La Basilica papale di Santa Maria Maggiore a Roma è un luogo di profonda venerazione, un crocevia di fede, storia e arte che da secoli attira pellegrini da ogni parte del mondo. Presso questa venerabile basilica, è custodita e venerata la mangiatoia che avrebbe ospitato il Bambino di Betlemme, una tradizione che affonda le sue radici nei primi secoli cristiani. Questa basilica è conosciuta con diversi appellativi che ne raccontano la ricca storia e la profonda spiritualità: la chiamano «Betlemme d’Occidente», «Basilica liberiana», «Santa Maria della neve» e «Santa Maria ad presepem». Sono nomi che fanno riferimento a episodi e tradizioni antiche legate alla basilica papale situata sul colle Esquilino a Roma, da secoli meta di migliaia di pellegrini ogni anno. Lo stesso papa Francesco vi è molto legato, tanto che è sua tappa fissa alla partenza e al rientro da ogni viaggio internazionale. Come ha scritto sull’Osservatore Romano del 26 gennaio scorso il cardinal Stanisław Ryłko, arciprete della basilica, «La basilica papale di Santa Maria Maggiore è il più antico santuario mariano non solo di Roma, ma di tutto l’Occidente».
La Reliquia della Sacra Culla: Descrizione e Profondità Spirituale
Al centro di questa devozione si trova la preziosa reliquia della Sacra Culla. Una targhetta, che recita "Cunabula Domini nostri Iesu Christi: culla del Signore nostro Gesù Cristo", descrive il contenuto del prezioso reliquiario di cristallo sormontato da un bambino in oro, esposto nella basilica papale di Santa Maria Maggiore. Al suo interno, quattro assi di legno di acero della Palestina sono tutto ciò che resta della «Sacra Culla» dove venne deposto Gesù appena nato. Nel prezioso reliquiario, realizzato da Giuseppe Valadier (1762-1839), sono racchiuse cinque assi di legno, di cui una apparteneva ad un antico quadro della natività, scomparso con il sacco di Roma del 1527. Le altre quattro, sono state invece riconosciute provenienti da un albero di acero della Palestina probabilmente di duemila anni fa. Le tacche sulle assi ci dicono che potrebbero essere state incrociate a due a due, come a formare il cavalletto per sorreggere una culla in terracotta, in uso a quell’epoca. Non è dato sapere con certezza se questi legni siano veramente quelli in cui Gesù venne deposto, ma è provato che quelle asticelle furono il sostegno di una culla di terracotta in uso in Palestina all’epoca di Gesù. Dagli esami è risultato che appartengono all’epoca di Cristo e che si tratta di un legno di acero rosso di quei luoghi.
Il valore storico e devozionale di questa reliquia è stato avvalorato da recenti studi scientifici. I pollini prelevati all’interno delle asticelle di sicomoro sono stati ricondotti alla zona geografica di Betlemme e al tempo di Gesù. Questa scoperta fornisce una conferma di quanto attestato per secoli, fra gli altri anche da san Girolamo le cui spoglie mortali si conservano proprio a Santa Maria Maggiore. I rilievi, come ricorda monsignor Ricupero, maestro delle Celebrazioni liturgiche della Basilica, «sono stati effettuati nel 2018. L’occasione è stata data dalla decisione di Papa Francesco di donare un frammento delle venerate asticelle alla Custodia di Terra Santa nel novembre 2019».
L’immagine di una madre premurosa, che adagia il corpo fragile del suo bambino appena nato all’interno di una culla di fortuna ricavata da una mangiatoia, è un simbolo potente che dilata il cuore d’ogni persona e offre un legame tangibile con l'evento della Natività. Il reliquiario di Gregorio XI, che inizialmente custodiva le reliquie, venne però distrutto nel Settecento, durante i lavori di ristrutturazione in cui fu eseguita la facciata principale della Basilica. Si impose allora un altro intervento, che avvenne grazie alla donazione della duchessa Maria Emanuela Pignatelli, ambasciatrice del Portogallo. Il reliquiario che ancora oggi conserva le cinque assicelle di acero fu realizzato da Giuseppe Valadier. È un’opera assai pregiata: su di uno zoccolo di legno dipinto a mano, vi è un basamento parallelepipedo in argento con quattro bassorilievi. Nel lato anteriore è rappresentato il presepe, in quello posteriore l’ultima cena, nei lati minori la fuga in Egitto e l’adorazione dei Magi. Sopra questo elegante basamento poggia quindi il reliquiario in cristallo a forma di culla, sorretto da quattro putti dorati. La teca si trova sotto l’altare maggiore, nella nicchia di fondo della confessione.

Monsignor Emilio Silvestrini e la Custodia Attuale della Reliquia
Un ruolo fondamentale nella cura e nella venerazione della Sacra Culla è ricoperto da mons. Emilio Silvestrini, canonico liberiano e custode della reliquia. In quanto tale, egli ha il compito di gestire tutto ciò che riguarda la Sacra Culla: dalle questioni di mantenimento alla preghiera quotidiana e in particolare del tempo di Natale. Le sue parole offrono una profonda interpretazione spirituale del significato della reliquia: «Quando parliamo di Sacra Culla, bisogna partire sempre dal Vangelo - spiega mons. Emilio Silvestrini -. In analogia con la Sacra Sindone, per cui il nostro pensiero corre al lenzuolo di cui parlano gli evangelisti, quando veneriamo la Sacra Culla, la nostra mente vola alla mangiatoia di Betlemme, nella grotta della Natività, di cui parla l’evangelista Luca». I passi del Vangelo di Luca che fanno riferimento a una mangiatoia sono tre: 2, 7; 2, 10-12; 2, 15-16.
Monsignor Silvestrini sottolinea l'importanza della tradizione e della fede rispetto alla mera scientificità: «Non è importante la scientificità, quanto il Vangelo e la tradizione - continua mons. Silvestrini -. Io credo che da niente nasce niente. Se è nato questo culto vuol dire che la tradizione ha tramandato qualcosa di importante. Non basta solo una leggenda per far nascere un culto così continuo». Egli testimonia anche l'attrattiva universale della reliquia: «Quando papa Francesco ha indetto l’anno della misericordia, ho visto il numero di pellegrini triplicare e anche persone di altre religioni sono venute e vengono per pregare - spiega -. È importante dire però che quando prego davanti al crocifisso, so che sto guardando un pezzo di metallo. Anche la reliquia della Sacra Culla è un oggetto e davanti ad essa faccio un inchino di venerazione».
Tradizionalmente, in passato le sacre reliquie venivano spostate durante le feste natalizie nella navata centrale, per consentire ai tanti fedeli di poterla venerare. Tuttavia, le recenti preoccupazioni per la sicurezza hanno portato a cambiamenti in questa consuetudine. Le reliquie della Sacra Culla custodite nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma non sono state spostate nella navata centrale, come vorrebbe la tradizione natalizia, ma sono rimaste nell’ipogeo, costruito da Pio IX, sotto l'altare, per motivi di sicurezza. Dalla basilica Liberiana, si sottolinea che «da anni - sottolinea il canonico monsignor Emilio Silvestrini - si parla della situazione e si tengono sotto controllo le condizioni della Culla e soprattutto dell’ambiente che la ospita». Si ritiene che sia il reliquiario del Valadier a essere maggiormente compromesso. Nell’attesa, nessuno spostamento, «per non pregiudicare e mettere in serio pericolo la sicurezza», dicono ancora dalla chiesa dell’Esquilino. Negli ultimi decenni, nel giorno di Natale, per consentire una più facile venerazione da parte dei fedeli, la Sacra Culla veniva esposta al piano superiore. Quest’anno, invece, il Capitolo della Basilica ha votato e deciso di non spostare l’urna dalla sua sede abituale. Nonostante ciò, il culto continua, poiché «dallo scorso anno - precisa il sacerdote - abbiamo deciso di esporla nuovamente fuori dalla sua teca, sollevata in alto, in maniera tale che possa essere venerata la notte di Natale e fino al giorno dell’Epifania».
La Basilica di Santa Maria Maggiore: Culla del Cristianesimo Occidentale
La basilica papale di Santa Maria Maggiore, situata sul colle Esquilino a Roma, rappresenta un monumento di inestimabile valore storico e spirituale, riconosciuto come il più antico santuario mariano non solo di Roma, ma di tutto l’Occidente. Conosciuta anche con i nomi suggestivi di «Betlemme d’Occidente», «Basilica liberiana», «Santa Maria della neve» e «Santa Maria ad presepem», essa è da secoli meta di migliaia di pellegrini ogni anno. Monsignor Ivan Ricupero, maestro delle Celebrazioni liturgiche della Basilica, spiega che «il tempio originario certamente non era così. Era una basilica molto più modesta, con una sola navata». Aggiunge che «tutto il resto è stato aggiunto lungo i secoli. La Basilica infatti è stata riedificata nel 432 con Papa Sisto III. I mosaici dell’arco trionfale ricordano quel momento storico».
La costruzione della basilica è strettamente legata a eventi cruciali della storia della Chiesa. Fu edificata subito dopo il Concilio di Efeso del 431, che aveva definito la divina maternità di Maria, e fu donata da papa Sisto III (432-440) al popolo di Dio, come testimonia l'iscrizione "Xystus episcopo plebi dei" che campeggia sull’arco trionfale all’interno della Basilica. A differenza di quanto fino ad allora era accaduto, l’iniziativa di costruire un edificio di culto non era nata dagli imperatori ma direttamente dal popolo, che, sollecitato dal Papa, aveva generosamente partecipato alla sua costruzione. Un legame che diventa vincolo nella secolare tradizione della Chiesa di Roma. Per esaltare la Madre di Dio, Theotokos, Sisto III volle anche riprodurre in questa basilica la Grotta di Betlemme. Papa Sisto III fece costruire nella basilica una sorta di grotta della Natività simile a quella di Betlemme, da lì la successiva denominazione di «Santa Maria ad presepem» (dal latino praesepium, mangiatoia). Gli scavi, tuttavia, non hanno confermato l’esistenza di una basilica liberiana, ma solo quella di Sisto III (432-440). Si potrebbe pensare che Papa Liberio l’avesse cominciata e Papa Sisto l’avesse portata a termine quale “monumento” della divina maternità di Maria.

La Leggenda della Madonna della Neve e la Fondazione Miracolosa
La fondazione della Basilica di Santa Maria Maggiore è avvolta in una delle leggende più affascinanti e celebri della tradizione cristiana, quella della Madonna della Neve. Secondo questa antica tradizione, la basilica venne costruita nel IV secolo su richiesta della Vergine stessa, che apparve in sogno al patrizio Giovanni e al papa Liberio. Un miracolo straordinario indicò il luogo preciso della costruzione: la mattina del 5 agosto il colle Esquilino apparve ricoperto di neve. Da questo evento prodigioso deriva l’appellativo di «Maria della neve».
Questo evento singolare, una nevicata in piena estate a Roma, è datato al 5 agosto del 359, proprio come la Madonna aveva rivelato in sogno a Papa Liberio, il 36° successore di Pietro. I fiocchi caduti a terra segnarono il perimetro su cui edificare un tempio dedicato alla Vergine. Proprio in quel punto papa Liberio tracciò il perimetro della nuova chiesa, che per questo motivo è detta «liberiana», e fu finanziata dal patrizio Giovanni. Ancora oggi, questa tradizione è vividamente commemorata. Ad esempio, Papa Francesco si reca tradizionalmente nel pomeriggio del 5 agosto alla basilica per presenziare ai secondi Vespri dell’anniversario della dedicazione della Basilica papale e solennità della Madonna della Neve. La celebrazione, presieduta dall’arciprete coadiutore, l’arcivescovo Rolandas Makrickas, ha luogo ogni anno, rinnovando il legame tra la basilica, il miracolo e la devozione mariana. Questo episodio ha così profondamente radicato la basilica nel cuore della cristianità romana, consolidandone il ruolo come un luogo di grazia e di intervento divino.
Il miracolo della neve a Santa Maria Maggiore
L'Oratorio del Presepe e il Suo Ruolo Liturgico e Storico
Già nella sua concezione, Papa Sisto III volle riprodurre all’interno di Santa Maria Maggiore la Grotta di Betlemme, il luogo sacro dove la Vergine diede alla luce il Salvatore del mondo e dove fin dai primi secoli si venerava quella mangiatoia (praesepe) in cui Gesù emise i primi vagiti. Si trattava di una cappella, la Camera praesepi o Oratorium, costruita e adornata da frammenti di pietra e mosaico che, secondo le fonti, i pellegrini avrebbero portato dalla Terra Santa. Questo Oratorium aveva un proprio altare e si trovava, secondo le informazioni fornite dal Liber Pontificalis, probabilmente sotto il presbiterio.
Per secoli, l’Oratorio è stato il cuore pulsante di Santa Maria Maggiore, un luogo di altissima importanza spirituale e liturgica. Qui i papi san Leone Magno (440-461) e san Gregorio Magno (590-604) tennero le omelie più importanti sul Mistero dell’Incarnazione. Il sacro sacello divenne particolarmente caro ai pontefici, e doveva essere abbastanza grande se il Vescovo di Roma poteva celebrarvi a Natale la messa solenne. Nel Registro epistolarum di Gregorio Magno è riportato che il santo Pontefice vi celebrava la prima messa della notte di Natale. Dal V secolo in poi la celebrazione della nascita di Gesù ebbe in questo sacro luogo il suo centro privilegiato. Così già nel VII secolo, la Basilica dedicata alla Madre di Dio Santa Dei Genitrici Eccxlesiam, insieme alla denominazione di Sancta Maria Maior, veniva comunemente detta ad Praesepe. Il titolo di Sancta Maria ad Praesepe venne per la prima volta usato dal Liber Pontificalis nella biografia di papa Teodoro (642-649) e ripreso nelle successive biografie dei pontefici. Vi è pure menzionata l’antica cappella con il nome di Oratorium sanctum o Camera Praesepi.
L'ubicazione dell'Oratorio ha subito una significativa trasformazione. L’antico Oratorio del Presepe, che originariamente si trovava nella navata destra della Basilica, grazie ad un sofisticato sistema di carrucole ed argani ideato dall’architetto Domenico Fontana, venne traslato al di sotto dell’imponente tabernacolo in bronzo dorato della monumentale cappella del Santissimo Sacramento, fatta edificare nel 1590 da Papa Sisto V Peretti in ossequio alle norme del Concilio di Trento. Oggi, circondato da affreschi dedicati agli antenati di Cristo e alle storie della Vergine, il Pontefice rinascimentale Sisto V è rappresentato sulla parete sinistra della cappella nel monumento funebre a lui dedicato: in preghiera, con gli occhi diretti all’altare medievale dell’Oratorio del Presepe. È qui che, nelle notti di Natale rispettivamente del 1517 e del 1538, san Gaetano da Thiene ebbe la visione mistica del Bambino Gesù e Sant’Ignazio di Loyola celebrò la sua prima Messa. «Il fondatore della Compagnia di Gesù - spiega monsignor Ricupero - avrebbe voluto celebrarla a Betlemme, ma non riuscì per una serie di contingenze. Sciolse questo voto qui a Santa Maria Maggiore, considerata la “Betlemme di Roma”».

L'Arrivo della Sacra Culla a Roma e le Questioni Cronologiche
La questione di come le memorie legate all’infanzia di Gesù, originariamente custodite nella Grotta della Natività a Betlemme e la cui presenza è accertata fino al VII secolo, siano giunte a Roma, è oggetto di diverse ipotesi e dibattiti storici. C’è chi dice che giunsero grazie alla madre di Costantino, sant’Elena, che aveva portato anche pezzi della croce di Gesù dalla Terra Santa. Altri credono che furono i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa a donare alla chiesa i preziosi resti. Un’altra teoria sostiene che vennero donati a Sisto III (432-440) quando decise di ricreare la grotta della Natività nella chiesa romana.
Tuttavia, la tesi che gode di maggior credito è quella secondo cui nel 642 le assi della Sacra Culla sarebbero state inviate a Teodoro non appena nominato Papa da san Sofronio, patriarca di Gerusalemme, con l'intento di salvarle dai saraceni. Papa Teodoro le avrebbe fatte portare a Santa Maria Maggiore, già conosciuta come Sancta Maria ad Praesepem. Questa teoria, però, presenta una grave discrepanza cronologica che sembra annullare in parte questa ipotesi: Teodoro divenne papa nel 642, cioè quattro anni dopo la morte di Sofronio, come nota Massimo Centini nel suo libro "La Terra Santa a Roma. Storia, tradizione e leggenda delle reliquie di Terra Santa nella capitale del cristianesimo" (Edizioni Terra Santa, 2016).
Nonostante la discrepanza, la tradizione persiste e si arricchisce di dettagli. Nell’intorno alla metà del VII secolo, precisamente nel 644, qui giunse il prezioso dono che l’allora Patriarca di Gerusalemme, san Sofronio, fece a Papa Teodoro I, oriundo di Gerusalemme: la reliquia della Sacra Culla o cunabulum. All’epoca, numerose incursioni persiane avevano devastato molti luoghi legati al ricordo della vita di Cristo. Il futuro santo, monaco e teologo, ardente difensore dell’ortodossia, donò al Pontefice cinque asticelle in legno di sicomoro provenienti dalla greppia di Betlemme, assieme alle fasce in cui secondo la tradizione fu avvolto il piccolo corpo di Gesù. L’arrivo della reliquia a Roma risale probabilmente all’epoca di Papa Teodoro I (642-649), figlio di un vescovo di Gerusalemme, che la ricevette in dono dal patriarca San Sofronio per proteggerla dall’invasione musulmana che minacciava la Terra Santa. Nel 653, infatti, i saraceni strinsero d’assedio Gerusalemme, e già nel 636 al patriarca Sofronio fu impedito di celebrare il Natale nella Grotta di Betlemme a causa dell’assedio. Secondo la tradizione, avallata da alcuni studiosi, si deve dunque a papa Teodoro, che manteneva strette relazioni con la sua patria di origine, il trasferimento delle memorie della nascita del Figlio di Dio nella Basilica romana dedicata a Maria, che da quel momento acquistò a tutti gli effetti il nome di Santa Maria ad Praesepe e a pieno titolo la “Betlemme di Roma”, come per primo la definì lo storico Hartmann Grisar. Un ulteriore sviluppo, per il ritorno di un pezzo della culla a Betlemme, ha visto Papa Francesco offrire un nuovo reliquiario alla Terra Santa nel novembre 2019.

La Natività di Arnolfo di Cambio: Il Primo Presepe Scolpito della Storia
All'interno della ricca storia della Basilica di Santa Maria Maggiore si inserisce un altro elemento di straordinaria importanza artistica e devozionale: il primo presepe scolpito della storia, opera del celebre scultore Arnolfo di Cambio. Nello stesso luogo che custodisce la Sacra Culla, venne collocato nel 1288 questo presepe scolpito da blocchi di pietra. Fu il papa Niccolò IV (1288-1292), il primo francescano salito al Soglio di Pietro, a commissionarlo. Questo imponente intervento nella Cappella del presepe avvenne dopo la prima rappresentazione dal vivo della natività fatta a Greccio da san Francesco d’Assisi nel Natale del 1223. Papa Niccolò IV volle una rappresentazione destinata a dare rinnovato risalto alle reliquie della mangiatoia di Betlemme, e ne fu incaricato il grande scultore toscano Arnolfo di Cambio, che la portò a termine tra il 1290 e il 1292. È, a tutt'oggi, il più antico presepe scolpito che la storia ricordi.
Lo scultore concepì la rappresentazione in una nicchia rettangolare come una vera e propria casa in muratura, con una porta per la quale entravano i Magi, colti nell’attimo in cui varcano la soglia. La statua di san Giuseppe, in piedi con le mani incrociate appoggiate sul bastone, guardava verso il primo dei Re Magi, inginocchiato davanti al Bambino, che doveva trovarsi un po’ sollevato da terra accanto a Sua madre, distesa in posizione di puerpera. La scena della natività era concepita in modo da creare un coinvolgimento dello spettatore, con i personaggi che lasciano trasparire nei gesti e negli sguardi una straordinaria intensità e stupore.
Oggi, del presepe di Arnolfo di Cambio, i cui resti sono conservati in una teca di vetro all’inizio della navata di sinistra, è rimasto poco. Anche le statue del Bambino e della Madonna sono andate distrutte e sostituite con opere cinquecentesche. Nonostante le perdite, di questo capolavoro unico dell’arte plastica medievale, ricordato anche da Vasari, sono sopravvissute almeno cinque statue originali in marmo con le figure di san Giuseppe, due Magi Stanti, un Magio orante inginocchiato, le teste del bue e dell’asino, alle quali si aggiunge una Madonna con Bambino, seduta su una roccia, e di dimensioni maggiori: circa un metro di altezza. L'attribuzione ad Arnolfo di quest’ultima è controversa, secondo alcuni studiosi, che la ritengono pesantemente rimaneggiata nel Cinquecento. Tracce di pigmento presenti sulla pietra testimoniano come l’originario presepe in pietra, di cui non si conosce il numero esatto di sculture, dovesse essere colorato.

Episodi Drammatici e la Profonda Devozione Storica nell'Oratorio
L'Oratorium del presepe, oltre ad essere un luogo di intensa devozione e celebrazione, fu anche teatro di episodi drammatici che ne segnarono la storia. Tra questi, si ricordano gli attentati contro i papi san Martino I (649-665) e san Gregorio VII (1073-1085). Papa Martino, che morì martire in esilio dopo patimenti per essersi opposto al volere dell’imperatore Bisanzio Costante II e aver combattuto l’eresia monoteista, fu vittima di un attentato nel 653. L’imperatore aveva inviato a Roma un certo Olimpo, alto dignitario di corte, con l’ordine di uccidere il Papa. La notte di Natale, mentre Martino celebrava la messa nella Cappella del presepe, lo spataro Olimpo, nascosto nella folla dei fedeli, avrebbe dovuto compiere il delitto nel momento in cui avrebbe ricevuto la comunione. Il Liber Pontificalis così commenta l’episodio, attribuendo l'insuccesso dell'attentato a un intervento divino: «Ma Dio che è solito proteggere i suoi servi ortodossi e strapparli da ogni male accecò lo spataro Olimpo e non gli fu possibile vedere il Pontefice».
Un altro sacrilego affronto fu compiuto nella Notte di Natale del 1075, questa volta contro san Gregorio VII. Il Liber Pontificalis narra che il Pontefice, al terzo anno di regno, nella notte della Natività, mentre spezzava il pane consacrato sull’altare, fu assalito e condotto via con la forza da un certo Cencio di Stefano. Cencio era secretarius imperii e pare sia stato spinto contro il Pontefice da altissimi personaggi avversari del Papa nelle controversie che agitavano allora la Chiesa e l’Impero. Tuttavia, i romani, trovato il luogo dove Cencio aveva rinchiuso il Papa, lo liberarono e lo ricondussero nella Basilica dove il santo Pontefice potè celebrare la terza messa di Natale.
Le reliquie della culla, scampate al saccheggio di Roma del 1527, corsero il rischio di andare distrutte per altre due volte. Una prima volta nel 1798, quando le truppe francesi facendo irruzione nella Basilica depredarono i tesori in essa contenuti. E una seconda volta nel 1848, quando in seguito alla proclamazione della Repubblica romana si tentò nuovamente di trafugarle.
Nonostante questi pericoli, l'Oratorio ha continuato a essere un faro di spiritualità per innumerevoli figure sante. Qui Ignazio di Loyola nel 1538 volle celebrare la sua prima messa. Qui, nel luogo che rendeva presente il Mistero dell’Incarnazione, veniva spesso a inginocchiarsi san Filippo Neri e san Gaetano da Thiene, il quale, nella notte del Natale del 1517, ebbe l’apparizione miracolosa del Bambino Gesù. Monsignor Ricupero spiega l'importanza di questo luogo per Ignazio di Loyola: «Il fondatore della Compagnia di Gesù avrebbe voluto celebrarla a Betlemme, ma non riuscì per una serie di contingenze. Sciolse questo voto qui a Santa Maria Maggiore, considerata la “Betlemme di Roma”».
Papa Pio IX (1846-78), consapevole dell'importanza di questo luogo, commissionò la realizzazione della Confessio (1861-64) collocata davanti all’Altare Papale. La Confessio rinvia all’importanza di Santa Maria Maggiore quale Betlemme dell’Occidente e Basilica natalizia di Roma.

La Devozione Mariana e il Culto Natalizio a Santa Maria Maggiore
La Basilica di Santa Maria Maggiore si distingue non solo per la presenza della Sacra Culla, ma anche come fulcro della devozione mariana. A rendere il luogo uno dei più importanti per questa devozione è l’icona di Maria detta Salus Populi Romani, conservata nella basilica. È un’immagine dagli evidenti caratteri orientali, legata a numerose vicende miracolose. La Salus Populi Romani, l’icona che la tradizione attribuisce alla mano di san Luca, patrono dei pittori, ma che studi più recenti hanno ricondotto ad un periodo tra il IX e l’XI secolo, è particolarmente venerata. Come commenta monsignor Ricupero, «È un’immagine tanto cara alla devozione dei Papi e in particolare di Francesco che qui si reca all’inizio e al termine di ogni suo viaggio apostolico». A riprova della sua vasta influenza, «la devozione è molto diffusa tra i gesuiti: pochi sanno che Matteo Ricci quando iniziò la sua missione in Cina, ricevette dal Papa una piccola copia dell’icona della Salus che portò con sé».
La Cappella del presepe è da secoli il luogo privilegiato delle cerimonie liturgiche durante le festività natalizie. Il papa, dopo aver celebrato la prima messa nella notte di Natale in questo Oratorium, all’alba si recava alla chiesa di Sant’Anastasia, alle falde del Palatino, per celebrarvi la seconda messa. Poi ritornava in processione a Santa Maria Maggiore, entrava nella Basilica e accendeva fuochi di stoppa pendenti dalle colonne per ricordare ai fedeli la seconda venuta di Cristo alla fine del mondo. E prima di dare inizio alla terza messa di Natale il clero e il popolo lo acclamavano, secondo l’uso dei greci, con versi auguranti vita e salute. Finita la messa teneva l’omelia. Questa consuetudine rimase immutata per secoli. San Pio V (1566-1572), che qui ha voluto essere sepolto, vi assisteva spesso al divino Officio e vi celebrava la messa. La notte di Natale, riprendendo la tradizione, il santo pontefice entrava a piedi nudi come un umile pastore dalla sagrestia della Basilica, e, nell’Officio non si cantava, presente il Papa, l’invitatorio, quasi a significare che il Divino Infante col suo vagito invitava da sé i fedeli nell’umile presepe di Betlemme ad adorarlo.
Monsignor Ricupero sottolinea la risonanza globale di queste tradizioni: «Da allora in questa Basilica viene celebrata la messa della Notte della Vigilia. Pochi sanno che la prima veglia di Natale si è svolta qui. Successivamente questa consuetudine si è trasmessa ed è diventata una tradizione liturgica della Chiesa cattolica in tutto il mondo». Per secoli la notte del 24 dicembre il Papa veniva qui a presiedere la messa stazionale e fino a prima dell’emergenza pandemica la reliquia veniva portata in processione lungo le navate al canto del Gloria. Nel Registro epistolarum di Gregorio Magno è riportato che il santo Pontefice vi celebrava la prima messa della notte di Natale, confermando l'antichità di questa pratica.
La Basilica è anche un importante centro giubilare. Già a partire dal 1390 ci sono attestazioni che qui ci fosse una Porta Santa che i fedeli potevano attraversare per ricevere il dono dell’indulgenza. Il Pontefice aprirà la Porta Santa di Santa Maria Maggiore il 1° gennaio 2025, solennità di Maria santissima Madre di Dio. «Visitare questa Basilica legata alla Natività è per i pellegrini e i turisti un’opportunità per avvicinarsi al grande mistero dell’Incarnazione». Come i pastori richiamati dall’angelo per la nascita del Salvatore, nell’Anno Santo 2025 tanti pellegrini giungeranno nella Basilica Liberiana, la “Betlemme d’Occidente”, richiamati dal suo fascino spirituale e dalla sua storia millenaria. Percorrendo l’ampio spazio liturgico il loro sguardo sarà attratto da innumerevoli mosaici, dipinti e sculture di grande valore; dalle preziose reliquie del manto della Vergine, della paglia e del panniculum, le fasce che avvolsero il corpo del Bambino Gesù. Infine non potrà mancare una sosta alla Salus Populi Romani, l'icona venerata per la sua storia miracolosa.
