«Il nostro bambino è inappetente». È una frase che si sente pronunciare spesso negli ambulatori pediatrici dai genitori preoccupati che il loro piccolo non mangi a sufficienza. Si teme che il bambino non si alimenti a sufficienza e si prova una sgradevole sensazione di inadeguatezza. Come bisogna comportarsi in questi casi? Perché il neonato non vuole mangiare? Cerchiamo di capire innanzitutto cos’è l’inappetenza. I sintomi dell’inappetenza nel bambino sono facili da riconoscere: il piccolo mangia pochissimo, non fa pasti completi bensì tanti piccoli spuntini durante la giornata. Non sempre, però, l’inappetenza deve essere fonte di preoccupazione.

Le cause dell'inappetenza nel bambino
Quali sono le cause dell’inappetenza nel bambino? Infiammazione del cavo orale. Dal semplice mal di gola alle fastidiose afte. Diarrea e virus intestinali. Sono tra le principali cause di inappetenza, soprattutto nei bambini che frequentano nidi e asili. Queste situazioni sono di breve durata, e nel mentre il bambino può continuare la sua normale alimentazione (la famosa “dieta in bianco” è completamente inutile!). Allergie. Le allergie alle proteine del latte vaccino e all’uovo sono le prime a manifestarsi nei soggetti predisposti (già quando inizia lo svezzamento). Tra i sintomi evidenti troviamo uno stato di malessere generale che può portare, appunto, anche a fasi di inappetenza.
Comparsa dei primi denti. Questo processo può causare delle brevi fasi di inappetenza che vanno da un paio di giorni a massimo di dieci. I bambini al di sotto dei 12 mesi sono spesso alle prese con dentini che spuntano, e in quei momenti possono alternarsi, anche in modo ravvicinato, inappetenza, irritabilità e un po’ di insonnia. Nascita di un fratellino, inserimento al nido, trasloco o ritorno della mamma al lavoro. Sono cause che hanno a che fare con la sfera psicologica e relazionale. Gli episodi di inappetenza dovuti alle cause sopra elencate, solitamente, sono di breve durata e non devono far preoccupare i genitori.
Comprendere il rifiuto del neonato: allattamento e routine
Il primo passo per superare le resistenze del bambino all’allattamento al seno o con formula artificiale è cercare di comprendere le ragioni del suo rifiuto. Imparare a conoscere i ritmi e i segnali del bambino è senz’altro d’aiuto. Congestione nasale: un raffreddore può complicare l’allattamento, sia al seno che al biberon. Problemi legati all’allattamento: un attacco non corretto al seno o l’uso non adeguato del biberon può impedire al neonato di nutrirsi efficacemente e metterlo in agitazione. Transizione dal seno al biberon: il passaggio dal latte materno a quello in formula può creare difficoltà al neonato, inducendolo a rifiutare il biberon. Cambiamenti nella routine: avere abitudini costanti è rassicurante per un neonato.
Ambiente poco idoneo, che disturba il bambino: un aspetto da non sottovalutare è dove far mangiare il neonato. Cambiamenti nella routine di allattamento: se il neonato ha iniziato a dormire tutta la notte e la mamma ha interrotto dunque le poppate notturne, il seno può riempirsi eccessivamente, impedendo l’attacco del bambino. In questi casi è utile spremere manualmente del latte per ammorbidire l’areola del capezzolo, facilitando così l’attacco. Assunzione di cibi piccanti o molto speziati: il gusto del latte è influenzato da ciò che la mamma mangia, in particolare i cibi speziati e piccanti lasciano un particolare sapore.
LO SVEZZAMENTO. Come preparare le prime pappe
Il delicato percorso dello svezzamento
Il rifiuto dello svezzamento. Un “no” silenzioso da interpretare. Vostro figlio ha ormai raggiunto l’età in cui si passa dal latte materno alla pappa. Dopo averne parlato con il pediatra, avete deciso di introdurre i primi cibi solidi nella sua alimentazione, facendogli assaggiare qualcosa: una crema di riso, una vellutata di carote, un cucchiaino di mela grattugiata… Lo svezzamento è una transizione importante, quindi vi siete attrezzati per affrontarlo al meglio. Avete comprato un seggiolone comodo, piatti e posate coordinate, con gli animaletti che tanto piacciono al vostro bambino. E poi un bel cucchiaio in silicone, morbido, colorato, pensato apposta per rendere la sua prima esperienza con le pappe piacevole e giocosa.
Poi è arrivato quel momento… e vi siete trovati spiazzati dalla sua reazione. Vostro figlio vi ha guardato interrogativo mentre gli avvicinavate il cucchiaio pieno. Al primo tentativo, ha serrato forte le labbra. Poi, ha girato la testa, scuotendo le mani. Lo svezzamento non è solo un passaggio alimentare. È un momento simbolico e relazionale potentissimo. Fino a qui, infatti, vostro figlio è stato allattato al seno - o nutrito con il biberon - in un contesto fatto di intimità, calore, sguardi ravvicinati, contatto fisico. Attraverso il cibo che gli stavate offrendo, stavate costruendo una relazione. Per questo motivo, il passaggio alla pappa non è mai solo una questione di cibo. Siamo di fronte al primo distacco, l’inizio di un cammino verso l’autonomia.
Per questo, pur essendo una transizione naturale, per alcuni bambini lo svezzamento può essere più difficile e richiedere tempo e pazienza. Si tratta di un piccolo strappo, a volte doloroso per il piccolo, che potrebbe associarlo a un distacco dalla mamma. Dobbiamo quindi comprendere che il rifiuto dello svezzamento non è un capriccio. Il bambino non mangia non perché sia viziato o perché ha un carattere difficile. Attraverso il rifiuto dei cibi solidi, forse, vi sta dicendo non si sente ancora pronto per questo salto. "Ho bisogno di più tempo per capire, per fidarmi, per lasciarmi andare".

Strategie per favorire un'alimentazione serena
L’insistenza genera resistenza. In poche parole, più l’adulto insiste, più il bambino dirà di no. L’atmosfera a tavola deve essere distesa e tranquilla, non serve alzare la voce o sgridare il piccolo che non mangia. La convivialità durante i pasti è fondamentale. Solo mangiando insieme all’adulto il bambino avrà la possibilità di apprendere regole, comportamenti e modi di fare tipici della famiglia. Evitare frasi che possono confondere il bambino. «Se finisci tutto il pasto, avrai la cioccolata!»; «Se non mangi tutto, la nonna non ti vuole più bene»; «Coraggio, un boccone per la mamma e uno per il papà». Sono affermazioni che rischiano di confondere il piccolo e di far diventare il momento del pasto un terreno di lotta.
Non servire ai piccoli il cibo già tagliato, sminuzzato o tritato. In questo modo si rovina l’estetica e si corre il rischio di far sembrare tutto uguale. Non giudicare il bambino, soprattutto davanti agli altri. Etichettarlo come “inappetente” rischia di far avvertire al piccolo che questo suo comportamento è “sbagliato”, e il giudizio dei genitori potrebbe creare in lui un senso di colpa. Non esistono prodotti per aumentare l’appetito del bambino. Ricordiamoci che lo stomaco di un bambino è grande all’incirca quanto il suo pugno chiuso. Dunque, in termini di quantità, ciò che a noi adulti sembra “poco” sarà più che sufficiente per lui.
Il compito dei genitori è preoccuparsi della qualità del cibo piuttosto che della quantità. Sarà quindi importante proporre porzioni piccole e rendere il menù equilibrato. Al momento del pasto principale può essere utile dare al bambino la possibilità di servirsi autonomamente dal piatto di portata, invitandolo a prendere solo ciò che pensa di mangiare. Anche il bambino che mangia poco dovrebbe essere esposto a una moltitudine di sapori, odori, gusti e pietanze. Di solito, se il bambino è molto piccolo e non è ancora in grado di parlare correttamente, i genitori sono portati a preoccuparsi di più, in particolare quando notano che i loro interventi a tavola non solo non migliorano la situazione, ma sembrano peggiorarla.
Affrontare la neofobia e le fasi di crescita
Verso i 18-24 mesi il bambino incomincia ad affermare la propria personalità. Se si rende conto che i suoi "no" ti pesano, non si priverà del gusto di toccare questo tasto sensibile. Solo per farti capire che ormai è capace di opporsi alla tua ”autorità”. È l'inizio della classica "fase del no", che è assolutamente normale nello sviluppo psicologico del tuo bambino. Inoltre, in questo periodo di passaggio è comprensibile che il piccolo abbia altri desideri piuttosto che quello di sedersi a tavola. Ci sono talmente tante cose da scoprire, spazi da esplorare, giochi da provare! Questa fase è normale nei bambini e, come dice il suo nome “neofobia alimentare”, li spinge a rifiutare qualsiasi nuovo alimento, a causa della diffidenza e della paura di ciò che non conoscono.
L'appetito fluttua da un giorno all'altro: un po' di stanchezza, i dentini che spuntano ed ecco che l'appetito del tuo bambino diminuisce! Non temere, lui si alimenta secondo le sue necessità, senza mettere in pericolo il suo sviluppo se la curva di crescita e il peso progrediscono regolarmente. Altra possibilità: al piccolo potrebbe davvero non piacere l'alimento che gli stai facendo assaggiare, come magari può capitare anche a te. Dopo diversi rifiuti si può prendere in considerazione il fatto che i suoi gusti personali lo spingano a detestare questo alimento… Ma non è grave, il suo equilibrio alimentare non subirà scompensi.

Per non distrarre il tuo piccolo "schizzinoso", spegni la televisione durante i pasti ed elimina i giocattoli a portata di mano. Insegnagli a concentrarsi piuttosto sui colori, le consistenze e i sapori del pasto. Invece che proporgli un piatto colmo che può scoraggiare in anticipo i piccoli dall'appetito di un uccellino, fai in modo che i pasti siano composti da piccole porzioni di cibo e cura anche la presentazione: un piatto simpatico, un cucchiaino adatto e colorato… L’intervento del pediatra in questo caso è fondamentale. Solo in questo modo sarà possibile uscire da quel circolo vizioso fatto di sensi di colpa, ansie e preoccupazioni. Le abitudini alimentari e i valori si insegnano, piuttosto, con il buon esempio. Ricordate che i bambini mangiano perché rispondono a un bisogno vitale, e ogni bambino viene al mondo con una naturale competenza a riconoscere e gestire la sua stessa fame e sazietà.