Nestlé: Zuccheri Aggiunti, Doppi Standard e l'Ombra di una Storia Controversa

Nestlé, una delle più tristemente note multinazionali al mondo, si ritrova ancora una volta al centro di uno scandalo, riaccendendo l'attenzione su pratiche commerciali che hanno segnato la sua storia. L'azienda, per decenni oggetto di campagne di boicottaggio, è di nuovo sotto attacco a seguito di una denuncia di Public Eye, un'organizzazione investigativa svizzera, che ha rivelato un preoccupante doppio standard nella commercializzazione di alimenti per l'infanzia. I risultati delle analisi su campioni di prodotti venduti in Africa, Asia e America Latina hanno dimostrato la presenza di dosi importanti di zuccheri aggiunti sotto forma di saccarosio, miele e dolcificanti, una prassi che mette gravemente a rischio la salute dell'infanzia. Questa condotta contrasta nettamente con le politiche adottate nei paesi dell'Unione Europea e nel Regno Unito, dove sono applicate le linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che vietano l'aggiunta di agenti dolcificanti negli alimenti per bambini al di sotto dei tre anni.

Nestlé prodotti per l'infanzia

Questo recente episodio non è un caso isolato, ma si inserisce in una lunga e complessa storia di controversie che hanno accompagnato il gigante alimentare sin dalle sue origini, mettendo in discussione la sua etica e la sua responsabilità sociale a livello globale.

Un Gigante con Radici Profonde e un Mercato Vasto

È difficile per un individuo rendersi conto di quanto in profondità corrano le radici del gigante Nestlé nel mercato mondiale. Ad oggi, solo in Italia, il conglomerato opera con più di venti marchi, tra i quali figurano, oltre alla compagnia di bandiera, realtà quali Sanpellegrino, Purina, Nespresso e Perugina. A livello globale, Nestlé possiede più di duemila marchi, operanti in più di 185 paesi, controllando un mercato che va dal cibo per animali domestici all'acqua in bottiglia. L'azienda, fondata nel 1867 dal farmacista svizzero Henri Nestlé, aveva come prodotto principale proprio il cibo per neonati. Grazie alla ricerca portata avanti dallo stesso proprietario, le sue tecniche furono presto utilizzate per perfezionare il processo di preparazione del cioccolato al latte su scala industriale. Dopo una fusione con la svizzera Anglo-Swiss Condensed Milk Company e il ritiro dalle scene di Nestlé stesso, l'azienda - tuttora operante con il suo nome - iniziò a produrre, tra le altre cose, quel prodotto che avrebbe messo l'intera compagnia al centro dell'attenzione globale decenni più tardi: il latte in polvere per neonati, sostituto inizialmente destinato alle madri che faticavano nel produrre il proprio.

Le due guerre mondiali portarono prima una forte crescita nella produzione dell'azienda, spinta dalla richiesta internazionale di prodotti caseari durante il primo conflitto, seguita però da un'intensa delocalizzazione della produzione durante il secondo conflitto, dovuta dal calo dei profitti nell'Europa provata dalla guerra. Fu negli anni Cinquanta che Nestlé si rese propriamente conto del potenziale profitto davanti a sé, reso tale da un mercato che mai era stato così grande. Quasi ovunque sul globo terraqueo l'inizio del secondo Novecento portò con sé il cosiddetto "baby boom", l'esplosione delle nascite dettata dalla parallela ripresa dell'economia mondiale. Più neonati nascevano, più latte in polvere Nestlé poteva potenzialmente vendere - ma a quale condizione?

Strategie di Marketing Aggressive e le Conseguenze Devastanti

Nestlé decise di operare diversamente, prendendo la decisione consapevole di creare un mercato, un bisogno, lì dove prima non c'era. Se le neomamme ed i loro neonati avessero pensato di non avere bisogno del latte in polvere della ditta svizzera, sarebbe stato cura di Nestlé stessa convincerle del contrario. In tutti i paesi dove i prodotti dell'azienda erano distribuiti, Nestlé cominciò una serie di operazioni di marketing che ad ora vengono ancora considerate tra le più aggressive mai attuate. Tra queste, per esempio, figurava l'abitudine di mandare nei reparti maternità impiegate dell'azienda vestite da infermiere, così da fornire loro un'aura di legittimità offerta con il benestare dell'ospedale stesso, spesso in cambio di azioni di "beneficenza" nei suoi confronti. Tali operatrici si premuravano di convincere le neo-madri dei benefici di scegliere per il proprio pargolo il latte in polvere Nestlé al posto del latte materno. La convenienza e la velocità che un prodotto del genere sembrava fornire a queste donne venivano associate con storie del tutto inventate legate a effetti negativi dell'allattare - spesso fattori estetici, in un'epoca nella quale essi iniziavano ad acquisire importanza a livello sociale. Per concludere il loro operato, le operatrici Nestlé fornivano alla madre un campione da provare, che durava loro per qualche giorno, fino alla fine della permanenza in ospedale.

Propaganda latte in polvere

Per quanto queste tattiche di vendita siano già moralmente aberranti se pensiamo esclusivamente al contesto occidentale, che al tempo attraversava generalmente un periodo di boom economico, esse peggiorano ulteriormente se spostiamo il nostro sguardo ai paesi a reddito minore. Tra questi, Nestlé operava e distribuiva ampiamente nell'Africa subsahariana, in India, nelle Filippine ed in America centrale. Qui, uno dei punti di forza del marketing del brand era l'idea di vendere insieme al prodotto l'illusione di avvicinarsi allo stile di vita delle donne occidentali, viste spesso come modello da seguire. Le condizioni da sostenere per una donna di queste aree se avesse scelto di utilizzare il latte in polvere sarebbero state molto più complesse di quelle delle sue controparti statunitensi o europee. Ad esempio, con un reddito medio più basso sarebbe stato più difficile sostenere la spesa che questo percorso avrebbe richiesto. L'allattamento artificiale, dicono i dati, poteva costare più della metà del reddito familiare, arrivando fino al 47% dello stipendio minimo di un operaio nigeriano.

Inoltre, in molti paesi dell'Africa subsahariana, ad esempio, era molto difficile avere accesso ad acqua pulita o a biberon sterilizzati dai quali nutrire i bambini, portando a rischi altissimi per i neonati. Le madri erano costrette a diluire più del dovuto il latte con conseguente malnutrizione dei piccoli, per non parlare dell’acqua spesso malsana dei pozzi africani, che causava diarrea, disidratazione e morte. Le asserzioni dei boicottatori evidenziavano come il latte artificiale, che non contiene gli anticorpi del latte materno e preparato con acqua contaminata, si trasformasse in un veleno, facilitando la trasmissione di altre malattie e rendendo il compito delle madri estremamente arduo. Spesso le madri finivano per diluirlo o integrarlo con elementi come l'amido di mais nella speranza di farlo durare più a lungo, e portando spesso a danni gravi per i propri figli. In Nigeria, dove prima quasi tutti i neonati venivano allattati al seno, vent'anni dopo solo il 20% lo era, e l'allattamento al seno smise, nel 70% dei casi, all'età di quattro mesi.

L'Allarme Globale: "The Baby Killer"

Nonostante tutto questo, Nestlé continuò senza scrupoli la propria campagna per anni prima che qualcuno denunciasse la situazione, mentre migliaia di bambini del cosiddetto "Terzo Mondo" cadevano affetti da malnutrizione a causa dell'impossibilità da parte della loro famiglia di sostenere la spesa del latte in polvere. La prima campana a suonare contro Nestlé fu l'articolo pubblicato nella rivista "New Internationalist" nel 1973, seguito un anno dopo da un opuscolo pubblicato dall'organizzazione non governativa britannica "War On Want", intitolato saggiamente "The Baby Killer" ("L'assassino di neonati"). Qui vennero per la prima volta elencate le deplorevoli tecniche di marketing dell'azienda, portate all'attenzione del pubblico assieme alle loro conseguenze. Lo scritto, composto dall'attivista Mike Muller dopo una visita alla sede centrale dell'azienda in Svizzera, mirava a una diffusione il più ampia possibile, rendendo la questione il più semplice possibile: il mercato del latte in formula Nestlé nei paesi del Terzo Mondo non era altro se non l'ennesima forma di sfruttamento che metteva a repentaglio le vite di coloro che raggiungeva.

L'opuscolo fu tradotto in molteplici lingue - la traduzione più nota rimane quella in tedesco, la prima a menzionare direttamente nel proprio titolo l'azienda svizzera. Questa specifica edizione, pubblicata dall'ONG tedesca "Gruppo d'Azione per il Terzo Mondo" (Arbeitsgruppe Dritte Weit, AgDW), fu provocatoriamente intitolata "Nestlé uccide i neonati" (Nestlé tötet babies) - suscitando la collera del gigante svizzero. Nonostante la vittoria, Nestlé ed altre aziende minori (soprattutto americane) che svolgevano la stessa funzione finirono sotto i riflettori del mondo occidentale. In risposta ai fatti venuti alla luce, venne lanciato nel 1977 un boicottaggio internazionale nei confronti di Nestlé in particolare, perché portassero a termine la loro "indiscriminata tecnica di vendita". Il boicottaggio non era finalizzato alla completa cessazione di uso di questi prodotti, quanto alla sensibilizzazione riguardo alla persistenza delle strutture coloniali nel Sud globale anche dopo l'inizio del cosiddetto processo di decolonizzazione.

La Risposta della Comunità Internazionale: Il Codice OMS/UNICEF

Le morti infantili da malnutrizione venivano ricollegate direttamente ai prodotti di Nestlé e delle altre più piccole aziende occidentali di latte in polvere, portando a una chiamata internazionale alla regolamentazione che coinvolse prima il Senato statunitense, nel 1978, per poi culminare nel 1979 con la presa d'azione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell'UNICEF per la creazione di un codice internazionale che fornisse delle linee guida per la nutrizione di neonati e bambini. Dall'incontro sul tema nacque nel 1981 il Codice Internazionale dei Sostituti del Latte Materno, promosso da entrambe le organizzazioni e ratificato da tutti i paesi membri dell'OMS - tranne gli Stati Uniti, che per motivi di lobbying procedettero con la ratifica soltanto durante la Presidenza Clinton, quattordici anni dopo.

Le interviste di Sestarete - "I benefici del latte materno come fattore di sviluppo", prof. BERTINO

Il Codice Internazionale dei Sostituti del Latte Materno è un documento fondamentale che mira a proteggere e promuovere l'allattamento al seno, garantendo che i sostituti del latte materno siano commercializzati in modo appropriato. Tra le indicazioni chiave, i governi si impegnavano a diffondere informazioni accurate riguardanti l'allattamento materno, mentre le aziende con business nel settore accettavano di mettere da parte le tecniche di marketing ingannevoli usate fino a quel punto per promuovere maggiore trasparenza. Il Codice proibisce la pubblicità di prodotti a cui si applica, l'invio di campioni gratuiti o a basso prezzo a madri, e stabilisce che i professionisti della salute non debbano promuovere il latte artificiale. Afferma inoltre che il latte materno è l'alimento migliore per i neonati e che, per i primi sei mesi di vita, i bambini dovrebbero essere nutriti esclusivamente al seno. L'UNICEF e l'OMS chiesero la fine delle distribuzioni gratuite di sostituti del latte materno negli ospedali in tutti i paesi entro il 1992.

Nonostante l'adozione del Codice, Nestlé non è mai riuscita a sostenere con prove efficaci il suo sostegno alle regole imposte in ambito internazionale. Numerosi report sono invece stati presentati alle autorità della Comunità Internazionale sulle mancanze dell'azienda, riferiti per la maggior parte ad eventi posteriori al 1984. Secondo monitoraggi effettuati in 31 paesi tra gennaio e settembre nel 1997, tre quarti delle violazioni del Codice sono avvenute in Africa, Asia e America Latina. Il problema delle distribuzioni gratuite, ad esempio, rimane una questione aperta, con l'OMS che in un momento successivo si è espressa affermando che tali distribuzioni non dovrebbero essere consentite negli ospedali. In India, nel 1984, Nestlé fu persino sotto accusa per aver infranto la Legge Indiana sul Cibo per Bambini a causa delle etichette sulle confezioni di latte in polvere.

Zuccheri Aggiunti e Doppi Standard: Una Pratica Che Persiste

La recente indagine di Public Eye e IBFAN ha riportato alla luce una "malpractice" che continua nonostante gli impegni e le regolamentazioni internazionali. L'analisi di quasi 150 prodotti per bambini del marchio agroalimentare elvetico ha rivelato che il 70% dei campioni analizzati presentava zuccheri aggiunti. Questo avviene in un segmento di mercato dove Nestlé controlla il 20% del mercato globale, con vendite per 2,5 miliardi di dollari. L'inchiesta evidenzia che "in India, Paese nel quale le vendite hanno superato i 250 milioni di dollari, tutti i cereali per bambini Cerelac contengono zuccheri aggiunti, in media a quasi 3 grammi per porzione". In Etiopia sono stati scoperti 5,2 grammi di zuccheri aggiunti per ogni porzione, 6 in Senegal, in Nigeria addirittura 6,8. La quantità più elevata (ben 7,3 grammi) è stata riscontrata nelle Filippine. Lo stesso dicasi per Nido, latte in polvere, anche se in misura minore.

Questo scenario fa sorridere, molto amaramente, se si tiene conto che Cerelac e Nido sono i due prodotti di punta della campagna condotta da Nestlé per promuovere una vita più sana tra i bambini. Ma a quanto pare, si fa riferimento soltanto ai bambini occidentali, per i quali i prodotti vengono venduti in modo effettivamente aderenti agli standard dell'OMS. Al contrario, prosegue l'inchiesta, "nei principali mercati europei gli stessi prodotti sono venduti senza zuccheri aggiunti". Questo è l'ennesimo doppio standard rispetto ai paesi, per esempio, dell'Unione Europea e al Regno Unito.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (così come secondo il buon senso) assumere zuccheri in quantità eccessive può generare delle preferenze deleterie nelle scelte future dei cibi, con il rischio, appunto, di sviluppare problemi di salute anche gravi. D'altra parte, è la stessa Nestlé a raccomandare pubblicamente di evitare alimenti con zuccheri aggiunti per i più piccoli. Nella versione italiana del sito, la multinazionale spiega: "Proponiamo una vasta gamma di alimenti e bevande per l’infanzia in tutto il mondo e garantire che questi prodotti siano sani e gustosi è per noi una sfida impegnativa."

Zuccheri aggiunti nei prodotti Nestlé

Ma non è tutto: secondo Public Eye e IBFAN, Nestlé utilizzerebbe anche "strategie di marketing ingannevoli, ricorrendo a professionisti della salute o a influencer per infondere fiducia nei genitori rispetto a prodotti che però sono molto zuccherati". Inoltre, l'azienda "evidenzia l'apporto di vitamine, minerali e altri nutrienti contenuti nei prodotti, ma non è trasparente quando si tratta appunto di zuccheri". Il rapporto è stato pubblicato alla metà di aprile. Una decina di giorni più tardi Nestlé ha risposto rispedendo al mittente tutte le accuse: "Applichiamo gli stessi principi ovunque," ha spiegato la multinazionale. Per la quale "tutti i nostri alimenti per l’infanzia sono equilibrati e seguono le linee guida e raccomandazioni scientifiche". Il che, ammesso che sia vero, non è in ogni caso in linea con quanto raccomandato dall'OMS in merito agli zuccheri aggiunti per i bambini sotto i tre anni. Questo dimostra che una simile malpractice continua.

Le Vittime e l'Eredità Coloniale

Lo scandalo Nestlé sul latte in polvere è considerato un caso di studio esemplare per comprendere i rischi di un marketing irresponsabile in contesti fragili. Il risultato? Secondo studi universitari e rapporti internazionali, milioni di bambini hanno rischiato e perso la vita a causa di infezioni e malnutrizione. Uno studio portato avanti dalla ONG americana National Bureau of Economic Research nel 2011 calcolò una stima delle vittime neonate la cui morte possa essere ricollegata al latte in polvere dell'azienda svizzera dal 1960 - il picco del boom delle nascite - al 2015: la cifra eccede i 10 milioni, per la maggior parte causati dalle pessime condizioni igieniche e dall'acqua contaminata dei paesi del Sud globale ai quali Nestlé mirava per accrescere i propri profitti. Nestlé ha sempre respinto le accuse di responsabilità diretta.

La riflessione che emerge dalla storia di quest'azienda e dei suoi crimini, così come dalla sua persistente impunità, riguarda Nestlé stessa così come riguarda la persistenza delle strutture coloniali nella nostra realtà, nonostante essa voglia disperatamente farci credere che tutto ciò sia stato lasciato al secolo scorso. Le pratiche di marketing aggressivo e la commercializzazione di prodotti con doppi standard nei paesi in via di sviluppo vengono viste come una continuazione dello sfruttamento, dove le popolazioni più vulnerabili vengono private del proprio potere decisionale e costrette in una dipendenza economica e sanitaria.

Mappa dell'Africa e zone di influenza Nestlé

Un'altra questione complessa è quella dell'AIDS. Sebbene la ricerca moderna abbia dimostrato che si possa contrarre l'AIDS anche dal latte materno, è altresì vero che il rischio è limitato a pochi casi, e la malattia non si contrae alla prima poppata. D'altra parte, il latte artificiale, specialmente se preparato con acqua non sterile, facilita la trasmissione di altre malattie. La strategia dei boicottatori si concentra sulla promozione e protezione dell'allattamento al seno come norma generale, riconosciuta superiore salvo in casi eccezionali o laddove vi sia un rischio documentato e un supporto adeguato per l'alternativa.

Il Boicottaggio Come Strumento di Pressione

Il boicottaggio, un'azione di astensione dall'acquisto di prodotti o servizi di un'azienda come forma di protesta, ha radici storiche importanti, come quando le persone smettevano di comprare merci prodotte da schiavi. Il boicottaggio internazionale contro Nestlé, iniziato nel 1977, ha rappresentato un momento cruciale. Sebbene non fosse finalizzato alla completa cessazione dell'uso dei prodotti Nestlé, mirava a sensibilizzare riguardo alla persistenza delle strutture coloniali nel Sud globale. Il boicottaggio ha costretto Nestlé a sedersi al tavolo delle trattative e, sebbene con riluttanza, ad accettare alcune raccomandazioni del Codice OMS/UNICEF. La campagna è stata interrotta nel 1984 dopo che Nestlé promise di rispettare il Codice, ma è stata riattivata in seguito a continue violazioni documentate.

Il potere dei boicottatori, benché spesso inizialmente modesto, può far vacillare questi imperi, un compito difficile ma non impossibile. Il boicottaggio è un potente strumento di pressione, un'espressione di indignazione che può convincere le multinazionali del settore a comportarsi bene. Il boicottaggio silenzioso e impreciso, ovvero l'astensione dall'acquisto senza una consapevolezza diffusa, non avrebbe la stessa efficacia. Per questo c'è bisogno dell'impegno di tutti, attraverso campagne come la Campagna Internazionale di Boicottaggio Nestlé (IBFAN), che continua a monitorare le aziende e a denunciare le violazioni.

Recenti Scandali e la "Maledizione del Natale"

La storia di Nestlé è costellata da molteplici scandali che vanno oltre la questione del latte in polvere. Non c'è pace per Nestlé, dopo il "watergate" delle bottiglie di acqua minerale naturale trattata in realtà da filtri e lo scandalo sentimentale che ha portato al licenziamento di un alto dirigente, che a cascata ha travolto anche il presidente. Più recentemente, il colosso alimentare svizzero ha dovuto ritirare dagli scaffali alcune marche di latte per l'infanzia, tra cui Beba, Sma e Nan, a causa di una possibile contaminazione con la cereulide, una tossina che causa nausea e vomito.

Nestlé, nell'annunciare di aver ritirato precauzionalmente lotti di alimenti per neonati in diversi paesi europei (tra cui Germania, Italia, Austria, Spagna, Danimarca, Svezia e Finlandia), ha precisato che si tratterebbe di una partita di latte per neonati che rappresenta "significativamente meno dello 0,5% del fatturato" consolidato. Tuttavia, il mercato è scattato sugli attenti perché il colosso elvetico aveva già avviato un "ritiro silenzioso" di questi prodotti dagli scaffali durante le festività natalizie, ma solo dopo alcune settimane è arrivato il richiamo pubblico. Questi episodi, spesso a ridosso del periodo natalizio, hanno persino fatto parlare di una "maledizione del Natale" per il gigante.

Ritiro prodotti Nestlé

Gli analisti di Barclays stimano che una fetta dei ricavi consolidati del gruppo - tra lo 0,8 e l'1,5% - potrebbe essere colpita da un nuovo rischio reputazionale, che potrebbe costare al colosso elvetico fino a 1,2 miliardi di franchi (1,29 miliardi di euro) di danni. La domanda che ora si fanno gli analisti non è quanta parte degli utili del gruppo sarà intaccata da uno dei più grandi richiami dagli scaffali, ma come sia possibile che episodi come quello del latte contaminato o l'acqua in bottiglia trattata con filtri continuino a ripetersi nonostante i continui controlli, e come la società potrà recuperare dopo l'ennesimo scandalo la fiducia dei consumatori nonché quella degli investitori. David Hayes, analista di Jefferies, si chiede: "Nestlé è semplicemente troppo grande? Esiste un limite fisico a quanto un'organizzazione possa controllare ciò che accade al suo interno?".

Peraltro, la gestione di questi problemi reputazionali si inserisce in un contesto di pesante ristrutturazione, che significa sia ridurre i costi di un miliardo di franchi entro il 2027 (una manovra che porterà all'esubero di 16mila dipendenti in due anni), sia tagliare i debiti, costringendo l'azienda a vendere alcuni gioielli, tra cui Nestlé Waters, la divisione di acque minerali che controlla le italiane San Pellegrino e Acqua Panna.

Responsabilità e Potere del Consumatore

La storia di Nestlé dimostra un ciclo ricorrente di pratiche discutibili, denuncia, indignazione pubblica e successivi impegni a migliorare, spesso seguiti da nuove violazioni. L'azienda ha la capacità di influenzare governi e sistemi sanitari, e spesso l'influsso dei paesi industrializzati viene percepito come un segno di progresso e di salute a priori, spingendo le donne incinte a comprare il prodotto commercializzato. Questo meccanismo di influenza si estende fino agli ospedali, dove in alcune strutture si è arrivati al punto che tutti i bambini nati siano allattati con il biberon.

È importante riconoscere che la dipendenza dal nostro comportamento di consumatori conferisce un potere decisionale. Dobbiamo rivalutare il potere che abbiamo tra le mani per sostenere le forme produttive corrette mentre ostacoliamo le altre. Le nostre scelte, per quanto piccole possano sembrare, sono strumenti di intervento. La tentazione è il pessimismo, l'idea che la questione sia troppo vasta per essere gestita dal basso. Ma la storia del boicottaggio Nestlé, e di altri simili, dimostra che è possibile un cambiamento, spinto dall'impegno di tutti per mettere pressione e chiedere trasparenza e responsabilità. Il consumatore ha un potere che è forse il più democratico che possa esserci, la capacità di premiare e di sanzionare, di fronte agli abusi che avvengono sotto il nostro naso.

Il logo Nestlé con il nido

Il motto "Good food, good life", ovvero "mangiare bene per vivere bene", scritto a grandi lettere proprio sotto il simbolo - un nido con gli uccellini che aspettano il cibo dalla mamma - rappresenta un'immagine pulita, un richiamo alle "cose buone di sempre". Tuttavia, il contrasto tra questa immagine idilliaca e le continue controversie solleva interrogativi fondamentali sull'etica di un gigante globale, sulla responsabilità nei confronti dei più vulnerabili e sulla persistente sfida di bilanciare profitto e benessere collettivo in un mondo interconnesso. Questo ci spinge a essere sempre aggiornati sugli sviluppi della campagna e a mantenere alta l'attenzione.

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