La Ninna Nanna del Figlio di Dio: Tra Sacro, Popolare e Profondità Teologica

Introduzione: L'Eco delle Ninne Nanne Antiche: Un Ponte tra Fede e Tradizione

La ninna nanna, in tutte le sue forme e manifestazioni, rappresenta un legame ancestrale con l'infanzia, un rito sonoro che attraversa epoche e culture. Tra i canti diffusi sulla terra, la ninna nanna è quella di cui abbiamo notizie che risalgono più indietro nel tempo, testimonianze latine che datano al IX secolo dopo Cristo si affiancano a una tavoletta sumerica risalente al 500 a.C. È curioso, invece, notare come la parola usata per definire questi canti si assomigli in molte terre, anche lontane l’una dall’altra, suggerendo una radice comune e una funzione universale.

Tuttavia, quando il riferimento è alla figura del Figlio di Dio, la ninna nanna assume una dimensione ancora più profonda, trascendendo la mera funzione di indurre il sonno per diventare veicolo di fede, tradizione e intime riflessioni teologiche. Questo articolo esplora le molteplici sfaccettature di questo fenomeno, dalle memorie d'infanzia legate ai canti natalizi, alla sublime poesia di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, fino alle interpretazioni popolari e ai messaggi contemporanei, come quello di Papa Francesco, che rivelano un Dio tenero e "innamorato di noi", capace di cantarci la ninnananna. Attraverso testi antichi e moderni, si delinea un percorso che non solo addormenta il bambino, ma nutre l'anima dell'adulto, riaffermando la ricchezza di una tradizione che continua a "con-fortare", cioè a rinforzare nella speranza della positività della vita, nonostante tutto.

Antica pergamena con note musicali di ninna nanna

I. Le Ninne Nanne come Custodi della Memoria e della Fede

Le straordinarie evocazioni dei canti antichi sono capaci di trasportarci indietro nel tempo, a momenti di pura e semplice devozione. Rivedo ancora la mia nonna che da bambina mi portava davanti al presepe per cantare "Tu scendi dalle stelle". Quanta tenerezza suscitavano in me quelle parole! Cantavano di un bimbo venuto in una grotta al freddo e al gelo; e mi riempivano di domanda con quell’affermazione amara: «oh quanto ti costò l’avermi amato». Ancora non capivo perché amare dovesse costare tanto, ma era bello, così come era bella la commozione che puntualmente invadeva l’anima alle note calde e semplici delle zampogne.

Ogni anno lo zampognaro scendeva dalle montagne per suonare "Tu scendi dalle stelle" davanti al presepe e ogni anno le famiglie lo attendevano e i bambini, per strada, gli facevano festa. Io con loro. Lo zampognaro, allora, sorridente dentro la sua giacca di lana di pecora ingiallita dal tempo, con quello strumento strano che si gonfiava e sgonfiava, ci regalava la gioia dell’attesa. La musica diventava preghiera. Era la nostra novena di Natale. Lui girava per tutto il paese e al pranzo del 24 arrivava puntualmente a casa nostra per l’ultima “sonata”; poi la condivisione semplice del pasto, una piccola offerta, lo scambio degli auguri e un arrivederci al prossimo anno “se Dio vole”. Mi faceva bene vedere mio padre, mia madre così ospitali e generosi con quello sconosciuto! Era vivere il presepe in atto.

Questa è una poesia che, purtroppo, è andata perduta: le ultime generazioni non la possono più gustare. Se ne conserva forse ancora il ricordo in qualche paesino di montagna. Ed è un peccato perché quando, da adulti si apre lo scrigno della memoria queste immagini ritornano immutate e con-fortano, cioè rinforzano nella speranza della positività della vita, nonostante tutto. Non è sentimentalismo! È riconoscere l’appartenenza a una tradizione semplice, ma profondamente teologica nella sua essenza, che educa alla fede. Così fu per me, ora che nella formazione monastica ho la possibilità di conoscere lo spessore delle parole dei santi padri della Chiesa: Ireneo, Ambrogio, Agostino, comprendo di essere cresciuta a quella scuola, mediata dalla teologia spicciola delle filastrocche o delle canzoncine. Semplici poesiole, all’apparenza, come del resto furono definite (da qualche critico) i testi di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, eppure cariche di tutta la verità della nostra fede.

II. Sant'Alfonso Maria de' Liguori: La Bellezza Divina nelle "Poesiole Sacre"

I versi di "Fermarono i cieli", che oltre a "Tu scendi dalle stelle" insieme a "Quanno nascette Ninno", appartengono al Santo napoletano, Sant'Alfonso Maria de' Liguori, mi rimandano alla teologia mariana di san Bernardo e all’esperienza di conversione che Agostino racconta nelle Confessioni. Riesce sempre a coinvolgermi quella strofa di "Fermarono i cieli" che canta lo stupore di scoprirsi innamorati: "Se tardi vi amai bellezze divine!". Come non riascoltare in essa la famosa espressione di Agostino: "Tardi ti amai Bellezza tanto antica e sempre nuova"? Entrambi cantano l’incontro con quella Bellezza da cui nasce una relazione che conduce all’eternità. "Senza fine per voi arderò" - recita ancora il canto: l’incontro fa scaturire il desiderio di quella adorazione che è il nostro destino.

Ritrovo qui, ogni volta, l’esperienza di Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, il cuore delle Costituzioni della mia Comunità. Questi testi ci parlano del Natale come esperienza dell’incontro con Divina Bellezza fatta carne nel Bambin Gesù. Non è una Bellezza effimera, che attrae ma non coinvolge, che appaga ma non converte, che distrae dal vedere il di più; non è quella bellezza che san Alfonso paragona al fango perché trattiene il passo dell’uomo, quella che il Qoelet chiama vanità. È piuttosto una Beltà che toglie il fiato per il grande il Mistero che è in essa e che l’uomo non può comprendere appieno.

Nel testo di "Fermarono i cieli" si delinea un percorso che conduce alla scoperta di questo Mistero, articolato in momenti fondamentali dell'esperienza spirituale. Anzitutto, c'è l’attesa, in cui i cieli si fermano, ovvero tutto si arresta tendendo all’ascolto di quel canto che annuncia un evento straordinario e salvifico. Successivamente, si manifesta lo sguardo, stupito innanzi a tanta bellezza, proprio come lo sguardo di Maria e lo sguardo dell’Eterno Infante che ferisce l’anima amante, aprendola al divino. Poi ancora, interviene la preghiera, che sprona a sollevare lo sguardo dal fango della miseria umana per rivolgerlo a Colui che si è fatto carne, qui ed ora, rendendo la salvezza tangibile e presente. Infine, si rivela la promessa: questo bimbo è il segno della fedeltà di un amore eterno che ha voluto annullare la distanza tra il cielo e la terra, rendendo accessibile a tutti la via della salvezza.

Fermarono i cieli - Marco Frisina

In questo cammino di fede e di scoperta, Maria è il modello per eccellenza, la Madre Chiesa è la custode di questa verità rivelata, e la Tradizione rappresenta il rinnovarsi dell’esperienza concreta e certa di un rapporto tra Dio e l’umanità. Vivere questo cammino significa sentirsi parte di una grande famiglia e della sua storia, una storia di salvezza che si rinnova in ogni generazione. Questo percorso sottrae alla confusione del mondo contemporaneo, toglie dalla solitudine esistenziale per riconsegnarci a una vita teologale, cioè una vita fondata sulla certezza dell’eternità.

Immagine di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

III. "Fermarono i Cieli": Testo Completo e Significato Profondo

Il testo di "Fermarono i Cieli" di Sant'Alfonso Maria de' Liguori è un esempio lampante di come la semplicità del linguaggio possa veicolare una profondità teologica straordinaria, toccando l'anima con la sua delicata invocazione.

Fermarono i cieli

Fermarono i cieli la loro armoniacantando Maria la nanna a GesùCon voce Divina la Vergine bellaPiù vaga che stella cantava così:

Dormi dormi fa la ninna nanna GesùDormi dormi fa la ninna nanna Gesù.

Mio Figlio mio Dio, mio caro tesoro,tu dormi ed io moro per tanta beltàsi desta il diletto, e tutto amorosocon occhio vezzoso la madre guardò

Ah Dio! Alla madre quegli occhi quel guardofur lampi, fu dardo che l’alma ferìE tu non languisci crudel alma miavedendo Maria languir per GesùChe aspetti? Che pensi?

Questo canto non è solo una ninna nanna, ma una vera e propria meditazione sul mistero dell'Incarnazione e sull'amore tra Maria e il Bambino Gesù. La scena iniziale ci presenta un momento di armonia cosmica: i cieli stessi si fermano, quasi in silenzio reverenziale, per ascoltare la voce divina di Maria che canta la nanna al suo Figlio. La descrizione della Vergine come "più vaga che stella" ne esalta la bellezza e la purezza, ma soprattutto la sua unicità nel ruolo di madre del Divino.

La ripetizione del ritornello "Dormi dormi fa la ninna nanna Gesù" crea un'atmosfera di pace e tenerezza, tipica delle ninnananne, ma le parole che seguono rivelano la straordinarietà della situazione. Maria si rivolge a Gesù chiamandolo "Mio Figlio mio Dio, mio caro tesoro", riconoscendo contemporaneamente la sua duplice natura umana e divina. L'affermazione "tu dormi ed io moro per tanta beltà" esprime la meraviglia, quasi il dolore per l'eccesso di bellezza e mistero che ha davanti. È uno stupore che sfiora il rapimento estatico, un'emozione così intensa da essere quasi insopportabile.

Il canto poi descrive un risveglio, non di Gesù, ma della consapevolezza: "si desta il diletto, e tutto amoroso con occhio vezzoso la madre guardò". Questo sguardo del Bambino, interpretato da Maria, non è un semplice sguardo infantile. Gli occhi e il guardo di Gesù vengono percepiti dalla madre come "lampi", "dardo che l’alma ferì", indicando un'esperienza di profonda penetrazione spirituale, un'illuminazione che rivela la verità ultima. Non è una ferita di dolore, ma una di amore, che travolge e trasforma.

Le ultime strofe assumono un tono quasi esortativo, rivolgendosi all'anima del fedele: "E tu non languisci crudel alma mia vedendo Maria languir per Gesù Che aspetti? Che pensi?". Qui, Sant'Alfonso invita a riflettere sulla propria indifferenza o lentezza nel rispondere all'amore divino, contrapponendola al "languire" d'amore di Maria. È un invito all'azione, alla contemplazione e all'amore, a non restare inerti di fronte a un mistero così grande e a un amore così totale. La ninna nanna, in questo contesto, non è solo per far dormire un bambino, ma per risvegliare l'anima alla fede e all'adorazione.

IV. Il Bambino Gesù nella Tradizione Popolare: Intimità e Semplicità delle Ninne Nanne

Accanto alle raffinate elaborazioni teologiche, esiste una ricca vena di ninne nanne popolari che ritraggono il Bambino Gesù con una familiarità e un'intimità sorprendenti, quasi "alla portata dei bambini, ma anche delle loro mamme o zie o nonne (difficilmente dei padri)". Queste composizioni sono capaci di evocare immagini potenti di intimità familiare, lontane dall’aura teologica delle figure celesti, rendendo il divino accessibile e quotidiano.

Un esempio significativo è la ninna nanna di Teggiano (SA). In questa ninna nanna di Teggiano, è Gesù bambino che deve addormentarsi. La Madonna lo va cercando e lo trova mentre scopa in casa e allora lo prende e lo mette nella sua piccola culla. Più avanti, ancora Gesù: stava “speziando” una fetta di pane, che si preparava a mangiare con gusto. In un altro distico Gesù bambino rifiuta di mangiare la zuppa perché gli brucia la “boccuccia”. Forse perché ha mangiato troppe mele. Queste sono scene di vita quotidiana, quasi domestiche, che umanizzano la figura sacra, rendendola più vicina e comprensibile.

Più che invenzioni puramente popolari, questi canti sono a metà tra la fantasia popolare e la dottrina “parrocchiale”. Sono veri e propri incroci culturali. Infatti essi contengono elenchi di santi e di simboli sacri che la pastorale ecclesiastica premeva perché andassero a memoria fin dall’infanzia. E contengono persino minacce (il finale della ninna nanna con la minaccia delle vampe di fuoco è dedicata alle mamme non ai bambini), dimostrando una funzione pedagogica e morale.

Nel secondo documento menzionato, la melodia è la stessa, ma il ritmo è accelerato, quasi di tarantella. E la ninna nanna diventa una filastrocca giocosa, che non è difficile immaginare venisse cantata mentre si faceva ballonzolare il bambino sulle gambe dell’adulto (c’è quel verso: “qua sopra si balla” che fa proprio pensare a un bambino che balla sopra la gamba dell’adulta che canta). Ho detto filastrocca giocosa. Questo almeno all’inizio. In genere, ai bambini venivano rivolte ninne nanne e filastrocche che secondo le necessità dovevano calmarli (la ninna nanna) o divertirli (la filastrocca). La cantatrice si chiamava Grazia D’Elia, era nata nel 1900 e quando cantò la ninna nanna e la filastrocca aveva 82 anni. Cantò su richiesta di Rosa Di Lillo, all’epoca studentessa dell’università di Salerno che lavorava a una tesi di laurea in antropologia culturale da me seguita. Era felice di poter cantare e declamare e raccontare fiabe.

Illustrazione di Gesù Bambino in una scena domestica

V. La Ninnananna Divina: L'Amore di Dio secondo Papa Francesco

La riflessione sull'amore di Dio assume una dimensione sorprendentemente tenera e intima quando viene accostata all'immagine di una ninna nanna, come ha suggerito Papa Francesco in una sua meditazione. Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninnananna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». Questa profonda verità è stata ricordata da Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattinata del 27 giugno - giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù - nella cappella della Casa Santa Marta.

La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore». E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».

Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole». Quando si afferma che l'amore è più nel dare che nel ricevere, ha spiegato Papa Francesco, «è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E quando si dice che l'amore è più nelle opere che nelle parole, ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere», manifestandosi concretamente nell'esistenza.

Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».

Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «Farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio. Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi e a fiorire.

Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninnananna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano». Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».

Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre». Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».

Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello - ha constatato - capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù». Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».

Papa Francesco con bambini

VI. Cullare il Divino: Il Kindelwiegen e la Devozione "Fisica"

L'approccio al divino può assumere forme inaspettatamente concrete e tangibili, come dimostra la tradizione del Kindelwiegen. Anche questo, assieme alla torta di compleanno per Gesù Bambino, è un giochetto divertente che potreste fare a casa vostra, se avete a portata di mano una bimba piccola che si diverte a giocar coi bambolotti. L’idea, dolcissima, è del sito CartaAntica: sostanzialmente, si tratta di preparare la culla per Gesù Bambino, di giorno in giorno, in nove tappe. Il sito CartaAntica, verosimilmente, parlava di “culla per Gesù Bambino” con significato metaforico: devo predisporre il mio cuore ad accogliere Gesù come se gli stessi preparando la cameretta, e bla bla bla.

Io, invece, molto più concretamente, mi sono immaginata questa scena di vita familiare: una bimba di quattro o cinque anni che gioca con i suoi genitori a preparare la culla per Gesù, aggiungendo ogni giorno un giocattolino nuovo. A noi sembra un gioco da bambinetti, ma dipende dal fatto che non ci siamo abituati. A ben vedere, sembra un passatempo da bambini anche costruirsi in casa il presepio con le statuette colorate: ma in realtà, il significato del presepio lo capiamo tutti quanti. Mh? Vi sembra strano?

Il Kindelwiegen era proprio questo: si prendeva una culla, si prendeva una statuetta di Gesù Bambino, e si coccolava il Bambinello - nella notte di Natale - all’interno della culla. Gli studiosi dicono che questa usanza è stata la risposta della Chiesa alla necessità (sempre più sentita, nel Tardo Medioevo) di “agganciare” la religione alla vita di ogni giorno. Insomma, di far capire che il Cristianesimo non è solamente misticismo e teologia: è anche tutto il resto. Non si limitavano a dire “toh guarda, che bella scena”: loro ci giocavano proprio, come farebbe un bimbo piccolo. È una scena surreale, lo so; ma è anche - se ci pensate - una scena profondissima. Cullare Gesù Bambino è un gesto concreto, di materialità infinita: è una forma di devozione “fisica” , niente affatto fraintendibile - hai Gesù Bambino fra le braccia. E poi, facevano la cosa più bella e più affettuosa che si possa fare in assoluto, con un Bimbo appena nato. Questa pratica, dunque, offre una via diretta e sensoriale alla fede, permettendo un'interazione personale e affettiva con il mistero dell'Incarnazione.

Tradizione del Kindelwiegen con una statuetta di Gesù Bambino

VII. Testi Variegati: Frammenti di Ninne Nanne Tradizionali e Preghiere

Il repertorio delle ninne nanne dedicate al sonno e alla protezione, sia per il bambino che per l'adulto che veglia su di lui, è vasto e profondamente radicato nella tradizione popolare e religiosa. Far addormentare i bambini è uno dei momenti più difficili, e queste composizioni, spesso intrecciate con preghiere, offrono conforto e sicurezza.

Tra queste, troviamo ninne nanne che invocano la protezione celeste:

Vado in lettocon l'angelo perfettocon l'angelo di Diocon San Bortolomiocon la Madonna benedettacon Santa Elisabettacoi dodici Apostolicoi 4 Evangelistitre volte la diròe una bona morte farò

Un altro esempio di invocazione protettiva prima del riposo notturno:

Acqua santa mi bagniil Signor mi accompagniIl Signor sia con miBrutta bestia va via de mi

E ancora, una preghiera che si trasforma in ninna nanna, con un desiderio profondo per l'anima:

Io vado in letto e non so di levarTre cose a Dio voglio domandarConfession Comunion Olio santoPadre Figliolo e Spirito santo

Oltre a queste, esistono ninne nanne di pura tenerezza, che celebrano il legame indissolubile tra madre e figlio, come in "Bambino d'amore":

Bambino d'amoreFate la nanna bambino d 'amorela vostra mamma ti ha fatto col cuorela vostra mamma ti ha fatto col cuore.fate la nanna bambino d 'amore

Altre ninne nanne arricchiscono il sonno con immagini poetiche e celestiali, trasformando la notte in un palcoscenico di meraviglie:

Canta, canta bel bambinoCanta, canta bel bambinoche il cielo è tutto turchino;tutto turchino, pieno di stellineda riempirti le manine.Due ti son cadute dentro gli occhi,te n'è caduta una dentro il cuoreper donarti il suo splendore.

Alcune ninne nanne utilizzano metafore della natura e del viaggio, creando scenari onirici per accompagnare il bambino nel sonno:

C'era una nave in mezzo al mare,su quella nave c'era un gattino.Sotto la nave, in fondo al marenuotava invece un pesciolino.Quando la luna saliva nel cielocantava a tutti la ninna nanna.La nave allora cullava il gattinoe in fondo al mare, vicino alla mammachiudeva gli occhi il pesciolino.

Non mancano ninne nanne che giocano con la logica e l'esistenza stessa, in un modo che è allo stesso tempo divertente e quasi filosofico per i più piccoli:

C'era una volta, una volta c'eraC'era una volta, una volta c'era un vecchio e una sera.Se non dormi, non c'era né il vecchio, né la sera e neppure la volta che c'era.C'era una volta, una volta c'era una vecchia e un vecchio riflessi dentro uno specchio.Se non dormi, non c'era né vecchia, né vecchio, né specchio.C'era una volta, una volta c'era un omino che andava sul Po.

E infine, frammenti che catturano l'essenza stessa del gesto di cullare e cantare:

Posa il capo sul mio pettocanterò fino al mattinoqui poggiata sul cuscino.

Questi frammenti dimostrano la ricchezza e la varietà del patrimonio delle ninne nanne, ognuna con la sua specificità ma tutte unite dal desiderio di accompagnare il bambino nel sonno con amore e protezione.

VIII. L'Essenza Universale della Ninna Nanna: Origini e Funzioni

La ninna nanna, come genere musicale e letterario, possiede un'universalità che trascende le barriere culturali e temporali, rivelandosi un elemento fondamentale nell'esperienza umana fin dall'antichità. Tra i canti diffusi sulla terra, la ninna nanna è quella di cui abbiamo notizie che risalgono più indietro nel tempo. Se le testimonianze latine datano al IX secolo dopo Cristo, disponiamo di una tavoletta sumerica risalente al 500 a.C., a dimostrazione della sua antichissima origine. È curioso, invece, notare come la parola usata per definire questi canti si assomigli in molte terre, lontane l’una dall’altra, suggerendo una profonda risonanza transculturale della sua funzione e del suo scopo.

Ma il primo effetto della Ninna Nanna resta comunque quello di indurre il bambino al sonno: essa è una melodia rasserenante cantata ai bambini per farli addormentare. L’idea alla base è che un canto eseguito da una voce familiare induce i bambini ad addormentarsi, creando un ambiente di sicurezza e calore emotivo. Innanzitutto il ritmo è tranquillo, calibrato sul battito cardiaco della mamma, la quale spesso cullando il piccolo lo tiene appoggiato proprio sul cuore; questa sincronia ritmica e fisica instaura un profondo senso di connessione e pace per il neonato.

Il testo è molto semplice, fatto di poche parole, spesso arricchito da facili suoni onomatopeici o termini inventati appositamente per il piccolo che ancora non comprende appieno la lingua. Non è tanto importante il significato delle parole in sé, quanto piuttosto il loro suono e l’intonazione con cui le si pronuncia. La musicalità e la prosodia della voce materna diventano il vero veicolo del messaggio di amore e tranquillità. La velocità e il volume della voce sono decrescenti: ciò favorisce ed accompagna il passaggio graduale dall’attività di veglia a quella di primo stato di sonno che avviene a livello cerebrale, quasi guidando il bambino in un lento e sereno abbandono.

La ninna nanna, nel corso dei secoli, è diventata un vero e proprio genere letterario, studiato e apprezzato non solo per la sua funzione pratica ma anche per il suo valore culturale e affettivo. È una musica soave, dolcissima che condurrà i bambini nel mondo dei sogni in modo rilassato e tranquillo. Stare vicino ai propri piccoli e cantare loro una ninna nanna è considerato il modo migliore per fare in modo che affrontino il momento del sonno nel miglior modo possibile, non solo per il riposo fisico ma anche per lo sviluppo emotivo e affettivo, consolidando il legame indissolubile tra genitore e figlio.

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