L'immagine di una società in cui le donne incinte sono una vista meno comune, in particolare in contesti come quello cinese, è il risultato di un intreccio complesso di fattori storici, culturali, economici e politici. Questa percezione, che può apparire come un'anomalia, trova le sue radici in dinamiche demografiche profonde, politiche restrittive sulla natalità protrattesi per decenni e rapidi cambiamenti sociali ed economici che hanno ridefinito il ruolo della famiglia e le aspirazioni individuali. La questione va oltre la semplice osservazione superficiale, addentrandosi in pratiche di selezione del sesso, imposizioni statali e, più recentemente, in una consapevole decisione di ridurre la prole, con ripercussioni che si estendono ben oltre i confini del paese.

La Preferenza per il Figlio Maschio e le Sue Radici Storiche: Il Fenomeno del Genericidio
In condizioni naturali nascono mediamente più maschi che femmine: il rapporto tra i sessi alla nascita è di circa 105 maschi ogni 100 femmine. Piccole variazioni biologiche tra le popolazioni possono sussistere, ma si tratta di valori intorno a 104-106. Tuttavia, fin dagli anni Ottanta, in paesi come la Cina, l’India e la Repubblica di Corea si sono osservati profondi sbilanciamenti tra i sessi alla nascita, ben oltre il livello fisiologico di 105. Il ruolo primario dell’aborto selettivo sulla base del sesso in questa distorsione è stato ampiamente documentato (Attané e Guilmoto 2007, Banister 2004, Miller 2001). A tutt’oggi la Cina rimane uno dei paesi in cui lo squilibrio tra i generi alla nascita è più alto: nonostante un leggero decremento negli ultimi 5 anni, nel 2012 in Cina si registravano ancora 113 nati maschi ogni 100 nate femmine, mentre in India e Vietnam il rapporto era di 112 a 100.
Questo fenomeno di "mascolinizzazione delle nascite" non è esclusivo dell'Asia. Sembra essere oggi un problema di portata globale, con tracce osservate in diverse aree del mondo (Guilmoto e Duthé 2013, UNFPA 2012). Ad esempio, nei primi anni ’90, valori superiori a 110 hanno cominciato ad essere registrati in Albania e Montenegro, oltre a Kosovo e parte della Macedonia, così come in Armenia, Azerbaijan e Georgia. Negli anni 2000, secondo le statistiche ufficiali, i livelli si sono stabilizzati intorno a 115-117 in Azerbaijan; dopo il picco di 120 sembrano essere leggermente scesi in Armenia (114 nel 2005); sono intorno a 111 in Georgia dopo forti fluttuazioni (106 nel 2005 contro 115 l’anno successivo).
Il termine "Genericidio" è sempre più spesso utilizzato per identificare questa anomalia demografica. Esso indica l'uccisione sistematica, deliberata e selettiva rispetto al genere, mediante l'individuazione prenatale del sesso e l'aborto selettivo, o a seguito del parto con l'infanticidio o l'abbandono. Questa selezione è talvolta utilizzata per scopi di bilanciamento familiare, ma avviene più spesso come preferenza sistematica per i maschi perché in alcune culture le figlie femmine sono considerate un peso. La discriminazione di genere che sottende questa pratica è profondamente radicata in sistemi sociali patriarcali, dove il figlio maschio è visto come garante della continuità del lignaggio familiare, sostegno economico per la vecchiaia e portatore di onore e status sociale.
Per comprendere le cause di questa selezione del sesso, si possono individuare tre specifiche condizioni per una “moderna” selezione del sesso (Guilmoto 2009):
- La selezione del sesso deve essere vantaggiosa: la pratica del genericidio è più spesso radicata in culture caratterizzate da una “preferenza per il figlio maschio”, dalla disuguaglianza di genere e da stereotipi contro le figlie femmine. I genitori ricorrono alla selezione del sesso solo quando percepiscono evidenti vantaggi dall’avere figli maschi piuttosto che femmine. Questi vantaggi possono includere la sicurezza economica per la vecchiaia, il mantenimento del nome di famiglia e la perpetuazione delle tradizioni.
- La selezione del sesso deve essere fattibile: è richiesto l’accesso ad accettabili ed efficienti metodi che alterino la distribuzione casuale e biologica del sesso tra i nascituri. L'introduzione di nuove tecnologie riproduttive sul finire degli anni ‘70, la diffusione di una contraccezione efficace e la liberalizzazione dell'aborto rappresentano pietre miliari di questa evoluzione. Tecniche come l'ecografia prenatale hanno reso possibile identificare il sesso del feto in anticipo, fornendo così lo strumento per la selezione.
- La selezione del sesso deve essere necessaria: la riduzione della fecondità e la tendenza a favore della famiglia poco numerosa aumentano il rischio di non avere figli maschi, in condizioni naturali. La selezione del sesso del nascituro rappresenta una strategia efficace per soddisfare sia limitazioni della fecondità che obiettivi di composizione di genere del nucleo familiare: meno figli, ma almeno un figlio (erede) maschio. In contesti dove le famiglie sono incoraggiate o costrette ad avere meno figli, la pressione per assicurarsi un maschio diventa ancora più intensa.
Queste tre condizioni si realizzano simultaneamente nei paesi caucasici dei primi anni ’90 (Guilmoto 2013, Meslé et al. 2007, UNFPA 2012), e ancora oggi non sembrano essere superate. In Armenia, Azerbaijan e Georgia l’indicatore del rapporto tra i sessi alla nascita ha cominciato ad aumentare repentinamente e bruscamente dal 1991, in coincidenza con il collasso dell’Unione Sovietica. A dispetto di importanti progressi nell’equità di genere durante il regime sovietico - in particolare in termini di accesso delle donne all’istruzione e al lavoro - l’influenza dei valori tradizionali è rimasta al centro delle attitudini di genere e delle percezioni. La tradizionale famiglia patriarcale e patrilineare è diventata un’istituzione ancora più forte in un periodo caratterizzato da un indebolimento delle istituzioni governative e dei servizi pubblici, e di diffusione del sistema di mercato. I figli maschi sono una fonte di protezione e sostegno, la cui utilità è stata rafforzata dalle incertezze del contesto economico e sociale in seguito all’uscita dal comunismo. In quegli anni, la sempre maggiore disponibilità e diffusione delle tecnologie di diagnosi prenatali, raramente accessibili sotto il regime, insieme alla “cultura dell’aborto” ereditata dal periodo sovietico, hanno fornito nuove vie alle coppie per evitare la nascita di femmine non volute. Le nuove tecniche o i farmaci abortivi sono un modo più “efficiente” di selezione del sesso del nascituro, una più “moderna” procedura medica, con costi che diminuiscono nel tempo e una più limitata visibilità sociale, e sono ancora oggi molto diffusi nell’area caucasica. Infine, i tassi di fecondità hanno subito un rapido tuffo dalla fine degli anni ’80; da una media di 2,5 figli per donna, i tre paesi caucasici sono ora scesi a 1,5 figli per donna, e quindi ben sotto il livello di rimpiazzo. La dimensione media della famiglia è precipitata, e avere gravidanze ripetute non è certamente la soluzione preferita per assicurare la nascita di un figlio maschio. Le famiglie caucasiche sembrano programmare la composizione familiare, non solo la dimensione.
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L'Impatto Drammatico della Politica del Figlio Unico Sulla Vita delle Donne
La Cina, per decenni, ha rappresentato il caso emblematico di come le politiche statali possano incidere profondamente sulle scelte riproduttive e sulla vita delle donne. La legge sul figlio unico, sebbene ufficialmente abrogata, ha lasciato un'eredità di controllo e sofferenza. Un rapporto di CHRD denuncia l’assoluto controllo sulla vita delle donne a causa della legge del figlio unico: visite ginecologiche forzate; aborti fino al nono mese; sterilizzazioni; impianti contraccettivi. Questo arbitrio era spesso in mano ai capi locali che usavano le multe per arricchirsi. La pubblicazione verifica la sua incidenza negli ultimi cinque anni.
La legge non era solo una direttiva, ma una pratica coercitiva. Si verificava una lunga serie di aborti forzati per tutte le donne incinte fuori delle quote previste dagli uffici per il controllo della popolazione. Molte ragazze adolescenti, coinvolte in rapporti prematrimoniali, sono state costrette ad abortire anche al sesto o nono mese di gravidanza. Il rapporto cita l’esempio di Liu Dan, una ragazza di Liuyang (Hunan), incinta prima dell’età del matrimonio. Il suo bambino avrebbe dovuto nascere il 5 marzo 2009. Una settimana prima di quella data, Liu è stata presa dagli impiegati del family planning e forzata ad abortire. Questi episodi, lungi dall'essere isolati, delineano un quadro di sistematica violazione dei diritti riproduttivi delle donne.
Le conseguenze per chi violava la legge andavano ben oltre la perdita della gravidanza. Uomini e donne che hanno violato la legge del figlio unico sono stati puniti con detenzioni arbitrarie, battiture, multe, esproprio di beni; altri sono stati licenziati; ai loro bambini nati fuori dalla “quota” veniva negata la registrazione anagrafica (e l’esclusione dalle cure sanitarie, dalla scuola, ecc.). Spesso le punizioni venivano operate anche su tutti i familiari, creando un clima di paura e controllo pervasivo. Nel rapporto, si mostra che la legge non era applicata ovunque allo stesso modo, e la sua interpretazione era lasciata al volere o al sentimento dei capi locali. Anche le multe che venivano comminate differivano da luogo a luogo, ma rimanevano una fonte importante di introiti per i governi locali, soprattutto nelle zone rurali. Questa variabilità nell'applicazione della legge sottolinea la natura arbitraria e spesso corrotta del suo funzionamento a livello locale.
Le donne cinesi, pertanto, non avevano alcun potere di scelta sul loro corpo e erano sottoposte a continue umiliazioni e sofferenze a causa della legge sul figlio unico. La diminuzione delle donne incinte non era solo una scelta dettata dalla preferenza per il figlio maschio o dalla modernizzazione, ma anche una diretta conseguenza di un sistema di pianificazione familiare imposto con metodi coercitivi.
Il Declino Demografico e le Nuove Dinamiche Sociali ed Economiche
Negli ultimi anni, il quadro demografico cinese ha subito una trasformazione radicale, con un calo significativo delle nascite che prosegue nonostante l'abolizione della politica del figlio unico e l'introduzione di incentivi per incoraggiare la natalità. Mai così pochi neonati sono stati registrati in un anno dalla nascita della Repubblica popolare. Nelle ultime settimane, in cima alla classifica delle più scaricate negli store cinesi è balzata “Sei morto?”, app dal nome sinistro in un paese scaramantico, che detesta sentir pronunciare la parola “si”, (morire), e perfino il numero “quattro”, omofono. Le relative polemiche sui social hanno indotto gli sviluppatori ad annunciare un rebranding (si chiamerà Demumu), in attesa di futuri investitori in questo strumento digitale elementare: se non si clicca per due giorni di fila sull’apposita icona sullo smartphone, “Sei morto?” allerta i contatti d’emergenza inseriti dall’utente.
A dispetto del nome, secondo molti l’iniziativa ha avuto successo perché ha intercettato una domanda diffusa, quella del 17,8 per cento delle famiglie cinesi, che è composta da una sola persona - secondo i dati relativi al 2023 (gli ultimi disponibili) - e che nel 2030 formerà una massa di 150-200 milioni di persone. Dopo l’exploit di “Sei morto?”, il 18 gennaio sono arrivati i numeri dell’Ufficio nazionale di statistica (NBS), secondo cui, nel 2025, la popolazione totale della Cina (che due anni prima aveva perso il primato mondiale, conquistato dall’India) è diminuita di 3,39 milioni, scendendo a 1,4049 miliardi rispetto a 1,4083 miliardi dell’anno precedente. In termini assoluti, si è trattato del calo annuale più marcato mai registrato, fatta eccezione per la carestia che colpì la Cina tra il 1959 e il 1961.
Il calo delle nascite è allarmante. Soltanto 7,92 milioni di neonati sono stati registrati nel 2025, il 17 per cento in meno rispetto ai 9,54 milioni dell’anno precedente, circa 10 milioni in meno rispetto al picco del 2016 e quarto anno consecutivo di contrazione. Questo dato rappresenta un record negativo di neonati dal 1° ottobre 1949, quando Mao proclamò l’avvento della Repubblica popolare.

I motivi per cui i cinesi non fanno più figli sono molteplici. Nonostante le campagne del governo (e del partito, che prova a entrare nelle camere da letto degli iscritti), la società tradizionale incentrata sulla famiglia (anche qui, nonostante il neoconfucianesimo socialista promosso da Xi Jinping) è in crisi. Il costo della vita negli ultimi decenni è aumentato tanto, rendendo la crescita dei figli un onere economico significativo per molte famiglie. Inoltre, il godimento individuale della vita nell’era post-Covid (come in tante altre parti del mondo) ha fatto masse di proseliti, portando a una maggiore enfasi sulle aspirazioni personali e professionali rispetto alla formazione di una famiglia numerosa.
Demografi, sociologi e policymaker discutono di sostegno della fertilità, potenziamento del welfare, sussidi e quant’altro. Il governo le sta provando tutte ma, intanto, attraverso generosi sussidi al settore, si attrezza a sostituire con i robot gli operai, che invecchiano e, quando inizieranno a scarseggiare, costeranno di più. L’anno scorso quattro umanoidi su cinque tra quelli installati nel mondo hanno preso servizio in Cina, a testimonianza di questa tendenza.
Il problema di fondo è che l’andamento dell’economia non convince i cinesi, che dicono di non essere sicuri che si sia toccato il fondo. Un clima di sfiducia che induce un popolo pragmatico a posticipare il più possibile la decisione di mettere su famiglia e fare figli, che qui ancora coincidono. La crescita lenta, confermata dai dati sul quarto trimestre pubblicati lunedì 19 gennaio, che hanno registrato una crescita del prodotto interno lordo del 4,5 per cento, la più lenta degli ultimi tre anni, contribuisce a questa incertezza. Tuttavia il dato è fortemente influenzato dal boom delle esportazioni (oltre 1.190 miliardi di dollari di surplus commerciale nel 2025) e molto meno da una domanda interna che resta al di sotto delle aspettative. Questo scenario evidenzia una crescente dipendenza dai mercati internazionali (il 32,7 per cento del Pil del 2025 è attribuibile all’export, il livello più alto dal 1997) in una fase che si annuncia lunga di forte turbolenza e accentuata competizione internazionale. Il governo stesso ammette la delicatezza della situazione.
Le Conseguenze a Lungo Termine degli Squilibri di Genere e del Declino Demografico
Il fenomeno degli aborti selettivi e, più in generale, lo squilibrio tra i sessi alla nascita non è immune da conseguenze sul piano demografico, sociale ed economico. Sbilanciamenti oggi rilevati in aree della Cina, dell’India e del Sud Est europeo sono destinati a far sentire i propri effetti tra una decina d’anni, dal 2025 in poi. Un rapporto tra i sessi alla nascita troppo sbilanciato può provocare un “eccesso” di uomini, i quali rimarranno più numerosi delle donne anche alle età future (Guilmoto 2013). Questo eccesso maschile determina così ritardi nei matrimoni, un aumento della competizione tra gli uomini non sposati a discapito di quelli più vulnerabili, ovvero i più poveri, meno istruiti o provenienti da aree remote. In ultima istanza, si verifica un rapido incremento del surplus di uomini non sposati, e si stima che il 10-15% degli uomini rimarrà forzosamente celibe.
Un simile scenario può portare ad un aumento delle violenze di genere e dello sfruttamento sulla donna, tra cui una maggiore pressione su di essa a sposarsi e avere figli (Banister 2004). Il ricorso alla selezione del sesso del nascituro deriva da, e allo stesso tempo rinforza, società patriarcali fondate su una disparità pervasiva nei confronti di ragazze e donne, intensificando le carenze di democrazia e le disuguaglianze di genere, e provocando in ultima istanza discriminazioni contro le donne in tutti gli ambiti della vita (occupazione, istruzione, salute, politica, ecc.). Tali dinamiche possono destabilizzare la struttura sociale e compromettere lo sviluppo umano.
Una massiccia emigrazione maschile potrebbe essere l'unico fattore in grado di alleviare lo squilibrio sessuale tra gli adulti. Tuttavia, la partenza di migliaia di giovani uomini fuori dal paese non rappresenta certamente lo scenario demografico più desiderabile, in quanto priverebbe il paese di forza lavoro e risorse umane preziose. La combinazione di un'età media crescente e di un calo delle nascite implica che la Cina si trova ad affrontare una futura carenza di forza lavoro, mettendo pressione sui sistemi pensionistici e sanitari. Uomini e donne soli e sempre più anziani, che stanno già rivoluzionando stili di vita e modalità di produzione nella “fabbrica del mondo”.
Bioetica e Riproduzione Assistita: Nuove Frontiere e Dilemmi Etici in Cina
Il panorama riproduttivo cinese non è solo segnato da politiche statali e cambiamenti sociali, ma anche da un'accelerata esplorazione delle frontiere della bioetica e delle tecnologie riproduttive. La mancanza di donne incinte, o la loro presenza meno visibile, talvolta può essere ricollegata anche a queste nuove e controverse pratiche.
Un caso emblematico è quello del bambino nato quattro anni dopo la morte dei suoi genitori biologici, titolava un paio di giorni fa il South China Morning Post, riprendendo una storia del Beijing Times con tanto di fotografie familiari e sorrisi. Ma il modo in cui il piccolo Tiantian è venuto al mondo, nel dicembre scorso da una madre surrogata in Laos, rappresenta un altro passo della Cina verso l’allentamento di certe regole in fatto di scienza e bioetica. Shen Jie e sua moglie Liu Xi nel 2013 si erano rivolti all’ospedale di Nanjing per procedere con un trattamento per la fertilità, e avevano consegnato agli scienziati quattro embrioni fecondati. Cinque giorni prima dell’impianto nell’utero di Liu Xi, la coppia è deceduta in un incidente stradale. I quattro genitori della coppia hanno deciso allora di rivolgersi a un tribunale per chiedere di avere libero accesso all’utilizzo degli embrioni. Nella prima sentenza, fornita dal tribunale di Yixing, i giudici hanno deciso che nessuno aveva quel diritto, perché “un embrione ha la possibilità di trasformarsi in una vita, e quindi la sua proprietà non può essere trasferita come un oggetto”. Qualche tempo dopo si sono rivolti al tribunale di Wuxi, 90 chilometri da Yixing, e qui il giudice ha dato loro ragione: “Gli embrioni lasciati da Shen e Liu”, essendo loro entrambi figli unici, “sono gli unici portatori delle linee di sangue delle due famiglie, portano con sé il ricordo dei loro genitori, e possono offrire loro una consolazione emotiva”.
Ottenuto il diritto di utilizzo, il problema era il trasferimento: gli embrioni possono essere spostati solo da una struttura sanitaria all’altra. Ma non in un ospedale cinese, perché in Cina la maternità surrogata è vietata da un decreto del ministero della Salute del 2001. Due anni fa, attraverso un’agenzia, i quattro nonni hanno trovato un istituto in Laos - subito prima che anche il Laos decidesse di mettere al bando la maternità surrogata “per scopi commerciali” - e una donna laotiana che ha condotto la gestazione e che poi è stata fatta arrivare in Cina per il parto.
Da tempo in Cina si parla di una nuova regolamentazione sia della conservazione degli embrioni sia della “gestazione per altri”. Perché, nonostante la legge, il business è molto attivo: una delle agenzie più popolari di Shanghai, la AA69, dal 2004 a oggi avrebbe fatto nascere 10 mila bambini, per l’equivalente di 145 mila dollari a figlio. Ma il problema etico è soprattutto legato alla conservazione di ovociti o di embrioni fecondati e al loro utilizzo. Già nel 2016, sempre in Cina, una donna di 46 anni aveva dato alla luce un bambino con embrioni che aveva congelato 18 anni prima - un record, visto che di solito gli embrioni vengono conservati per circa 5 anni.
L’audacia della ricerca scientifica in Cina si estende anche alla genetica. Come riportano l’agenzia stampa Xinhua e The Guardian, He Jiankui avrebbe condotto i test durante i trattamenti di fertilità di sette coppie, alterandone gli embrioni. Inizialmente l’esperto è riuscito a reclutare 8 coppie di volontari, costituite nello specifico da uomini positivi all’Hiv e donne negative. A rivelare l’esperimento è lo stesso scienziato cinese che aiutato dal suo team avrebbe alterato il Dna degli embrioni utilizzando Crispr, un nuovo potente strumento che permette di riscrivere il codice genetico, rimuovendo e sostituendo con precisione millimetrica alcuni specifici geni. La comunità scientifica, inoltre, non ha apprezzato l’impresa dello scienziato, che invece si è dichiarato orgoglioso del risultato ottenuto. Quello che è certo è che per le autorità cinesi He Jiankui ha violato “gravemente le normative statali in materia" e per questo verrà processato.
Alcuni di quegli embrioni fecondati, ma non utilizzabili per la fecondazione in vitro per via della sequenza dei cromosomi, sono poi spesso “donati” alla scienza: è così che nel 2015 il team di scienziati della Sun Yat-Sen University di Canton, nella provincia del Guangdong, hanno detto di aver utilizzato per la prima volta il Dna di un embrione umano con la tecnica Crispr-Cas9, aprendo la strada a un dibattito bioetico globale. Poco tempo dopo il team della Guangzhou Medical University ha ufficializzato le sue ricerche su embrioni non adatti alla fecondazione per studiare possibili cure contro l’Hiv e il cancro. La modifica del Dna degli embrioni, gli studi sulle cellule riproduttive in Cina, hanno reso il paese leader nella cosiddetta biotecnica. Un lunghissimo reportage pubblicato ieri dal Financial Times spiegava che in Cina ci sono 116 trial clinici registrati per la ricerca della terapia Car-T, una tecnica di ingegneria cellulare che in pratica dovrebbe rinforzare le cellule buone contro quelle cattive, e tutto il sistema immunitario. In Europa i trial clinici registrati sono 15. Sembra che stia funzionando bene per il mieloma e altre malattie trattabili, fino a oggi, solo con la chemioterapia. Ma il mondo scientifico è diviso: nei suoi studi, la Cina non sembra avere gli stessi parametri della scienza occidentale, evidenziando una differenza di approccio e di normative in campo etico che può far apparire meno trasparenti certe pratiche, e di conseguenza, meno visibili le gravidanze risultanti da tali interventi. La tecnica in sperimentazione è comunque consigliata quando è stato provato già tutto per le cure.
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Scelte Personali e Percezioni Culturali sulla Maternità
Al di là delle grandi politiche demografiche e delle innovazioni scientifiche, le decisioni individuali giocano un ruolo cruciale nella diminuzione delle gravidanze. La percezione di un minor numero di donne cinesi incinte può essere influenzata anche dalle scelte personali e dalle aspettative culturali.
Kim, malesiana residente da diversi anni a Vienna, racconta le ragioni personali e professionali che l’hanno portata a non volere figli. Kim, 32 anni, in realtà viene dalla Malesia, ma ha vissuto a Vienna dal 2011, e ha lavorato in Cina per la Difesa, ma ora è nei settori dei viaggi. Pensava di avere dei figli quando era giovane, ma all’età di quindici anni, ha preso la decisione di non volere avere figli. Ritiene che parte del motivo sia che non le piace il rumore. Ammette che i bambini sono carini, ma quando fanno rumore le dà sui nervi. Sua madre era solita pensare che se avesse avuto dei bambini li avrebbe gettati dalla finestra. Kim ha un fratello, a cui piacciono molto i bambini, e vuole anche avere figli. Dice sempre che Kim dovrebbe farlo anche lei, la incoraggia sempre. Ma Kim gli ha detto che è una sua scelta e non vuole avere figli, in parte a causa del suo percorso professionale, poiché è sempre impegnata con le sue cose. Racconta di aver avuto delle partner che le hanno detto di volere figli.
Kim ha avuto una ex, che le diceva di volere avere dei figli. Quindi Kim ha suggerito di adottare, così la sua ex ha detto che voleva avere un “bambino nero”. Ha detto che sarebbe stato fico avere tre colori nella loro famiglia e cose del genere. Kim è cinese, quindi "gialla", la sua ex è bianca, e ci sarebbe stato un nero. Così, Kim ha raccontato la storia ai suoi amici, e hanno detto che era un’idea un po’ folle. Fondamentalmente, come cinesi, sono piuttosto tradizionali. Kim ritiene che non siano così aperti come la maggior parte dei caucasici quando si tratta di accettare una figliastra o qualcosa del genere. C'è un termine per le persone che si occupano dei figli di altri, che significa che "trascini bottiglie d’olio di qualcuno", indicando un senso di responsabilità non diretta.
Nella mentalità cinese, e più ampiamente asiatica, c'è un forte senso di ciò che la società ti ha dato e come puoi restituirlo alla società. Questo include l'aspettativa di avere figli per continuare il lignaggio e ereditare proprietà. In caso di gravidanza, generalmente in Asia, le donne sono trattate come una regina. Alla maggior parte delle donne piace essere trattata come una regina, soprattutto quando si ha il primo figlio tutti in famiglia diranno: “È fantastico”. Quindi alcune donne cinesi, se rimangono incinte, possono continuare a lavorare, ma molti datori di lavoro direbbero: “Devi stare a casa, e devi riposarti e cose del genere”. Non perché temono che possa succedere qualcosa, ma perché nella cultura cinese quando le donne rimangono incinte, dovrebbero davvero prendere diverse medicine cinesi. E dopo la nascita, ci sono dei centri, in cinese si chiamano “Zuò yuè zi”, che sono per le donne dopo aver avuto un bambino, dopo circa un mese, ti danno diverse erbe e medicine cinesi, e si prendono cura di tutto. La donna deve solo pensare a godersi il periodo dell’allattamento e altro. Si passa tutta la giornata al centro, ma il marito o un parente può venire a prendere la donna di tanto in tanto.
Questo approccio al puerperio, che comporta un periodo di reclusione e cure specifiche, potrebbe rendere meno visibile la fase post-gravidanza nella vita pubblica, ma non significa assenza di gravidanze. Tuttavia, al giorno d’oggi è così comune per alcune persone non volere figli in Asia. Per le donne, la carriera è un fattore importante prima di mettere su famiglia, perché in Malesia, ad esempio, sono ancora maggiormente gli uomini a occupare posizioni di top management. Quindi per le donne che hanno raggiunto questo livello è davvero difficile per loro dire: “Voglio rimanere incinta, e poi non voglio perdere il lavoro”. Non è come il sistema in Austria, dove puoi rientrare dopo tre anni. Dopo uno o due anni, potresti non riavere il tuo lavoro perché al giorno d’oggi la tecnologia è così veloce e tutto cambia velocemente in Asia. Questa è la differenza tra lì e qui, riguarda più il sistema che i governi o le aziende forniscono.
Fondamentalmente, in Austria è abbastanza normale se qualcuno non vuole avere figli. L'espressione Lǎo chǎnʊ, che significa “vecchia vergine”, è utilizzata in modo negativo. La gente penserà si tratti di una questione di scelta personale. Dobbiamo davvero educare la maggior parte delle persone che avere figli o meno è una questione di scelta personale. Probabilmente qualcuno penserà si tratta di problemi di salute. Ci sono molti fattori dietro al fatto di non avere figli, probabilmente esperienze passate sui loro genitori, o altri. Per esempio per Kim, se avesse dei figli vorrebbe assicurarsi che lui o lei andasse all’università, che in qualche modo contribuisse alla società. Questo è il requisito più basilare. A volte non si sa se Dio ti fa uno scherzo, e ti fa un regalo speciale. In Asia, per le donne che sono effettivamente sposate esiste un tipo di falsa mentalità: quando ti sposi, si suppone che tu debba avere figli, dovresti avere un bambino. Ma sposarsi non significa che al 100% si avranno dei figli. Non esiste una garanzia di 100% che si avranno dei figli. Kim è venuta a conoscenza della parola Lunàdigas a Vienna, cioè una pecora che in Sardegna non si riproduce. Le sembra un modo più positivo per descrivere una donna che non vuole avere figli. Ma in Asia pensa che ci sia un tipo di pensiero più negativo. È un po’ uno spreco se non usi la macchina per produrre un bambino, ma ritiene che sia una scelta personale.
Queste testimonianze e analisi culturali rivelano che la diminuzione delle gravidanze e la minor visibilità delle donne incinte in contesti come quello cinese non sono un fenomeno monolitico, ma un mosaico di decisioni individuali, pressioni sociali e opportunità di carriera, che si aggiungono alle complesse dinamiche demografiche e politiche a livello nazionale.