Lo svezzamento rappresenta, nella prospettiva kleiniana, uno dei momenti critici fondamentali per l'economia psichica dell'infanzia. Il testo sullo svezzamento che qui viene presentato fu esposto da Melanie Klein nell’ambito di una serie di lezioni aperte al pubblico alla Caxton Hall di Londra nel febbraio del 1936. Scritto un anno dopo il seminale A Contribution to the Psychogenesis of Manic-Depressive States, in cui Klein precisa dal punto di vista teorico e clinico la «posizione depressiva», il saggio sullo svezzamento ha per oggetto quelle che si potrebbero descrivere come delle strategie di contenimento delle angosce depressive del bambino, dettate dalla sensazione di aver perso per sempre l’oggetto amato interiorizzato e per il senso di colpa per averlo fantasticamente distrutto assimilandolo. Strategie difensive la cui funzionalità, tuttavia, deve essere costantemente affiancata dalla consapevolezza che, come la Klein avverte, “le frustrazioni giungono fino a un punto impossibile da evitare e le angosce fondamentali che ho descritto non possono essere in ogni caso completamente sradicate”.

Il contributo di Melanie Klein: dalla psicanalisi infantile alla comprensione del mondo adulto
Melanie Klein nasce a Vienna nel 1882, compie una prima analisi con Sándor Ferenczi ed una seconda con Karl Abraham. Comincia a lavorare con i bambini ancora prima del suo trasferimento in Inghilterra, nel 1926, dove i tratti innovativi del suo pensiero portano lei e i suoi allievi a un duro confronto con Anna Freud e con una parte della British Psychoanalytical Society. Molti sono i testi che ci ha lasciato: tra i più importanti si ricordano Note su alcuni meccanismi schizoidi, Invidia e gratitudine, Il nostro mondo adulto. Muore a Londra nel settembre del 1960.
Prima della Klein si erano fatti ben pochi tentativi di convalidare le scoperte di Freud con l'analisi diretta dell'infanzia. Spetta a lei il merito di aver portato la psicoanalisi nel luogo che fondamentalmente le compete, il cuore del bambino. La studiosa considerava il gioco la funzione centrale dell’economia psichica dell’infanzia, attraverso il quale era possibile far affiorare i desideri e le paure inconsce del bambino. Attraverso l’interpretazione del gioco, indagò a fondo le ipotesi freudiane a proposito dell’esperienza infantile. Nei suoi primi scritti, si concentrò esclusivamente sulla sessualità infantile ancor più di Freud che, con la sua propensione per le formulazioni dualistiche, tendeva a contrapporre alla sessualità altri temi motivazionali. Per la Klein invece, il mondo del bambino era interamente governato dalla sessualità genitale, edipica: lettere, numeri e linguaggio rappresentavano il pene e la vagina, la musica e l’aritmetica, in particolare la divisione, rappresentavano il coito violento, la storia era conforme alla fantasie e alle battaglie sessuali di natura precoce e così via.
Fantasie e realtà: lo sviluppo del mondo interno
Melanie Klein rinnovò il concetto freudiano di fantasia, che prevedeva la comparsa di quest’ultima dopo che si fosse instaurato il principio di realtà e solo in conseguenza a una frustrazione, quindi rappresentava una forma illusoria di soddisfacimento interno, che interveniva solo in assenza di una gratificazione esterna. Il bambino è spinto dal desiderio di possedere tutte le ricchezze all’interno del grembo materno, quindi attraverso la fantasia distrugge il rapporto sessuale reciproco dei genitori che percepisce come uno scambio di preziose sostanze nutritive inaccessibili a lui stesso.
Parlando del concetto di fantasia, la Klein afferma che: <

Mentre Freud considerava la fase edipica il culmine della sessualità infantile e la sua risoluzione il tassello necessario per far nascere il Super-Io, la Klein identificò l’apparizione dei sentimenti edipici già nella fase dello svezzamento, ovvero nel primo anno di vita, dove la rottura del legame tra la madre e il bambino conduce l’interesse di quest’ultimo verso il padre che assume forme di fantasie genitali. Anche la nascita del Super-Io, secondo la Klein, appare precocemente sotto forma di severe e critiche autoaccuse che accompagnano le fantasie edipiche più precoci.
Lo svezzamento come conflitto fondamentale
C’è tutta una misteriosa modalità di comunicazione, intensa ed esclusiva, che si organizza attraverso l’allattamento. Il neonato che si attacca al seno introietta la presenza della madre come quella di un oggetto stabile e sicuro, nutrendo il corpo con la bocca e la psiche con lo sguardo. Il passaggio all’alimentazione autonoma rappresenta la cesura di questo abbraccio confortante, in cui il nutrimento fisico-affettivo deriva direttamente dalla madre e da quest’ultima viene regolato. Il bambino può vivere questo momento con angoscia e sofferenza e percepire nello stesso un senso di abbandono da parte della madre che non vuole più nutrirlo.
In un momento evolutivo in cui il terrore del “non conosciuto” assume un’intensità psichicamente non controllabile, rifiutarlo è la sola modalità che il bambino ha di liquidarne la veemenza, la potenzialità aggressiva. Nella finalità di spiegare la presenza di un’aggressività innata verso la madre, la Klein ha analizzato il concetto di svezzamento qualificandolo come uno tra i possibili elementi generatori della pulsione distruttiva nei confronti dell’oggetto materno. La madre interiorizzata prende dunque le sembianze di un oggetto persecutorio crudele e minacciante del quale il bambino avverte la necessità di liberarsi. E il miglior modo per farlo è privarla del nutrimento.
La gestione delle angosce e il fallimento della reverie
Si è verificato quello che Bion chiama fallimento della reverie, uno stato mentale grazie al quale la madre recepisce il contenuto psichico del bambino, altresì quello più angoscioso, e glielo restituisce in una modalità meno distruttiva e minacciosa per il Sé. Il ventre psichico della madre rielabora l’inconcepibile al posto del figlio, consentendo la trasformazione dei temibili elementi beta in elementi psichici cognitivamente più evoluti ed emotivamente più controllabili, i cosiddetti elementi alfa.
14. Jean Piaget e gli stadi dello sviluppo cognitivo del bambino
Ovviamente, nel caso in cui la madre non si mostri in grado di svolgere la funzione di reverie, il bambino sarà costretto a fronteggiare da solo i temibili contenuti del proprio apparato psichico, e l’evacuazione totale degli stessi sarà la sola salvezza possibile: ecco dunque il vomito come l’espressione concreta - l’acting out - di questa espulsione “salvifica”. Una madre che tiene atteggiamenti di questo genere percepisce il bambino non come un nucleo esistenziale da accudire in senso evolutivo, bensì un oggetto dissociato nella sua mente, un frammento distonico e disturbante che la aggredisce.
Dall'infanzia all'adolescenza: il rifiuto come traccia del passato
Lo svezzamento rappresenta il doloroso dissolvimento di un’illusione simbiotica con la madre e con i beni dalla stessa forniti. Proprio questa regressione comporta il riproporsi intenso e vigoroso di bisogni orali tipici dell’infanzia, che l’adolescente crede di poter dominare attraverso il controllo dell’introduzione del cibo, arrivando talvolta alla sospensione dello stesso. È pertanto possibile affermare che, nell’adolescenza come nello svezzamento, il rifiuto del cibo è il rifiuto di un cattivo introietto materno, cui si unisce il rifiuto di Eros, della vita e dell’autoconservazione garantita dalla presenza del nutrimento. Distruggere il Sé si rivela necessario a portare a termine il progetto di distruzione legato all’odio verso la madre e all’odio verso il Sé che nella madre si identifica, in una crudele ricorsività simbiotica.
L'interesse verso l'adolescenza ha consentito la creazione di un contesto di riferimento e di procedure tecniche specifiche che costituiscono un corpus tecnico e teorico trasmissibile allo psicoterapeuta. Si deve considerare come la pubertà sia legata alla sfera biologica, mentre l'adolescenza sia soprattutto un fenomeno sociale per la particolare confusione tra i conflitti intrapersonali ed interpersonali che hanno effetto sull'identificazione, sull'identità, sul Super-Io e sull'ideale dell'Io.

La complessità della ricerca e del setting clinico
L’articolo Lo svezzamento nasce come conferenza tenuta dalla Klein nel 1936 alla Caxton Hall di Londra all'interno di un ciclo di conversazioni seminariali aperte al pubblico, alle quali partecipavano, come relatori, vari psicoanalisti della Società Psicoanalitica Britannica. Il lavoro fu pubblicato la prima volta nel 1938 all'interno del volume On the Bringing up of Children curato da John Rickman e, successivamente, nel 1975 in Writings of Melanie Klein curato da R. E. Richard e Piggle.
La psicoanalisi moderna, nel confrontarsi con l'adolescenza, sottolinea come sia fondamentale il lavoro in contesti dove si possa disporre di una supervisione data la tendenza all'acting out (suicidi, incidenti ecc.) degli adolescenti e l'opportunità di offrire un ascolto anche ai genitori. L'analista di adolescenti deve possedere la libertà interiore sufficiente a far sentire all'adolescente malato che può dire qualunque cosa, anche se perversa o terrificante, purché esprima i propri pensieri e sentimenti a parole e non in azioni. Proprio quest'ultimo fatto è il più difficile da ottenere stante la tendenza di questi pazienti all'agito.
Infine, nell'opera Invidia e Gratitudine, pubblicata nel 1957, la celebre psicoanalista Melanie Klein condensa quarant'anni di lavoro psicodinamico con bambini e adulti. Il testo analizza in profondità lo sviluppo del rapporto primordiale del bambino con il suo primo oggetto, la madre, e individua nell'inevitabile situazione di dipendenza del neonato verso di lei la scintilla che accende l'invidia, costituzionalmente presente in ogni essere umano. L'amore e la gratitudine verso la madre sono dunque, in misura variabile, soffocati dalle fantasie distruttive e queste a loro volta impediscono al bambino di sperimentare pienamente sia la bontà della madre che la propria, ostacolando la costituzione di un oggetto interno buono che è il fondamento della sicurezza e della serenità interiori.
tags: #melania #klein #svezzamento