Il consumo di ghiaccio durante la gravidanza è un tema che si muove su un crinale sottile: da un lato, esso rappresenta un rimedio empirico e naturale per contrastare disturbi comuni come la nausea e la disidratazione; dall'altro, la sua assunzione compulsiva può essere il segnale di un disturbo clinico noto come pica (o picacismo), che merita un’attenzione medica rigorosa. Comprendere la distinzione tra l'uso funzionale del ghiaccio e il comportamento sintomatico è essenziale per il benessere di madre e feto.

Il ghiaccio come alleato contro la nausea e la disidratazione
La nausea in gravidanza è un disturbo molto diffuso tra le gestanti. La maggior parte delle donne inizia a soffrirne entro 4 settimane dal concepimento e il disturbo si attenua o scompare dopo il terzo mese nel 60% dei casi. Tuttavia, nel restante 40%, il malessere può prolungarsi per mesi, talvolta fino alla vigilia del parto. È questo il caso di una mamma inglese, Denise Soden, che, al terzo figlio, continuava a soffrire di terribili nausee. “Mi sentivo male, ero disidratata. Non riuscivo a tollerare nulla, solo il ghiaccio mi dava sollievo e mi consentiva di idratarmi, a differenza dell’acqua o di altri liquidi”, ha raccontato la donna.
A questa scoperta empirica è seguita una fase di ricerca e sperimentazione clinica che ha portato alla messa a punto di soluzioni specifiche, come i cosiddetti "Lillipops". Si tratta di ghiaccioli a base di ingredienti naturali (zenzero, limone, mandarino) studiati per sintomi diversi: lo zenzero allevia la nausea, la camomilla calma lo stomaco, la menta attenua il bruciore di stomaco. L'efficacia dello zenzero come integratore alimentare nel trattamento della nausea in gravidanza è del resto documentata da numerose ricerche. In 4 studi clinici condotti in America su 675 partecipanti, è stata evidenziata l'efficacia antinausea del vegetale, che non ha effetti collaterali.
La sperimentazione nazionale condotta dall’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (Aogoi) ha dimostrato che l'utilizzo di questo particolare tipo di ghiaccioli può ridurre la nausea fino al 95%. Come spiega Antonio Chiantera, segretario nazionale Aogoi: “La nausea è uno dei sintomi più comuni della gravidanza, interessa 6 donne su 10 e nell’1-2% dei casi diventa severa. Dopo le problematiche cliniche relative all’utilizzo di alcuni farmaci che poi si sono dimostrati teratogeni, vi è un’estrema cautela da parte dei medici nel prescrivere medicinali per combatterla”. In questo contesto, il ghiaccio diventa una risorsa preziosa, priva di controindicazioni farmacologiche.
Come eliminare la sensazione di nausea in gravidanza?
Quando il consumo di ghiaccio diventa "pica" (pagofagia)
Se l'uso mirato del ghiaccio può dare sollievo, esiste una condizione clinica definita pica (o picacismo) che si discosta nettamente dal semplice uso rinfrescante. Nel linguaggio clinico, il picacismo è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dall’ingestione ripetuta e compulsiva di sostanze non commestibili. Quando questa compulsione si rivolge specificamente al ghiaccio, si parla di pagofagia.
Il termine deriva dal latino pica, ovvero "gazza", uccello conosciuto per la sua curiosità nel raccogliere oggetti di ogni genere. Secondo il DSM-5, perché ci sia una diagnosi di picacismo, l'ingestione deve protrarsi per almeno un mese e non deve essere giustificata da pratiche culturalmente accettate. È importante sottolineare che la pagofagia è spesso associata a carenza di ferro (anemia sideropenica). Non è raro che il disturbo si verifichi in concomitanza con altre forme di pica, come la geofagia (consumo di terra) o l'amilofagia (amido).
In uno studio condotto nel 2020 su 286 donne incinte in Ghana, la prevalenza di pica è risultata molto alta: il 47,5% delle partecipanti aveva consumato almeno un "non-food", e il 24,3% di queste aveva scelto specificamente il ghiaccio. Molte donne attribuivano alla pica funzioni nutritive o regolatorie, pur riconoscendo in parte i rischi. Diversi studi sottolineano come la pica comporti un rischio significativo per la salute sia della madre che del bambino, causando gravi problemi come danni ai denti, stitichezza e interferenza con l'assorbimento di micronutrienti essenziali.
Le conseguenze fisiche e la gestione del disturbo
Il problema più evidente che può verificarsi con la pagofagia è il danno ai denti. Masticare abitualmente ghiaccio può rovinare lo smalto e portare a problemi come dolore ai denti e aumentata sensibilità al freddo. Sul versante psicologico, le persone con pica possono sperimentare di frequente vergogna e isolarsi socialmente.
Per curare il picacismo bisogna intervenire in modo multidisciplinare. Le strategie di cura partono in genere da un'indagine medica accurata (esami del sangue per ferro, zinco e altri micronutrienti). A livello medico, la cura prevede l'intervento sulle carenze nutrizionali. Il medico può raccomandare di aumentare l'apporto di cibi ricchi di ferro o indicare l'assunzione di integratori, che si sono dimostrati particolarmente efficaci per la pagofagia. Se il comportamento alimentare si verifica senza una causa fisica sottostante, dovrebbe essere preso in considerazione un rinvio a uno psichiatra o psicologo esperto in disturbi dell'alimentazione, utilizzando approcci come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT).
Alimentazione e idratazione durante il travaglio
Un ambito in cui l'uso del ghiaccio è stato oggetto di studi recenti è quello del travaglio. Secondo una nuova metanalisi pubblicata da Reuters Health, durante il travaglio le donne possono mangiare qualcosa senza correre rischi, superando il vecchio paradigma che limitava l'assunzione a soli cubetti di ghiaccio o acqua. “Non sappiamo davvero quanto possono mangiare o bere le persone in travaglio, ammesso che possano farlo”, ha affermato l'autore principale dello studio, Vincenzo Berghella, della Thomas Jefferson University di Philadelphia.
I ricercatori hanno analizzato 10 studi che hanno coinvolto 3.982 donne, confrontando chi ha assunto solo ghiaccio con chi ha potuto alimentarsi. Il risultato suggerisce una riflessione interessante: “Se siamo ben idratati e abbiamo un giusto apporto di carboidrati nel corpo, i muscoli lavorano meglio”, dichiara Berghella. Questo approccio ribalta l'idea che il ghiaccio debba essere l'unica fonte di nutrimento o idratazione durante le fasi del parto, suggerendo invece una gestione più flessibile e orientata al benessere metabolico della partoriente.

Fattori di rischio e implicazioni sociali del comportamento alimentare
La ricerca scientifica evidenzia che il picacismo in gravidanza è spesso multifattoriale. Un'indagine ha indagato l'ambiente psicosociale di 50 bambini con anemia sideropenica e pica, riscontrando che i fattori di stress significativamente associati erano legati alla deprivazione materna, alla separazione dei genitori o alla scarsa interazione familiare. Analogamente, in gravidanza, la scelta di consumare sostanze non alimentari o ghiaccio in modo compulsivo può essere influenzata da fattori culturali, religiosi o da una condizione di povertà estrema.
Nonostante l'informazione scientifica, persistono miti e credenze popolari. Ad esempio, circolano narrazioni in cui il ghiaccio viene utilizzato in modo errato o bizzarro nel tentativo di influenzare la fertilità o la fisiologia sessuale, pratiche prive di fondamento scientifico e talvolta potenzialmente dannose. È fondamentale, quindi, che la comunicazione sulla salute in gravidanza passi attraverso canali certificati, come le consulenze con equipe multidisciplinari composte da psicologi, nutrizionisti e medici.
Il consiglio clinico prevalente rimane quello di mantenere un rapporto equilibrato con il cibo e l'idratazione. Mentre l'uso di ghiaccioli naturali per combattere la nausea è un presidio riconosciuto e sicuro, il bisogno compulsivo di masticare ghiaccio deve essere sempre comunicato al proprio ginecologo. La distinzione tra un bisogno fisiologico di freschezza e un disturbo alimentare è la chiave per vivere la gravidanza con maggiore serenità e sicurezza, evitando rischi inutili per la salute propria e del bambino.