Miseria e Nobiltà: Un Ponte tra Passato e Presente nell'Opera Contemporanea

La prima mondiale di un'opera lirica rappresenta sempre un momento di particolare interesse, un'occasione per esplorare nuove frontiere artistiche e per assistere alla nascita di un'opera che mira a dialogare con il pubblico contemporaneo. La nuova opera di Marco Tutino, intitolata "Miseria e Nobiltà", presentata in prima assoluta al Teatro Carlo Felice di Genova nel febbraio 2018, si inserisce in questo contesto, affrontando la sfida di riallacciarsi a una tradizione tutta italiana, quella dell'opera buffa, adeguandola ai tempi moderni.

Una scena di Napoli nel dopoguerra, con edifici danneggiati e persone per strada

Dalla Commedia di Scarpetta all'Opera di Tutino: La Scelta del Soggetto

La scelta del soggetto è caduta su un classico della comicità napoletana: la commedia "Miseria e nobiltà" (1887) di Eduardo Scarpetta. Questa pièce è stata in seguito adattata per il cinema con un successo straordinario da Mario Mattioli nel 1954, diventando un caposaldo della cinematografia italiana grazie alle interpretazioni di Totò e Sophia Loren. L'opera di Tutino, pur ispirandosi a questo celebre testo, propone una rilettura che mira ad andare oltre la semplice farsa, arricchendola di sfumature psicologiche e contestualizzandola in un quadro storico-culturale ben definito.

I librettisti Luca Rossi e Fabio Ceresa hanno scelto di trasferire l'azione nel 1946, precisamente il 3 giugno, all'indomani del referendum che avrebbe sancito il passaggio dall'Italia monarchica a quella repubblicana. Questo spostamento temporale non è casuale: il periodo del dopoguerra in Italia, segnato dalla fame, dalla miseria e da profonde trasformazioni sociali e politiche, offre un terreno fertile per esplorare i temi di "Miseria e Nobiltà" in una luce nuova e più complessa. La nobiltà del blasone è in declino, mentre la miseria della fame imperversa, creando un contrasto vivido e toccante.

La Trama: Equivoci, Amori e Dilemmi Morali

La vicenda, nel suo nucleo, rimane fedele all'impianto originale, incentrata su una giovane coppia di innamorati: Gemma, una ballerina del Teatro San Carlo, e Eugenio, il figlio del principe Ottavio di Casador. I due desiderano ardentemente sposarsi, ma incontrano l'ostacolo insormontabile rappresentato dal padre di Gemma, Don Gaetano, che non acconsentirebbe mai alle nozze del figlio di un principe con una ballerina. A complicare ulteriormente la situazione, il principe Ottavio, padre di Eugenio, è un personaggio piuttosto libertino e rivolge le sue attenzioni anche a Gemma, pur non approvando l'unione.

Di fronte a questo scenario, la giovane coppia decide di chiedere aiuto a Felice Sciosciammocca, un vecchio maestro di scuola di Eugenio, ora disoccupato e che cresce da solo il figlio Peppiniello, facendogli credere che la madre sia partita per l'America in cerca di lavoro. In realtà, la madre, Bettina, ha ceduto una sola volta alle avances del principe, con la speranza di ottenere un lavoro per Felice. Ora Bettina lavora come cuoca presso Don Gaetano e incontra il figlioletto sulla piazza, conducendolo al suo luogo di lavoro.

La coppia, disperata, implora Felice di aiutarli. La soluzione appare audace quanto necessaria: convincere Felice a impersonare il Principe di Casador per la cena con Don Gaetano. Dopo un iniziale e fermo rifiuto, Felice si lascia persuadere, anche grazie a un "faraonico pranzo" a base di spaghetti che Gemma gli fa recapitare, destinato a sfamare gli abitanti del suo basso popolare.

Atto Primo: La Napoli del Dopoguerra tra Fame e Speranza

Il primo atto dell'opera si svolge in un quartiere popolare di Napoli. Le scene rappresentano la vita quotidiana della gente, impegnata nel lavoro nei cantieri o nelle proprie abitazioni, mentre i bambini giocano. I danni della guerra sono ancora visibili, testimoniando la sofferenza e la miseria che attanagliano la popolazione. Il coro enumera specialità gastronomiche ormai inaccessibili, un lamento corale sulla povertà diffusa. In questo contesto, si sviluppano scene di forte impatto emotivo: una coppia culla un neonato, mentre un'altra, ben vestita, si avvicina con intenti ambigui, suggellando un passaggio su una musica grondante sentimentalismo che porta via il bambino. Questo momento simbolico sottolinea la fragilità della vita e la disperazione che può spingere a decisioni drastiche in tempi di estrema necessità.

Atto Secondo: Inganni, Rivelazioni e un Nuovo Inizio

Il secondo atto si sposta nell'abitazione di Don Gaetano, dove si intrecciano cucina e sala da pranzo. L'opera, annunciata come buffa, rivela però una predominanza dell'elemento sentimentale su quello comico. Le gag superstiti dal testo originale, pur divertendo, non riescono a sovvertire un tono complessivamente più riflessivo e drammatico.

Felice, nei panni del Principe Ottavio, giunge a cena e si confronta con Don Gaetano, cercando di impersonare al meglio il suo ruolo. La situazione si complica quando avviene un incontro fortuito con Bettina, la sua ex moglie. Il loro passato è segnato da un episodio di infedeltà di Bettina, consumato proprio con il vero Principe di Casador, che ha portato alla loro separazione e alla decisione di Felice di impedirle di vedere il figlio. Questo incontro rischia di far crollare la recita di Felice.

Grazie alle suppliche di Gemma ed Eugenio, l'inganno sembra poter proseguire, ma viene bruscamente interrotto dall'arrivo del vero Principe di Casador, informato dei piani del figlio. Don Gaetano, inizialmente spaesato, fatica a distinguere quale dei due sia il vero Principe. L'arcano viene svelato quando la radio annuncia la vittoria della Repubblica al referendum: Felice, non potendo trattenersi, esulta apertamente, rivelando la sua vera identità e le sue convinzioni politiche.

Di fronte all'altezzosità del vero Principe, che ammette di aver approfittato di Bettina con l'inganno promettendole un lavoro per Felice, e che considera Bettina e Gemma donne con cui "divertirsi senza impegno", Don Gaetano esplode. Non più interessato al prestigio o al benestare del Principe, ma mosso da un senso di giustizia e dignità, benedice le nozze di Eugenio con la figlia Gemma.

Un ritratto di Eduardo Scarpetta o una scena della commedia teatrale

La Musica di Tutino: Tra Tradizione e Innovazione

La musica di Marco Tutino è stata oggetto di diverse interpretazioni. Alcuni critici la descrivono come richiamante allegramente il repertorio a cavallo fra XIX e XX secolo, sfruttando i riferimenti fino allo sfinimento, con una preferenza per lo stile di Puccini. In questa prospettiva, si nota una tendenza a rimanere nella citazione scontata di luoghi comuni musicali, a differenza di compositori come Stravinskij o Sostakovic, che utilizzano la musica del passato come base per una riflessione e creano così qualcosa di nuovo.

Tuttavia, altre analisi sottolineano come la musica di Tutino sappia parlare agli ascoltatori, in particolare a quelli abituati all'opera del grande repertorio. L'opera dimostra una profonda conoscenza della tradizione operistica italiana, percependo al contempo la commedia musicale italiana e il musical d'oltreoceano. Se alcuni passaggi richiamano gli ariosi dell'opera verista e post-verista, e alcune scene hanno il sapore del teatro leggero, non si può parlare di vere e proprie citazioni o di un intento di far rivivere generi appartenenti alla storia.

Nella migliore tradizione operistica, librettisti e musicista hanno lavorato per trasformare una pièce destinata alla recitazione in un libretto d'opera, un testo destinato al canto. Questo processo di trasposizione è un'usanza frequente e consolidata nel teatro d'opera. Tutino, ispirato dalla vicenda scritta da Edoardo Scarpetta, compone una partitura che, secondo alcuni critici, regala melodie fluenti, squarci di ampia cantabilità, con abbondanti citazioni da Verdi, Puccini o dalla canzone napoletana, in un contesto armonico non ostico, con un'orchestra piena, a tratti persino troppo ridondante.

La sfida di Marco Tutino, con "Miseria e Nobiltà", è stata dunque quella di riallacciarsi alla tradizione operistica italiana, adeguandola ai tempi. Come osserva lo stesso compositore, il nostro gusto comico è cambiato profondamente nel corso degli anni, influenzato dalla varietà dei generi di spettacolo leggero: "Chi ha conosciuto Falstaff, l’operetta, il musical, Nino Rota, Totò, Mel Brooks, e così via fino a Maurizio Crozza, non si accontenterà più dei meccanismi teatrali e del linguaggio di Rossini e Donizetti, seppure sublimi e unici." L'opera cerca di rispondere a queste nuove esigenze e aspettative.

CRJ#1 Spaghetti

L'Allestimento Scenico e la Regia

L'allestimento scenico porta le firme di Tiziano Santi per le scene, Gianluca Falaschi per i costumi e Luciano Novelli per le luci, con la regia affidata a Rosetta Cucchi. L'opera è suddivisa in due atti di circa un'ora ciascuno. Nel primo atto, un impianto a scena fissa consente il passaggio tra ambienti esterni e interni, evidenziando la povertà, la miseria e i resti lasciati dalla guerra. Le scene rimandano a una sorta di verismo cinematografico, evocando la Napoli dell'immediato dopoguerra. Mestieri come muratore, barbiere, lavandaia e stiratrice sono svolti in strada, facendo da naturale fondale scenico alla miseria che ha segnato quegli anni.

Il secondo atto si svolge prevalentemente all'interno della sontuosa abitazione di Don Gaetano, uomo ricco senza blasone e padre di Gemma. La conclusione dell'opera è ambientata in un "non-luogo onirico", dove si mescolano elementi scenici di entrambi gli atti. Questa scelta registica è particolarmente interessante, poiché fa incontrare due mentalità che fino a quel momento si sono ignorate: quella dei nobili e quella dei nuovi ricchi. In nome della neonata democrazia, queste figure devono trovare un accordo affinché la miseria, quella della fame, rimanga sempre sullo sfondo, forse meno affamata, ma sempre un passo indietro.

Le scene sono ben costruite, i costumi calati nella situazione drammaturgica e i giochi di luce efficaci. La regia di Rosetta Cucchi è attenta ai particolari e fa muovere i personaggi con grande realismo, cercando di conferire profondità psicologica ai ruoli.

Il Cast: Voci e Interpretazioni

La direzione dell'Orchestra del Teatro Carlo Felice è affidata all'abile bacchetta di Francesco Cilluffo. La compagnia di canto, pur dovendo talvolta faticare a farsi sentire di fronte all'entusiasmo del concertatore, offre interpretazioni degne di nota.

Alessandro Luongo veste i panni del protagonista, Felice Sciosciammocca, con grande appropriatezza scenica. Possiede una buona linea di canto e una buona musicalità; il suo timbro vocale è gradevole e l'interprete è capace di creare il personaggio pensato da Tutino e dai librettisti, un ruolo che si discosta dal comico o dal clownesco per assumere toni più tormentati e moralmente solidi.

Martina Belli interpreta Gemma con una splendida presenza scenica e un bel timbro di mezzosoprano, dalla voce rotonda e brunita al punto giusto. Valentina Mastrangelo, nei panni di Bettina, la moglie di Felice, possiede una voce sopranile chiara e cristallina, anche se talvolta risulta un poco stridente nel forte.

I baritoni se la cavano meglio nel complesso. Alfonso Antoniozzi, nel ruolo di Don Gaetano, un "buffo collaudato", ruba la scena con la sua voce e la sua presenza d'attore, sebbene il personaggio non sia particolarmente presente nell'economia dell'opera. Il basso Andrea Concetti interpreta il Principe di Casador, padre di Eugenio, con abbandono e finezza. Il tenore Nicola Pamio è stato credibile e spassoso nei panni del cameriere ubriaco. Fabrizio Paesano nel ruolo del principino Eugenio dimostra scioltezza e buona intonazione. Francesca Sartorato si distingue nella parte commovente e al contempo buffa di Peppiniello, esprimendosi con vivacità e bel colore.

Lo spettacolo, pur non essendo numeroso nel pubblico, è stato seguito con attenzione e interesse, ricevendo al termine un caloroso successo.

Riflessioni sulla Critica e la Percezione Pubblica

Le recensioni sull'opera "Miseria e Nobiltà" riflettono una divisione di opinioni, come spesso accade per le nuove creazioni liriche. Da un lato, c'è chi percepisce una certa "inutilità" dello spettacolo, con testi di una banalità considerata superata e una musica che si limita a citazioni musicali scontate. Si critica la mancanza di una drammaturgia vivace e di un tempo rapido, essenziali per il successo di una commedia. Si nota anche una certa fatica da parte della compagnia di canto a farsi sentire.

Dall'altro lato, vi sono critici che riconoscono la sfida di Tutino nel riallacciarsi alla tradizione operistica italiana, adattandola ai tempi moderni. Si apprezza la capacità della musica di parlare agli ascoltatori, la conoscenza della tradizione, e l'equilibrio tra elementi operistici e di commedia musicale. La trasposizione nel 1946 viene vista come una scelta che conferisce maggiore profondità psicologica ai personaggi e un contesto politico-culturale più definito.

La percezione pubblica, inoltre, si confronta con l'eredità del celeberrimo film, che porta con sé aspettative legate a un certo tipo di comicità e a scene iconiche, come quella della "spaghettata". Chi si aspettava una riproposizione fedele della farsa o del film potrebbe rimanere deluso dalla maggiore drammaticità e dalla complessità psicologica introdotta da Tutino e dai librettisti. L'opera, infatti, trasforma il protagonista Felice Sciosciammocca da personaggio comico a un eroe tormentato, tragico, dai principi solidi e di alta moralità. La scena della spaghettata, pur presente e carica di emozione, si inserisce in un contesto narrativo più ampio e riflessivo.

In un'Italia del 2018 dove economisti e politologi parlano di fine della crisi e di ripresa economica, mentre i cittadini comuni faticano ad arrivare alla fine del mese, l'opera "Miseria e Nobiltà" offre uno spunto di riflessione. La scelta di esorcizzare le crisi, vere o presunte, attraverso uno spettacolo piacevole e nuovo, trova nella rappresentazione di Tutino un terreno fertile. L'opera, pur affrontando temi legati alla miseria materiale e morale, cerca di elevare lo spirito attraverso l'arte, proponendo un dialogo tra il passato e il presente, tra la comicità e la drammaticità, tra la nobiltà di spirito e le difficoltà della vita quotidiana.

Un'immagine che simboleggia l'Italia del dopoguerra, con elementi di repubblica e monarchia

La sfida dell'opera comica, un genere poco frequentato dai compositori contemporanei, è stata raccolta da Marco Tutino con un'opera che, pur con le sue sfaccettature e le diverse letture critiche, offre uno spaccato interessante della scena lirica attuale. La capacità di mescolare generi, epoche e linguaggi artistici, mantenendo un legame con le radici culturali italiane, rende "Miseria e Nobiltà" un'opera degna di attenzione e di ulteriore riflessione.

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