Maternità, Diritti e Storia: Dal Dibattito sull'Età alla Lunga Lotta per l'Autonomia Femminile in Italia

Il dibattito sulla maternità, le scelte personali e il ruolo delle donne nella società è un tema che continua ad animare il confronto pubblico in Italia, rivelando spesso le sfaccettature di un contesto culturale e legislativo in costante evoluzione. Di recente, una notizia personale, quella di una gravidanza in età avanzata, ha innescato una riflessione più ampia che si intreccia con questioni storiche, legislative e sociali profonde. Dall'eco di un annuncio televisivo alla complessa applicazione di leggi fondamentali, fino alla rievocazione di decenni di lotte per i diritti, emerge un quadro variegato che testimonia l'evoluzione e le sfide ancora aperte per le donne nel nostro Paese. Questo percorso ci invita a esplorare come le decisioni individuali siano spesso specchio di contesti più grandi, delineando la strada per una piena autonomia e riconoscimento.

La Maternità in Età Avanzata e il Dibattito Pubblico: Il Caso di Chiara Giallonardo

Un episodio significativo che ha catalizzato l'attenzione del pubblico e acceso il dibattito sulla maternità in età avanzata è stato l'annuncio della gravidanza della conduttrice Chiara Giallonardo. L’annuncio era arrivato lo scorso 23 maggio, quando si era presentata nello studio de “La Volta Buona” con un vistoso pancione. In quell'occasione, la conduttrice di “Linea Verde” aveva rivelato di essere incinta di sette mesi, prevedendo la nascita della bambina in agosto, probabilmente il giorno del suo 46° compleanno. La sua gravidanza, che lei stessa aveva definito «un miracolo inatteso», era stata tenuta riservata, a conoscenza solo dei familiari stretti. Amici, conoscenti e il vasto pubblico avevano appreso la notizia in diretta televisiva, generando un'ondata di reazioni.

Chiara Giallonardo incinta

Una volta che la notizia è diventata virale, la giornalista è stata inondata di messaggi. La maggior parte di questi erano di felicitazioni, ma moltissimi contenevano anche critiche per la scelta di avere un figlio in età avanzata. «Era un venerdì e il resto del weekend è trascorso a gestire il telefono, amici e parenti che ancora non lo sapevano mi hanno chiamato felicissimi e anche un po’ stupiti che avessi deciso di tenere la notizia riservata per così tanto tempo», ha iniziato a spiegare la giornalista, riferendosi alle reazioni post annuncio. Ha poi aggiunto: «e poi sono arrivati anche tantissimi messaggi social, sia di persone che conoscevo, sia di persone che non conoscevo». Questa risonanza ha trasformato la sua esperienza in un fenomeno di massa. «Poi è successa questa cosa bizzarra, mi sono resa resa conto che il reel di quella puntata de “La Volta Buona” era diventato virale e quindi ero ufficialmente una mamma virale con 6 milioni di visualizzazioni e migliaia e migliaia di commenti».

A quel punto, Giallonardo si è messa a scorrere alcuni di questi messaggi ed è rimasta sorpresa da ciò che stava leggendo. Tra le frasi che le sono state rivolte, alcune esprimevano chiaramente un giudizio sulla sua scelta: «Mi hanno scritto frasi del tipo “brava, un’altra egoista, nonna incinta a 46 anni”; “a 46 anni diventa mamma, che coraggio”; “a 46 anni io avevo 3 nipoti, a quell'età si fa la nonna, povera piccola”», ha raccontato la futura mamma, invitata al centro dello studio dalla conduttrice per leggere ad alta voce alcuni dei post che le erano arrivati. Queste reazioni sottolineano come la maternità in età avanzata sia ancora un tema sensibile e polarizzante nella società, spesso oggetto di un giudizio pubblico che non tiene conto delle singole storie.

La conduttrice ha risposto a queste critiche con un messaggio di inclusione e rispetto per le scelte individuali. «La verità è che ho letto con attenzione questi messaggi, ai quali ne sono corrisposti altrettanti di donne che difendevano la loro posizione o il loro caso per cui la vita le aveva portate ad avere figli più avanti con l’età», ha concluso Giallonardo. Ha sottolineato che «Fare figli da giovani è una bellissima cosa e probabilmente anche diventare nonni da giovani e io faccio loro i migliori auguri a queste persone, ma non è la mia storia. Ognuno ha la sua storia e non ce n’è una giusta o una sbagliata, ognuno è libero di scegliere quello che preferisce». Con un'affermazione di speranza e accettazione della vita, ha ribadito che «Con tutte le cose orribili che sentiamo accadere anche ai bambini, quando la vita arriva, va solo accolta e accolta con gioia». Questo episodio evidenzia la tensione tra le aspettative sociali e l'autonomia delle donne nel definire il proprio percorso di vita e maternità.

La Legge 194 del 1978: Garanzia di un Aborto Sicuro e Tutela della Maternità

Il dibattito sulle scelte riproduttive e sulla maternità in Italia è profondamente legato all'esistenza e all'applicazione della Legge n.194 del 1978, una normativa fondamentale che garantisce un aborto sicuro a tutte le donne e rappresenta una tutela sociale della maternità e dell’interruzione volontaria della gravidanza. Questa legge definisce un quadro entro cui le donne possono prendere decisioni informate sulla propria salute riproduttiva.

Per essere chiari, la legge stabilisce che l’aborto è possibile entro i 90 giorni di gestazione per motivi di salute fisica o psichica, condizioni economiche, sociali o familiari, per previsioni di anomalie o malformazioni del concepito o per le circostanze in cui è avvenuto il concepimento. Oltre i 90 giorni, l'interruzione di gravidanza è consentita solo in casi eccezionali e gravi, quando la gravidanza o il parto comportano un grave pericolo per la vita della donna, o quando sono accertate gravi anomalie o malformazioni del feto che comportino un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna. È di vitale importanza che l’aborto sia praticato in una struttura sicura per la gestante, un principio cardine della legge volto a salvaguardare la salute delle donne. Il percorso prevede un colloquio preliminare con un medico che, alla fine dell'incontro, rilascia una copia di un documento che attesta lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta di aborto.

Infografica sulla Legge 194

La legge prevede due principali metodi di interruzione volontaria di gravidanza: l'aborto chirurgico e quello farmacologico. La deputata Gilda Sportiello, proseguendo nel suo intervento parlamentare, ha denunciato la mancanza di informazioni di cui, secondo lei, soffrirebbe la maggioranza delle persone, sulla differenza tra aborto chirurgico e farmacologico. Questa lacuna informativa può ostacolare le donne nel compiere scelte pienamente consapevoli. Con il termine “farmacologico”, invece, si intende l’assunzione di mifepristone, la pillola nota con il nome RU486 e, a distanza di 48 ore, della prostaglandina. Il primo, il mifepristone, «causa la cessazione della vitalità dell’embrione», mentre l’assunzione del secondo farmaco «ne determina l’espulsione». Questa procedura, che rappresenta un'alternativa meno invasiva rispetto all'intervento chirurgico, avviene entro nove settimane di età gestazionale presso le strutture ambulatoriali pubbliche collegate a ospedali, i consultori o in day hospital. È interessante notare che in alcune Regioni italiane, dal 2025, sarà possibile assumere i farmaci direttamente dalla propria abitazione, un'evoluzione che segue le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la quale afferma che il sostegno degli operatori sanitari per l'interruzione farmacologica può essere autogestito dalle donne direttamente dalle proprie abitazioni.

Un aspetto cruciale e spesso controverso dell'applicazione della Legge 194 è la questione degli “obiettori di coscienza”. Con questo termine ci si riferisce a quei medici o operatori sanitari che possono liberamente scegliere di non effettuare gli interventi di interruzione di gravidanza perché «in contrasto con i propri valori personali», al netto dei casi in cui la vita della donna possa essere messa a rischio. Tuttavia, come stabilisce l’articolo 9 della legge 194, «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti». Questo principio garantisce che, nonostante le obiezioni individuali, il diritto della donna all'aborto sia sempre tutelato a livello di struttura.

I dati del 2021 rivelano che la percentuale media nazionale di obiettori di coscienza superava il 63% tra i ginecologi, il 33% tra il personale non medico e il 40,5% tra gli anestesisti. Questa distribuzione, tuttavia, è lungi dall'essere omogenea sul territorio nazionale, creando disuguaglianze nell'accesso al servizio. La distribuzione varia tra l’Italia meridionale (78,5%), quella insulare (76,5%), e centrale (63%) o settentrionale (54,7%). La Sicilia detiene il numero maggiore, con l’85%, seguita dall’Abruzzo con l’84% e la Puglia, con l’80,6%. Queste disparità regionali sollevano interrogativi sull'effettiva applicazione del diritto all'aborto sicuro e sulla capacità delle strutture sanitarie di garantire il servizio, nonostante l'obbligo di legge.

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Trasparenza e Applicazione della Legge 194: Un Ritardo che Preoccupa

L'effettiva applicazione della Legge 194 del 1978 e la trasparenza sui dati relativi all'interruzione volontaria di gravidanza sono temi di costante preoccupazione e dibattito nelle aule parlamentari e nella società civile. Un elemento centrale in questa discussione è la "Relazione sull’attuazione della legge n.194 del 1978", la cui presentazione annuale al Parlamento da parte del Ministero della Salute è un obbligo di legge. La scadenza per presentarla è il mese di febbraio di ogni anno, un termine stabilito per garantire che il Parlamento e i cittadini abbiano un quadro aggiornato sull'applicazione di una norma così importante.

Tuttavia, il rispetto di questa scadenza è stato spesso problematico. «Sono 46 anni che la relazione viene presentata: la relazione sull’attuazione della legge n.194 del 1978. E mai, in 46 anni, neanche negli anni ‘80 e ‘90 si è registrato ritardo simile. Cos’è successo per giustificare questo ritardo? Come è possibile che siamo nel 2024 e abbiamo i dati del 2021?». A porre queste domande con forza nelle aule parlamentari italiane è stata la deputata del Movimento 5 Stelle Gilda Sportiello, le cui parole sono diventate virali sui social, attirando la curiosità di molti cittadini interessati all’argomento. La sua denuncia evidenzia un problema sistematico nella tempistica di pubblicazione dei dati.

Mappa percentuale obiettori di coscienza in Italia

I dati pubblicati negli scorsi anni sono spesso lacunosi e non offrono un quadro preciso e chiaro dell’effettiva attuazione della legge nel nostro Paese. A complicare ulteriormente la situazione, la deputata Sportiello ha osservato: «C’è anche un rapporto Istat che riporta i dati del 2022, cosa che non fa il Governo. È un fatto tecnico o politico?». Questa domanda sottolinea il sospetto che dietro ai ritardi possano esserci motivazioni che vanno oltre le semplici difficoltà tecniche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) parla di aborto sicuro e tra gli ostacoli cita anche la mancanza di informazioni e non solo quelli che ci fate mancare voi non applicando la legge 194. Questo rafforza l'argomento che l'accesso all'informazione è un pilastro fondamentale per l'esercizio dei diritti riproduttivi.

La cronologia dei ritardi è eloquente: se l’anno scorso la relazione è stata pubblicata a metà settembre e nel 2022 a giugno, nel 2021 a fine luglio, nel 2020 ad agosto, quest’anno, non è ancora pervenuta, nonostante il vincolo di febbraio come data ultima per legge. Per fare chiarezza, è stato ricordato che anche la relazione del 2017 è stata diffusa con un ritardo di dieci mesi, indicando una problematica ricorrente.

Il diritto ad essere informati, diritto sancito dalla stessa Costituzione, prevede con la legge sull’aborto che una donna possa essere in grado di conoscere il tasso di obiettori di coscienza nella propria Regione di residenza o domicilio; quali sono i tempi utili per accedere alla pratica, ad esempio o, ancora, in quali strutture è possibile svolgere l’aborto. La mancanza di informazioni aggiornate e facilmente accessibili impedisce alle donne di esercitare pienamente questo diritto fondamentale.

In merito al ritardo sulla presentazione della ‘Relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 194’, da parte del Governo sono state avanzate motivazioni di carattere pratico. È stato affermato che «sussistono oggettive difficoltà tecniche a rispettare la scadenza» prevista dalla normativa. Questo perché «la raccolta, il controllo e l’elaborazione dei dati analitici sulle interruzioni volontarie di gravidanza di tutte le Regioni e province autonome, determina un procedimento comprensibilmente lungo e delicato, che impegna a fondo l’insieme del Sistema di sorveglianza, dalle strutture periferiche a quelle centrali». Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha aggiunto: «La trasmissione dei dati relativi al 2023 da parte delle Regioni e delle province autonome all’Istituto superiore di sanità e all’Istat è, infatti, ancora in corso».

Parallelamente, se la relazione sulla Legge 194 è di competenza del Ministero della Salute, a quello della Giustizia spetta la relazione sulle violazioni della legge n.194 del 1978 e le richieste rivolte al giudice tutelare in caso di minorenni. Quest’ultima è arrivata il 4 aprile, quando Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha trasmesso al Parlamento i dati relativi a questa fattispecie, riferiti al 2023. Questa seconda relazione, tuttavia, fornisce solo una panoramica parziale dell’andamento dell’aborto nel Paese, lasciando ancora scoperte molte informazioni cruciali. Una panoramica sulla clandestinità alla quale molte donne ancora ricorrono è stata fornita dal Terzo Rapporto sui costi dell’aborto e i suoi effetti sulla salute delle donne, elaborato dall’Osservatorio Permanente sull’Aborto, che ha aggiornato i dati fino al 2022. Così come, ha evidenziato il crescente uso dell’aborto farmacologico, che, «sebbene riduca il costo per singolo aborto, comporta maggiori complicazioni rispetto a quello chirurgico».

Dall’altro lato, l’Associazione Luca Coscioni ha chiesto a gran voce “Dati aperti” al Ministero della Salute, sostenendo che «Ci servono i dati aperti e per ogni struttura ospedaliera. Solo se i dati sono aperti sono utili e ci offrono informazione e conoscenza. Solo se i dati sono aperti hanno davvero un significato e permettono alle donne di scegliere in quale ospedale andare, sapendo prima qual è la percentuale di obiettori nella struttura scelta. I dati chiusi del ministero sono una fotografia sfocata». Per questo motivo, l'associazione ha intrapreso azioni concrete: «Ecco perché abbiamo mandato una richiesta di accesso civico generalizzato alle singole ASL e ai presidi ospedalieri chiedendo i numeri specifici per struttura».

In merito alla richiesta di “rendere disponibili i dati sull’interruzione volontaria di gravidanza in formato aperto”, il sottosegretario Gemmato ha fatto presente la necessità di rispettare le normative in materia di protezione dei dati personali. Tuttavia, l'Associazione Luca Coscioni ha continuato la sua battaglia lanciando una petizione che denuncia: «A 45 anni dall’approvazione della legge 194 ancora non conosciamo lo stato della sua applicazione. Il governo non fornisce dati aperti, utili e aggiornati. L’ultima relazione del Ministro della Salute riguarda il 2021. Oggi non sappiamo come e dove si possa abortire nelle singole Regioni italiane. I metodi contraccettivi non sono conosciuti e accessibili come in altri Paesi europei». La carenza di dati e la difficoltà di accesso alle informazioni costituiscono, dunque, ostacoli significativi per le donne italiane nell'esercizio dei loro diritti riproduttivi.

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Sostegno alla Maternità e Politiche Familiari a Confronto Internazionale

Il sostegno alla maternità e le politiche familiari rappresentano un pilastro fondamentale per il benessere sociale e per la piena realizzazione delle donne che scelgono di avere figli. L'Italia, come altri paesi europei, offre un sistema di tutela che si è evoluto nel tempo. L’indennizzo di maternità, tanto obbligatoria quanto anticipata - quest'ultima prevista nei casi, per esempio, di condizioni di salute o di lavoro che non permettano lo svolgimento della propria professione alla donna incinta - è pari all’80% del salario tipicamente ricevuto in busta paga. Questo meccanismo mira a garantire un supporto economico alle madri durante un periodo cruciale della loro vita e di quella del neonato.

Tuttavia, il quadro del sostegno alla famiglia è in profonda trasformazione. «Uno degli asset portanti della nostra società, la famiglia, sta mutando profondamente. Fino a pochi decenni fa, nelle case era normale che un genitore fosse dedicato alla cura della casa e dei figli. Oggi entrambi i genitori lavorano fuori casa. Non è un cambiamento da poco». Questa constatazione evidenzia una nuova realtà sociale e la necessità di politiche che si adattino alle esigenze delle famiglie moderne, dove spesso entrambi i genitori sono attivamente impegnati nel mondo del lavoro.

Confronto congedi parentali Europa

Confrontando le politiche italiane con quelle di altri Paesi europei, emergono differenze significative che offrono spunti di riflessione. Una menzione in questo discorso va però fatta allo Stato del Maine, un esempio che, pur non essendo europeo, si inserisce nel dibattito sulle migliori pratiche. Non va peggio in Norvegia, dove i genitori possono usufruire di 46 settimane di congedo indennizzato al 100% oppure di 56 pagate all’80%. Queste opzioni offrono una flessibilità e un supporto economico notevoli, permettendo ai genitori di dedicare un tempo prolungato alla cura dei figli senza subire un significativo impatto economico. In Spagna, dall’inizio del 2021, è in vigore la nuova legge sul congedo parentale: 16 settimane non trasferibili, retribuite al 100%. Questa politica garantisce a entrambi i genitori un periodo di congedo equo e interamente retribuito, promuovendo una maggiore condivisione delle responsabilità genitoriali. La Francia, dal canto suo, dopo la proposta di rendere obbligatorio lo smart working alle donne incinte, nel 2021 ha registrato un netto aumento delle nascite, anche dovuto - si pensa - agli incentivi in termini di welfare. Questi esempi dimostrano come politiche mirate di sostegno, che includono congedi generosi e flessibilità lavorativa, possano influenzare positivamente i tassi di natalità e migliorare la qualità della vita delle famiglie.

La Lunga Marcia delle Donne per i Diritti: Dal Voto alla Piena Cittadinanza

Il percorso delle donne italiane verso la piena cittadinanza e l'autonomia è una storia ricca e complessa, che ha radici profonde e che si estende fino ai giorni nostri. Per comprendere appieno il contesto attuale in cui si inseriscono le scelte individuali e i dibattiti sulle leggi, è fondamentale ripercorrere le tappe fondamentali di questa lotta, come testimoniato da figure storiche di rilievo. Settant'anni dal voto alle donne, una conquista che ha significato molto per quelle che c'erano e per chi è venuta dopo. Ne abbiamo parlato con Marisa Rodano, un pezzo di storia vivente del nostro paese. Nata a Roma nel 1921, dopo aver partecipato alla Resistenza italiana è stata politica, deputata, senatrice e parlamentare europea. Tra le fondatrici dell'Udi (Unione donne italiane, oggi Unione donne in Italia), è tra le donne che votarono per prime nel 1946.

Donne al voto 1946

Marisa Rodano, con la sua esperienza, incarna il cambiamento. «Sai, la storia è lunga. La battaglia delle donne italiane per il diritto di voto era cominciata già nel secolo precedente». Già nel 1912 c’era stato un appello al Parlamento firmato anche da Maria Montessori che chiedeva il voto per le donne, un appello che purtroppo non ricevette una risposta. Sempre in quell’anno, un gruppo di donne di Montemarciano, in provincia di Ancona, provò a iscriversi nelle liste elettorali, e la loro richiesta, inizialmente accolta, fu poi cancellata da una sentenza della cassazione. Questi sono i precedenti di una lotta lunga e spesso frustrante.

Il vero slancio arrivò dopo la liberazione. Dalla fine del 1944, dopo la liberazione di Roma, si costituì un comitato formato dai movimenti femminili dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Questo comitato era un'alleanza eterogenea, comprendente «comuniste, socialiste, democristiane, liberali, democratiche del lavoro, più delle donne repubblicane insieme a due associazioni, la Fildis, federazione italiana diplomate degli istituti superiori, e all’alleanza per il suffragio». Dopo aver raccolto le firme in una petizione, il comitato si rivolse al Comitato di Liberazione Nazionale per chiedere che venisse stabilita la possibilità per le donne di votare già nel 1946. Dopo varie discussioni, alla fine il governo invitò le donne con una circolare a iscriversi alle liste elettorali, considerando che erano vent’anni che non votava nessuno. E così le donne poterono votare alle amministrative nella primavera del '46 e poi al referendum di giugno sulla monarchia e per l’elezione dell’assemblea costituente.

Infatti, la prima occasione di voto per le donne fu il 10 marzo 1946, con le elezioni amministrative per la ricostituzione dei comuni, dove l’affluenza femminile sfiorò il 90% e circa 2mila donne conquistarono un seggio nei consigli comunali. Marisa Rodano ricorda: «Sì, tra l’altro in quell’occasione furono elette parecchie sindache dai rispettivi consigli comunali, perché allora non c’era l’elezione diretta dei sindaci». Per ovvi motivi, però, nella memoria collettiva il giorno del primo voto per le donne resta quello del referendum del 2 giugno. Rodano ricorda di quel giorno: «L’affluenza fu notevole, votò l’80% degli aventi diritto, una percentuale alta. Io ricordo lunghe code davanti ai seggi, donne preoccupate di sbagliare, perché era la prima volta che andavano a votare, altre che invece erano più consapevoli e che dicevano “è importante perché con il mio voto cambierò le cose”. Insomma gli stati d’animo erano vari».

A guardarla da oggi, questa tappa è stata decisiva. «È stata una tappa decisiva, se non avessimo avuto tredici donne elette nell’assemblea costituente, io non credo che un’assemblea di soli uomini avrebbe inserito nella Costituzione quei principi che riguardano la parità, la parità di salario, il diritto di famiglia, la tutela della maternità, che invece sono stati poi alla base di lunghe lotte affinché fossero tradotti in leggi che spazzassero via la legislazione fascista e che hanno poi cambiato sostanzialmente la condizione delle donne nel nostro paese». La sua analisi è chiara: «Io penso che il fatto che le donne nel '46 abbiano votato, che ci siano state donne elette alla costituente, che ci siano state norme nella Costituzione, che poi in tutti questi anni ci siano state battaglie delle donne per la trasformazione in leggi di questi principi, o per l’applicazione di queste leggi, abbia profondamente cambiato la condizione delle donne. La condizione delle donne oggi è imparagonabile con quella delle donne di allora, quando le donne erano fuori dal mercato del lavoro e nel mezzogiorno c’era il più alto tasso di donne analfabete. Oggi le donne lavorano, sono istruite e acculturate, le ragazze si laureano prima e meglio dei ragazzi».

Aborto, 43 anni dopo la 194: "Diritto non ancora garantito a tutte le donne. Aggiorniamo la legge"

È così, ed è importante ricordarsene invece di ragionare come se tutto fosse sempre stato come lo viviamo adesso. Tuttavia, nonostante i progressi, le sfide persistono. È anche vero però, e gli ultimi dati lo confermano, che donne e uomini sono sempre più uniti nell’infelice destino della precarietà, e che il nostro è ancora il paese in cui le donne sono tenute il più possibile fuori dai percorsi di carriera e lontane dalle cariche decisionali e strategiche, spesso anche in politica. Cosa manca ancora, secondo Rodano, perché alle donne sia riconosciuta una cittadinanza piena? «Il problema è che ci sono le leggi ma non sono applicate. Per esempio, ci sono accordi interconfederali e legislativi per la parità di salario, però di fatto nella maggior parte dei casi a parità di mansioni e di qualifiche le donne hanno un salario inferiore a quello degli uomini. Ma pur di lavorare, accettano». La situazione si aggrava anche riguardo la stabilità lavorativa: «C’è una legge che vieta di licenziare per motivi legati alla vita privata come il matrimonio o la gravidanza, eppure le dimissioni in bianco sono state una pratica costante per anni. Per non parlare del fatto che la maggioranza delle lavoratrici svolge lavori precari, che non consentono di programmare un futuro, un matrimonio, l’acquisto di una casa». Anche per le carriere c’è una legge che prevede che nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa le donne non devono essere meno del 30%, «però poi non è applicata».

Quindi, se dovesse rivolgersi alle nuove generazioni di donne, Marisa Rodano le spronerebbe soprattutto a vigilare sulla piena applicazione delle leggi già esistenti. «In parte sì. In parte sulla base delle loro esigenze e dei loro desideri e prospettive, eventualmente a chiederne di nuove». Un punto spesso sollevato nel dibattito pubblico è la presunta tendenza delle donne a non votare altre donne. Rodano smonta questa idea: «Ma secondo te è vero che le donne non votano le donne? No, è una leggenda metropolitana. È chiaro che le donne cercano sulle liste le persone di cui hanno più fiducia. Se le donne candidate non riscuotono questa fiducia non dipende dal sesso». Questa prospettiva storica e critica sottolinea che, nonostante i progressi legislativi e sociali, la battaglia per la piena parità di genere e l'applicazione effettiva dei diritti è una vigilanza costante che richiede l'impegno di tutte le generazioni.

Simboli parità di genere e inclusione

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