo Zandonai a Milano. Quella data segnò la fine dell'attività della banda e caricò sulle spalle dei suoi membri centinaia di anni di galera.
Dopo aver svaligiato la filiale, i quattro seminarono il terrore e la morte per trenta minuti lungo le vie cittadine, fuggendo a bordo di una Fiat 1100 D rubata. Durante la fuga, la banda ebbe ripetuti scontri a fuoco con le auto della polizia che la inseguiva, e sparava anche su passanti inermi. Alle 16:00, quando il pomeriggio di fuoco ebbe fine, il bilancio fu drammatico: oltre ai morti, rimasero una dozzina di feriti tra i passanti, automobilisti e agenti, alcuni molto gravi. Quattro passanti innocenti furono colpiti a morte: un autista, un artigiano, una donna e uno studente minorenne che passava di lì. Tra i feriti, un povero bambino di cinque anni, Maurizio Taddei, che sarebbe cresciuto con la disgraziata compagnia di un danno cerebrale, e il maresciallo Giacomo Siffredi. Altri testi parlano genericamente del ferimento di sei agenti e sedici passanti, e di tre passanti uccisi, ma i dettagli successivi specificano le quattro vittime innocenti.
Sante Notarnicola e Pietro Cavallero riuscirono a fuggire nelle campagne, ma qualche giorno dopo vennero arrestati all'interno di un casello abbandonato. La caccia all'uomo fu spietata e tragica, con diversi conflitti a fuoco per le vie di Milano. Al processo che si tenne in assise a Milano, nove mesi dopo la cattura della banda, Donato Lopez fu condannato, per la sua giovane età, a 12 anni e 7 mesi di reclusione; gli altri tre - Cavallero, Notarnicola e Rovoletto - ebbero l'ergastolo.

La Trasformazione Dietro le Sbarre: Redenzione e Riconciliazione
La prigione segnò l'inizio di una "seconda vita" per Pietro Cavallero, così come per Sante Notarnicola. Dietro le sbarre, Cavallero intraprese un percorso di profonda revisione del suo passato. Le visite della mamma e le sue parole, "Le sue lacrime sono state più forti delle pallottole", ebbero un impatto profondo su di lui. Anche il ricordo degli uccisi e le reazioni dei familiari offesi lo sconvolsero: "Mi ha sempre sconvolto il perdono che mi è giunto da alcuni parenti delle persone che ho ucciso".
In carcere, Pietro Cavallero scoprì e si dedicò alla pittura, un'attività che divenne per lui un dono, una scoperta e un rifugio. "Ho imparato a disegnare per sfuggire alla follia", affermò. Ma fu soprattutto la sua conversione al cattolicesimo a segnare la svolta più radicale. Cavallero comprese, negli anni di detenzione a Porto Azzurro, che la politica era stata poco più di un paravento per le sue azioni criminali. Scoprì un rivoluzionario disarmato, nato a Betlemme, e se ne innamorò. Uscito dal carcere nel 1988, si avvicinò alla fede cattolica. Nel 1992, chiese di incontrare il cardinale Carlo Maria Martini a Milano, la città dove aveva fatto tanto male, per ribadire la sua conversione e chiedere perdono. Come scrisse nel suo appunto durante il ritorno in macchina a Torino, accanto a Ernesto Olivero che guidava: "Anni, decenni sono passati. Quante volte sono venuto a Milano con l’animo teso al male. Quante paure, quanta infelicità. Sono tornato da penitente a chiedere perdono. Il Signore è con me. È con noi."
Pietro Cavallero non provò mai a eccepire i fini nobili delle sue azioni, a differenza di altri suoi vecchi soci. Anzi, sentiva tutto il peso del male, di aver rovinato la vita a tante persone e di aver traviato ragazzi in cerca di un ideale cui aggrapparsi, offrendo loro il sogno di una vita da fuorilegge legittimata dall’ideologia. "Nel Vangelo ho ritrovato le mie aspirazioni alla giustizia sociale", disse, indicando la profondità del suo cambiamento. Poco prima di morire, nel gennaio del 1997, a un giornalista che gli chiedeva se pensasse ancora di essere stato, in fondo, un Robin Hood col mitra, rispose: "Dite pure che sono stato una belva, che ho ammazzato persone innocenti".
La sua esperienza di redenzione e l'amicizia con Ernesto Olivero, fondatore del Sermig (Servizio Missionario Giovani), furono centrali in questa fase della sua vita. Cavallero scrisse un libro su questa esperienza, dal titolo "Ti voglio bene. Un itinerario spirituale", pubblicato da Mondadori con la prefazione del cardinal Martini, e poi riedito da Rizzoli nel 2001. Questo volume fu anche preceduto da "Vivere da vivo. Dialoghi con Pietro Cavallero" di Ernesto Olivero, Città Nuova 1991, che ricostruiva la sua storia di bandito, ergastolano, pittore, cristiano.
Il 21 gennaio 1997, pochi giorni prima di morire per enfisema polmonare, scrisse un’ultima lettera a Olivero, il suo testamento spirituale, un documento toccante dell’attualità della fede cristiana. "Carissimo Ernesto, ti scrivo dall’ospedale di Venaria dove sono ricoverato. I miei mali ritornano sempre più gravi, soffro molto. Sono contento di soffrire perché espio, la mia fede si consolida, la mia forza cresce." In questa lettera, ribadì il desiderio che tutti i proventi del libro fossero devoluti alla fondazione Sermig, con la destinazione “per chi bussa alla porta dell’Arsenale”. Pietro Cavallero morì il 28 gennaio 1997, a 68 anni, da cristiano, a Torino, come "il buon ladrone" della nostra epoca. "Sono contento che dopo tanti anni di carcere la mia vita travagliata abbia trovato l’Arsenale della pace dove ho capito, senza bisogno di tante parole, i miei sbagli. Ti voglio bene."

L'Eredità e l'Analisi Storica
La vicenda di Pietro Cavallero e della sua banda non può essere isolata dal contesto storico e sociale in cui si è manifestata. La sua figura è stata interpretata come il riflesso di una generazione che aveva visto la carica ideale della lotta partigiana esaurirsi nel conformismo burocratico della prima Repubblica, alimentando un senso di frustrazione e disillusione. Dietro alla violenza metropolitana della banda di rapinatori si scorge il profilo della lotta armata che sarebbe venuta, anticipando, secondo alcune letture, le dinamiche e le motivazioni ideologiche, spesso distorte, di gruppi come le Brigate Rosse negli anni Settanta.
Nel 1968, il giornalista Giorgio Bocca, arrivato dal Piemonte a Milano per lavorare al "Giorno", intraprese un'inchiesta approfondita su Cavallero, pubblicando il celebre libro "Il bandito Cavallero". Bocca, con il suo acuto spirito di cronista investigativo, riuscì a farsi aprire la porta da Anita, la moglie del bandito, a differenza di altri giornalisti che non avevano bussato. Nella prefazione che accompagna una nuova edizione del libro, Piero Colaprico puntualizza l'approccio di Bocca, che affrontava "senza paura e senza moralismo le questioni spinose che la vicenda di Cavallero poneva al paese".
Bocca definì Cavallero come "il figlio anomalo, se volete, ammalato, di una rivoluzione fallita e di una generazione frustrata, il figlio di una periferia operaia che mancò la rivoluzione operaia e che ha visto degradarsi in conformismo burocratico lo slancio della guerra partigiana". Questa analisi non si limitava a una cronaca dei fatti, ma rappresentava un fulminante profilo giornalistico e un gioiello di storiografia in presa diretta, un'inchiesta sul campo che combinava sociologia urbana e la ricerca delle radici private e pubbliche del male. Il lavoro di Bocca, a quarantacinque anni dalla pubblicazione, resta tante cose: inchiesta giornalistica e analisi politica, sociologia urbana e ricerca di capire le radici private e pubbliche del male, incarnate da chi spara per rubare ad altri ciò che non è suo.
La storia di Pietro Cavallero è dunque molto più di una semplice biografia criminale; è un prisma attraverso il quale osservare le tensioni e le contraddizioni di un'epoca, un racconto che intreccia aspirazioni ideologiche, devianze criminali e, infine, un percorso di profonda redenzione. La sua vicenda ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva italiana, diventando un caso di studio per comprendere i complessi legami tra disagio sociale, ideologia politica e la genesi della violenza nel Novecento italiano.