L'Essere Sublime: Amore, Conoscenza e la Trascendenza dell'Umano

Il concetto di "essere" ha da sempre costituito il nucleo pulsante della riflessione filosofica, un'indagine che affonda le sue radici nell'ontologia, lo studio di ciò che "è". Nonostante possa apparire un argomento astratto e distante dalla quotidianità, l'essere è la trama stessa della nostra esistenza, l'invisibile ma potentissimo sostegno che ci permette di esistere. Romano Guardini sottolineava come ne fossimo immersi a tal punto da non accorgercene, un'immersione che ci rende ciechi alla sua essenza, eppure senza di esso, semplicemente, non saremmo.

Dalle Origini all'Ontologia Moderna: Un Viaggio nel Pensiero sull'Essere

La speculazione sull'essere vanta una genealogia illustre, iniziando con i presocratici Parmenide ed Eraclito, per poi proseguire con i pilastri del pensiero occidentale: Platone e Aristotele. Quest'ultimo, in particolare, con la sua definizione di "essere come ciò che esiste realmente, indubitabilmente", ha plasmato la comprensione dell'ontologia per secoli. L'essere era inteso principalmente come realtà esteriore, mondana e universale, accessibile alla coscienza ma distinto da essa. La conoscenza più vera, per gli antichi, non era quella sensoriale e fisica, ma quella "metafisica", capace di andare oltre i limiti dei sensi per cogliere l'invisibile. La Scolastica medievale, con Tommaso d'Aquino, elevò ulteriormente questo concetto, identificando l'"Ens realissimus" (l'essere più reale) con Dio stesso, concepito come creatore del mondo.

Questa prospettiva, che vedeva l'essere come una realtà esterna e fondamento del cosmo, rimase predominante fino all'avvento del pensiero moderno. Con Cartesio, la filosofia iniziò a rivolgere il suo sguardo verso l'interiorità, privilegiando l'indagine sulla coscienza e sull'Io conoscente-pensante. Gli empiristi e Kant, in un certo senso, segnarono la condanna dell'ontologia tradizionale, considerandola un campo di indagine su oggetti irreali. Il concetto di "sostanza", centrale nell'ontologia aristotelica come fondamento invisibile dell'esistenza, fu messo in discussione, dando origine a un orientamento prevalentemente "idealistico". In questa visione, la realtà, e quindi l'essere, poteva essere colta solo attraverso l'azione del soggetto cosciente, spostando il baricentro filosofico dalla questione dell'essere alla teoria della conoscenza.

Questo oblio dell'ontologia e della metafisica, strettamente congiunta ad essa, fu in gran parte attribuito al Positivismo. Quest'ultima corrente di pensiero negava l'esistenza di un "essere" al di là della realtà mondana, conoscibile unicamente attraverso la scienza e l'esperimento. La scienza empirica si erse quasi come un guardiano, impedendo il ritorno a interrogativi considerati ormai superati.

La Rinascita dell'Ontologia nel XX Secolo e la Riflessione di Louis Lavelle

Nonostante il veto positivista, il XX secolo vide una sorprendente rinascita dell'ontologia. In reazione al clima intellettuale dominante, i filosofi ricominciarono a interrogarsi sull'invisibile "quid" che sottende la realtà delle cose, riscoprendo la domanda metafisica fondamentale: "Cos'è l'essere?". Questa rinascita non poteva avvenire nelle forme antiche, ma si manifestò in diverse correnti di pensiero, toccando sia il campo filosofico che quello teologico.

Nel contesto teologico, l'ontologia riprese vigore nella sua forma scolastica, ispirata ad Aristotele. Questa "neo-scolastica" o "neo-tomismo", con figure di spicco come Jacques Maritain ed Edith Stein, continuò a identificare l'essere con una conoscenza dogmatica del mondo, mantenendo una certa distanza dalla filosofia e dalla scienza contemporanee.

Parallelamente, emerse un'ontologia di stampo non teologico, a-religiosa. Tra i suoi esponenti più noti si annovera Martin Heidegger, che tuttavia spostò l'attenzione dall'"essere" all'"esser-ci" (Dasein), focalizzandosi sull'esistenza umana. Questo approccio diede origine alla "filosofia dell'esistenza" o "esistenzialismo", che, pur privilegiando l'esistenza, non riuscì a far svanire completamente l'interesse per il concetto di "essere".

È in questo fertile terreno che si inserisce la riflessione di Louis Lavelle, uno dei maggiori esponenti dello Spiritualismo personalista francofono. Lavelle, nei suoi scritti, in particolare in "De l'être" (1928), si propone di indagare l'essere come una realtà tanto invisibile quanto innegabile, l'elemento entro cui tutto esiste. A differenza di altri pensatori, Lavelle non si allinea né alla visione teologica né a quella esistenzialista, ma propone un'ontologia che riconosce l'essere come Totalità inesauribile, eterna, onnipresente e misteriosa, il grembo entro cui ogni cosa trova la sua esistenza.

Copertina del libro

Lavelle, pur senza ricorrere agli strumenti concettuali dell'antica onto-metafisica, riesce a restaurare la concezione metafisica dell'essere, permettendoci di percepirne la presenza schiacciante dietro ogni cosa e ogni evento. Egli ci ricorda che il mondo universale, con le sue cose e i suoi individui, non è altro che un insieme di parti finite che sussistono solo grazie al "dono" costante dell'essere, elargito da un "essere-quale-Dio" amorevolmente e misericordiosamente.

L'Essere come Divergenza dal Nulla e la Prospettiva dell'Amore

Riprendendo le antiche definizioni, Lavelle valorizza quella di Parmenide, secondo cui l'essere è "ciò che è", in radicale divergenza dal Nulla. Questa definizione possiede una forza straordinaria, poiché il Nulla stesso non può minacciare l'essere, rientrando inevitabilmente in esso. L'affermazione di un qualcosa di negativo è, in definitiva, pur sempre l'affermazione di un "qualcosa". Questa prospettiva, più immediata e intuitiva rispetto alle definizioni più intellettualistiche di Platone e Aristotele, ci permette di intendere la nostra esistenza e quella del mondo come dotate di un senso profondo.

Parmenide e il problema dell'essere - Prima parte

Ciò implica la possibilità, come sottolinea Lavelle, di vivere la nostra vita nella prospettiva dell'eternità, in costante rapporto con Dio, rinunciando alla schiavitù del tempo e dello spazio, forme parziali dell'essere, e soprattutto alla schiavitù delle cose mondane, del possesso e del successo. L'amore per i propri simili diventa quindi un prerequisito fondamentale per concepire la profondità di questo pensiero. Solo chi ama la totalità dell'essere, inclusa ogni sua manifestazione umana, può avvicinarsi alla comprensione di questa sublime realtà.

Il Sublime: Oltre la Misura e la Ragione

Il concetto di "sublime", antico quanto la filosofia stessa, trova le sue radici nel trattato "Del sublime", attribuito a Pseudo Longino. Esso descrive un'esperienza di "esaltazione" dell'animo di fronte alla bellezza, un innalzamento capace di abbracciare l'universo. L'autore lo definisce come "l'eco di un alto sentire".

Con il passare dei secoli, e in particolare con l'avvento della rivoluzione copernicana e le scoperte scientifiche, il concetto di sublime subì uno slittamento semantico. L'uomo, non più al centro dell'universo, si trovò disorientato di fronte alla vastità degli spazi infiniti, percependo la propria "infinita piccolezza". Il sublime divenne così associato alla sproporzione, alla dismisura, a ciò che ci attrae incutendoci paura, sgomentandoci. Edmund Burke, nel Settecento, enfatizzò il terrore come fonte del sublime, distinguendolo dal bello, legato all'armonia e alla misura. Il sublime nasceva dal sentimento doloroso prodotto da qualcosa di incontrollabile e incommensurabile.

Kant, nella sua "Critica del Giudizio", fondò aprioristicamente la categoria del sublime, collocandola nel conflitto tra sensibilità e ragione. Il sublime, pur essendo un piacere disinteressato, apre alla dimensione della sofferenza e del conflitto, in cui la ragione subordina a sé la sensibilità. Kant distinse due forme di sublime: il "sublime matematico", legato all'immensità dell'universo, e il "sublime dinamico", legato alla potenza travolgente della natura.

Il cielo stellato di Van Gogh, rappresentazione del sublime matematico

Il Romanticismo approfondì ulteriormente queste intuizioni, contrapponendo il "bello ideale" greco alla percezione moderna di una profonda disunione interiore. La poesia moderna divenne la poesia del desiderio, dell'aspirazione a una felicità irraggiungibile in questo mondo, con l'anima che "sospira la sua patria".

Nella letteratura, il sublime si manifesta attraverso due vie principali: la "ferita" e la "sproporzione". La ferita evoca la perdita del senso della vita, l'assillo del Nulla e la ricerca di un "qualcosa di raggiante". La sproporzione, invece, affonda le sue radici nella percezione dell'infinita piccolezza umana di fronte alla vastità dell'universo, generando sgomento e meraviglia. Come affermava Pascal, l'uomo è "un nulla rispetto all'infinito, un tutto rispetto al nulla", sospeso tra questi due abissi.

La zattera della Medusa di Géricault, esempio di sublime artistico

L'ossimoro diventa la figura retorica privilegiata del sublime, accostando termini contrastanti come "terribile bellezza" o "meravigliosa mostruosità". Il sublime si situa al limite, sulla soglia tra il fisico e il metafisico, l'umano e il sovrumano, la forma e l'informe. È un'esperienza che provoca un movimento dell'animo, un conflitto tra sensazione e ragione, un "naufragio" in cui ci si ritrova accresciuti dalla perdita.

Il sublime, in definitiva, non è un mero concetto estetico, ma un'esperienza di sconfinamento, un'elevazione al di sopra della nostra individualità che ci permette di cogliere, seppur fugacemente, la prospettiva dell'eternità. È un riverbero di un'eternità sbirciabile, una finestra sull'infinito che, pur spaventandoci, ci affascina e ci spinge a cercare un senso più profondo della nostra esistenza. L'amore per i propri simili, la compassione e la benevolenza, diventano quindi la chiave di volta per accedere a questa comprensione, poiché solo attraverso un cuore aperto alla totalità dell'essere possiamo veramente concepire la sua sublime grandezza.

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