L'Attesa Eterna: "Partoriscono a Cavallo di una Tomba" nel Teatro di Samuel Beckett

«Non c’è da meravigliarsi che, uscendo dal teatro, la gente si chieda cosa diavolo ha visto (e poi con disinvoltura) finisce sempre per attribuire all’autore un preciso disegno simbolico» afferma Carlo Fruttero nell'introduzione all'edizione Einaudi di "Aspettando Godot". Questa osservazione coglie l'essenza dell'opera di Samuel Beckett, un dramma che, pur nella sua apparente semplicità, si presta a innumerevoli interpretazioni, riflettendo la complessità e l'enigmaticità della condizione umana. Il titolo stesso della nostra analisi, "Partoriscono a cavallo di una tomba", frase iconica tratta dall'opera, condensa l'essenza di questa esistenza paradossale e della sua incessante attesa.

Samuel Beckett portrait

Ciò che a noi interessa non é la sicurezza di poter decifrare il testo per rimettere insieme le tessere del puzzle e stabilire chi é Godot, bensì osservare i filoni di significato nella linea strutturale dell’intera commedia. E “non c’è dubbio che [l’opera] sia una commedia […] che guarda criticamente se stessa”. Scritta tra il 9 ottobre 1948 e il 29 gennaio 1949, e pubblicata nel 1952, "Aspettando Godot" fu originariamente concepita in francese con il titolo "En attendant Godot" e successivamente tradotta in inglese dallo stesso autore. La prima rappresentazione avvenne nei primi giorni di gennaio del 1953 nel Théâtre de Babylone di Parigi, segnando un momento cruciale nella storia del teatro.

Le Origini e le Ispirazioni Scenografiche

Tra le fonti a cui si ispira l’autore per tracciare un primo canovaccio ci sono i due quadri di Caspar David Friedrich (1774 - 1840): «Due uomini che osservano la luna» del 1819 e «Due donne che osservano la luna» del 1824. Infatti, l’intero apparato scenografico é costituito da una strada deserta, un albero scheletrito e due uomini che guardano la luna e sono proprio tali riferimenti che si fanno percorso e collegamento nella platealità delle esperienze. Non vi è nulla sulla scena, solo un albero dietro ai due personaggi, elemento che, come vedremo, assume un profondo valore simbolico.

Caspar David Friedrich Due uomini che osservano la luna

La scarsità di elementi scenici contribuisce a creare un'atmosfera di sospensione e indefinitezza, che amplifica il senso di attesa e l'ambiguità dell'opera. Questa scenografia minimalista è essenziale per la comprensione delle tematiche beckettiane, in cui l'ambiente esterno è ridotto all'essenziale per far emergere il paesaggio interiore dei personaggi.

I Protagonisti: Vagabondi in Attesa

I due protagonisti, Vladimiro (chiamato anche Didi) ed Estragone (chiamato anche Gogo), due vagabondi in bombetta, stanno aspettando su una desolata strada di campagna un certo "Signor Godot". «Andiamocene / Non si può/ Perché? / Aspettiamo Godot. / Già, è vero. Sei sicuro che sia qui? / cosa? / Che dobbiamo aspettare. / Ha detto davanti all’albero».

Vladimiro ed Estragone Aspettando Godot

Nei due personaggi si possono riconoscere due mendicanti, due homeless, due senza dimora che vivono isolati “dai mondi vitali, dalle reti del lavoro, del vivere sociale, dai servizi” o addirittura due routards che si spostano da un luogo all’altro per incontrare Godot. In tale prospettiva il loro iter biografico sconfina nella sindrome da privazione e i due uomini vivono in uno spazio temporale statico e quasi congelato e attuano un percorso di sopravvivenza, cercando interazioni informali con i tempi di un’attesa degenerante. Essi si lamentano continuamente del freddo, della fame e del loro stato esistenziale; litigano, pensano di separarsi (anche di suicidarsi) ma alla fine restano in coppia.

Vladimiro ed Estragone apparentemente possono ingannare lo spettatore: sembrano due amici di lunga data, ma la realtà consiste non nell'affetto, ma nella "necessità" intesa come complementarità delle due anime: in numerosi punti dell'opera in questione compaiono indizi che inducono a pensare che i due abbiano bisogno l'uno dell'altro per vivere. Questa interdipendenza forzata è un tema ricorrente, che sottolinea l'incapacità dei personaggi di affrontare la solitudine e l'ignoto da soli.

La Strada: Un Non-Luogo di Isolamento

Nel testo di Beckett la strada non è un “ambiente ampio ed ampiamente eterogeneo” come potrebbe essere la strada di una città, ma luogo di isolamento e svantaggio rispetto ai campi esperienziali di empatia e mimesi da cui dipende anche il loro avvenire. È un luogo in cui il tempo sembra essersi congelato, e in questa immobilità si svolge la vicenda. I dialoghi sono spesso sterili, privi di qualsiasi significato, proprio perché non sono finalizzati a qualcosa. La loro attesa è protesa a qualcuno che dia un senso, un ordine, una rivelazione alle loro vite.

La strada diventa, quindi, la metafora di un'esistenza sospesa, di un cammino senza meta apparente, dove ogni giorno è una replica del precedente, segnato dall'attesa di un evento che non si realizza mai. È un luogo di transito che paradossalmente diventa un luogo di stasi, riflettendo l'immobilità esistenziale dei protagonisti.

L'Arrivo di Pozzo e Lucky: Una Parabola dello Sfruttamento

A un certo punto del dramma, arrivano altri due personaggi: Pozzo e Lucky. Pozzo, che si definisce il proprietario della terra sulla quale Vladimiro ed Estragone stanno, tratta il suo servo Lucky come una bestia, tenendolo al guinzaglio con una lunga corda. Essi incarnano rispettivamente il capitalista e il proletariato sfruttato. «Che cos’ha? / Ha l’aria stanca. / Perché non mette giù i bagagli? / Di’, guarda un po’ questo! / Il collo. / Carne viva. / È la corda. / A forza di sfregare». Estragone e Vladimiro guardano inquieti e quasi angosciati Lucky che, stremato per la fatica, perde l’equilibrio e cade a terra mentre Pozzo tira più forte la corda, accende la pipa e allunga le gambe.

“L’uomo di Beckett non solo non riesce a trovare se stesso, ma addirittura non si cerca più”. Non so, se nel caso di Lucky sia lecito parlare di bestiario oppure di antropomorfismo, il fatto é che il personaggio é una accumulazione allegorica di significati profondi, diversi dalle descrizioni fantastiche e attribuzione di sentimenti. Nell’intreccio narrativo, che qui sembra essere assente, l’uomo risulta in netto contrasto con la sequenza degli eventi che vedono Pozzo degno rappresentante «di quella sporca razza in cui ci ha cacciati la sfortuna».

Nel secondo atto, Vladimiro ed Estragone sono di nuovo nello stesso posto della sera precedente. Continuano a parlare. Ritornano in scena Pozzo, che è diventato cieco, e Lucky, che ora è muto, ma con una differenza: ora la corda che li unisce è più corta. Escono di scena. La trasformazione dei due personaggi nel secondo atto accentua ulteriormente il senso di decadenza e la futilità dell'esistenza.

Pozzo e Lucky in Aspettando Godot

Quando gli chiedono perché Lucky si chiami così, Beckett risponde: “Suppongo perché è fortunato [in inglese lucky] a non avere più aspettative”. Questa frase, apparentemente semplice, racchiude una profonda ironia e un senso di nichilismo. La fortuna di Lucky risiede proprio nella sua totale mancanza di speranza e aspettative, che lo rende immune alla delusione e alla sofferenza dell'attesa.

Il Ragazzo Messaggero: L'illusione di una Speranza Procrastinata

La trama subisce un'improvvisa evoluzione quando arriva un ragazzo, che presumibilmente lavora al servizio di Godot. Arriva un ragazzo e annuncia ai due che Godot non arriverà quel giorno, ma sicuramente il successivo. Nel secondo atto, rientra il ragazzo, annunciando che anche oggi il Signor Godot non verrà. «Il signor Godot mi ha detto di dirvi che non verrà questa sera ma di sicuro domani». Il ragazzo è un possibile messaggero, giunto a rafforzare il climax dell’attesa, ma il suo messaggio non fa altro che prolungare l'incertezza e la speranza vana.

Questo perpetuo rinvio diventa la metafora di un'umanità che si aggrappa a promesse future, incapace di affrontare la realtà presente e di agire per il proprio cambiamento. L'arrivo del ragazzo, anziché portare chiarezza, rinnova il ciclo dell'attesa, condannando i personaggi a un'esistenza circolare.

La Solitudine e la Mancanza di Comunicazione

Per i quattro personaggi la solitudine é rappresentata dalla impossibilità di una comunicazione con la realtà vissuta e la “mancanza di condivisione dei medesimi significati”. E dato che “non é un caso che Hölderlin parli di noi come colloqui [dicendo che] ogni essere umano è un colloquio”, il senso di solidarietà che si stabilisce tra i due mendicanti, é costruito non tanto dal senso delle relazioni quanto dalle abitudini e dal bisogno incessante dell’attesa.

Rappresentazione della solitudine nell'arte

L'esperienza della solitudine porta con sé senso del pudore, una forma di comportamento che per timidezza tende a nascondere, a dissimulare, a non mettere a nudo il proprio sentire e che genera e diffonde esclusione ed invisibilità per chi come Estragone e Vladimiro vive in strada. I personaggi di Beckett sono differenti l’uno dall’altro e il trait d’union che li lega é la mancanza di capacità nel saper rielaborare il proprio vissuto non solo a livello individuale, ma anche all’interno di un gruppo.

Il Monologo di Lucky: La Parodia del Pensiero

Soltanto Lucky, dietro ordine di Pozzo, sembra essere in grado di ragionare e con voce monotona farfugliare un suo monologo: «non si sa perché l’uomo malgrado i progressi dell’alimentazione va via via dimagrendo della cultura fisica della pratica degli sports quali quali quali il tennis il calcio il nuoto l’equitazione l’aviazione il tennis il morfinaggio il pattinaggio e su ghiaccio e su asfalto ahimè la testa la testa la testa in Normandia». Una volta Lucky era capace di ragionare molto bene, però quello che recita adesso é un monologo sconclusionato, ingarbugliato, astruso e privo di un qualsiasi nesso logico in cui l’eloquio dal ritmo incalzante e la dizione che non concede pause, da notare nel testo la totale mancanza di segni di interpunzione, la ridondanza di parole, le rime ravvicinate e quella parvenza di dignità lo assimilano alla specie del knouk, un tipo di giullare in uso per il divertimento di chi é caduto in rovina: «Una volta, c’erano i buffoni; adesso si tengono degli knouk. Chi se li può permettere».

Questo monologo è una parodia del pensiero razionale, un flusso di coscienza che si traduce in un ammasso di parole prive di senso, riflettendo la disgregazione della logica e la futilità della comunicazione in un mondo che ha perso ogni punto di riferimento. È un'esplorazione del linguaggio nella sua forma più frammentata e insensata, un riflesso dell'incapacità dell'uomo di trovare un significato nella propria esistenza.

Simbolismi Quotidiani: Scarpa e Cappello

Ma quale significato allegorico può essere attribuito ad una scarpa e ad un cappello visto che la scarpa é destinata a contenere il piede e il cappello a coprire la testa. Vladimiro si toglie e si rimette il cappello, ci guarda dentro, lo scuote mentre Estragone guarda dentro alla scarpa, ci infila la mano e fruga, la scuote e la rigira. «Niente/ Fa vedere/ Non c’è niente da vedere». Forse i due si aspettano un messaggio segreto che Godot ha nascosto lì dentro oppure qualche banconota sgualcita che possa sollevare le loro sorti.

Questi oggetti comuni, privati della loro funzione primaria, diventano simboli della ricerca di un significato, di un indizio, di una speranza, per quanto futile possa essere. La loro ispezione meticolosa e la conseguente delusione sottolineano l'inutilità dei gesti ripetitivi e la disperazione di un'attesa senza fine.

Il Teatro dell'Assurdo e il Paradosso del Senso

“Niente da fare!”, con questa esclamazione prende avvio l’opera più rappresentativa del teatro dell’assurdo. Probabilmente in questa battuta è già anticipata la conclusione dell’intera vicenda (divisa in due atti) che vede come protagonisti due uomini, Vladimiro ed Estragone, sospesi nell’enigmatica attesa di Godot. La trama è davvero semplice ma essenziale per cogliere le implicazioni teoretiche che emergono con ironica drammaticità dal dialogo delle parti.

Manifesto del Teatro dell'Assurdo

Secondo Martin Esslin, il primo a parlare di "Aspettando Godot" come uno dei massimi esempi di teatro dell'assurdo, il fulcro significativo è: c’è un significato nell’universo, ma gli uomini non sono in grado di trovarlo a causa delle loro limitazioni mentali o filosofiche, motivo per cui sono condannati ad affrontare l’assurdo. Beckett usa come espedienti l’impenetrabilità del dialogo e l’attesa, che è il centro di tutta l’opera. Lo spettatore non sa praticamente nulla dei personaggi e in scena non accade quasi nulla. E così la domanda che sorge dalla pièce è: cosa dovrebbero fare i personaggi nell’attesa? Le risposte di Gogo e Didi sono una perfetta sintesi del nostro demandare sempre le svolte nelle nostre vite a qualcun altro o a qualche avvenimento esterno che faccia succedere qualcosa: “Non facciamo niente, è più sicuro” dice Estragon. “Aspettiamo e sentiamo cosa dice [Godot]” risponde Vladimir.

L'Enigma di Godot: Molteplici Interpretazioni

“Non c’è da meravigliarsi che, uscendo dal teatro, la gente si chieda cosa diavolo abbia visto. In casi come questo si finisce sempre per attribuire all’autore un preciso disegno simbolico, e si rigira il testo pezzo per pezzo, battuta per battuta, cercando di ricostruire il puzzle. Si ha l’impressione che Beckett, a casa sua, stia ridendo malignamente alle nostre spalle”. Stabilire se Godot è Dio, la Felicità, o altro, non conta ed “ha poca importanza”.

Nonostante un certo fascino suscitato da tutte queste teorie, però, Beckett sembra non sostenerne completamente nessuna, e si domanda, anzi, perché la gente debba necessariamente complicare le cose semplici. Alla prima, nel 1953, Beckett non si presentò, ma inviò una comunicazione in cui diceva tra l’altro: “Non so chi sia Godot. Non so nemmeno se esista. E non so se loro credano in lui o no - i due che lo stanno aspettando. Gli altri due, che passano alla fine dei due atti, devono essere una rottura nella monotonia. Tutto quello che so l’ho mostrato. Non è molto, ma per me è abbastanza, di gran lunga. Direi, anzi, che sarei stato soddisfatto anche con meno. Quanto a volervi trovare un più ampio, più alto significato […] non ne vedo il punto. Ma è possibile…forse [i personaggi] vi devono delle spiegazioni”.

Tra le possibili interpretazioni, quella storica vedrebbe nell’opera un’allegoria ora della Guerra Fredda, ora della colonizzazione britannica dell’Irlanda, ora della Resistenza francese, che in questo caso si intreccerebbe all’interpretazione autobiografica, dato che Beckett prese parte alla Resistenza durante l’occupazione nazista della Francia, nascondendosi con la futura moglie nel sud del Paese. Data la numerosità dei richiami religiosi, poi, l’interpretazione cristiana è tra quelle più fortunate; l’ha sostenuta a lungo l’idea che dietro il nome del misterioso Godot si nasconda in realtà Dio (God in inglese). In questo caso l’albero spoglio che è l’elemento centrale della scenografia simboleggerebbe la Croce o l’albero della vita, mentre si dice che Godot ha delle capre e delle pecore (elemento che può essere visto come un riferimento al buon pastore). Beckett non smentì i riferimenti cristiani, confermando che, essendo lui molto familiare con la cultura cristiana, gli era naturale attingervi, ma disse: “Se Godot fosse Dio l’avrei chiamato God”.

Altrettanto affascinanti sono le interpretazioni a sfondo psicoanalitico, in particolare quella di orientamento freudiano che vede nei due personaggi Didi e Gogo e nell’assente Godot la “trinità” freudiana di Ego, Es e Superego, dove Godot rappresenterebbe proprio quest’ultimo: il supervisore morale assente. Qualcun altro ha voluto vedere nei due protagonisti anche un’anziana coppia omosessuale ormai impotente, nella quale i due bisticciano ma sono interdipendenti: forse un ritratto ironico dell’istituzione del matrimonio. Probabilmente l’enigmatico nome di Godot deriva dall’inglese, da "go don’t", quindi letteralmente "nessun andare". Poiché il suo è un non arrivare, sino a dubitare della sua stessa esistenza. Il suo nome può significare o indicare molte cose. Essendo semanticamente camaleontico è un contenitore di pluralità. Tuttavia resta inesauribile il suo potenziale di significati, quindi tenteremo invano ogni possibile traduzione, consapevoli che il suo significato riposa nel senso dell’attesa e non in lui.

La Comicità e l'Umorismo Tragicomedico

In Aspettando Godot l’ironia è sempre velata dal malinconico, da uno sfondo di morte che emerge costantemente nei silenzi che abitano tra una battuta e l’altra. Il suo teatro è metafisico. In questo paradosso dei dialoghi in Godot si può ravvisare l’Innominato manzoniano e una ripresa dei temi cari a Kafka, Ionesco e Pirandello, dando spazio anche all’idea del personaggio assimilabile con una divinità senza volto.

Nella commedia di Beckett il percorso di sofferenza e solitudine é messo in risalto dalla comicità e da una tipologia di humor che scopre il gioco scenico e si volge ad una “squisita cretineria” in cui si riconoscono “le incerte ombre che, appena intraviste nei romanzi, hanno qui, per necessità, un volto e una voce definiti”. Quello di Beckett più che un teatro dell’assurdo é un teatro psicologico e tutta l’opera é imperniata sull’assenza del personaggio che può “salvare” i due mendicanti ed il pubblico stesso in modo che dalla propria prospettiva ciascuno possa nominare Godot come più preferisce. La commedia elusiva di Beckett esprime la condizione umana e l’immagine della vita in cui non ci si può non riferire al linguaggio sociale, alla mancanza di profondità delle relazioni, alla speculazione dell’esperienza e a quelle descritte come “cerimonie” attuate giorno per giorno. Questo perché in fondo “[o]gnuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità ma, solo dei lampi fuggevoli, solo uno stormir di fronde ci sono concessi, e questi attimi di felicità si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni”.

L'Attesa come Metafora dell'Esistenza

L’opera teatrale "Aspettando Godot", composta alla fine degli Anni '40 dopo il 2° conflitto mondiale e la bomba atomica in Giappone, è diventata nel linguaggio corrente un modo per esprimere con quel gerundio del verbo aspettare, che qualcosa o qualcuno tarderà a giungere, non che non arriverà mai. L'opera è una riflessione autentica sul senso o sul non senso delle cose, suggerendoci quale postura assumere di fronte agli avvenimenti della vita.

Orologio che indica il tempo che passa

I clochard Estragone e Vladimiro, o meglio Gogo e Didi come amano appellarsi i due grotteschi personaggi, vestiti in modo impeccabile, rappresentano il campionario della nostra umanità colta nei momenti in cui qualcuno (Godot nello specifico) ha dato loro appuntamento in una landa assolata e desolata accanto ad un salice spoglio, senza mai farsi vedere, giungendo al suo posto un ragazzo che dirà solo che Godot è un vecchio con una barba bianca e che arriverà domani forse un altro giorno.

Oggi dentro "Aspettando Godot" si può riconoscere chiunque sia troppo insicuro e timido verso la vita per imprimerle delle svolte e, soprattutto, chiunque - e sono in tanti - sia intrappolato in una routine di cui non è contento. Il lavoro sottopagato e incerto che ci condanna a una vita di solo lavoro, i social che ci rubano tempo e ci fanno sognare a occhi aperti le vite di qualcun altro per evadere dalla nostra, la tecnologia che pervade le nostre giornate e con tanti, enormi benefici ci ha anche lasciato in dotazione la condanna al multitasking e alla distrazione: (quasi) tutti sperimentiamo queste situazioni di immobilismo e insoddisfazione, una sensazione che solo in parte è legata alla natura umana stessa. In parte, invece, è in nostro potere agire per cambiare: a teatro, davanti alla pagina di Beckett è questa consapevolezza che può risvegliarsi. Per questo "Aspettando Godot" continua a parlarci: ci dice che stiamo ancora aspettando.

"Partoriscono a Cavallo di una Tomba": Il Paradosso della Nascita e della Morte

La frase "Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte", pronunciata da Pozzo nel secondo atto, è una delle più evocative e profonde dell'intera opera. Questo pensiero accomuna Beckett a quei tre versi di Quasimodo che già nel 1930 scriveva: “Ognuno sta solo sul cuore della terra/ trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera”. Ergo: moriamo nel momento in cui nasciamo.

Tomba con fiore che nasce

Questa immagine potentissima condensa il senso della vita come un ciclo inesorabile di nascita e morte, dove ogni istante di esistenza è effimero e circondato dall'ombra della fine. L'atto di "partorire" sulla tomba simboleggia la continuità della vita nonostante la costante presenza della morte, ma anche la futilità di un'esistenza che si consuma rapidamente. È una celebrazione paradossale della vita in un contesto di profondo nichilismo, un sorriso amaro di fronte all'ineluttabilità del destino.

L'interrogativo che fa da sfondo all’intera opera è rivolto ad intercettare quali siano le condizioni minime affinché la vita valga la pena di essere vissuta. Quello che sappiamo dell’esistenza è che la nostra vita ha una scadenza. Questo è evidente a tutti. Ma cosa accade quando la distanza si accorcia improvvisamente? Quando abbiamo la lucida consapevolezza che la fine non si farà attendere ancora per molto? Quando restiamo immobili di fronte ai terribili occhi di Medusa che non smette di esercitare il suo potere su di noi? Incredulità, stupore, percezione alterata della realtà che si trasforma e si sospende, queste sono solo alcune delle emozioni che proviamo quando apprendiamo la notizia di una possibile condanna a morte e di fatto potenzialmente irrisolvibile. Come quando il sogno folle di una cellula di diventare immortale, rischia di compromettere la sopravvivenza di un intero organismo.

Allora ci si rivolge a qualcuno o a qualcosa di altro da noi: che sia un’entità superiore o la totalità dei nostri principi morali; l’altro in cui potersi rifugiare diventa irrimediabilmente distante, quasi impossibile da raggiungere. Allora si cerca con tutte le forze di strappare ancora del tempo alla vita. Da quel momento tutto il tempo che verrà diviene καιρός, si fa tempo della grazia, si fa miracolo cosciente. Si ha lucida consapevolezza di un concetto che la scienza, in particolar modo la fisica, ci aveva spiegato con largo anticipo, ovvero quello dell’irreversibilità. Perché è l’unica cosa che sappiamo con certezza della morte, cioè che è un fenomeno irreversibile. Comprendiamo come ogni attimo non abbia copie o doppioni con cui confrontarsi. Ed è lo stesso tempo in cui nascono le domande ed i quesiti che accompagnano la vicenda di "Aspettando Godot". Interrogativi apparentemente inutili ma pregni di significato proprio perché ci inducono a riflettere sull’insensatezza del vuoto e del nulla che sostiene la nostra condizione.

Un nichilismo ineliminabile, così vero da inghiottire l’esistenza a cui apparteniamo. Eppure se lo spettatore è ancora capace di generare domande e risposte a partire dal paesaggio inquieto messo in scena, vorrà dire che il teatro ha svolto la sua funzione catartica. Spingendo lo spettatore dallo stato passivo dell’attesa (o quello in cui si smette di attendere) sino alla dimensione della ricerca. Poiché l’attesa è sorella della ricerca quando diviene attiva, quando si trasforma in desiderio. Dunque saremo pronti ad anticipare la fine, trasformando l’attesa illogica del nulla in ricerca di senso o nel creare senso in un presente che ci appartiene ed a cui non possiamo non appartenere. Riproponendo il quesito nietzschiano: Questa era la vita? Non ci faremo trovare impreparati e potremo finalmente rispondere: Bene, che venga un’altra volta. Noi saremo lì ad attenderla. L’aspetteremo come fanno Vladimiro ed Estragone, con ironica brutalità. Attenderemo Godot non come un mezzo ma come il fine stesso del nostro esserci al mondo. Questa volta però saremo noi a guardare Medusa negli occhi ed incrociando il suo sguardo non avremo paura di esserne pietrificati, sarà lei a non reggere il confronto, perché avrà terrore della curva che si formerà sulle nostre labbra. La stessa espressione sempre presente sul volto delle divinità arcaiche nelle rappresentazioni scultoree dell’arte greca. Attenderemo Godot, alla maniera degli dei, sorridendo.

La Permanenza di "Aspettando Godot"

Sembra che i personaggi non facciano niente, ma è proprio l’attesa a svelare il senso dell’opera. Qualcuno suggerisce che "Aspettando Godot" continui a essere messo in scena completamente inalterato perché le crisi esistenziali, individuali o collettive, non sono mai finite: per questo nella pièce continuiamo a vedere noi stessi. Secondo Shannon Reed, scrittrice e docente statunitense, una delle principali idee espresse da "Aspettando Godot" è che si vive una volta sola: “[Beckett] Non la intende come una scusa per comportarsi male. La intende come un avvertimento o potenzialmente come una maledizione. […] Alla fine dello spettacolo, Estragon e Vladimir com’è noto non si muovono, ma nemmeno muoiono. […] Guardare Vladimir ed Estragon continuare a non andare avanti è in un certo senso una catarsi. […] Sono lasciati lì ad aspettare per sempre, senza una decisione, mentre il resto di noi lascia il loro cupo deserto e torna alla propria vita. Loro non si muovono, ma noi sì, con nostro sollievo”.

"Aspettando Godot" non rappresenterebbe altro, cioè, che la nostra eterna attesa di qualcosa: del momento giusto, di avere del denaro, di essere felici o, ancora, che succeda qualcosa, che la situazione cambi. E così rimandiamo continuamente, arrivando alla fine giusto per renderci conto che non abbiamo davvero vissuto appieno, ma abbiamo sempre aspettato. Oggi siamo costantemente distratti, ci perdiamo il presente: è questo il rischio che si corre non facendo quello che si vuole fare davvero, o impegnandosi a fondo per raggiungerlo o per poterlo fare, ma aspettando sempre qualcosa, che sia un cambiamento o l’intervento di qualcuno o di qualcosa. Stiamo ancora aspettando Godot, come Beckett ci ha fatto notare quasi settant’anni anni fa, solo che, ancora una volta, Godot non verrà oggi.

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