Joan Miró i Ferrà (Barcellona, 1893 - Palma di Maiorca, 1983) è stato una delle figure più affascinanti e significative nel panorama culturale del XX secolo. Il suo percorso artistico ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di alcune delle più importanti correnti del Novecento, mantenendo al contempo un'autonomia e una libertà che hanno dato vita a opere d'arte tra le più originali e seducenti del secolo scorso. Miró, un artista super creativo che amava dipingere, scolpire e creare cose belle, è noto per le sue opere d’arte straordinarie.
Le Origini di un Genio: L'Infanzia a Barcellona e il Richiamo della Terra
Nato il 20 aprile 1893 a Barcellona, in Spagna, Joan Miró amava l’arte fin da giovane. Era figlio dell’orefice e orologiaio Miquel Miró Adzerias e di Dolores Ferrà i Oromí. La sua passione per l'arte iniziò quando era molto piccolo: a soli 8 anni infatti si avvicinò al disegno. Tuttavia, sebbene dovette prima frequentare una scuola commerciale per volere del padre, che l’avrebbe preferito seguendo una vita più ordinaria e sicura all’interno della drogheria che gestiva a Barcellona, la passione per la pittura era irrefrenabile. Già a diciassette anni si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Barcellona, gettando le basi per una carriera che sarebbe diventata rivoluzionaria.
All’età di 18 anni, un forte esaurimento nervoso lo spinse ad abbracciare definitivamente l’arte. Rifugiato in una casa di famiglia nella campagna di Montroig, Miró decise di seguire la sua inclinazione e a diciannove anni frequentò la Scuola di Belle Arti (1912-1915) a Barcellona. In questa città dal fervente clima culturale, conobbe poeti e artisti, vide mostre importanti e nei caffè, partecipò alle discussioni sull'avanguardia parigina.

Miró era subito attratto dalla poesia, ammirava van Gogh, Gauguin, Matisse, il Futurismo e il Cubismo, con i quali si confrontò in nature morte, nudi e paesaggi. Già a Mont-roig, a pochi chilometri dalla Costa Daurada, a 18 anni decise che si sarebbe dedicato alla pittura in maniera stabile. Mas Miró era la sua casa di campagna, e questo luogo si è mantenuto esattamente come lui l’ha lasciato, grazie al volere dei nipoti. La masia è grande e luminosa, immersa tra i campi coltivati ma in nessun momento risulta ostentata. L’arredamento in stile catalano è semplice ma ricercato, che ancora oggi trasmette una sensazione di vissuto e di familiare. Le pareti bianche, il pavimento in cotto, due enormi finestre centrali che danno sul giardino, colori, pennelli e bozzetti da tutte le parti. Sullo schienale di una sedia a dondolo in vimini dove era solito sedersi, c’è appoggiato persino il suo grembiule blu che utilizzava per dipingere, ancora macchiato dai suoi colori preferiti.
L'Influenza della Terra e del Mondo Rurale nella Nascita dello Stile Miró
Il legame dell'artista con la terra è stato un tema fondamentale nella sua opera, spesso sottovalutato dagli studi e mai presentato al pubblico in un'esposizione in modo sistematico, fino a esposizioni come quella di Ferrara Arte al Palazzo dei Diamanti, intitolata "Miró: la terra". Questa mostra, innovativa e affascinante, pone l'attenzione sul ruolo centrale che questo tema ha avuto nell'immaginazione e nel processo creativo dell'artista. Partendo dalla riflessione sulla terra, nelle sue più ampie accezioni e simbologie, Miró sviluppa, infatti, una serie di temi e filoni di ricerca che ricorrono in tutta la sua produzione: la rappresentazione del mondo rurale e contadino; il culto delle origini; l'attenzione ai temi della sessualità e della fertilità; l'interesse per la materia; i temi dell'aldilà e della metamorfosi; l'eterno susseguirsi di vita e morte.
Una nuova lettura di questi soggetti permette di gettare una luce inedita su aspetti dell'intera produzione di Miró e di comprendere appieno il dialogo che, dopo la seconda guerra mondiale, si è instaurato tra l'artista e i maestri europei e americani della generazione successiva, protagonisti della stagione informale.

Le opere che Miró realizza tra il 1918 e il 1921 a Montroig, località marittima nel sud della Catalogna dove l'artista soggiornava spesso, furono fonte d'ispirazione per molte delle sue opere. Per esempio, "La fattoria" (1921-1922) è un dipinto che rappresenta la vita rurale catalana e che Picasso stesso apprezzava molto. Questo dipinto è un compendio di dettagli separati, ciascuno attentamente osservato e descritto con precisione. Gli animali, gli attrezzi da lavoro, le piante… Questo realismo dettagliato, tuttavia, è accompagnato dalla tendenza a semplificare gli elementi in forme geometriche astratte. L’opera è una brillante fusione di un realismo intenso, se vogliamo anche primitivo, con il vocabolario formale del cubismo, un'avanguardia che si stava diffondendo a Parigi promettendo una vera e propria rivoluzione dell’arte.
L'Evoluzione Artistica: Dal Realismo al Surrealismo e Oltre
Nel 1919, Miró compì il primo viaggio a Parigi e scoprì il Cubismo di Picasso già mitigato dal "ritorno all'ordine". Alla dura e definita cifra stilistica picassiana, l'artista oppose il suo realismo minuzioso e grafico, accompagnato da un cromatismo acceso e antinaturalistico, tipico dei Fauves, dei futuristi e di Matisse. Con "Il villaggio" (1917), paesaggio dipinto a Montroig, rispose all'ordine figurativo picassiano opponendo il suo personale stile naïf. Miró si trasferì da Barcellona a Parigi nel 1920, deciso a partecipare all’avanguardia artistica che si stava delineando nella capitale francese. Tuttavia l’artista rimase profondamente legato alla sua Catalogna natia, e tornò ogni estate nella fattoria della sua famiglia nel villaggio di Montroig.
Iniziò a frequentare i circoli Dada, dove conobbe tra gli altri, anche Pablo Picasso. Proprio a Parigi ebbe anche l’occasione di conoscere l’avanguardia Surrealista e i suoi principali esponenti, e questo incontro lo segnerà per la vita. Miró è un timido, ha un'indole riflessiva, non è trasformista, né veloce come Picasso e, malgrado tutto, si immerge nel fragore delle rumorose avanguardie parigine. L'importantissimo incontro di questi anni con Francis Picabia (1879-1953), massimo esponente del Dadaismo, costituirà per Miró la svolta verso una nuova libertà espressiva svincolata dalle tecniche tradizionali e soprattutto, permeata di una vena ironica e giocosa tutta sua.
Miró: vita e opere in 10 punti
Nonostante il successo raggiunto con l'esposizione parigina del 1928, Miró attraversò un periodo di crisi profonda. Nel 1929, sposò Pilar, l'unica compagna di vita. Iniziò allora una originale e radicale riflessione sulla cosiddetta "antipittura", ossia i collages e gli assemblaggi dei primi anni Trenta, eredi del Cubismo, ma soprattutto del Dadaismo che rimase in Miró indelebile, incrementando l'attrazione per i materiali e le proprietà visive e tattili. Tra il 1928 e il 1931, Miró lavorò “all'assassinio della pittura”, rinnegando tecniche e materiali tradizionali, introducendo la scrittura nella tela e diventando il primo surrealista a fare "poesia dipinta".
Il "Campo Arato" e la Simbologia della Fertilità
Una delle sue tele più famose si chiama "Il campo arato". Dipinto tra il 1923 e il 1924, "Il campo arato" è una delle tele più interessanti di Miró. Potrebbe sembrare un po’ confuso all’inizio perché è pieno di forme strane e molti colori. La parte principale de "Il campo arato" sembra un giardino con forme che potrebbero essere piante o creature divertenti. Queste forme sono contornate in nero e riempite di colori vivaci, facendole risaltare. Intorno a questo giardino, ci sono altre forme come stelle, lune e altri motivi.
"Il campo arato" è come un puzzle che aspetta di essere risolto. È pieno di forme e colori che sembrano muoversi e giocare insieme. Miró ha usato la sua immaginazione per creare questo dipinto, lasciando che la sua mano si muovesse liberamente per creare forme che venivano dalla sua mente. Una cosa interessante di questo dipinto è che è pieno di simboli. Un simbolo è come un codice segreto - rappresenta qualcos’altro. In questo dipinto, si possono vedere simboli come stelle, lune e strane creature. Ogni simbolo è come un indizio che ti aiuta a capire di cosa tratta il dipinto.

Miró amava la natura, e lo si può vedere in "Il campo coltivato". Il dissodamento consiste nel loosening del suolo per facilitare la penetrazione dell’umidità e dell’aria, che favorisce la germinazione dei semi, promuove lo sviluppo delle radici, gestisce la crescita delle erbacce e incorpora fertilizzanti nel suolo. L’opera intitolata “Il campo coltivato” (conosciuta come “La terre labourée” in francese e “Terra llaurada” in catalano) è un dipinto ad olio su tela creato tra il 1923 e il 1924 dall’artista catalano Joan Miró. Mentre lavorava al dipinto, ha espresso: “Ho trovato conforto nell’essenza pura della natura”. "Il campo coltivato" di Joan Miró è un dipinto magico che ci porta in un viaggio nella sua immaginazione. Le sue forme e colori strani ci fanno meravigliare e immaginare le nostre storie. L’arte è come un linguaggio, e Miró l’ha usata per raccontare storie senza parole. Guardando "Il campo coltivato", possiamo lasciare correre libera la nostra immaginazione e vedere dove ci porta. Il dipinto di Miró ci ricorda che l’arte è divertimento, esplorazione di nuove idee e sogni grandi.
Il dipinto, oggi conservato alla National Gallery of Art di Washington D.C., prima di giungere al museo appartenne a un importante scrittore e giornalista entrato nella storia: Ernest Hemingway. Lasciata poi in eredità alla sua quarta moglie, Mary Welsh Hemingway, l’opera verrà donata negli anni Ottanta al celebre museo di Washington D.C.
Il Surrealismo e la Distanza dalle Convenzioni
Joan Miró è spesso definito come un artista surrealista, in realtà il suo rapporto con il movimento fu sempre piuttosto controverso: non aderì mai pienamente, ma lo seguì sempre come diremmo oggi “da outsider”, prendendone anche le distanze a seguito di alcuni scontri ideologici nel 1929. Di certo, dal Surrealismo, Miró accolse la tecnica dell’automatismo psichico che consiste nella trascrizione, attraverso la pittura, dei propri pensieri. La corrente surrealista non è stata però l’unica ad ispirarlo: entrò in contatto con il fauvismo a Barcellona, quando frequentava l’Accademia Galì tra il 1912 e il 1915, e con il dadaismo, negli anni parigini, quando si stabilì a Montparnasse nel 1920 per seguire pienamente la sua vocazione artistica.
Stabilito a Parigi, Miró realizzò "Carnevale di Arlecchino" (1924-25), opera celeberrima esposta, nel 1925, da André Breton (1896-1966), capogruppo dei surrealisti con i quali l'artista spagnolo intratterrà relazioni ambigue e controverse. Nelle opere di questi anni inizia a definirsi la sua grammatica di oggetti strani, piccoli giocattoli fantastici, esseri informi, mostriciattoli sospesi a mezz’aria fluttuanti in uno spazio appena accennato. Questa pittura, "infantile" e primitiva che nessuno dei surrealisti aveva ancora esplorato, fatta di simboli apparentemente astratti ma sempre concreti, rispondeva al gusto di Breton che, nel manifesto del 1924, indicava la psicanalisi freudiana quale mezzo per liberare le catene della ragione e riconquistare i diritti del sogno. Miró non aderiva a nessuno degli artifici psichici surrealisti, semplicemente attuava il potenziamento della visione onirica personale liberando sé stesso da condizionamenti, in primis, quelli tecnici. Ecco allora i fondi piatti, le figure dipinte e ritagliate in silhouette, accostate ad oggetti incollati sulla tela. Una spontaneità creativa che lo vede prossimo al dadaismo di Jean Arp (1887-1966).

Miró è celebre per opere che mescolano figure astratte e surrealismo, spesso con l’uso di colori primari e forme semplici che creano una sorta di linguaggio simbolico. L'invasione nazista della Francia nel 1940 lo costrinse a lasciare il paese e a tornare in Spagna, dove trascorse qualche anno tra Montroig e Maiorca, per poi stabilirsi definitivamente sull’isola nel 1956. Qui trascorrerà il resto della sua vita e si dedicherà a un’attività artistica più che fervida. Gli anni maiorchini hanno infatti dato vita ad alcune delle sue opere più celebri, tra cui "Dona i ocell" (Donna e uccello), scultura monumentale oggi esposta nel parco Joan Miró a Barcellona.
Continua Sperimentazione e Nuovi Materiali: L'Antipittura
Nel corso degli anni ’30 del ‘900, Joan Mirò acquisì finalmente un riconoscimento internazionale, esponendo in varie gallerie in tutto il mondo: è in questo decennio che la sua carriera di artista ebbe uno slancio importante, in concomitanza proprio con la nascita di sua figlia Maria Dolores. Gli artisti sono molto spesso delle vere “antenne” su ciò che accade nel mondo, grazie alla loro capacità di percepire situazioni complesse e di restituirle al pubblico attraverso il proprio linguaggio espressivo. Per lui, questo era solo un punto di partenza, da sconvolgere e stravolgere del tutto.
Miró si cimentò anche nella scultura e nella ceramica, dimostrando una versatilità incredibile. Una delle sue installazioni più conosciute è il mosaico nella Rambla di Barcellona, simbolo del suo legame con la città. Le sue scelte artistiche lo portarono a un’interpretazione assolutamente personale del surrealismo, che non si limitava a seguire i canoni tradizionali ma esplorava il mondo interiore dell’artista con una vena poetica.
Tra il 1929 e il 1931 Miró si cimentò con il collage, l'assemblaggio e con opere tridimensionali assolutamente innovative. Questa indagine è nutrita dalla profonda riflessione che in questo momento l'artista condusse sulle componenti fondamentali dell'opera d'arte. Miró ha usato ogni tipo di materiale come base per i suoi lavori. Tele, cartoni, pezzi di ferro: tutto ha dignità per diventare opera d’arte. La sua creatività infatti non si esprimeva solo attraverso la tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti, litografie, ceramiche, scenografie e arazzi; la sua emancipazione dal realismo lo ha spinto a cercare forme sempre più essenziali, alla ricerca di una profonda semplificazione della realtà stessa. Quello che ha creato infatti è un vero e proprio vocabolario espressivo, che si sposa con la sua permanente sete di sperimentazione di tecniche e materiali da utilizzare e modellare.
In originali assemblage, Miró combinò materiali eterogenei creando una vibrazione tra realtà concreta ed imitata; in qualche tela appare la corda, un materiale per esprimere il suo dolore, la violenza e l'oppressione che percepisce nell'aria. Nascono i "dipinti-oggetto", a metà strada tra quadro e scultura, realizzati con objet trouvé di memoria duchampiana. È la prima incursione di Miró nel campo della scultura e a queste creazioni, guarderà, qualche decennio dopo, l'americano Robert Rauschenberg per i suoi "Combine Paintings".
Guerra, Esilio e Rinascita: Le Costellazioni
Nel giugno del 1936, quando esplose la Guerra Civile Spagnola, Miró era a Montroig, poi si spostò con la moglie e la figlia a Varengeville, nel nord della Francia, dove rimase fino al 1939. Nel 1937, eseguì un murale, poi distrutto, per il Padiglione della Spagna all'Esposizione Internazionale di Parigi. Quando nel 1939, i nazisti bombardarono la Normandia, Miró lasciò Varengeville e fece ritorno in Spagna, a Palma di Maiorca. Il rinnovato contatto con la sua terra stimolò nuove scoperte, finì il periodo oscuro e l'artista approfondì il lavoro iniziato a Varengeville, proponendo così la nuova serie delle "Costellazioni", opere che lo renderanno famoso in America.
Le "Costellazioni" possono sembrare un'evasione di Miró, ma in realtà testimoniano un disperato bisogno di riaffermare la bellezza ed uscire così dall'incubo del quotidiano. Miró riacquista fiducia, si muove di tela in tela e di foglio in foglio, stabilendo relazioni e contatti. La caratteristica di questa serie infatti, sta nel fatto che ogni tela porta con sé parte dei colori della tela precedente, così che, alla fine, una sola opera non è pensabile senza l’altra. Miró cerca speranza nel canto delle stelle, soggetto delle "Costellazioni". Per la prima volta, questi lavori sono ispirati all'artista dalla musica classica, come negli anni Venti la poesia. Nel 1941, il MoMA di New York organizzò la prima grande retrospettiva su Miró. L'artista, che in assoluta solitudine, tra Palma, Montroig e Barcellona, rifiutava ogni partecipazione a manifestazioni artistiche organizzate dal regime franchista.

Le difficoltà economiche e le turbolenze della Spagna del tempo influenzarono la sua arte, che iniziò a distinguersi per un linguaggio visivo unico, fatto di simboli e di una cromaticità viva e audace. Miró dichiarò di voler “assassinare la pittura” tradizionale, per liberarla e portarla oltre i limiti classici dell’arte.
L'Arte Pubblica e la Nuova Maturità Artistica
Nel dopoguerra, Miró lavorò alla sintesi di architettura e arte, come testimonia la Casa Studio progettata dall'artista in collaborazione con l'amico Sert. Nel 1941, l'artista spagnolo ricevette la prima importante commissione di "arte pubblica", il murale del Terrace Plaza Hotel di Cincinnati, (1946-47), un grande dipinto a fregio dove rievocava le sue Costellazioni anni Quaranta. Miró arrivava in America mentre nasceva l’Espressionismo astratto, anni cruciali per una squadra di giovani artisti che decretavano la fine della pittura da cavalletto a favore del grande formato.
Nel 1948, Walter Gropius, emigrato in America da dieci anni, chiedeva a Miró di collaborare al progetto per una nuova università ad Harvard dove, l'architetto tedesco, voleva attuare un’autentica sintesi di diverse discipline, una funzionalità architettonica ed estetica firmata da importanti artisti come Miró. Il murale, destinato al refettorio, in pochi anni si deteriorò e nel 1959, in occasione di un altro viaggio in America, Miró propose la sua sostituzione con un pannello in ceramica, nuova opera che l'artista spagnolo realizzò l'anno dopo in collaborazione con il ceramista Josep Artigas, da ora, suo fidato collaboratore.
In questi anni Miró era affascinato dalle espressioni artistiche primitive, dall’arte popolare, preistorica e orientale; alle grandi tele, affiancava la produzione di sculture monumentali che vanno ad allestire percorsi, come quelli creati poi per la Fondazione Maeght a Saint-Paul-de-Vence, che conserva molte sue opere. Nel dopoguerra infatti, la pittura da cavalletto di Miró diventò attività secondaria; l'artista pensava in grande e realizzava progetti di ampia diffusione e portata collettiva. L'arte pubblica, i murali e le enormi sculture, gli permettevano di uscire allo scoperto e allargare le sue collaborazioni con architetti e artigiani, come l'artista stesso raccontava in uno straordinario documento degli archivi Rai degli anni Settanta del Novecento.
Miró: vita e opere in 10 punti
A chiudere il percorso di mostra sono le opere realizzate nel nuovo atelier di Palma di Maiorca dove si trasferì nel 1956: pitture, sculture e assemblaggi di medie e grandi dimensioni caratterizzati ancora una volta dall'ardita sperimentazione di svariate tecniche e dall'impiego di oggetti eterogenei.
Il Vuoto e la Calligrafia: L'Essenzialità del Tardo Miró
Per raggiungere la massima intensità con il minimo impiego di mezzi, Miró concepiva dipinti sempre più spogli ed essenziali. Un tratto caratteristico è la ricerca del vuoto, elemento costruttivo basilare che presuppone l’abolizione del volume, a favore di una nuova bidimensionalità espressiva. Tra il 1966 e il 1969, l'artista viaggiò in Giappone e scoprì nella calligrafia, pratica che richiede una profonda concentrazione, il segno spontaneo ma preciso e calibrato, l'essenzialità del bianco e nero, l'eleganza dei formati allungati.
La spontaneità di Miró, caratteristica delle calligrafie a inchiostro, premia l’irregolarità e il non finito, nonché la predilezione per il nero tipica di alcuni espressionisti astratti americani, in particolare Franz Kline, Willem de Kooning e Robert Motherwell. Negli anni Settanta, Miró iniziò a diluire i colori, restituendo così trasparenza e luminosità, una luce accentuata dallo strato bianco di imprimitura della tela che l'artista lasciava visibile. Nello sperimentalismo estremo di fine anni Settanta, Miró arrivò a dipingere con le dita, a stendere il colore con il pugno, o a lasciare le impronte delle mani per evocare tracce umane, gesti di un pittore che emulava un passato "primitivo", risalente alle pitture rupestri paleolitiche della Grotta di Altamira.

L'Eredità di Miró: Fondazioni e Opere Iconiche
Nel 1975, Miró fondò la Fundació Joan Miró a Barcellona, dove oggi sono esposte molte delle sue opere. La fondazione rappresenta non solo un museo, ma anche un centro per promuovere l’arte moderna e incoraggiare giovani artisti. Joan Miró, con il suo spirito innovativo e il suo estro creativo, ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo dell’arte. Situata nella tranquilla cornice di Montjuïc, la Fondazione Joan Miró accoglie una collezione straordinaria delle sue opere, tra cui dipinti, sculture, disegni e tessuti, immersi in un’architettura luminosa e moderna progettata da Josep Lluís Sert, caro amico di Miró. La posizione sulla collina offre una vista incantevole su Barcellona, rendendo l’esperienza unica per i visitatori che desiderano esplorare la creatività di Miró in un ambiente suggestivo e stimolante.

Oltre alla mostra permanente, la fondazione organizza mostre temporanee e attività culturali, sostenendo giovani artisti emergenti, proprio come avrebbe voluto Miró. Joan Miró ha sofferto moltissimo nella vita, soprattutto da giovane. Ha conosciuto la fame, ha subito l'esilio durante la guerra civile spagnola, ha affrontato prove difficili. E dopo l'esilio, la guerra e i soprusi del franchismo, non ha mai più dimenticato chi aveva bisogno, i rifugiati, i profughi, i dissidenti e i deboli.
Tra le opere più famose di Miró si annoverano: "Dona i ocell" (donna e uccello) del 1983 - l’opera è stata inaugurata pochi mesi prima della morte di Joan Miró. Oggi si trova presso il parco Miró di Barcellona ed è un’enorme scultura di 22 metri che rappresenta il rapporto tra uomo-donna, il rapporto tra esseri umani - natura e cielo. "Il Carnevale di Arlecchino" del 1924, oggi si trova nella Albright-Knox Art Gallery di Buffalo. È una delle opere più iconiche dell’artista, realizzata prima della pubblicazione del manifesto Surrealista, ma già completamente intrisa della tecnica dell’automatismo psichico. Miró infatti rappresenta una delle sue visioni, nella quale si riconoscono chiaramente oggetti fluttuanti, come animali e note musicali. "L’uccello meraviglioso rivela l’ignoto a una coppia di amanti" del 1941, oggi si trova al MoMA di New York. Anche in questo caso, le immagini fluiscono liberamente sulla tela e fluttuano, collegate tra di loro da una linea sottilissima. Fa parte della serie Costellazioni. "Woman and Bird in the night" del 1944, fa parte della Collection Buffalo AKG Art Museum. L’opera contiene 3 degli elementi preferiti dall’artista: una donna, il cielo e un uccello. Per Miró l’ambientazione notturna è sinonimo di pace e tranquillità e in questo caso è la figura femminile a predominare la scena. Gli uccelli invece, sono intesi come intermediari tra gli esseri umani e il cielo. "La Nascita del mondo" del 1925, oggi si trova al MoMA di New York. In quest’opera il colore ha ampio spazio per diffondersi sulla tela e rappresenta la genesi, un inizio. Si tratta di una delle opere più celebri e apprezzate di Joan Miró, esposta in tutto il mondo.

Il Parco di Joan Miró è uno dei tanti esempi che si trovano in città di recupero di spazi urbani per dare vita a una città più sostenibile. Costruito sui terreni precedentemente occupati dal mattatoio municipale, il complesso fu trasformato in spazio verde, estremamente indispensabile nella Barcellona industrializzata dei primi anni ‘80. Il suo principale richiamo turistico è senza dubbio la scultura "Dona i Ocell", realizzata dal pittore, scultore e ceramista Joan Miró. L’opera, alta 22 metri, ricavata dal calcestruzzo e che poggia su uno stagno artificiale, rappresenta una figura femminile con un cappello su cui si posa un uccello. "Dona i Ocell" è stato un regalo del geniale artista catalano alla città di Barcellona. Oltre alla scultura, il parco racchiude una grande varietà di flora e di uccelli. Il parco in sé è un grande palmeto grazie alla quantità di esemplari che si possono trovare nei suoi quasi 5 ettari di superficie.