Il tema della nascita, nella sua accezione più intima e privata, ha attraversato secoli di storia italiana definendo non solo il destino biologico delle donne, ma anche le loro barriere sociali, culturali e legislative. Se oggi la nascita di un bambino è un evento mediatico e tecnologicamente assistito, il passato racconta di realtà oscure, di segreti custoditi tra le pareti domestiche e di una lotta costante contro il giudizio morale di una società patriarcale.
L’invisibilità del corpo femminile nel passato
Già nell’Ottocento, la maternità divenne una questione pubblica. In quest’ottica, il feto si trasformò in un "futuro cittadino, soldato e lavoratore" da salvaguardare e, di conseguenza, "la donna gravida non è più semplice moglie del cittadino, ma in un certo modo proprietà dello Stato", secondo la definizione data dal medico illuminista tedesco Johann Peter Frank. In epoca fascista le leggi su questo tema si fecero più stringenti: aborto e contraccezione divennero reati contro la persona o delitti contro l’ordine della famiglia.
Questo paradigma ha relegato la donna a un ruolo di accudimento, rendendo il corpo femminile un territorio di vigilanza e censura. Le testimonianze delle donne che hanno vissuto queste epoche riflettono una profonda discrasia tra la teoria dei principi enunciati e la dura realtà della vita quotidiana, fatta di divieti sessuali considerati innominabili.

Le pratiche ancestrali e le levatrici di un tempo
Prima della medicalizzazione del parto moderna, la figura di riferimento era la "mammana" o levatrice comunale. Il racconto del dottor Bagnoli riguardo alla signora Beneventi Maddalena, ostetrica nel reggiano tra gli anni Quaranta e Cinquanta, ci restituisce un mondo in cui il parto era un evento domestico gestito con sapienza empirica. La suocera spesso difendeva la dignità dell'onorabilità della casa, definendo i termini del parto, mentre il compenso alla levatrice avveniva spesso in natura: conigli, galline, salami, uova o la partecipazione a pranzi nuziali.
Le emergenze venivano gestite con metodi che oggi definiremmo magici o superstiziosi. Per prevenire l'ernia ombelicale si utilizzava una moneta di bronzo ricoperta di piombo, mentre il neonato veniva lavato in acqua bollita tiepida, saggiando la temperatura col gomito. Si credeva, inoltre, che il colostro fosse "residuo del periodo gravidico" e quindi inadatto al neonato, sostituito da decotti o farine. Queste pratiche, sebbene nate dalla necessità, riflettono una profonda ignoranza scientifica che rendeva spesso il parto un momento ad alto rischio.
Il dramma dell'aborto clandestino in Italia
Prima del 1978, l'interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel 1973, più di 3 milioni di donne ogni anno ricorrevano all'aborto clandestino. Molte morivano nelle ore successive, dissanguate, con l'utero perforato da ferri da calza malamente manovrati dalle mammane, o avvelenate da decotti fatti in casa.
L'aborto clandestino rappresentava un'industria dalle solide fondamenta costruite sul corpo di milioni di donne, operante in luoghi improvvisati e malsani. Le testimonianze dell'epoca sono agghiaccianti: "Mi sono divincolata perché il cucchiaio ti raschia dentro, mentre sei sveglia, fa tanto male. E così son arrivate le perforazioni". Era una realtà che non aveva né censo né classe, di cui tutti sapevano ma che nessuno voleva riconoscere come problema sistemico. La legge 194, varata nel 1978, fu un compromesso che finì per scontentare tutti, ma che pose un freno al calvario delle pratiche cruente del passato.
Video-pillole femministe per i 40 anni della legge 194
Parto segreto: tra cronaca e protezione legale
Oggi, il concetto di "partorire di nascosto" assume contorni diversi grazie alla normativa sul parto anonimo. Succede quando una donna, invece di abortire, sceglie di dare alla luce un bambino che sarà poi adottato da una famiglia. La legge italiana garantisce alle madri, italiane o straniere, il diritto di mantenere segreto il proprio nome per cento anni.
Secondo l’assistente sociale Anita Genovese, negli anni Settanta si registravano circa cinquanta casi l'anno. Con la diffusione degli anticoncezionali e la legge sull'aborto, i numeri sono cambiati. Se un tempo le partorienti anonime erano giovani ragazze del sud, oggi prevalgono donne straniere in condizioni di precarietà lavorativa, minacciate dal licenziamento in caso di gravidanza. Nonostante lo strazio dell'abbandono, queste donne compiono una scelta che è, a tutti gli effetti, una via d'uscita lecita per garantire un futuro al nascituro.
Il caso di Federico II: la leggenda del parto in piazza
Il desiderio di celare o, al contrario, esibire una gravidanza ha radici antiche. La leggenda che vuole l'imperatrice Costanza d'Altavilla partorire Federico II in una piazza a Jesi nel 1194 nasce proprio dall'esigenza di fugare i dubbi sulla sua fertilità. Avendo quarant'anni, età avanzata per l'epoca, e dopo aver trascorso gran parte della vita in convento, la sua gravidanza era vista con sospetto.
Circolavano voci secondo cui Costanza avesse simulato la gravidanza e il parto fosse una messinscena, sostituendo il vero figlio imperiale con quello di un macellaio. La necessità dell'imperatrice di mostrarsi col neonato in pubblico riflette la pressione sociale a cui le donne potenti, così come le umili, erano sottoposte quando la loro biologia non coincideva con le aspettative del tempo.
Verso una nuova consapevolezza
Il percorso che ha portato le donne italiane dal "parto in casa con la levatrice" alla consapevolezza medica e legale è stato segnato da lotte femministe e da un cambiamento radicale della mentalità. Se negli anni Sessanta e Settanta, come documentato da Pier Paolo Pasolini nei suoi Comizi d'amore, la sessualità era un tabù, il decennio successivo ha visto la presa di parola delle donne su un corpo fino ad allora tenacemente nascosto.
La storia di Louise Brown, nata nel 1978 grazie alla fecondazione in vitro, segna il punto di rottura finale con la natura considerata "immutabile". Mentre il mondo restava attonito di fronte alla tecnologia che permetteva la vita in provetta, le donne italiane lottavano nelle aule parlamentari per il controllo della propria esistenza. La comprensione del fenomeno della clandestinità non è solo un esercizio storico, ma un monito costante sulla necessità di difendere spazi di libertà che, seppur faticosamente conquistati, rimangono ancora fragili di fronte a pregiudizi sedimentati in secoli di storia.