L'opera lirica Il giro di vite (The Turn of the Screw), composta da Benjamin Britten su libretto di Myfanwy Piper, rappresenta una delle pietre miliari della musica del Novecento. Tratto dal celebre racconto di Henry James, il lavoro ha debuttato al Teatro La Fenice di Venezia il 14 settembre 1954, vantando un cast d'eccezione che includeva il tenore Peter Pears - interprete del doppio ruolo di Peter Quint e del Prologo - David Hemmings nel ruolo di Miles e Jennifer Vyvyan in quello dell'istitutrice.

Una struttura matematica e simmetrica
L'originalità del capolavoro di Britten risiede nella sua rigorosa coerenza formale. L'opera si articola in un prologo e due atti speculari. Ogni atto è suddiviso in otto scene brevi, collegate tra loro da quindici interludi orchestrali. Questi frammenti non sono semplici transizioni, ma variazioni di un tema fondamentale esposto subito dopo il Prologo. Tale tema, che utilizza tutti i dodici gradi della scala cromatica, segue un preciso schema di quinte discendenti e seste ascendenti, creando una tensione emotiva che permea l'intera composizione.
Dal punto di vista tonale, Britten adotta un approccio architettonico: nel primo atto le tonalità seguono un itinerario ascendente, mentre nel secondo l'ordine è invertito, discendendo per gradi contigui fino al ritorno alla tonalità di la maggiore finale. Questa struttura non è solo un esercizio tecnico, ma un potente mezzo drammaturgico per esplorare il soprannaturale e la corruzione dell'innocenza infantile.
Il Prologo e l'inizio del dramma
Il narratore, accompagnato dal solo pianoforte in un recitativo, introduce l'antefatto: una giovane istitutrice accetta un incarico presso la residenza di Bly, incaricata di prendersi cura di due orfani, Flora e Miles. Le viene imposto un divieto assoluto: non dovrà mai importunare il tutore dei bambini, indipendentemente da ciò che accadrà.
- Scena 1ª, The Journey: Durante il viaggio, l'istitutrice esprime i suoi dubbi sul complesso incarico.
- Scena 2ª, The Welcome: A Bly, la governante, la signora Grose, accoglie la donna con entusiasmo, presentandole i bambini.
- Scena 3ª, The Letter: La preoccupazione sorge quando l'istitutrice apprende dell'espulsione di Miles dalla scuola. Nonostante il turbamento, sceglie di non indagare, sedotta dall'apparente innocenza dei piccoli.
- Scena 4ª, The Tower: La prima apparizione avviene nel giardino: un uomo misterioso sulla torre, inizialmente scambiato per il tutore.
- Scena 5ª, The Window: L'istitutrice vede l'uomo fissarla dalla finestra. La signora Grose rivela che si tratta di Quint, il defunto servitore. Si comprende che Quint e la precedente istitutrice, Miss Jessel, esercitano un'influenza nefasta sui bambini.
LIBRI! The Turn of the screw al di là di Britten e James - Vite da fantasmi di E. Ciampi
L'oscuro legame tra i vivi e i morti
Una delle differenze sostanziali tra l'opera di Britten e il testo originale di James è la vocalità concessa ai fantasmi. Nel racconto, Quint e Jessel sono presenze mute; nell'opera, essi interagiscono, cantano e seducono.
- Scena 6ª, The Lesson: Miles canta una malinconica filastrocca basata sul doppio senso della parola latina malo, rivelando la sua paura di essere "cattivo".
- Scena 7ª, The Lake: Flora canta una misteriosa ninnanatura alla bambola, mentre l'istitutrice scorge il fantasma di Miss Jessel. La consapevolezza che i bambini conoscono i fantasmi sgomenta la protagonista.
- Scena 8ª, At Night: Quint e Jessel appaiono per sedurre i piccoli con promesse oscure, dileguandosi solo all'arrivo degli adulti.
L'opera prosegue con un crescendo di tensione. Nel secondo atto, il "colloquio" tra i due spettri rivela le loro intenzioni: Quint cerca un'anima da sottomettere, Jessel cerca un complice per condividere il suo dolore. La cerimonia dell'innocenza viene sommersa. Il furto della lettera da parte di Miles e la scoperta della governante che Flora è stata corrotta dai fantasmi portano al tragico finale, in cui l'istitutrice, nel tentativo disperato di salvare Miles, ottiene la sua confessione sul nome del tormentatore.

Una sfida alla rappresentazione del sovrannaturale
Britten riesce, con un organico estremamente ridotto - un'orchestra da camera di soli tredici elementi che maneggiano diciotto strumenti - a creare un'atmosfera densa e inquietante. La sfida di rappresentare il soprannaturale in musica viene vinta attraverso la precisione timbrica e l'astrazione sonora.
L'uso del tema, che si trasforma e si inabissa, funge da collante psicologico. La passacaglia finale, costruita sul basso ostinato delle note del tema, rappresenta il sigillo tragico di un'opera che, a distanza di decenni, continua a interrogare il pubblico sulla natura del male e sulla fragilità del confine tra il mondo dei vivi e le ombre che albergano nei recessi della memoria.
La ricerca di Britten, espressa anche in altre opere come The Rape of Lucretia, si conferma in questo caso come un vertice di raffinatezza compositiva, dove la voce umana e lo strumento diventano un unico corpo capace di tradurre l'indicibile terrore del Giro di vite.