La maternità non è solo un evento biologico, ma uno snodo esistenziale che scava un solco profondo nella vita di ogni donna. La riflessione dell’attrice fiorentina Chiara Francini sulla maternità, tra invidia, paura e desiderio, indica proprio quel solco scavato nella vita di ognuna di noi, dalla scelta di mettere o non mettere al mondo nuove vite. Il tema, nelle sue diverse articolazioni, è diventato centrale nell’attuale dibattito pubblico, dove il rapporto con la femminilità è spesso oggetto di contrapposizioni accese. In questo panorama, il "Monologo sulla maternità" presentato da Francini ha portato al grande pubblico una riflessione sottile ed efficace su punti dell’intreccio tra maternità e femminilità che in genere restano nel non detto.

Il peso della scelta e il superamento del destino
Per millenni, la maternità è stata un destino, spesso vissuto come una maledizione. Solo da poche generazioni le donne possono scegliere. La maternità è arrivata quasi per caso, accolta con gioia senza essere stata programmata. Tra nausee ed ecografie, ogni tanto vedevo un’amica che fin dai tempi del liceo aveva le idee chiare: non voleva avere figli. E così è stato senza rimpianti. Tuttavia, non siamo ancora pienamente preparate ad affrontare il desiderio di figli come una scelta consapevole. Spesso, il problema viene distorto da una retorica politica che denuncia ipotetiche pressioni sociali come un dovere.
Leggo, stupita, le interviste a giovani attrici che rivendicano di rifiutare la maternità come se fosse la più grande delle trasgressioni. È anche vero che dobbiamo fare i conti con noi stesse ma anche con la realtà. Da almeno 20 anni, non ci sono politiche a sostegno della maternità, non se ne occupa la destra e tantomeno la sinistra, e le madri devono affrontare i problemi nel loro privato. Altre, spaventate dalle difficoltà che dovrebbero affrontare, rinunciano. In Italia, le leggi varate in molti Paesi sui congedi di maternità e paternità obbligatori, di pari durata e non cedibili, che hanno contribuito a distribuire con maggiore equità il lavoro di cura tra uomini e donne, restano un miraggio.
Il corpo come luogo del conflitto
Nei tribunali civili, durante le separazioni, si disprezza e si svilisce il lavoro di cura come se fosse un periodo parassitario nella vita di una donna e non se ne riconosce il valore economico e sociale. Questo Paese è ossessionato dall’odio e dalla devozione per la figura materna, percepita come onnipotente e infinitamente sacrificabile in un’ambivalenza che schiaccia le donne. Ma il restringimento di una possibilità di scelta non si affronta limitando altre possibilità di scelta. Mi riferisco agli attacchi alla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, giustificata, strumentalmente, come la causa del calo demografico del Paese e mi riferisco anche alle manipolazioni della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che vuole dare alle donne la “libertà di non abortire”.
Il confronto immaginario con l’altro mette una donna di fronte alla propria mancanza di un figlio. Come dice Chiara Francini: “Quando qualcuna ti dice che è incinta e tu non lo sei mai stata c’è come qualcosa che ti esplode dentro. Un buco che ti si apre, in mezzo agli organi vitali, una specie di paura, stordimento”. Mentre nell’altro “non c’è spazio per il tuo dolore, per la tua solitudine”. Si vede qui come il presentificarsi del bambino nel campo della realtà può confrontare una donna con qualcosa di intollerabile. Ed è precisa la descrizione degli effetti: un buco nel corpo. E il contatto con la propria solitudine.
Mamme sempre più equilibriste, divise tra lavoro e famiglia
Femminilità, successo e senso di inadeguatezza
Il secondo passaggio è quello in cui, a partire da quel dolore, per la protagonista del Monologo si riapre la questione della femminilità: anche se ha ricercato e ottenuto altrove soddisfazioni e riconoscimenti il timore di non avere un figlio fa sorgere il dubbio: sono “una fallita”? Non avere un figlio vuol dire essere “una donna di merda”? Sono termini affilati; forse, come nel romanzo di Eleonora Mazzoni, si è “difettose” senza un figlio? Ecco toccato un punto cruciale: nella ricerca di cosa si è come donna la maternità può, a volte, fornire una qualche risposta a quanto c’è di ineffabile in quella domanda. Lo scacco del desiderio di avere un bambino può riproporre, dunque, anche l’interrogativo sulla propria femminilità.
È questo qualcosa che può far vacillare ma che, se accolto ed ascoltato, può rappresentare un momento di rilancio nella ricerca delle proprie, individuali, risposte. "Io continuavo a fare le mie cose sempre meglio, sempre guadagnandoci di più, con sempre più persone che mi guardavano e mi amavano. E poi a un certo punto io mi sono accorta che il tempo passava e che se non mi sbrigavo io, forse, un figlio non lo avrei mai avuto". In Italia avere una carriera di successo e al contempo diventare madre, per una donna, è un'impresa quasi impossibile.
L'evanescenza della madre e la fine della giovinezza
Infine, il terzo passaggio è quello in cui il Monologo tocca con efficacia un altro punto delicato del rapporto madre/donna di cui si parla con difficoltà. La nascita di un figlio produce una scansione: “arriva un momento della vita in cui è chiaro che sei diventato grande: quando hai un figlio”. E mette in contatto con la propria evanescenza di donna: “[…] mi porterai via tutta la creatività, la luce, resterai solo tu al centro della scena e io sarò una semplice comparsa e poi diventerò grande e poi vecchia e non potrò più fare finta che il tempo non stia passando, perché ci sarai sempre tu, lì, a ricordarmi in ogni momento che la mia gioventù è finita”.
Ci sarebbe, dunque, un prima e un dopo in quanto una donna, diventando madre, sperimenterebbe il timore di perdere qualcosa della propria femminilità. Vi è nella nascita una perdita che a volte può essere insopportabile e che, in ogni caso, richiede tutta una sua elaborazione. C’è lì un reale in gioco che porta una madre a contatto con la propria mortalità. La complessità del post-partum e delle sue sfumature mostra la difficoltà che può insorgere nel momento in cui si mette al mondo un bambino. L’interrogativo che viene posto (“Ma come faccio con te, bambino? Ancora non ti conosco […] che già non ci capiamo”) evoca proprio come il momento della nascita può toccare qualcosa del reale e confrontare una donna con la propria assenza di risposte.

La costruzione di un’identità al di là degli stereotipi
Ogni donna deve inventare il proprio particolare modo di essere madre. Non a caso, in questo punto di non sapere, il Monologo dice “vorrei fare come mia madre”: viene chiamata in causa l’esperienza della propria madre nel momento in cui si incontra qualcosa dell’impossibile. Chiara Francini non è mamma ma spesso ha inseguito un senso di maternità che le provocava paura, stordimento, ma anche curiosità e felicità. «Io volevo solo essere brava, io volevo solo essere preparata, io volevo che tu fossi fiero di me», dice durante il suo monologo, rivolgendosi al figlio che non ha avuto.
Viviamo nello stigma della famiglia tradizionale, dove la maggior parte della società si lamenta se non si hanno figli. Ecco però che si palesa una lieve contraddizione: se una donna ha intenzione di avere un figlio rischia il posto di lavoro in quanto diventa una spesa aggiuntiva; ma se decide di non averlo allora viene additata come un’arrivista che pensa solo alla carriera. La vera sfida, come ha sottolineato anche l'artista Alessandra Amoroso parlando della propria attesa, è accettare questa perdita di equilibrio, l’ambivalenza. Il fatto anche che ti stai avventurando in una terra sconosciuta, lontana dal modello illusorio di “super mamma”: sempre perfetta, infallibile, che serve solo a farci sentire inadeguate. Quel modello, semplicemente, non esiste. Esiste solo la donna che sta diventando, la madre che sarà, o la donna che sceglie un percorso diverso, non per questo meno completo o meno valido.