La Nascita e l'Evoluzione della Repubblica Romana: Dalla Monarchia al Dominio del Mediterraneo

La Repubblica Romana, in latino nota come Res Publica Romana o Res publica Populi Romani, fu il sistema di governo della città di Roma nel periodo compreso tra il 509 a.C. e il 27 a.C., sebbene alcune interpretazioni la estendano fino al 31 a.C., data della battaglia di Azio. Questo periodo segnò una fase lunga, complessa e decisiva della storia romana: costituì un momento di enormi trasformazioni per Roma, che da piccola città-stato quale era alla fine del VI secolo a.C. divenne la potenza egemone del Mediterraneo e poi di tutta l’Europa occidentale, dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente. La sua nascita avvenne a seguito di contrasti interni che portarono alla fine della supremazia della componente etrusca sulla città e al parallelo decadere delle istituzioni monarchiche, mentre la sua fine viene convenzionalmente fatta coincidere, circa mezzo millennio dopo, con la conclusione di un lungo periodo di guerre civili che segnò de facto (sebbene formalmente non avvenne in forma istituzionale) la fine della forma di governo repubblicana, a favore di quella del Principato.

La Caduta della Monarchia e l'Alba della Repubblica

La transizione dalla monarchia alla repubblica è un momento fondante, permeato da vicende che mescolano storia e leggenda. Intorno al 500 a.C., Roma si diede una nuova costituzione, ma la fine della monarchia a Roma viene messa in relazione, dalle fonti antiche, con eventi specifici. Si racconta che mentre Tarquinio il Superbo stava assediando la città dei Rutuli di Ardea, il figlio Sesto Tarquinio avrebbe perpetrato violenza sessuale ai danni di Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. Lucrezia, per l’onta subita, si sarebbe suicidata, non prima, però, di aver fatto conoscere i motivi del suo gesto al padre e al marito, assenti in quel momento da Roma perché coinvolti nell’assedio di Ardea.

La violenza commessa da Sesto sarebbe stata l’ultimo di una serie di atti assai gravi attribuibili direttamente o indirettamente al settimo re della tradizione. L’ultimo dei Tarquini, infatti, sarebbe salito al soglio regio senza l’iniziale approvazione del senato, senza l’acclamazione dei comizi e con gravi sospetti di coinvolgimento nell’assassinio del suo predecessore Servio Tullio. La sua gestione del potere avrebbe palesato, poi, tutti gli aspetti della tirannide, evidenziando disprezzo nei confronti dei senatori e del popolo, e assenza di rispetto delle leggi e delle istituzioni cittadine.

Sesto Tarquinio e Lucrezia

Il marito Lucio Tarquinio Collatino, il padre Spurio Lucrezio Tricipitino e l'amico Lucio Giunio Bruto (anch'egli imparentato con i Tarquini), convinsero i Romani a ribellarsi e a rovesciare la monarchia nel 509 a.C., abbandonando il re e chiudendogli in faccia le porte della città. La famiglia di Lucrezia guidò, quindi, la rivolta che costrinse alla fuga i Tarquini, i quali dovettero così abbandonare Roma per rifugiarsi in Etruria. La leggenda narra che il sovrano esule si rivolse prima agli Etruschi di Veio e Tarquinia, poi a quelli di Chiusi, governati dal lucumone Porsenna, in entrambi i casi per chiedere un sostegno militare esterno e poter così rientrare a Roma. Difficilmente potremo mai sapere se i fatti sono andati esattamente come le fonti ce li raccontano. Quello che possiamo dire con buona certezza è, invece, che intorno al 500 a.C. si verificò la fine della monarchia.

La cacciata degli Etruschi fu favorita dal fatto che la potenza etrusca era ormai in pieno declino nell'Italia meridionale. Pochi anni prima, nel 524 a.C., gli Etruschi erano stati battuti presso Cuma dalle forze greche poste sotto il comando dello stratega Aristodemo, segnando la fine del loro espansionismo e l'inizio del crollo della signoria etrusca a sud del Tevere. Ciò condusse le genti latine a ribellarsi, come dimostra la successiva battaglia di Aricia, nella quale i Latini, soccorsi da Aristodemo, ottennero una decisiva vittoria per la loro indipendenza, sconfiggendo le forze etrusche poste sotto il comando del figlio di Porsenna, Arunte. Un'altra componente che favorì la cacciata da Roma degli Etruschi fu l'alleanza con i Sabini. Questi ultimi, scendendo dai monti verso il Latium vetus, andarono ad insidiare il fianco etrusco. Questa collaborazione latino-sabina è confermata, non solo in base a quanto riferito da Livio (secondo il quale Attius Clausus con la gens Claudia ed i suoi clientes vennero ammessi nel territorio romano), ma anche dal fatto che Appio Erdonio (di chiara origine sabina) si impadronì del Campidoglio nel 460 a.C.

Storia di Roma - Ep.5 - Fine della monarchia e nascita della repubblica (535 - 496 a.c.)

I primi anni della Repubblica furono incerti per la confusa situazione politica della Urbe. Vi erano partitari della Monarchia, della Repubblica, di Porsenna e della Lega Latina. Il trattato di pace conseguente alla vittoria contro Porsenna, stilato dal console Spurio Cassio (il cosiddetto Foedus Cassianum), obbligherà le parti - cioè la sola Roma da un lato, tutto il resto delle città latine dall'altro - a mantenere la pace, a prestarsi aiuto reciproco e a dividere a metà eventuali bottini di guerra. Il Foedus Cassianum stabilisce tra Roma e i Latini dei diritti molto precisi: il ius conubii, cioè il diritto che permetteva ai membri delle comunità che ne godevano di contrarre giuste nozze tra di loro, tramite le quali si garantiva ai figli la legittima discendenza nella linea paterna; il ius commercii, cioè il diritto di comprare e vendere ogni tipologia di merci e di realizzare ogni forma di contratto; il ius migrationis, che consentiva ai beneficiari di ottenere la cittadinanza in qualunque delle comunità inserite nell’accordo semplicemente risiedendovi stabilmente. Un nuovo equilibrio fu stabilito con il Foedus Cassianum (la data è incerta, ma non successiva al 493 a.C.), un trattato di pace stipulato tra Romani e Latini, che rimase in vigore fino al 338 a.C., conseguenza dello scontro tra le due parti, conclusosi con la Battaglia del Lago Regillo, di fatto l'ultimo tentativo di Tarquinio il Superbo (e quindi della componente etrusca che a lui faceva riferimento) di rientrare nell'Urbe. Sebbene i Romani prevalsero sul campo, con il trattato Roma riconosceva alle città latine la loro autonomia ma si riservava il Supremo Comando in caso di guerra.

In qualche modo, la difesa del nuovo ordine della Repubblica, da quello appena rovesciato della monarchia, fu un movimento storico che a Roma assunse caratteri di psicosi collettiva, considerando che lo stesso Publio Valerio (il futuro Publicola, ovvero amico del popolo), dovette difendersi dall'accusa di voler farsi re, costretto poi ad abbattere la dimora che stava costruendo in cima al Velia e promulgando una legge che permetteva a tutti i cittadini romani di uccidere chiunque avesse tentato di farsi re. Fino alla fine della Repubblica, l'accusa di volersi dichiarare re rimase una delle più gravi accuse a cui poteva incorrere un personaggio potente (ancora nel 44 a.C. si accusò Giulio Cesare di volersi fare re).

Mappa del Lazio Antico e popoli confinanti

Le Nuove Istituzioni Repubblicane: Consoli, Senato e Assemblee Popolari

Con la fine della monarchia, i poteri del re vennero divisi tra più persone e, in particolare, tra due consoli eletti ogni anno dal popolo. Se le funzioni religiose del re diventano, in età repubblicana, per lo più retaggio del rex sacrorum, il potere politico del monarca viene inizialmente condiviso da due magistrati detti consoli (il cui nome, in origine, era forse praetores). I primi Consoli assunsero il ruolo del re con l'eccezione dell'alto sacerdozio nell'adorazione di Iuppiter Optimus Maximus nel grande tempio sul colle Capitolino. Per quel compito i Romani elessero un Rex sacrorum o "Re delle cose sacre".

Il consolato romano prevedeva che i due cittadini che lo ricoprivano avessero eguali poteri, in modo tale che l’uno potesse porre il veto all’azione dell’altro quando questa apparisse tirannica o contraria alle leggi e ai costumi vigenti. I consoli, poi, mantenevano normalmente il loro incarico per un solo anno e, a quanto ne sappiamo, almeno dalla fine del IV secolo a.C., dovevano trascorrere diversi anni perché un ex console potesse candidarsi per un secondo mandato. I consoli, diversamente dal re, non erano scelti dai senatori e, poi, solo formalmente eletti dal popolo, ma erano votati dai comizi centuriati. Per questo motivo, i candidati consoli, un po’ come i politici moderni, andavano a procacciarsi consensi tra i cittadini (e specialmente quelli delle prime classi) cercando di convincere quante più centurie possibile a votarli.

Organigramma delle magistrature repubblicane romane

Era verosimile che nei primi tempi della repubblica i consoli si occupassero anche dei processi civili, i quali diventeranno compito specifico di un magistrato (anch’esso eletto dai comizi centuriati), cioè il pretore, creato dal 367 a.C. Un altro compito che spettava inizialmente ai consoli era quello di redigere il census dei cittadini, posizionando i Romani maschi e adulti nelle diverse classi e centurie. Anche sotto questo aspetto il potere consolare venne ridotto (dal 443 a.C., secondo la tradizione) con la creazione dei censori, due magistrati eletti dai comizi centuriati ogni cinque anni che avevano 18 mesi di tempo per realizzare il census. Ai censori spettava anche, con la legge Ovinia (fine del IV secolo a.C.), il compito di stilare la lista dei senatori, per essere inseriti nella quale era indispensabile sottoporsi a un’analisi dei costumi particolarmente rigida e severa. Chi, tra i senatori, mostrava una condotta morale non irreprensibile, e dunque indice di una bassa dignitas, era vittima di una nota censoria e immediatamente espulso dal senato stesso.

Ai consoli spettavano anche due funzioni elettive, cioè la nomina dei questori e del dittatore. Insigniti in età regia probabilmente di un compito di tipo giudiziario, i questori divennero, in età repubblicana, gli addetti alle finanze romane, incaricati della gestione del tesoro dello stato che aveva sede nel tempio di Saturno nel Foro, inaugurato secondo la tradizione intorno al 500 a.C. Inizialmente due, poi quattro, già nel corso del V secolo a.C. i questori non saranno più scelti dai consoli ma votati da un’altra assemblea popolare di cui non conosciamo le origini tanto bene quanto quelle dei comizi centuriati, cioè i comizi tributi.

Il dittatore era, invece, un magistrato straordinario che non veniva designato necessariamente e a scadenze precise. Egli veniva creato dai consoli dietro indicazione del senato in circostanze particolarmente difficili per lo stato, in concomitanza con guerre drammatiche o con complicate crisi sociali. Questa carica per la prima volta fu attribuita nel 501 a.C. a Tito Larcio, in previsione di una futura guerra contro una lega di città latine.

Il Senato, già presente nell'età della monarchia, costituiva il terzo fondamento politico della repubblica. Originariamente di 100 persone, e di rango patrizio, Tarquinio Prisco ne avrebbe incrementato il numero a 300 unità, inserendo alcuni membri delle cosiddette minores gentes, che, a quanto sembra, potevano anche appartenere alla plebe. Nell’età regia e ancora all’alba dell’età repubblicana il senato appariva sostanzialmente come un organo consultivo dei massimi magistrati, in buona parte composto da persone a loro vicine e in qualche misura sottoposte al loro arbitrio. Dall’inoltrato IV secolo a.C. il ruolo del senato si trasformò in parte, sia per via dei successi militari conseguiti da Roma, sia per effetto della legge Ovinia che rese i senatori non più un consesso di amici del potente di turno, ma un organo istituzionale composto da cittadini (solitamente ex magistrati) scelti a vita dai censori e dunque in grado di gestire l’azione politica di Roma con una continuità che ai normali magistrati eletti annualmente era impossibile realizzare. Gli ambiti in cui il senato affermerà maggiormente il suo potere decisionale saranno quelli del controllo delle finanze pubbliche e quello dei rapporti con le popolazioni straniere. Ogni spesa pubblica, ordinaria e straordinaria, seppur gestita dai magistrati in carica sarà, nei fatti, vincolata dal benestare dei senatori. Le ambascerie (dei Romani all’esterno e di popoli stranieri a Roma), le dichiarazioni di guerra, i trattati di pace erano, poi, spettanza del senato, senza che i comizi venissero minimamente coinvolti. Il Senato, costituito da 300 membri, capi delle famiglie patrizie (Patres) ed ex consoli (Consulares), aveva la funzione di fornire pareri e indicazioni ai magistrati, indicazioni che poi divennero de facto vincolanti.

Il secondo pilastro della repubblica romana erano le assemblee popolari, che avevano diverse funzioni, tra cui quella di eleggere i magistrati e di votare le leggi. La creazione di nuove leggi in età repubblicana prevedeva, poi, che esse fossero proposte da un magistrato, discusse informalmente dai cittadini che lo volessero, approvate dal senato e, infine, votate dai comizi centuriati.

Le Tensioni Sociali: Patrizi e Plebei e la Codificazione del Diritto

I primi anni della Repubblica furono caratterizzati dalla necessità di stabilizzare il nuovo ordine, difendendolo sia da nemici interni (coloro che venivano accusati di voler restaurare il regime monarchico), sia dai nemici esterni, che, contando sulla debolezza del nuovo regime, provarono a recuperare la propria indipendenza dallo Stato romano. Le fonti antiche testimoniano, parallelamente agli scontri fomentati da Tarquinio il Superbo e specialmente nella prima metà del V secolo a.C., delle guerre di Roma con tre popoli, cioè i Volsci, gli Equi e i Sabini. I primi, scendendo dalle zone appenniniche, presero possesso della parte meridionale del Lazio, in particolare l’area della pianura pontina, precedentemente controllata da Roma. Gli Equi, muovendo dalla zona occidentale del lago del Fucino, occuparono le latine Tivoli e Preneste. I Sabini, invece, da nord-est tentarono da tempo di ottenere il controllo della via Salaria che, da Ostia, consentiva la circolazione del sale e di altre merci verso l’area appenninica.

In età arcaica non esistevano a Roma militari di professione ma i cittadini delle prime cinque classi venivano richiamati in guerra in numero variabile sulla base delle necessità contingenti. Il periodo dedicato, in età arcaica, alle guerre si collocava tra il mese di marzo inoltrato e gli inizi del mese di ottobre, cioè nella fase dell’anno in cui le attività agricole, che garantivano la sussistenza alla gran parte dei cittadini romani, erano particolarmente intense. Le costanti, dure, prolungate e costose guerre dei primi anni della repubblica, rendendo impossibile a molti richiamati in guerra di occuparsi dei loro fondi - che, anzi, sovente subivano il saccheggio nemico -, obbligarono molti Romani, impoveritisi, a indebitarsi con cittadini più abbienti, spesso per mezzo di un negozio giuridico detto nexum.

Secessione della Plebe sul Monte Sacro

La contrapposizione tra ricchi creditori e poveri debitori/nexi spesso corrispondeva a un’altra distinzione sociale da sempre esistente a Roma e che nell’alta età repubblicana si fece più marcata e drammatica, cioè quella tra patrizi e plebei. I patrizi erano i discendenti dei primi senatori creati da Romolo e di altri personaggi di alto rango le cui famiglie erano state via via inserite nella cittadinanza romana e collocate autoritativamente dal re o dai consoli in tale novero. Spesso - ma non sempre - dotati di sostanze maggiori dei plebei, i patrizi detenevano rispetto a questi ultimi anche una dignitas più elevata dovuta alla schiatta da cui discendevano. Queste caratteristiche facevano sì che per i patrizi fosse assai più facile accedere alla prima classe di census, che era, nei fatti, l’unica che apriva la strada al conseguimento di una magistratura. Per candidarsi era, infatti, necessario aver militato almeno dieci anni in una delle diciotto centurie di cavalieri (equites), composte da soli cittadini della prima classe. I magistrati con poteri consolari di origine non patrizia eletti agli inizi dell’età repubblicana a cui possiamo risalire dalle testimonianze antiche erano pochissimi - meno del 5 percento tra il 482 e il 401 a.C.

Costantemente richiamati in guerra, impoveriti, indebitati, per lo più esclusi dall’accesso alla prima classe di census e alle magistrature, i plebei - o almeno una parte consistente di loro - nel 494 a.C., secondo le fonti antiche, decisero di separarsi da Roma, ritirandosi sul Monte Sacro, sulla riva destra del fiume Aniene, a nord-est della città. In quest’occasione i plebei presenti organizzarono per la prima volta un’assemblea (concilium plebis), dalla quale i patrizi erano esclusi, i cui decreti (plebiscita) inizialmente saranno vincolanti per tutta la plebe. Dal 449 a.C., in seguito alle leggi Valerie-Orazie, i plebisciti, previa approvazione del senato, avranno valore per tutto il popolo. Originariamente in numero di due, i tribuni della plebe, oltre a quello di convocare il concilium plebis, avevano il compito di soccorrere i cittadini plebei infliggendo pesanti multe quando un magistrato agiva contro qualcuno di loro in modo inappropriato e, non meno importante, quello di porre il loro veto vincolante a qualunque proposta di un magistrato che apparisse contraria all’interesse della plebe. La prima secessione della plebe raggiunse importanti risultati politici ma non portò alcuna soluzione al problema dei cittadini indebitati o impoveriti per via dei costanti richiami in guerra.

La proposta di Spurio Cassio, seppur a lungo discussa e dibattuta in senato, non avrà seguito sia a causa delle mire tiranniche di Spurio, che voleva attrarre a sé la massa di indigenti per restaurare una monarchia con lui a capo (per questo motivo Spurio verrà messo a morte), sia perché il senato non riusciva a trovare un accordo sulla applicazione di tale legge. Evenienza, questa, spiegabile col fatto che in età arcaica l’ager publicus, una volta delimitato, diveniva controllabile, e senza limiti, dai cittadini che per primi lo raggiungevano e erano in grado di sfruttarlo - magari tramite uomini di fiducia come clienti o parenti. Spesso, in questo modo, i più ricchi e potenti finivano per controllare grandi porzioni di terra pubblica a loro vantaggio, escludendo i più poveri.

Storia di Roma - Ep.5 - Fine della monarchia e nascita della repubblica (535 - 496 a.c.)

Roma possedeva sin dalle origini delle leggi, ma solo una parte molto ridotta di esse esisteva in forma scritta, fissata in modo comprensibile e dunque, per così dire, uguale per tutti. La conoscenza e l’interpretazione delle leggi più antiche, scritte e soprattutto orali, erano retaggio dei pontefici, di estrazione patrizia. La netta prevalenza di magistrati di estrazione patrizia, la composizione quasi esclusivamente analoga del senato (tra i cui membri venivano scelti, peraltro, i giudici), il potere politico e decisionale della prima classe (ampiamente composta da patrizi) faceva sì che la plebe fosse quasi priva di voce in capitolo per ciò che concerne la formulazione, la discussione, l’interpretazione e l’applicazione delle leggi stesse. Per questo motivo, già nel 462 a.C. il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa richiese, senza successo, che venissero nominati cinque cittadini incaricati di mettere per iscritto le leggi orali romane al fine di limitare l’uso arbitrario che i patrizi talora dovevano farne. A causa dell’insistenza dei tribuni plebei, nel 451 a.C. venne nominato un collegio di dieci uomini (tutti patrizi) che si dovevano occupare della stesura delle leggi romane (decemviri legibus scribundis) che saranno messe per iscritto su dieci tavole bronzee. Ciò non di meno, alla metà del V secolo a.C. queste leggi furono integrate, dando vita alle Leggi delle XII Tavole.

Questo corpus di leggi aveva un carattere sacro, così come la monarchia e il collegio dei pontefici. La legge delle XII Tavole si occupava ampiamente di punizione dei crimini. Se la produzione di lesioni fisiche, o il riconoscimento di un furto a un individuo senza che sia colto sul fatto, portava solitamente a sanzioni pecuniarie, la Legge prevedeva la pena di morte per una serie di reati considerati molto gravi all’interno del sistema di valori culturali romani. Nella "orale" Roma arcaica veniva condannato a morte, ad esempio, chi componeva ed eseguiva canti infamanti nei confronti di un cittadino; nello stesso modo si puniva chi istigava dei nemici contro Roma, chi consegnava a questi ultimi un cittadino o chi rendeva falsa testimonianza in un processo. Tutti questi individui tradivano, nei fatti, la fiducia e la lealtà (fides) che ogni Romano doveva alla sua città e ai suoi concittadini. Molti altri aspetti della vita materiale romana arcaica erano regolamentati dalle XII Tavole: dalle forme di scambio, che prevedevano modalità distinte se in vendita erano i beni più preziosi per il lavoro dei campi (fondi, servitù prediali, buoi, asini, muli, cavalli, uomini liberi e schiavi, case), detti res mancipi, oppure tutti i restanti (res nec mancipi), fino all’impianto delle siepi, all’impiego di travi che sostenevano contemporaneamente le case di due vicini. Alle donne (eccettuate le sole vestali) era impedito, invece, di gestire personalmente il patrimonio, anche in assenza di un ascendente agnatizio vivente: in questo caso la donna sarà affiancata da un tutore maschio, solitamente imparentato.

Ricostruzione del Foro Romano con il Tempio di Saturno

Consolidamento e Conquiste nel Mediterraneo

Una volta consolidato il nuovo sistema politico, Roma avviò un processo di espansione territoriale nel suolo italico. Dal punto di vista militare, dopo essersi garantita l'indipendenza dal potente vicino etrusco, Roma si trovò a dover ristabilire la propria autorità lungo i confini settentrionali con i Sabini, che sempre più spesso compivano scorrerie in territorio romano (nel 505 a.C. sull'Aniene e 504 a.C. nella campagna romana). Che i Romani si sentissero accerchiati, lo si desume dai trionfi che furono accordati per vittorie forse anche di modeste dimensioni, ma ancor più dall'istituzione della figura del dittatore.

Nel periodo successivo, dal 487 a.C. al 480 a.C., Roma tornò ad essere impegnata in una serie di scontri con le popolazioni vicine di Volsci, Ernici, Equi, oltre agli Etruschi della città di Veio, quasi tutti dall'esito favorevole, anche se nel 484 a.C. i Romani subirono una pesante sconfitta in battaglia da parte dei Volsci davanti alle porte di Anzio, e la vittoria dei romani sui Veienti nel 480 a.C. avvenne con molte perdite. Oltre ai tradizionali motivi di rivalità, le città limitrofe trovarono motivazioni per le loro incursioni nell'evidente debolezza di Roma, attraversata in quegli anni da feroci lotte intestine, legate alla questione della legge agraria, voluta dal console Spurio Cassio Vecellino nel 486 a.C., che per questo fu condannato a morte l'anno successivo per accuse mossegli dai patrizi.

Tra il 483 a.C. e il 474 a.C. Roma dovette combattere duramente contro la città di Veio, che dopo aver annientato l'esercito privato della gens Fabia nella battaglia del Cremera del 477 a.C., era arrivata addirittura a costruire opere fortificate sul Gianicolo, appena fuori dalle mura della città. Questa prima fase del conflitto tra le due città si risolse con una tregua quarantennale concessa dai Romani ai Veienti nel 474 a.C.

Il periodo tra il 470 a.C. e il 450 a.C. fu caratterizzato da continue scaramucce e incursioni da parte di Volsci ed Equi nei territori romani e di quelli alleati. Durante il ventennio i più strenui oppositori esterni furono i Volsci e gli Equi, più abili come razziatori e guastatori (almeno così vengono descritti da Tito Livio), che come combattenti, e per questo regolarmente sconfitti negli scontri campali dai Romani, anche quando questi si trovavano in inferiorità numerica. La città di Anzio fu presa nel 469 a.C., e nel 462 a.C. i Volsci subirono ingenti perdite ad opera dei Romani. "Lì poco mancò che il nome dei Volsci venisse cancellato dalla faccia della terra. In alcuni annali ho trovato che tra fuga e battaglia ci furono 13.470 morti, che 1750 vennero catturati vivi e che le insegne conquistate ammontarono a 27." I Sabini si limitarono a qualche scorribanda, mentre gli Ernici sono riportati tra gli alleati, cui Roma prestava aiuto, quando questi subivano le razzie da parte degli Equi e dei Volsci. Nel 466 a.C. venne consacrato il tempio di Giove Fidus sul Quirinale, voluto da Tarquinio il Superbo, mentre il censimento del 465 a.C. contò 104.714 cittadini, esclusi orfani e vedove, numero che dovette essere sicuramente ridimensionato dalla pestilenza che colpì Roma nel 463 a.C.

Dopo aver respinto l'offensiva delle popolazioni vicine, i Romani si videro ostacolata l'espansione a nord dalla ricca e fiorente città etrusca di Veio, che le contendeva il dominio sul Tevere. Iniziata nel 477 a.C. (battaglia del Cremera), la guerra si concluse nel 396 a.C. con la distruzione della città etrusca ad opera di Furio Camillo, dopo un assedio di dieci anni. La probabilità che un conflitto bellico di tale portata sia stato affidato ad una sola gens, metterebbe in serio dubbio la cronologia dell'ordinamento censitario serviano: slitterebbe quindi di oltre un secolo l'origine cronologica di un ordinamento in classi di censo quale quello di Roma sotto Servio Tullio. A nord Roma dovette fronteggiare la pressione di Veio, sconfitta due volte davanti alle mura della città alleata di Fidene, nel 437 a.C. e nel 426 a.C. La supremazia dei Romani sui Volsci non fu comunque mai in dubbio, come dimostrano le vittorie romane ad Anzio nel 408 a.C. e ad Anxur nel 406 a.C., conquistata e saccheggiata dai Romani. Nel 405 a.C., iniziò il decennale assedio di Veio, dopo che l'anno precedente era stata dichiarata guerra alla potente città etrusca. Il conflitto ebbe una svolta quando nel 403 a.C. i Romani iniziarono a costruire fortini per controllare il territorio veiente, e terrapieni e macchine d'assedio (vinea, torri e testuggini) per stringere l'assedio alla città. Nel 396 a.C. Furio Camillo, dopo essersi coperto le spalle sbaragliando Capenati e Falisci, intensificò l'assedio di Veio, iniziando anche la costruzione di una galleria sotterranea, che arrivava fin sotto la cittadella di Veio. Veio fu conquistata, con grande bottino per i Romani, che con questa vittoria posero le basi della propria supremazia sull'altra sponda del Tevere, fino ad allora controllata da popolazioni etrusche.

Contemporaneamente, verso la fine del V secolo a.C., numerose popolazioni celtiche cominciarono a migrare dall'Europa Settentrionale (a est del Reno ed a nord del Danubio) per insediarsi nei territori dell'attuale Francia, Spagna e Gran Bretagna. Attorno al 400 a.C., infatti, alcune di queste popolazioni raggiunsero l'Italia Settentrionale. E così a minare il clima di fiducia e a mettere in allarme Roma furono proprio i Celti, della tribù dei Senoni, i quali attaccarono la città etrusca di Clusium, non molto distante dalla sfera d'influenza di Roma. Gli abitanti di Chiusi, sopraffatti dalla forza dei nemici, superiori in numero e per ferocia, chiesero aiuto a Roma, che rispose all'appello. I Romani li fronteggiarono in una battaglia campale presso il fiume Allia variamente collocata tra il 390 e il 386 a.C. Nel decennio successivo all'invasione dei Senoni Roma dovette combattere per ribadire la propria superiorità sulle popolazioni confinanti, non solo quelle tradizionalmente nemiche come Volsci, Equi ed Etruschi.

Seguì una lunga ed estenuante guerra conto i Sanniti (343-290 a.C.). A questo punto i Romani volsero le loro mire espansionistiche in direzione dell’Italia meridionale. Si allarmò allora la potente città magnogreca di Taranto, che chiamò in suo soccorso Pirro, re dell’Epiro (regione oggi a cavallo tra Grecia e Albania). Malgrado alcune sconfitte iniziali, i Romani riuscirono a prevalere e costrinsero Pirro ad abbandonare l’Italia (280-275 a.C.). Roma, assicuratasi il controllo dell’Italia centro-meridionale, portò a termine il suo progetto espansionistico. Sfidò Cartagine, la più grande potenza marittima dell’epoca, per il controllo del Mediterraneo, nelle Guerre Puniche. In questo periodo si inquadrano la maggior parte delle grandi conquiste romane nel Mediterraneo e in Europa, soprattutto tra il III e il II secolo a.C.

Storia di Roma - Ep.5 - Fine della monarchia e nascita della repubblica (535 - 496 a.c.)

Le Crisi della Tarda Repubblica e la Transizione al Principato

Il I secolo a.C. fu un periodo di profonda crisi interna per la Repubblica. Economicamente le conquiste favorirono i ceti ricchi, coinvolti nel commercio e nella finanza, e i latifondisti, che acquisirono terre e schiavi a basso costo. Tra il 133 e il 121 a.C. esplose a Roma la questione agraria: la piccola proprietà agraria entrò in crisi perché non riusciva più ad essere competitiva con le grandi aziende agricole dei patrizi romani. I fratelli Caio e Tiberio Gracco, alla guida del partito popolare, promossero nuove leggi a favore degli agricoltori in rovina. Nonostante i tentativi di riforme democratiche dei fratelli Gracchi, le tensioni sociali si propagarono a Roma. La situazione fu aggravata dalla rivolta degli alleati italici che, con la cosiddetta guerra sociale (91-88 a.C.), ottennero i diritti e i privilegi previsti dalla cittadinanza romana.

Nonostante le difficoltà interne, Roma continuò a estendere il proprio potere. Nel 107 a.C. la campagna di Mario contro il re Giugurta portò alla conquista della Numidia. Pompeo conquistò Creta e la Siria tra il 67 e il 66 a.C., mentre Giulio Cesare prese la Gallia tra il 58 e il 50 a.C. Nel I secolo a.C. la Repubblica cominciò a cedere. Lo scontro tra chi appoggiava al Senato la fazione dei populares e chi quella degli optimates si inasprì. Tra l'83 e l'82 a.C. la prima guerra civile a Roma vide scontrarsi i populares del generale Mario e gli ottimati del comandante Silla. Quest'ultimo ebbe la meglio e decise di assumere il titolo di dittatore a vita dopo aver eliminato i suoi nemici. Il passo decisivo verso un sistema politico in cui il potere fosse centralizzato nelle mani di un’unica persona, fu dato da Lucio Cornelio Silla (dittatore fra l’82 e il 79 a.C.). Di conseguenza, il Senato affidava l’incarico alla figura forte di un generale, mentre i populares aspiravano al potere assecondando l’accentramento in un’unica figura istituzionale.

Nel 60 a.C. i comandanti Pompeo, Crasso e Cesare, nonostante le differenze di partito, si unirono nel primo Triumvirato per cercare di risolvere la situazione. Questa alleanza ebbe vita breve: morto Crasso, tra il 49 e il 45 a.C. scoppiò la seconda guerra civile romana in cui furono contrapposte le legioni di Cesare e quelle degli ottimati di Pompeo. Superato il fiume Rubicone nel 49 a.C. e sconfitto Pompeo, Cesare fu nominato dittatore di Roma. Al di là dell’Eufrate sorgeva il regno dei Parti, potente rivale con cui Roma si confrontava da tempo per il controllo della Siria e della Mesopotamia, senza peraltro riuscire mai a prevalere. Dopo la morte di Crasso, scoppiò la guerra civile tra Cesare e Pompeo. Nel 48 a.C. Pompeo fu sconfitto e ucciso.

Mappa delle Guerre Civili Romane

L'instabilità dopo la morte di Cesare fu grave a Roma. Quando il 15 marzo 44 a.C., Cesare cadde vittima di una congiura guidata da Bruto e Cassio, scoppiarono nuove lotte per il potere, che videro contrapposti Marco Antonio e Ottaviano. Ottaviano, suo figlio adottivo, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido crearono il secondo triumvirato nel 43 a.C., rimisero ordine nella repubblica e si spartirono i possedimenti di Roma. Dopo l'espulsione di Lepido dal triumvirato, Ottaviano divenne il padrone dell'Occidente e Antonio dell'Oriente. Quest'ultimo sposò la regina egizia Cleopatra e iniziò a vivere allontanandosi dagli usi romani. Ottaviano sfruttò lo scontento del Senato nei confronti di Antonio e gli mosse guerra. Nel 31 a.C. Ottaviano vinse la battaglia di Azio (a Sud di Corfù), costringendo Marco Antonio al suicidio, insieme a Cleopatra. La guerra tra Ottaviano e Marco Antonio fu l’ultima guerra civile e segnò la fine della Repubblica romana. Ottaviano, rimasto l’unico protagonista della scena politica, aprì una nuova stagione della storia di Roma. Nel 27 a.C. il Senato affidò tutti i poteri e il titolo di Augusto al figlio di Cesare per evitare una nuova crisi della repubblica, inaugurando così l'età imperiale.

Echi Repubblicani nella Storia Moderna: La Repubblica Romana del 1849

Il modello della Repubblica Romana antica ha ispirato idealmente anche esperimenti successivi nella storia. In tempi moderni, a Roma, vi furono due esperimenti repubblicani: dopo una prima meno rilevante nel 1799, la seconda risulta quella più importante. Siamo nel 1848. Gli Stati italiani e l'Europa erano attraversati da moti rivoluzionari. Il sovrano dello Stato della Chiesa, papa Pio IX, affidò l'incarico di formare un governo a Pellegrino Rossi, che però venne assassinato il 15 novembre. I disordini che scoppiarono indussero il pontefice pochi giorni dopo a lasciare la città e a rifugiarsi a Gaeta, ospite di Ferdinando II di Borbone. A Roma intanto si formò una Giunta provvisoria di governo.

Il 5 febbraio 1849 un’Assemblea costituente proclamò la Repubblica e si cominciò a preparare la stesura di una nuova costituzione. A capo del nuovo governo c’era un comitato esecutivo di tre membri: Carlo Armellini, Mattia Montecchi e Aurelio Saliceti. Il 5 marzo fece il suo ingresso a Roma Giuseppe Mazzini, accolto trionfalmente. Le innumerevoli difficoltà indussero pochi giorni dopo a nominare un nuovo triumvirato con poteri illimitati. Ne fecero parte: Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Nel frattempo Papa Pio IX chiese aiuto alle potenze cattoliche. L'esercito di Luigi Napoleone Bonaparte, sbarcato a Civitavecchia, attaccò Roma dove era arrivato anche il generale Giuseppe Garibaldi e volontari da tutta la penisola. Dopo una prima vittoria di Garibaldi e la tregua che seguì, i francesi si riarmarono e attaccarono nuovamente la città costringendo alla resa il generale e i suoi uomini.

Il Triumvirato della Repubblica Romana (1849)

Con il rientro del papa a Roma e l'abrogazione della costituzione terminò l'effimero esperimento della Seconda Repubblica romana. Una delle figure chiave di questo esperimento, rimasto in secondo piano dietro ad altre più celebrate dalla storiografia, è quella del poeta e patriota Goffredo Mameli. Egli contribuì fortemente al coinvolgimento di Giuseppe Mazzini a cui fece pervenire il famoso invito “Roma Repubblica, venite”, dopo che lo aveva conosciuto tra il 1847 e il 1848 a Genova, durante i moti. Nel corso dell’esperienza romana assunse un ruolo sempre più centrale, diventando l’aiutante del generale Giuseppe Garibaldi. Prese parte alle battaglie in difesa della neonata Repubblica a Palestrina e a Velletri. Nella strenua difesa contro i francesi, cadde ferito ad una gamba al Gianicolo il 3 giugno e morì un mese dopo, il 6 luglio, a causa di complicazioni pervenute alle ferite. A lui si deve anche l’Inno d’Italia, rinominato poi Inno di Mameli, composto nel 1847, messo in musica dal maestro Michele Novaro e scelto nel 1946 come inno nazionale della Repubblica italiana.

Storia di Roma - Ep.5 - Fine della monarchia e nascita della repubblica (535 - 496 a.c.)

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