Si dà sempre per scontato che l’arrivo di un bambino sia un evento meraviglioso per qualsiasi coppia. E invece non è così. A volte la gravidanza arriva all’improvviso, senza essere davvero cercata, un po’ come un fulmine a ciel sereno. E ci sono donne che non se la sentono di diventare madri. Non è giusto fargliene una colpa, anche perché non sappiamo le vere motivazioni alla base: si è troppo giovani? Non si hanno possibilità economiche per crescere un figlio? Si vive all’interno di una relazione amorosa poco stabile? Qualunque sia la ragione, capita che la gravidanza sia indesiderata. E in questi casi, oltre all’aborto volontario, c’è un’altra alternativa, poco conosciuta, ma fattibile: il parto in anonimato. Un gesto di estrema generosità.
Al contempo, la scelta del luogo del parto rappresenta un momento cruciale, dove la sicurezza della madre e del nascituro è prioritaria, ma si scontrano anche le esigenze di un’assistenza più "umana" o personalizzata. La disponibilità di servizi come la Terapia Intensiva Neonatale (TIN) diventa un fattore determinante per molte future mamme, specialmente in presenza di fattori di rischio o semplicemente per garantire ogni possibile evenienza. L'orientamento verso una struttura piuttosto che un'altra implica una profonda riflessione su molteplici aspetti, che vanno dalla preparazione medica all'approccio al travaglio, fino alle tutele legali previste per situazioni particolari.
La Scelta del Punto Nascita: Un Dilemma tra Sicurezza e Umanità
Molte future mamme si trovano di fronte a un bivio simile a quello espresso da chi, in un momento di crisi, si chiede: "ho problemi di salute… potrò scegliere per un cesareo (in un ospedale che ha la neonatologia ) o fare il parto naturale con epidurale in un altro ospedale dove non ha la neonatologia..Voi cosa mi consigliate?". Questo dilemma evidenzia la complessità delle decisioni legate al parto, soprattutto quando si intrecciano problematiche di salute personale con le opzioni disponibili in termini di assistenza e gestione del dolore. La scelta tra la sicurezza di un reparto con Terapia Intensiva Neonatale (TIN) e un'esperienza di parto percepita come più "umana" o con maggiori opzioni per la gestione del dolore, come l'epidurale, è un tema ricorrente tra le donne in gravidanza.

Alcune donne, ad esempio, hanno raccontato di aver "partorito entrambi i figli in quello senza tin, con un ' umanità incredibile, zero punti e sempre tutto bene", evidenziando una preferenza per un ambiente più accogliente. Un'altra testimonianza rivela: "io lavoro in un ospedale pubblico dv c'e' tutto…ma ho scelto una clinica privata senza neonatologia!!!……… penso ke la tranquillità di una stanza tutta tua sia il max x qll periodo cosi' delicato". Queste esperienze sottolineano come, per alcune, la tranquillità e l'umanità del personale possano prevalere sulla presenza di una TIN, specialmente in assenza di complicanze previste.
D'altra parte, emerge una forte tendenza a privilegiare la sicurezza del neonato. Una futura mamma ha dichiarato: "Io partorirò in un ospedale dove c'è la neonatologia, intanto prego sempre che tutto vada bene, ma se devo essere sfortunata ho la possibilità di restare in reparto e avere mio figlio al piano superiore". Altri raccontano esperienze negative, come amiche che hanno partorito in un ospedale senza neonatologia e "per un itterite hanno portato i bambini in un ospdale lontano 40 km e sono stati separati per qualche giorno. Per l'allattamento il babbo doveva andare avanti indietro con il latte. Troppo scomodo e sicuramente non rende sereni". Questa situazione sottolinea come l'assenza di servizi neonatali specializzati possa comportare disagi e ansie significative per la famiglia. In risposta a queste preoccupazioni, la raccomandazione prevalente tra le future mamme è "Assolutamente neonatologia".
La difficoltà di conciliare tutte le esigenze è un aspetto spesso evidenziato: "io sn sempre stata per la neonatologia..ma nn posso avere le 2 cose.. e nn riesco a decidermi..il medico mi lascia la possibilità di scegliere..e in questo caso nn è d'aiuto". Questo dimostra il peso della responsabilità decisionale in un momento così delicato. L'opzione di percorrere "tanta strada in macchina cn i dolori" per raggiungere un ospedale che offra sia l'epidurale che la neonatologia, come l'Ospedale di Parma, è un compromesso che alcune considerano, ma che aggiunge ulteriore stress. In definitiva, la sicurezza del bambino rimane una priorità in molti consigli: "Io onestamente sceglierei sempre un ospedale con neonatologia…non si sa mai cosa può essere utile e a volte interventi immediati possono fare la differenza".
L'Importanza della Neonatologia e della Terapia Intensiva Neonatale (TIN)
I casi di complicanze durante gravidanza e parto, che hanno portato alla morte madri e neonati, preoccupano chi aspetta o desidera un bambino. Non è difficile immaginare che le storie sfortunate di cui si parla spingano mamme e papà in attesa a domandarsi, più di quanto non farebbero senza l'onda emotiva della cronaca, quali siano i criteri per scegliere la struttura dove far nascere in sicurezza il proprio bambino. Premesso che singole vicende possono avere numerose concause e che, nel caso concreto, sono ancora tutte da accertare, è fondamentale comprendere come orientarsi.
Il Professor Mauro Stronati, Direttore della neonatologia, patologia neonatale e terapia intensiva neonatale della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, fornisce indicazioni preziose. Alla domanda su quali siano gli elementi da tenere presenti per scegliere con criterio una struttura in cui far nascere un figlio, egli risponde: "Se non vi sono fattori di rischio va bene qualsiasi ospedale con una buona assistenza ostetrica e neonatale anche senza terapia intensiva neonatale". Tuttavia, la situazione cambia radicalmente in presenza di complicanze: "In presenza di fattori di rischio la condizione più sicura è far nascere un bambino in una struttura che abbia la terapia intensiva neonatale, in grado così di far fronte subito a qualsiasi urgenza".
La Terapia Intensiva Neonatale di Fondazione Poliambulanza
Il Professor Stronati ribadisce che, pur essendo il parto un fatto fisiologico, "può sempre presentare delle situazioni impreviste motivo per cui sconsiglio vivamente il parto in casa". Il suo consiglio è chiaro: "far nascere un neonato preferibilmente in una struttura dotata di terapia intensiva neonatale se vi sono fattori di rischio, anche perché dobbiamo tenere presente che oggi vi è un aumento di questi fattori di rischio come l’aumentata età delle primipare o l’aumento dei parti gemellari dovuti alle gravidanze medicalmente assistite".
L'Organizzazione della Rete di Assistenza Neonatale e la Parcellizzazione dei Centri Nascita
In seguito alla morte di una neonata a Catania un anno fa, il presidente della Regione Sicilia Crocetta propose di cambiare le norme per far sì che tutte le cliniche, anche private, in cui si possa far nascere un bambino, avessero la terapia intensiva neonatale. Tuttavia, il Professor Stronati ha espresso una visione critica su questa proposta, affermando: "Non mi sembra un’opzione realistica, porterebbe a una parcellizzazione dei centri e un aumento inutile dei costi per niente auspicabile".
Secondo l'esperto, una gestione più efficace delle risorse e una maggiore sicurezza per madri e neonati passerebbero attraverso altre strategie. "Chi amministra una Regione deve preoccuparsi prima di tutto di ridurre i punti nascita eliminando i centri con pochi nati, quindi di concentrare le Unità di terapia Intensiva Neonatali". A ciò si aggiungono la necessità di "avere un efficiente trasporto in utero in caso di bisogno ed infine avere un adeguato trasporto neonatale". Questo perché, per un corretto impiego delle risorse, "sarebbe da evitare una parcellizzazione dei punti nascita al fine di ridurre i costi e sarebbe auspicabile un accorpamento delle terapie Intensive per concentrare in poche strutture le competenze altamente specialistiche".
Il concetto di "trasporto in utero" è cruciale: "Dai centri periferici si dovrebbe essere garantito il trasporto in utero ovvero trasportare la mamma in attesa che presenti fattori di rischio per il feto a centri dove è possibile ricevere una assistenza di elevato livello per la madre e il neonato". Qualora un neonato si trovi in condizioni critiche in un ospedale periferico, deve poter usufruire del "trasporto neonatale ovvero di un’ambulanza dedicata per il neonato, dotata di culla apposita con ventilatore meccanico e monitoraggio, in modo che un neonato in caso di necessità possa essere rianimato già in ambulanza dal neonatologo rianimatore e dall’infermiera neonatale che sono sempre a bordo. Questo in Lombardia c’è e funziona".
La concentrazione dei servizi in poche strutture grandi è considerata più sicura. "Indubbiamente i centri che vedono più casi acquisiscono esperienza e sono quindi maggiormente pronti a gestire situazioni difficili e impreviste". Il Portogallo ha seguito una strada simile, "riducendo drasticamente i punti nascita", con "ottimi risultati". Il Professor Stronati auspica che anche in Italia si possa "seguire questo esempio chiudendo almeno i punti nascita con meno di 500 nati. Se lo facessimo faremmo un grande passo avanti, concentrando punti nascita e rianimazioni".
Questa visione, sebbene possa incontrare resistenze, è motivata dalla convinzione che "Le persone sono portate a desiderare sempre un punto nascita sotto casa, ma non sanno che questo non va a favore della sicurezza loro e dei loro figli, forse perché non sono adeguatamente informate: la popolazione deve capire che è più sicura se ha meno punti nascita ma meglio attrezzati, in grado di garantire più personale e più esperienza". Esiste anche un rapporto ottimale tra posti letto di rianimazione neonatale e il bacino d'utenza: "Si calcola che il rapporto ottimale sia 1 posto di rianimazione neonatale ogni 750 neonati". In Lombardia, ad esempio, con circa 150 posti letto di terapia intensiva per circa 98.000 nati/anno (dati del 2013), si registra "un buon rapporto tra numero di nati e posti disponibili per assistenza intensiva". Un sistema sanitario ben organizzato dovrebbe prevedere "l’esistenza di una rete che permetta di conoscere in tempo reale la disponibilità di posti nelle diverse strutture dotate di terapia intensiva".
Il Parto in Anonimato: Un Diritto Fondamentale e una Scelta Difficile
Oltre alle considerazioni sulla struttura ospedaliera, alcune donne si trovano di fronte a una decisione ancora più complessa: quella di non riconoscere il proprio bambino. Se si è deciso che non si vuole la genitorialità, ma non si vuole o non si è potuto abortire, si ha l’opzione del parto in anonimato. Dunque, si consiglia a chiunque debba partorire di andare in ospedale/punto nascita o in alternativa di trovare personale sanitario esperto nell’assistenza nel parto a casa a cui esprimere questa volontà.
Cos'è il Parto in Anonimato
Come suggerisce il termine stesso, nel nostro Paese ogni donna ha la possibilità di partorire in ospedale, ricevendo la massima assistenza, ma senza riconoscere il bambino, che in questo modo potrà essere adottato da un’altra famiglia. Rispetto all’aborto (che è pure consentito in Italia per legge, anche se entro il primo trimestre di gravidanza), è una scelta che garantisce un futuro stabile e sereno al neonato. Quando la mamma vuole rimanere segreta, la legge le consente di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica.
Informare la Gestante sul Parto in Anonimato
Durante la gravidanza, la futura mamma ha bisogno di un sostegno molto importante, non soltanto dal punto di vista medico. Questo aspetto è ovviamente fondamentale, ma non è l’unico. Soprattutto se subentrano delle difficoltà o se la donna non si sente adeguata al compito che la attende diventando madre, il supporto deve essere altamente qualificato e la comunicazione completa e semplice. Il medico deve presentare tutte le alternative possibili, tra cui quella di partorire senza riconoscere il bambino. Anche gli ospedali devono essere pronti per far sì che la gestante non si senta colpevole del suo gesto che, al contrario, deve essere visto come un’opportunità per il bambino. Ricordiamo che il “piano B” poteva essere l’aborto. Le strutture ospedaliere devono perciò attrezzarsi per garantire il diritto alla riservatezza alla donna e al bambino. Entrambi sono soggetti giuridici tutelati dalla legge.

Nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è possibile usufruire di servizi quali sostegno psicologico e colloqui informativi, perché la persona incinta non si senta sola. Al momento del parto, in Ospedale, è garantita la massima riservatezza, senza giudizi colpevolizzanti ma con interventi adeguati ed efficaci, per assicurare - anche dopo la dimissione - che il parto resti in anonimato. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”. Occorre recarsi presso l’ospedale nel quale si intende partorire e dichiarare ai sanitari che si intende rimanere anonimi. Presso i consultori familiari vengono fornite adeguate informazioni alla donna in gravidanza che permettono di garantire il diritto alla salute della gestante e del nascituro, un parto protetto nella struttura ospedaliera e la possibilità di esercitare una libera, cosciente e responsabile scelta da parte della donna.
Parto in Anonimato e Disposizioni di Legge
Il parto anonimo è disciplinato dal DPR 396/2000, art. 30, comma 2. Questa norma significa che l’ospedale e il personale sanitario che si prendono cura della donna hanno il dovere a livello legale di tutelare il suo diritto di anonimato (per sempre), mentre lo Stato quello del neonato di essere affidato a una famiglia adeguata. L’articolo 1 del DPR 396/2000 recita esattamente così: “La dichiarazione di nascita è resa da uno dei genitori, da un procuratore speciale, ovvero dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto, rispettando l’eventuale volontà della madre di non essere nominata”.
Appena nasce, il bebè è immediatamente riconosciuto come “persona” e, in quanto tale, ha dei diritti inviolabili, come quello al nome, all’identificazione, alla cittadinanza, allo status di filiazione, all’educazione, alla crescita in famiglia. Questi diritti devono essere rispettati anche se la mamma non lo riconosce. Il primo passo quindi è la dichiarazione di nascita che va fatta entro 10 giorni dal parto. Da qui seguono poi l’atto di nascita, l’identità anagrafica, l’acquisizione del nome e la cittadinanza. Se la donna vuol restare nell’anonimato, la dichiarazione di nascita può essere fatta dal medico o dall’ostetrica, come espressamente previsto dalla legge. La donna incinta che avesse deciso non tenere il bambino ha più scelte che le consentono, in libertà, di rimanere anonima e non riconoscere il neonato, anche se decidesse di partorire in tutta sicurezza in ospedale. La legge tutela la donna con i seguenti diritti: il diritto di non riconoscere il neonato (tutelato dall'art. 30 comma 2° del d.p.r. 3 novembre 2000), il diritto alla segretezza del parto (che deve essere garantita da tutti i servizi sanitari e sociali coinvolti, con l’obbligo del personale di osservare la massima riservatezza), e il diritto a essere informati (la donna ha diritto di ricevere ogni genere di informazione che possa prospettare soluzioni attuabili sia nel senso del riconoscimento che del non riconoscimento del nascituro).
Parto in Anonimato e Adozione
Quando un bimbo non viene riconosciuto dalla madre scatta una segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. Il bambino quindi è di fatto immediatamente “adottabile” e si apre subito la procedura per trovargli una famiglia. Al neonato viene così garantita la possibilità di crescere ed essere educato nella maniera migliore. Il nascituro ha dei diritti: tra gli altri, in caso di non riconoscimento il Tribunale per i Minorenni dichiara immediatamente lo stato di adottabilità, a meno che i genitori non chiedano altro tempo per riconoscere il figlio e provvedano comunque a fornirgli assistenza.
Parto in Anonimato e Ripensamento
In caso di incertezza sulla scelta da operare, la donna può usufruire di un ulteriore periodo di riflessione dopo il parto (della durata non superiore a due mesi), tramite richiesta apposita al Tribunale per i minorenni (art. 11, commi 2 e 3, della legge n. 149/2001). Potrebbe capitare che, anche se la segnalazione al Tribunale per i minorenni è stata fatta, la mamma abbia un ripensamento e chieda di poter effettuare il riconoscimento. In genere questo avviene quando ci sono particolari e gravi motivi che impediscono di formalizzarlo subito dopo il parto. Cosa succede in questi casi? La procedura di adottabilità del neonato viene sospesa per massimo 2 mesi durante i quali la mamma deve avere un rapporto costante con il bambino. Lo Stato ti supporta fino al compimento del 16° anno di età, quando potrai decidere se avviare la procedura di adottabilità o crescere il neonato. Il riconoscimento può essere fatto dopo aver compiuto 16 anni. Se la ragazza non ancora sedicenne vuole occuparsi del figlio, la possibilità di adozione è messa in standby fino al 16esimo compleanno. Il bimbo però deve avere un rapporto continuativo con la madre.
Parto in Anonimato e Segretezza
Da vent’anni a questa parte anche in Italia la persona adottata ha la possibilità, in certe condizioni e con determinate procedure, di accedere alle informazioni che riguardano l’identità dei genitori biologici. Lo stabilisce l’art. 28 della legge 2001 n. 149. La stessa normativa sottolinea però che l’accesso a questi dati non è permesso se la madre non ha riconosciuto il bambino alla nascita. La segretezza della mamma quindi prevale su tutto? La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che qualcosa della normativa italiana va modificato perché impedisce all’adottato di conoscere le sue origini biologiche, informazioni che potrebbero essere utili (se non indispensabili) in caso di malattie. Questo aspetto solleva questioni etiche e legali complesse, bilanciando il diritto all'anonimato della madre con il diritto alla conoscenza delle proprie origini da parte del figlio.
Parto e "Culle per la Vita": Una Soluzione Sicura e Anonima
Nel caso la donna decida di non partorire in anonimato in ospedale, per non far correre rischi al neonato e consentire comunque l'anonimato della madre, sono nate le «culle per la vita». Sono delle specie di “botole” che consentono di mettere il neonato in un posto protetto e sicuro, in cui riceverà immediatamente assistenza e cure. La “culla per la vita” di solito è collocata in luoghi facilmente raggiungibili e garantisce la massima privacy per chi lascia il bambino. È dotata di culla, riscaldamento, chiusura di sicurezza ed è collegata con un servizio di soccorso h24 tutti i giorni della settimana. Il bimbo quindi verrà preso in carico e visitato. Successivamente prende il via l’iter per l’adozione. In Italia sono ormai decine e la loro localizzazione può essere cercata in rete sul sito «Culle per la vita». In ogni caso il neonato, lo ricordiamo, può essere lasciato presso qualsiasi ospedale in sicurezza e anonimato.

Queste strutture, che una volta venivano chiamate “Ruote degli Esposti”, sono dei contenitori termici installati presso parrocchie, sedi di associazioni religiose, ma anche ospedali. Talvolta una telecamera videosorveglia l’area circostante. Sono una tradizione della cultura italiana, spazi tempo addietro gestiti dalle comunità religiose in cui era possibile lasciare il neonato da dare in affidamento, dopo aver partorito in casa propria in riservatezza. Un esempio emblematico è la «culla per la vita» di Milano, attiva da 17 anni in prossimità dell’ingresso per autovetture della Clinica Mangiagalli dell’Ospedale Maggiore Policlinico.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare l'importanza della sicurezza. Innanzitutto, il parto comporta dei rischi per la salute, quindi se si decide di partorire in casa è importante avere intorno a sé personale formato e competente, che sia in grado di gestire la situazione in sicurezza ed eventualmente trasportare tempestivamente partoriente e neonato in pericolo di vita al pronto soccorso. Purtroppo capita nelle notizie di cronaca di vedere tristi epiloghi. Dagli anni Novanta queste “culle” sono state rispolverate quale strumento arbitrariamente gestito dalle associazioni antiabortiste, talvolta senza il supporto del personale sanitario.
Esempi recenti evidenziano le criticità:
- 2023: Enea. Affidato alla culla per la vita installata al Policlinico di Milano nel giorno di Pasqua, con un biglietto da parte di chi l’ha partorito. Viene pubblicato un comunicato stampa e il biglietto con la calligrafia della madre viene mostrato in TV, sui giornali e su Internet. Vengono lanciati appelli verso la persona che ha partorito Enea, perché cambi idea. Questo è in contrasto con l'iter del parto in anonimato che, invece, non prevede dei comunicati stampa per darne annuncio pubblico, perché non è un evento con cui “fare pubblicità”, ma un diritto alla segretezza.
- 2023: Noemi. Affidata alla culla per la vita di Brescia e trovata dalla CRI.
- 2025: Neonato morto a Bari. Trovato morto per ipotermia un neonato nella culla termica della chiesa di San Giovanni Battista nel quartiere di Poggiofranco, a Bari. L’edificio non è nei pressi di un ospedale, la culla non è dotata di un sistema collegato al Policlinico. Qualcosa è andato storto e una vita si è spezzata, con la conseguente apertura di indagini per omicidio non volontario.
Questi casi sottolineano l'assoluta necessità che le "culle per la vita" siano integrate in un sistema di assistenza sanitaria controllato e sicuro, garantendo il collegamento con un servizio di soccorso h24 e la presenza di riscaldamento e chiusure di sicurezza, come originariamente previsto. La priorità deve sempre essere la salvaguardia della vita del neonato e il rispetto della privacy della madre.