Il Lato Oscuro delle Ninne Nanne: Tra Tradizione, Trauma e Tabù

Madre che culla un bambino

Le ninne nanne, canti tramandati di generazione in generazione, sono spesso associate a un momento sereno e roseo, come la comparsa di un bambino nella vita di una coppia. Tuttavia, dietro la loro apparente innocenza, esse nascondono il lato più oscuro della maternità, rivelando dolori, paure e ansie profonde che le madri hanno vissuto e continuano a vivere. Questi canti, simili a lamenti e molto semplici da imparare, rappresentavano per le madri un modo per esprimere il dolore causato dal distacco del proprio bimbo dal corpo e dal travaglio del parto.

La Sfera Psico-Sociale e il Trauma della Nascita

Il primo elemento caratteristico delle ninne nanne fa riferimento alla sfera psico-sociale. La professoressa ordinaria di psicologia e direttrice del master in "Death studies and the end of life" presso l'Università di Padova, Ines Testoni, spiega che "Sole con il proprio bimbo tra le braccia le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso e che invece provoca un dolore fortissimo." La somiglianza delle ninne nanne con le lamentazioni funebri non è casuale; esse condividono una semplicità che le ha rese facilmente riproducibili e popolari. Questa somiglianza nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia.

È fondamentale intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno, e il parto, che è la divisione fuori. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno. Capiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio.

Ma il trauma del parto è esteso anche al bambino? Certo, Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melania Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo tra i forti stimoli del mondo si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ecco che intervengono le ninne nanne per porre freno a quel terrore.

La madre, che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore, viene anche lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire; il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninne nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirare fuori il vissuto materno.

L'Aspetto Archetipico Culturale e la Paura del Futuro

Bambino addormentato in una culla

Le ninne nanne non raccontano solo il dolore delle mamme, ma integrano anche un aspetto archetipico culturale e psico-sociale che caratterizza le donne. Noi abbiamo la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninne nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o no. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza.

Non a caso una delle ninne nanne più famose canta "questo bimbo a chi lo do?". Esatto, "ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?" è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre anche per esempio si ammala. La prima risposta è "lo darò all'uomo nero" che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento. "Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse, ecco che emerge la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte," ci spiega la professoressa Ines Testoni.

Il Significato Profondo di "Ninna Nanna Questa Canna a Chi la Do"

La ninna nanna "Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do" rivela una brutalità che lascia spiazzati. Molti di noi hanno sentito queste parole risuonare nella propria infanzia, recitate con dolcezza e ingenuità da madri, nonne o zie, ignare forse del carico simbolico inquietante celato dietro versi apparentemente innocui. La variante "Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do, lo darò alla Befana che lo tenga una settimana, lo darò all'uomo nero che lo tenga un anno intero, non è figlio di Gesù che lo tenga sempre giù" è particolarmente rivelatrice.

Il riferimento alla Befana, personaggio folkloristico amato e temuto al tempo stesso, è in realtà l'eco di figure femminili ben più oscure: le streghe. Nell'immaginario collettivo medievale, la Befana incarnava l'archetipo della vecchia saggia, ma anche della strega eretica, che nelle campagne, con la sua presenza e i suoi poteri, attentava all'ordine stabilito da Dio e imposto dalla Chiesa. La figura della Befana venne progressivamente demonizzata dagli inquisitori, che nelle pratiche popolari e magiche vedevano una minaccia profonda all'ortodossia cristiana. Per questo, nella ninna nanna, il bambino, soprattutto se non battezzato, viene simbolicamente affidato alla strega per una settimana: un periodo breve, punitivo, tollerato a fatica, in cui il bambino resta nel peccato originale e, in quel frangente sospeso, è nelle mani della Befana.

Più oscura e decisamente inquietante è la figura dell'uomo nero, incarnazione del demonio stesso, vestito di nero con il volto coperto. Nella filastrocca, il tempo in cui il bambino, ancora privo del battesimo, resta sotto la sua custodia si estende a un anno intero, segno di una minaccia più profonda, concreta, alla salvezza eterna dell’anima. In questo caso, il battesimo veniva talvolta rimandato a causa di malattie improvvise o di condizioni di fragilità, come nel caso di bambini nati con disabilità, e questo rendeva ancora più temuta l'attesa.

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È nel terzo passaggio, la frase conclusiva «non è figlio di Gesù che lo tenga sempre giù» che diventa un chiaro riferimento ai bambini morti prima di ricevere il battesimo, destinati secondo la credenza popolare al limbo o persino agli inferi. Questa simbologia ci riporta direttamente alle credenze che proliferavano nel mondo contadino medievale, caratterizzato dalla paura dell'ignoto e dal controllo sociale esercitato dalla religione. Gli inquisitori, con il loro capillare e incessante lavoro di repressione, influenzarono profondamente l'immaginario collettivo, trasformando persino innocue filastrocche e ninne nanne in strumenti pedagogici per educare attraverso il timore e la minaccia implicita del soprannaturale.

Il termine "filastrocca" stesso nasconde un legame profondo con la magia e l’astrologia. Nella Novella XXIV di Matteo Bandello, il termine "filastroccole" indica proprio previsioni e divinazioni, inizialmente attribuite agli astrologi o, meglio, alle "strogole" che "strologavano", cioè prevedevano e tiravano a indovinare osservando gli astri. La parola stessa, per aferesi, deriverebbe proprio da "astrologare", sottolineando così come dietro il semplice gioco di parole si celasse una pratica profondamente radicata nella cultura popolare, tra superstizione e magia. Il fascino di queste filastrocche risiede proprio nel loro carattere duale: rassicuranti e perturbanti al tempo stesso, costruite per insegnare e ammonire, capaci di instillare rispetto e timore reverenziale già nei più piccoli. Il sapere magico sedimentato nei loro versi rappresentava una prima forma di educazione, impartita oralmente, per preservare le tradizioni contadine e contemporaneamente mantenere il controllo sui comportamenti sociali.

Le Ninne Nanne Oggi: Cambiamenti e Persistenze

Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninne nanne? Da un lato diversamente, infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico. Tuttavia, in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino; è una violenza inaudita. Per ovviare a questa solitudine, infatti, oggi esistono le doule della nascita, figura che si prende interamente carico della triade, mamma, partner e bambino, per aiutare la donna a riprendersi dal parto e tutta la famiglia a trovare un nuovo equilibrio.

Questi sentimenti paurosi e incomunicabili carichi di tabù, di rabbia, di aggressività, di fatica e di desiderio di abbandonare il proprio figlio, sono sempre esistiti e sono tramandati attraverso una saggezza resistente al tempo e agli stereotipi sociali. Queste nenie hanno la capacità di mettere in parole "dicibili" e in un modo tollerabile queste emozioni faticose e dolorose. Quando l’emozione passa dalla parola, quindi dal "verbo", dal pensato più o meno conscio, allora diventa un’esperienza più integrata che in parte può proteggere da quella rabbia e aggressività che si sta sperimentando. Il neonato che piange nel cuore della notte in un momento di grande stanchezza fisica e mentale può far sentire incapaci, tristi e frustrati. Proprio per questo, forse diventa importante ricordare il saggio modo delle nostre nonne che passano dalla "parola", dalla canzone innocua per poter dire l’inesprimibile e dare uno spazio al desiderio di interrompere anche aggressivamente la fonte di impotenza e frustrazione che il pianto del bambino rappresenta. Comunicare ciò che sentiamo, attraverso una canzone, attraverso i ritrovi tra donne era un modo per dare un posto "sicuro" a vissuti normali che in questo modo venivano espressi ma anche contenuti.

Sentimenti che l’etica sociale non permette di esprimere nella rappresentazione della madre come protettrice del focolare, nelle maternità e nelle paternità così preziose forse perché oggi meno vissute con il calo delle nascite e con lo spostamento dell’età in cui si hanno figli. Questi aspetti possono sollecitare vissuti contrastanti come il doversi sentire per sempre riconoscenti di questo dono di cui vengono sottolineati solo gli aspetti irreali e illusori di perenne felicità e serenità e non permettono di lasciare spazio ai vissuti aggressivi e frustranti che vengono appunto repressi.

Mappa delle tradizioni popolari italiane

Il Fenomeno dell'Abbandono dei Neonati e la Solitudine Materna

"Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do". Il fenomeno dei neonati non riconosciuti e abbandonati alla nascita, detto anche fenomeno delle “madri segrete”, o “madri invisibili”, o “madri senza nome”, stride con il comune pensare, che attribuisce alla maternità un valore enorme, quasi mitico, e che deve essere per forza innato: la donna, per essere tale, non può non provare desiderio di maternità, si realizza solo se diventa madre e, ovviamente, una brava e buona mammina. Tutto ciò non considera il lato nascosto della maternità, che è fatto di dubbi, fatiche, incertezze, spaesamenti e, spesso, un profondo senso di solitudine e di vuoto.

Significa fondamentalmente vivere un’esperienza unica ed irripetibile, che muta l’esistenza della donna; significa dedicare la propria anima e la propria persona al figlio per accompagnarlo nella vita e consentirgli di diventare una persona completa. È una sorta di impegno per sempre, un atto di grande generosità. Tutti gli studi sulla genitorialità e, anche, quindi, sull’essere madre, concordano nell’evidenziare come si tratti di un percorso in costruzione, dove si impara a vivere al meglio e a portare avanti positivamente il proprio rapporto con il figlio. Ed è proprio quest’idea di costruzione di un percorso in evoluzione ad essere un fattore arricchente dell’esperienza della maternità stessa.

Una ricerca della Società italiana di neonatologia (SIN) aveva monitorato i casi per un anno a partire da luglio 2013, evidenziando come circa 1 bambino su 1.000 in Italia non viene riconosciuto dopo il parto, ovvero lo 0,07%. La legge, come spiega il sito del Ministero della Salute, garantisce “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e la tutela della maternità. Al neonato non riconosciuto devono essere assicurati specifici interventi, per garantirgli la dovuta protezione, nell’attuazione dei suoi diritti fondamentali. La dichiarazione di nascita resa entro i termini massimi di 10 giorni dalla nascita, permette la formazione dell’atto di nascita, e quindi l’identità anagrafica e la cittadinanza. Se la madre vuole restare nell’anonimato la dichiarazione di nascita è fatta dal medico o dall’ostetrica” (Dpr 396/2000, art.).

Anche se è possibile l’abbandono in modo non pericoloso per madre e figlio, questo gesto non è mai un gesto compiuto con serenità, leggerezza, superficialità, anzi, tutto il contrario. E alla sua base vi sono motivazioni a volte inimmaginabili, sofferenze profonde e non è vero che queste donne non provano amore verso la creatura che hanno messo al mondo. È fondamentale non dimenticare mai la sofferenza estrema alla base del gesto di abbandono. La donna che abbandonerà la propria creatura è spesso emotivamente sola; già durante la gravidanza avrebbe bisogno di aiuto emotivo, psicologico, materiale per dirottare la propria decisione finale, ovvero disconoscere il figlio al parto.

È quindi doveroso per enti e associazioni, promuovere azioni di informazione che tengano conto di possibili limitazioni (come la povertà educativa, culturale o la non conoscenza della lingua) quindi predisporre, ad esempio, manifesti scritti in più lingue e accompagnati da immagini esplicative che possano aiutare a comprendere laddove la parola non è capita. Tali manifesti sarebbero da affiggere nei luoghi che, se di primo acchito possono sembrare meno intuitivi, ad una riflessione più attenta diventano risolutivi, perché a volte i bimbi abbandonati sono trovati dentro o nei pressi dei cassonetti della spazzatura.

L'Impatto delle Ninne Nanne sullo Sviluppo del Bambino

Le ninne nanne esistevano già nel 2000 a.C.. Su una tavoletta di argilla delle dimensioni di un palmo risalente all’antica Babilonia (l’odierno Iraq) è riportata una ninna nanna scritta in caratteri cuneiformi. Una caratteristica che permette di riconoscere una ninna nanna è il ritmo. I toni tranquillizzanti e i ritmi dolci sembrano essere la ragione per cui una ninna nanna aiuti un bambino ad addormentarsi. Tuttavia, gli studi hanno dimostrato che se a cantarle sono voci familiari al bambino, queste ninne nanne sono più efficaci nel calmarlo.

Non solo, cantare i testi delle canzoni o persino recitare le filastrocche può favorire le prime capacità linguistiche. È stato dimostrato che la musica stessa è un valido aiuto all’apprendimento per i neonati e i bambini piccoli. Quando il bambino è nel grembo materno, non può percepire molto dall’esterno. Ma l’altro suono che il bambino sente prima della nascita è la voce della madre. Anche se questa gli giunge ovattata, il bambino ne è consapevole e si dice che le ninne nanne cantate dalla madre possano fungere da ponte tra la vita nel grembo materno e quella al di fuori di esso. Questo può funzionare anche se, mentre è nell’utero, il bambino è esposto continuamente anche ad altre voci. Si narra persino di un fratello che cantava ogni sera You Are My Sunshine alla sorellina mentre era nella pancia della madre; quando la bimba nacque con problemi di salute e sembrava che non ce l’avrebbe fatta, fu proprio la voce del fratello che cantava per lei a far risalire i suoi parametri vitali e farla guarire miracolosamente.

Il testo di Good Night o Golden Slumbers dei Beatles può avere più senso come ninna nanna, ma le canzoni Lucy in the Sky with Diamonds o Norwegian Wood potrebbero essere più efficaci per via del loro ritmo in 3/4. È il ritmo del valzer, che ricorda un po’ il dondolio di una culla, e molte ninne nanne tradizionali di tutto il mondo sono scritte in questo modo. Una delle ninne nanne più conosciute è la Ninna nanna di Brahms, nota anche come Canzone della culla. Per quanto riguarda Twinkle, Twinkle, Little Star, questa è comunemente attribuita a Mozart, ma la melodia deriva in realtà da una vecchia canzone francese. Mozart compose una serie di dodici variazioni basate su questa melodia, probabilmente mentre si trovava a Parigi nel 1778, e le fu aggiunto il testo di una poesia intitolata The Star della poetessa inglese Jane Taylor. Le origini di Rock-a-bye Baby e Hush Little Baby, invece, sono varie e difficili da individuare, ma la versione R&B di quest’ultima, scritta e registrata da Inez e Charlie Foxx e resa popolare da James Taylor e Carly Simon, è diventata più una canzone romantica che una vera e propria ninna nanna.

La Madre nella Società: Tra Idealizzazione e Realtà Nascoste

Donna che si prende un momento di pausa

Noi mamme siamo abituate a confortare, supportare, sostenere, prenderci cura, accudire e organizzare. Lo facciamo ogni istante della giornata mentre i nostri pensieri si affastellano, anche quando con l’ennesimo sorriso dissimuliamo e fingiamo che sia tutto sotto controllo, anche quando magari sotto controllo abbiamo ben poco. Perdersi tra quei mille equilibrismi quotidiani, tra la spesa da fare, l’organizzazione delle giornate dei bambini, la propria professione, la coppia che richiama i suoi spazi, e tutto il resto, è più facile di quello che sembra e che quotidianamente ci viene raccontato e propinato, ovvero lo stereotipo della mamma che può (e che deve) arrivare dappertutto, quella che svetta sui suoi tacchi curata, organizzata, irreprensibile. Quella che ha le risposte, quella che sostanzialmente non batte ciglio davanti agli innumerevoli ruoli e alle pretese di presunta perfezione che la società ci impone e reitera in ogni modo e con ogni mezzo.

E anche se dentro di noi siamo consapevoli del fatto che le rappresentazioni non corrispondono alla realtà, facciamo ancora troppa fatica a lasciare andare certi modelli e a costruirne di nuovi. In qualche modo li abbiamo introiettati e continuano a rappresentare un banco di prova in ogni situazione, in una continua lotta tra come “dovrebbe essere” e come è. Il problema è che molte volte il condizionale logora in modo irrimediabile le nostre esistenze. La sfida più importante è non perdere la magia della quotidianità coltivando aspettative così elevate da non riuscire più ad apprezzare le meraviglie che abbiamo davanti, talmente prese a correre da dimenticarci anche dove stiamo andando. Perché quando lottiamo continuamente per conformarci a ideali o obiettivi, la nostra vita scorre davanti ai nostri occhi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Quando si ha un figlio, ci si avvicina alle altre mamme, mosse da una impellente necessità di condivisione. Non si cercano solo ricette o consigli pratici, ma si cerca di capire se certi pensieri li si ha solo noi, se si possono considerare “adeguati” al ruolo di madre. Il confronto in quel caso è utile a validare la propria adeguatezza a questo ruolo. Tutto ciò che aveva anche una minima ambivalenza viene etichettato e giudicato come “sbagliato”. Il ruolo di madre nella nostra società è permeato da rappresentazioni quasi mitologiche di infallibilità. A una madre raramente è concesso lamentarsi, avere dubbi, avere desiderio di prendersi cura anche di se stessa. Perché quando sei madre, ti ricordano tutti in coro sei prima madre che tutto il resto. Per questo motivo anche il confronto tra madri è spesso inibito da questi stereotipi: difficilmente qualcuna si assume il rischio di uscire allo scoperto, di mostrare per prima la propria vulnerabilità.

Nel suo libro “Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do”, Chiara Gambino racconta senza paura e con una sorprendente ironia anche l’altra parte della storia, lasciando spazio ai pensieri della donna, oltre che a quelli della mamma. Perché quei pensieri non solo esistono, ma aspettano una voce che dia loro una forma. Il libro esplora le emozioni senza paura, anche quelle più dolorose, in modo vibrante e autentico, restituendole al lettore in tutta la loro verità. I primi conflitti con i figli quando si affacciano all’adolescenza, il continuo domandarsi se siamo stati e siamo all’altezza. La consapevolezza di dover imparare a lasciarli alla vita, insieme all’impotenza di non poterli proteggere in eterno, raccontano spaccati di esistenza di potente intensità.

C’è tutto della vita di una mamma nel libro di Chiara Gambino: l’amore per i figli, l’imperfezione del trambusto mattutino della colazione e delle zip degli zaini prima di andare a scuola, tutte le routine che puntellano la nostra quotidianità, insieme al piacere di una tazza di caffè in solitudine, per radunare i pensieri. C’è il profondo desiderio di condivisione con i nostri affetti, e insieme il bisogno di continuare a coltivare qualcosa per se stessi, di salvaguardare i propri spazi, di non perderli. Che si tratti di un corso in palestra, in questo caso dell’agognata lezione di Zumba, o un’ora ad ammirare un paesaggio.

La maggior parte delle mamme fa molta fatica a concedersi serenamente tutto questo, perché in ogni modo e con ogni mezzo possibile la società non fa che ripeterci e ricordarci che l’appagamento e la gratitudine nel ricoprire il ruolo di madre “dovrebbe” far sfumare come neve al sole tutti gli altri desideri o quantomeno lasciarli sullo sfondo delle nostre esistenze, finché probabilmente non si affievoliscono fino a scomparire. E quel continuare a negarli, quei desideri, è causa per molte madri di profonda tristezza e troppi rimpianti. Nel suo libro e nelle sue vicende, Chiara non solo racconta una mamma, ma fa molto di più, probabilmente quell’unica cosa che non riusciamo a concederci: si ferma.

“Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do”, con la sua dolce ironia e la sua profondità ci riporta al centro di noi stesse, alimentando un dialogo interiore alla continua scoperta della nostra identità e ci restituisce un messaggio prezioso: costruire un buon rapporto con se stesse significa anche vivere atteggiamenti che rispondano ai propri bisogni. Significa non dimenticarseli quei bisogni, non fare finta che non esistano. Significa saper trovare spazi e momenti per guardarsi dentro. Questo non solo ci aiuta a superare gli ostacoli e compiere con serenità ogni giorno scelte che siano in linea con la parte più autentica di noi, ma ci aiuta nella costruzione di relazioni efficaci e positive con le persone che amiamo. “Ninna nanna oh questa mamma a chi la do” tra i tanti messaggi positivi ci ricorda che i figli non hanno bisogno di una mamma perfetta, ma felice. E parte di quella felicità è nelle nostre mani.

Le Madri Terribili e la Profondità Inconscia del Materno

Illustrazione di una strega che culla un bambino

La retorica di una maternità sacra e intangibile rimuove il lato perturbante, là dove covano disagi, angosce, violenza. Se una donna poteva permettersi di essere fredda, apatica, persino malvagia, il passaggio nella categoria delle madri le garantiva automaticamente la remissione di ogni peccato e una patente di santità e virtù eterne. Eppure sarebbe bastato prestar ascolto alle filastrocche e alle favole, quelle che ogni mamma recita ai suoi bambini, per rendersi conto che le cose non stavano proprio così.

«La grande astuzia della fiaba è di scindere la figura materna in due: la mamma buona, quasi sempre opportunamente morta, e quella cattiva, incarnata da una matrigna o da una strega», spiega Lella Ravasi-Bellocchio, psicanalista junghiana, autrice di numerosi testi sul rapporto madri-figli. Il suo ultimo titolo, L’amore è un’ombra, si spinge a indagare proprio in quei luoghi oscuri del materno che, assicura l’autrice, «sono tanto duri da attraversare». Luoghi estremi, popolati di mamme psicotiche, pronte a scannare i loro figli. Casi finora relegati nella cronaca nera e negli archivi psichiatrico-giudiziari. Cominciare a parlarne al di là di inutili demonizzazioni è un tentativo coraggioso di sollevare scomodi veli.

Per inoltrarsi in questi insidiosi territori, il libro di Ravasi-Bellocchio si dimostra una guida preziosa. Attingendo alle testimonianze di colleghi che hanno avuto in cura alcune «sventurate», l’autrice le mette a confronto con l’agghiacciante archetipo di Medea. Nomi fittizi per storie fin troppo vere. Ma l’indagine si spinge oltre, alle radici di un male segreto, molto più diffuso di quanto si pensi. «Tutte le mamme possono essere terribili», recita il sottotitolo del libro. Se i casi di violenza omicida sono per fortuna pochi, moltissimi risultano quelli di insidiosa violenza quotidiana. Madri invidiose, possessive, depresse, narcisiste. Capaci di creare simbiosi asfissianti e ricatti affettivi, di innescare catene di colpe e risentimenti. Che uccidono senza uccidere. Predatrici di pudore, rispetto e innocenza. «Le madri sono tramite di vita e di morte. Il conflitto è lì. Riconoscere la violenza del materno è un percorso aspro ma necessario per ogni figlio».

«Le Madri non sono le mamme - precisa Ravasi-Bellocchio - ma la profondità inconscia del materno. La parte matrigna che trasforma il “son tutte belle le mamme del mondo” in qualcosa di misterioso e terribile. Ma anche liberatorio." Questo ci riporta alla consapevolezza che le ninne nanne, nella loro apparente semplicità, hanno da sempre veicolato e contenuto queste realtà complesse e spesso indicibili della maternità, offrendo uno spazio simbolico per elaborare emozioni difficili che la società tende a negare o a reprimere.

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