Ninna Nanna: Tra Sogno, Incubo e la Profondità del Significato Materno

Le ninna nanne, da sempre associate a un momento di quiete e tenerezza, sono in realtà un fenomeno culturale e psicologico di straordinaria complessità, che affonda le sue radici nelle più intime esperienze umane: l'amore materno, la paura, il distacco e la speranza. Le cantano solo le donne, siano esse madri, sorelle, nonne o madrine e fra le parole e gli sguardi si nasconde un antico incantesimo, quello del sonno. Quella che sembra una semplice melodia per cullare, è in realtà un veicolo di significati atavici, un ponte tra il mondo interiore della madre e quello, ancora fragile e terrorizzato, del neonato.

Madre che culla un neonato

L'Incanto Atavico della Ninna Nanna Tradizionale: Un Legame Indissolubile

Avrei potuto scrivere delle ninna nanne sarde molto tempo fa, e molto tempo fa mi sono avvicinata all’argomento, ma è solo quando le canti a tua figlia che ne comprendi a pieno il significato atavico. Perché le ninna nanne non sono solo parole e suono, quanto piuttosto azione e intenzione. Dolci, dolcissime e dedicate ai neonati: le ninna nanne sono state da tanti assimilate ai canti di morte. Questa somiglianza non è casuale né superficiale; infatti, le somiglianze d’altronde non finiscono qui: c’è quell’innato dondolare che è proprio della madre che ninna e de s’attitadora che attitta e a pensarci bene il suono nelle ninna nanne esattamente come nei canti di morte è squisitamente nasale.

Tuttavia, nell’anninnare dedicato ai neonati esiste una componente aggiuntiva: l’incanto della sorte. Se le janas nella tradizione decretano la fortuna del neo nato, affatandolo beni o mali, sono le mamme ad augurare al proprio piccolo un meraviglioso futuro. Questo augurio, spesso espresso in un linguaggio schietto e talvolta sorprendente, rivela una visione del mondo pragmatica e carica di speranza. Un esempio eloquente di tale complessità è racchiuso nella frase "Fizzu e su coro meu benedittu, canno ser mannu diventes bandites" (Figlio del mio cuore benedetto, quando sarai grande ti auguro di diventare bandito). Questa espressione, che a un primo ascolto potrebbe sembrare dissonante con l'idea di una dolce ninna nanna, in realtà riflette un desiderio profondo di forza e capacità di autodeterminazione in un mondo percepito come difficile e pericoloso. In un altro contesto, la madre augura: "Poi ti do una fortuna grande, perché mai tu abbia dolore in vita." La componente cristiana, come spesso accade, è presente e un po’ stona se non se ne comprende il tardo innesto. Che si trattasse di ballate o di ninne appare comunque chiaro che la notte era un momento piuttosto temuto dal sardo per una miriade di motivi che abbiamo altrove osservato. Il ricordo personale di quel che ancora si ricorda è il senso di totale abbandono provato in braccio di tua madre: un senso di calore, di leggerezza, un senso di sicurezza. Per questo le ninne si rinnovano, cambiano, si modificano ma non si smetterà mai di cantarle ai propri figli. Non resta che ascoltare una delle Ninne più dolci che una madre posa cantare al proprio bambino: Sa Ninna nanna de Anton’Istene cantata da Marisa Sannia su poesia di Antioco Casula, il Montanaru.

La Ninna Nanna nell'Arte Classica: L'Eternità del "Wiegenlied" di Brahms

Il tema della ninna nanna ha ispirato anche i più grandi compositori della musica classica, confermando la sua universalità e il suo profondo impatto emotivo. Tra le più celebri, spicca il "Wiegenlied" (Ninna-nanna) op. 49 n° 4 di Johannes Brahms. Conosciuta anche come "Guten Abend, gute Nacht" (Buona sera, buona notte), questa composizione in Mi bemolle maggiore per voce e pianoforte fu scritta nel 1868 e fa parte della raccolta di cinque Lieder op. 49.

Brahms dedicò il lied a Bertha Porubszky in occasione della nascita del secondo figlio, sottolineando il legame personale ed emotivo che spesso accompagna la creazione di queste melodie. La prima parte del testo è originale ed è di origine medioevale, a riprova della lunga tradizione delle ninne nanne. La risonanza di questa melodia fu tale che Brahms usò una variazione della stessa nel primo movimento della sua Sinfonia n. 2 in Re maggiore, op. 73, dimostrando come temi così intimi possano permeare e arricchire anche opere orchestrali di vasta portata. L'influenza di Brahms nel repertorio musicale è vastissima, e le sue opere orchestrali includono capolavori come l'Ouverture per una festa accademica, le Serenate, la Sinfonia n. 1 in do minore, la Sinfonia n. 2 in re maggiore, la Sinfonia n. 3 in fa maggiore, la Sinfonia n. 4 in mi minore, l'Ouverture tragica e le Variazioni su un tema di Haydn.

Nel campo dei concerti, si annoverano il Doppio concerto, il Concerto per pianoforte n. 1, il Concerto per pianoforte n. 2 e il Concerto per violino. Le sue composizioni vocali e corali con orchestra comprendono Ein deutsches Requiem, Rapsodia per contralto, Gesang der Parzen, Nänie, Rinaldo, Schicksalslied e Triumphlied. La musica da camera di Brahms è altrettanto ricca, con Sonate per violoncello (n. 1 e n. 2), Quintetto per clarinetto, Sonate per clarinetto, Trio per clarinetto, Trio per corno, Quartetti per pianoforte (n. 1, n. 2, n. 3), Quintetto per pianoforte, Trii per pianoforte e archi (n. 1, n. 2, n. 3), Quartetti per archi (n. 3, Op. 51), Quintetti per archi (n. 1, n. 2), Sestetti per archi (n. 1, n. 2), e Sonate per violino e pianoforte (n. 1, n. 2, n. 3). Per il pianoforte, ha lasciato un'eredità di opere che includono lo Scherzo per pianoforte, Op. 4, Ballate, Op. 10, Quattro pezzi per pianoforte, Op. 119, Danze ungheresi, Sonate per pianoforte (n. 1, n. 2, n. 3), 8 Klavierstucke, Op. 76, Rapsodie, Op. 79, Sei pezzi per piano, Op. 118, Sedici valzer, Op. 39, Tre intermezzi per pianoforte, Op. 117, Variazioni e Fuga su un tema di Händel, e Variazioni su un tema di Paganini. Altre composizioni significative includono Undici Preludi Corali, Fest- und Gedenksprüche, Fünf Gesänge, Op. 104, Fünf Lieder, Op. 105, Liebeslieder-Walzer, Op. 52, Neue Liebeslieder, Op. 65, Due mottetti, Op. 74, e Due canti per contralto, viola e pianoforte. La semplicità e la dolcezza del suo "Wiegenlied" continuano a renderlo uno dei brani più amati e riconosciuti del repertorio classico.

Partitura di Brahms Wiegenlied

Brahms-Godowsky: Wiegenlied ("Lullaby")

Il Lato Oscuro della Maternità: Trauma e Separazione nelle Ninna Nanne

Questi canti tramandati di generazione in generazione, che associamo ad un momento sereno e roseo, come la comparsa di un bambino nella vita di una coppia, in realtà nascondono il lato più oscuro della maternità. Simili a lamenti e molto semplici da imparare, erano per le madri un modo per cantare il dolore vissuto a causa del distacco del proprio bimbo dal corpo e del parto. La professoressa ordinaria di psicologia e direttrice del master in "Death studies and the end of life" presso l'Università di Padova, Ines Testoni, ci spiega: "Sole con il proprio bimbo tra le braccia le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso e che invece provoca un dolore fortissimo. Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse, ecco che emerge la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte".

Il primo elemento caratteristico delle ninna nanne fa riferimento alla sfera psico-sociale. Cosa ci dice il fatto che le ninna nanne siano così simili a lamenti funebri? Con le lamentazioni funebri le ninna nanne condividono la semplicità che le ha rese facilmente riproducibili e popolari. Questa somiglianza nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia. Bisogna intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno e il parto, che è la divisione fuori. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno. Capiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio.

Ma anche per il bambino il parto è così traumatico. Certo, Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melania Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo tra i forti stimoli del mondo si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ecco che intervengono le ninna nanne per porre freno a quel terrore… Esatto, la madre che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore viene anche lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire, il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninna nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirare fuori il vissuto materno.

Illustrazione del legame madre-feto

Le Ninna Nanne e la Paura del Mondo: Contesti Storici e Moderni

Le ninna nanne raccontano solo questo dolore delle mamme? No, qui subentra l'aspetto archetipico culturale e quello psico-sociale che caratterizza le donne. Noi abbiamo la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninna nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o no. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza.

Non a caso una delle ninna nanne più famose canta "questo bimbo a chi lo do?". Esatto, "ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?" è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre anche per esempio si ammala. La prima risposta è "lo darò all'uomo nero" che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento.

Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninna nanne? Da un lato diversamente, infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico, tuttavia in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino, è una violenza inaudita. Per ovviare a questa solitudine, infatti, oggi esistono le doule della nascita, figura che si prende interamente carico della triade, mamma, partner e bambino, per aiutare la donna a riprendersi dal parto e tutta la famiglia a trovare un nuovo equilibrio. Questa rete di supporto è fondamentale per accompagnare le neomadri attraverso le sfide e le profonde trasformazioni che la maternità comporta, riconoscendo che il benessere della madre è intrinsecamente legato a quello del bambino e dell'intera famiglia.

Mappa delle zone di conflitto storico

Brahms-Godowsky: Wiegenlied ("Lullaby")

Gianna Nannini: La Rock Star, la Maternità e la Riscoperta della Ninna Nanna

Anche figure iconiche del panorama musicale contemporaneo si confrontano con la potenza e il significato delle ninna nanne, rivelando come esse possano trasformare la prospettiva di un artista. "RINUNCIARE a un po' di rock per cantare una filastrocca è una gioia," afferma Gianna Nannini, sottolineando una transizione personale significativa. D'altronde la ninna ninna era nel suo dna. Già in passato, "Ninna Nera, un testo di De Gregori che misi in musica nel '95, era quasi heavy, ma ai bambini piacque molto", racconta l'artista. All'epoca la maternità era l'ultimo dei suoi pensieri, era ossessionata da rime e melodie da strapazzare con la voce ruvida della rockeuse che era voluta diventare a ogni costi. I testi delle sue prime ninna nanne riflettevano questa attitudine e una certa irruenza, come in "Ninna nanna, ninnaò / Questo figlio a chi lo do / Questo amore di una notte / Questo figlio di mille botte."

"Ninna Nein che canto nell'album Inno, pubblicato due anni fa, è invece più dolce e tenera; la tenerezza è rivoluzionaria in un'epoca in cui si cerca sempre di nasconderla," spiega Nannini. Questa ninna nanna è stata scritta per sua figlia Penelope, che ora ha quattro anni. La maternità di Gianna Nannini, voluta a ogni costo ed esibita anche, ha rappresentato una dichiarazione per ribadire il diritto a quelle libertà individuali troppo spesso calpestate, soprattutto quando a scegliere sono le donne. Fu criticata perché diventò mamma a 56 anni di una bimba che non aveva papà. Una bizzarria rock in un'Italia troppo cattolica. Ma per la Nannini, "Rock è solo un cliché," un'etichetta superficiale che non coglie la complessità della vita.

Nannini è in controtendenza: "In questi quattro anni ho fatto una vita decisamente rock & roll." Questo ha significato meno disciplina, più vino, più pasta e pane, e poca attenzione al corpo. Da quando Penelope è diventata la sua priorità tutte le altre abitudini sono passate in secondo piano, la cura del fisico soprattutto. "Mi sono un po' trascurata, devo riprendere col pilates, la mia passione, ho un tour che parte fra due mesi dalla Germania." Insiste: "Sembra un paradosso ma, giuro, trasgredisco più ora di allora. E faccio cose che non avevo mai fatto: le pulizie, il bucato." L'artista non si lamenta, anzi, percepisce la maternità come un'esperienza quasi trascendente: "Non mi lamento, sono stata toccata dalla divinità; la maternità è una cosa mistica, ti solleva, eleva lo spirito problemi quotidiani a parte." Afferma di non essere apprensiva, e neanche preoccupata, e cerca di prestare attenzione alle inclinazioni e alle potenzialità di sua figlia. I genitori, secondo lei, devono solo incoraggiare le inclinazioni dei figli, non scegliere per loro.

Riflette su questi ultimi quattro anni: come non ammetterlo? La presenza di Penelope ha messo a soqquadro la sua routine, vede il mondo da un'altra prospettiva. "Ho imparato a trascurare me stessa," confessa. "La rock star è per definizione egoista. Il nostro è un mestiere competitivo, devi essere concentrato per dare il meglio, tutto gira intorno a te. Ora invece la mia giornata è per l'80% dedicata a lei." Il pianoforte è rimasto a lungo muto. Le restano cinque minuti al giorno per le canzoni, ma per fortuna quando l'ispirazione arriva riesce a fare tutto in fretta. Miracolosamente, è riuscita a trovare un equilibrio tra la casa e un lavoro che non è esattamente quello nine to five delle altre mamme. Per la prima volta ha pubblicato un intero disco di cover ('Hitalia') spulciando tra gli evergreen della canzone italiana. Come se tra una ninna nanna e l'altra si fosse riacceso un bisogno di melodia, a sottolineare questo momento intimo e familiare della sua vita.

"Le responsabilità del cantautore sono maggiori di quelle dell'interprete," spiega. "Non bisogna aver paura della melodia, né della tenerezza, come ha detto il Papa "copiando" un mio slogan (Quanta tenerezza /Non fa più paura, in Sei nell'anima)." È un messaggio importante, scherza, scoppiando in una di quelle sue risate contagiose. Torna a riflettere sulla nuova vita: "Un cambiamento che non immaginavo così radicale." La morte di sua mamma Giovanna l'anno scorso (il padre Danilo è morto nel 2007), ha significato l'abbandono definitivo del nido, un punto di riferimento che se n'è andato. Perdere i genitori è comunque un trauma, anche per una che in famiglia c'è stata poco. Non poter più telefonare e dirle "ciao mà stasera sono in tivvù" le fa sentire un vuoto.

L'imminente partecipazione come superospite al Festival di Sanremo le riporta alla mente la piccola Gianna in età prescolare. "In casa mia non si ascoltava musica, c'era solo la tivvù e Sanremo era un evento. Avevo i miei idoli, Modugno, Ranieri, Nada. Ma con la musica volevo fare a modo mio." A quattro anni montò sul pianoforte della zia e cominciò a cercare note e melodie. A cinque già inventava canzoni. Non ha mai fatto cover prima di 'Hitalia', non le divertiva cantare le canzoni degli altri, a parte quella di Battisti ('Un'avventura') che presentò al concorso per voci nuove. In casa doveva cantare di nascosto, chiudeva le porte e si metteva al pianoforte; oppure usciva in motorino e se ne andava da qualche parte in campagna; la musica le metteva in sintonia con un'altra dimensione.

Con Penelope è un'altra storia, la bambina è sempre con lei. "Io invece sempre lontana dai miei, in Maremma a far baldoria con i miei amichetti. Ecco, in questo siamo uguali, ci piace vivere." Quando Penelope è in casa c'è energia nell'aria. Gianna Nannini si è rimessa a leggere le favole, le ispirano; le reinventa per lei, cambia trame e finali, le interpreta, fa i versi e le smorfie, diventa il lupo e la nonna. Hanno gli occhi dello stesso colore Penelope e lei; Penelope guarda lontano, proprio come la madre. "Ho il carattere de la mi nonna, mica facile. Mia figlia ha un carattere migliore." Gianna Nannini era una bambina simpatica, voleva darsi da fare, metteva sempre il becco in pasticceria, e anche le mani. Il suo babbo le aveva preparato un banchettino per farla arrivare al piano di lavoro. Ma lei voleva un mestiere suo. È quel che insegna quotidianamente a Penelope, a essere indipendente. Papà Nannini la pensava diversamente, era all'antica. "Non s'andava d'accordo," ricorda. "Andavo ai concorsi canori con la complicità della zia Anna. Mio padre scoprì tutto e l'affrontò: "Cosa stai facendo alla mi figliola, portarla in quei troiai!". Loro erano ostinati, mi vedevano come insegnante di lettere o a occuparmi dell'azienda di famiglia. Io più ostinata di loro. Esisteva altra soluzione alla fuga?" Penelope, dice, è attratta da tacchi e gonne, esattamente il contrario del maschiaccio che era lei. "Ci dovetti rinunciare a causa dell'immagine androgina che mi ero creata. Mio padre la minigonna me la tagliò a quattordici anni e io per reazione da quel momento solo pantaloni. Presi a ubriacarmi e ad andare in giro per Milano a far provini (finché non incontrai la Maionchi) e quando cercavano di farmi vestire come Mina me la davo a gambe." Questa narrazione svela il percorso di una donna che, attraverso la musica e poi la maternità, ha ridefinito il proprio essere, affrontando convenzioni e aspettative con una tenacia tutta "rock", ma riscoprendo la tenerezza primordiale insita in ogni ninna nanna.

Gianna Nannini con sua figlia

Storia di Kix e Sam: Un Interludio sulla Protezione e l'Appartenenza

Nel vasto universo delle ninna nanne e dei significati reconditi che esse celano, si inseriscono anche narrazioni che, sebbene non direttamente musicali, esplorano i temi della cura, della protezione e del legame profondo, elementi fondamentali che una ninna nanna mira a instaurare. La storia di Kix, nove anni, che vive in una grande fattoria con sua sorella Emilia, suo padre, sua madre, tre cavalli e due cani, offre un'illustrazione toccante di questi concetti.

Un giorno, in fondo alla strada, appare un cane grande, bianco, magnifico. Kix ed Emilia lo chiamano subito Sam. I due bambini hanno sempre desiderato un cane che fosse solo loro! All’inizio Sam si avvicina con fatica, però non scappa, sembra contento di restare, gioca con gli altri cani, sta bene con i cavalli. Lentamente entra sempre di più nella vita e nei pensieri dei due bambini. Questo incontro, seppur con un animale, evoca quella forma di attaccamento e di cura incondizionata che risuona con il messaggio intrinseco delle ninna nanne.

Sam in realtà non è un randagio, ma un cane di razza, un pastore da montagna dei Pirenei. Non è un fantasma, come all’inizio credono i bambini, Kix e la sorellina Emilia, benché sia apparso all’improvviso in fondo al vialetto della loro fattoria e altrettanto repentinamente scomparso. È un cane in carne e ossa, maestoso, il bel pelo candido e folto, lo sguardo circospetto e il naso all’insù ad annusare l’aria. Per qualche giorno appare e sparisce, ogni volta avanzando lentamente un po’ di più, scodinzolando piano come per capire se quella possa diventare la sua casa e loro i suoi bambini. Certo, Kix ed Emilia vogliono tenerlo, eppure in realtà è lui silenziosamente ad averli scelti, adottati insieme ai tre cavalli e ai due cani della fattoria, come il suo nuovo gregge da sorvegliare e proteggere. Quello che ha sempre fatto, e che ora vuol tornare a fare, come uno che desidera voltare pagina e ricominciare da capo la propria vita. I bambini non hanno dubbi, Sam - un nome che gli calza a pennello - è un cane meraviglioso ma triste e trascurato, forse con una storia tormentata alle spalle, visto il piacere con cui accetta coccole e carezze.

La brutta notizia infatti è che Sam, magnifico pastore dei Pirenei, non è un semplice randagio, ma il cane del figlio dei Jones, i vicini rozzi, sprezzanti e aggressivi, pieni di problemi, che per partito preso e a suon di minacce lo reclamano, finendo per portarlo via una sera di nascosto. Questa fase della storia, che a un quarto dalla fine, dopo un andamento pressoché pacato - salvo qualche incursione del malvagio proprietario, che pretende una somma esagerata in cambio di Sam - cambia bruscamente ritmo, evidenzia come la protezione del più debole sia un istinto primario, sia esso un bambino o un animale. Il momento culminante arriva quando, in una notte buia, Kix per la prima volta si trova davanti a una scena terribile, molto più grande di lui, che non sa come affrontare: da una parte c’è lui, tremante, solo e infreddolito, dalla parte opposta il vecchio proprietario armato di fucile, al centro Sam. Basterà dire che a un certo punto nella contesa di Sam, mentre tutto sembra andare storto, brilleranno l’audacia, la civiltà e l’empatia del piccolo Kix. Questa narrazione, benché priva di melodia, è una ninna nanna in forma di racconto, che infonde nel cuore la rassicurazione che la protezione e l'amore possono superare la minaccia e il male, un messaggio fondamentale per ogni anima vulnerabile. In questa storia che tocca le corde del cuore, il destino di un incontro incrocia l’accoglienza, la gentilezza e il coraggio, più spesso virtù dei bambini che degli adulti.

Bambino che accarezza un grande cane bianco

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