Negli ultimi tempi abbiamo assistito spesso alla discussione sul metodo che un lettore critico deve porsi rispetto a un testo. D’altro canto, siamo dell’idea che i testi “parlino” da sé, e che una serie di stralci messi in mostra, senza alcun accompagnamento critico, di analisi sull’autore, sul momento storico dell’uscita del romanzo, sui temi trattati, ecc, qualcosa da dire ce l’abbiano e siano in grado di significare almeno in parte la riuscita o la non riuscita di una scrittura.

Il nuovo libro di Sheila Heti nasce da una domanda: avere o non avere un figlio? A chiederselo è la protagonista di Maternità, una donna che, a trentasette anni, sente che è il momento di prendere una decisione, prima che sia il suo corpo a prenderla per lei. Il compagno è d’accordo, “possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura”, così lei, per svelare “il più grande segreto che nascondo a me stessa”, come chiama la sua posizione nei confronti della maternità, si affida alle monetine, che con i loro sì e i loro no dovrebbero essere utili a indagare i suoi dubbi. Lanciare tre monete è una tecnica usata da chi consulta l’I Ching, un sistema di divinazione che ha avuto le sue origini in Cina più di tremila anni fa.
L’autofiction come indagine esistenziale
Canadese dalle origini ungheresi, Sheila Heti è uno dei nomi più noti della grande ondata di autofiction di questi anni. Nel suo romanzo più famoso, La persona ideale, come dovrebbe essere?, la protagonista aveva il suo stesso nome e con lei compariva l’amica Margaux Williamson: Heti lo aveva definito un romanzo tratto dalla vita (a novel from life). Anche questa volta le coordinate biografiche della protagonista sembrano coincidenti con quelle di Heti: eppure, se per approssimazione si direbbe la sua storia, in realtà è praticamente impossibile cogliere un grammo di biografia da queste pagine.
Quella di Maternità è un’indagine sulle origini del desiderio di avere figli: la protagonista si chiede se per lei non sia forse la risposta a una generica pressione sociale, il desiderio di provare al mondo che il suo corpo funziona. Così, attraverso continue oscillazioni di desiderio il romanzo inizia a mettere a fuoco quello che forse è il vero cuore della questione: non compiere un’azione corrisponde a vivere l’esperienza di quella assenza?

Perché, altrimenti, definire le donne che decidono di non avere figli a partire da quel senza, dalla mancanza di qualcosa, invece di considerare la loro esperienza come equivalente? Forse voglio dei figli perché desidero essere ammirata come il tipo di donna ammirevole che ha dei figli? In un’intervista, la scrittrice Leila Slimani definiva la maternità come una condanna all’ergastolo, per quanto scandaloso possa sembrare: “dal momento in cui una donna rimane incinta”, rifletteva, “la donna che era prima muore per sempre”.
Il peso della tradizione e la rottura degli schemi
Mi infastidisce lo spettacolo di tutto questo riprodursi, lo vedo come un voltare le spalle ai vivi: un segno di insufficiente amore per noialtri, noi miliardi di orfani che già viviamo sulla terra. Questa gente si volta a braccia aperte verso una nuova vita, sperando di creare una felicità più grande della propria, piuttosto che occuparsi di chi è già vivo. È la storia che mi ha raccontato mia cugina una volta che eravamo a casa sua per la cena dello Shabbat: quella della ragazza che cucinava il pollo come lo cucinava sua madre, che a sua volta lo cucinava come faceva sua madre, cioè legandogli sempre le zampe prima di metterlo in pentola. Quando la ragazza va a chiedere alla bisnonna perché era tanto importante legare le zampe del pollo, la nonna risponde: “Perché altrimenti nella pentola che avevo non c’entrava”.
Lotta agli stereotipi di genere e diritti umani. Prof.ssa Alessandra Viviani
Avere un figlio risponde all’impulso di non dare nulla a sé stesse. Trasforma tale impulso in una virtù. Nutrirsi per ultime per abnegazione, sacrificarsi negli spazi più piccoli nella speranza di essere amate: queste sono tendenze totalmente femminili. Allora sarà decisamente quello uno degli argomenti del libro. Magari non avrei dovuto dire che voglio spiegarlo a me stessa ma che voglio spiegarlo agli altri.
La scrittura come forma di resistenza e cura
Io non voglio fare altro che starmene seduta tutto il giorno a fissare un cocomero. Cullarmelo fra le braccia. Cantargli delle canzoni, portarmelo in giro. Non voglio fare altro che addormentarmi e dormire per un milione di anni. O forse voglio avere un bambino - ma con qualcuno che lo vuole veramente. A volte mi sembra che sarebbe facilissimo avere un figlio da Miles: la sua carne dentro la mia, la sua pelle profumata, pulita, liscia; quel cervello, quel cuore, mescolati coi miei. Quando ho descritto tutto questo a Erica, lei ha risposto: “Non stai parlando del desiderio di avere suo figlio dentro di te”. Ho capito che era vero: quando immagino di essere incinta, è più che altro la sensazione di avere una cosa incastrata dentro di me.
L’arte è una cosa viva? Mentre uno la fa, intendo. Quanto mi sento aggredita quando sento che una persona ha avuto tre figli, quattro, cinque, di più ancora… Mi sembra segno di avidità, prepotenza e maleducazione: un espandersi arrogante della propria individualità. Eppure forse non sono tanto diversa da quelle persone: anch’io mi espando per tante pagine, e sogno che le mie pagine si spandano per il mondo. Mia cugina, che ha la mia età ed è molto credente, ha sei figli. E io ho sei libri.
Il corpo come oracolo e limite
Stanotte, in sogno, mi guardavo le tette allo specchio. Mi penzolavano dal torace, mi arrivavano all’ombelico. Piangevo di tristezza, al vederle crollate così. Strillavo, in lacrime: Oddio quanto mi sono scese le tette! Ci si può abituare a tutto nella vita, ma che una volta al mese ti esca del sangue dalla vagina non è la fine del mondo. Penso: Non è stupido che il mio corpo l’abbia fatto di nuovo? Possibile che non impari mai?

La voce narrante - labirinto di disillusioni ed esaltazioni - ha abortito a vent’anni, si è spesso affidata ai contraccettivi e anche alla pillola del giorno dopo, ha molte volte amato uomini che non volevano aver figli. Divorziata, ha un compagno (Miles, che ha una figlia) e, in quanto ebrea, si chiede perfino se, tenuto conto degli inferni del ventesimo secolo, non fosse il caso di sostenere personalmente la crescita del suo popolo. Per trovare risposte si affida alla filosofia come al lancio dei dadi, al confronto con le storie di sua madre e di sua nonna, alle conversazioni con gli amici, che siano genitori o meno.
Il desiderio di maternità è un insieme di forze contrastanti che non riguarda solo la procreazione, la famiglia, il padre e la madre, i figli, ma uno spazio emotivo più ampio in cui convivono infelicità e speranza, realizzazione di sé e smarrimento. Ed è da questo assunto, a tratti paradossale, che scaturisce uno degli sguardi più originali e potenti degli ultimi anni su un tema che suscita prese di posizione sempre più inconciliabili. Sheila Heti non vuol convincere le donne a non mettere al mondo figli, ma vuol far comprendere come sia coraggioso sia diventare madre che non esserlo.
La risonanza del vuoto
In My life is a joke, un racconto apparso sul New Yorker, immaginava di essere morta, investita da un’auto: “quando sono morta, non c’era nessuno intorno a vederlo. Sono morta completamente sola. Va bene così”. Raccontando di non aver sposato il fidanzato del liceo, da sempre ossessionato dal bisogno di avere qualcuno che potesse far da testimone per la propria esistenza, realizzava che lei, senza marito e senza figli, non avrebbe avuto nessuno a tramandare la sua storia. Quando, in Maternità, un’amica della protagonista le consiglia di fare un figlio col compagno, si accorge allora di invidiare “le madri perché qualunque cosa succeda hanno sempre questa persona, una cosa tutta loro”: ma i figli non sono una nostra proprietà, per quanto lo desideriamo, restano qualcosa di separato da noi. A lasciare un segno di sé nel mondo saranno i suoi libri, dopotutto.

A rendere Maternità un libro infinitamente più interessante di tanti altri che affrontano lo stesso tema, è che sembra davvero interrogarsi sull’argomento, senza riuscire a dare una risposta univoca: in questa incertezza, che assomiglia al tempo che fluttua e che domina il libro, troviamo qualche frammento di senso. È una ruminazione perché non si sviluppa in forma lineare, ma in forma circolare, torna ripetutamente al punto di partenza, dismette argomentazioni e poi le recupera. È un romanzo filosofico, in cui i meccanismi di finzionalità sono camuffati da un apparente autobiografismo: Maternità, però, non è la rappresentazione di una vita, è uno spazio letterario in cui tutto quello che avviene è simbolico e, quindi, analizzabile.
Le monete, l’uso che fa dei tarocchi, dei sogni: sono tutti segni che la storia che stiamo leggendo è metaforica, per così dire. E non è neanche un’ascendenza nascosta: la sua indagine sulla maternità è esplicitamente paragonata alla lotta di Giacobbe con l’Angelo. “Giacobbe rimase solo”, racconta, “e una creatura lottò con lui fino allo spuntare dell’alba”. Quando Annie Ernaux dice di preferire il noi o la terza persona per parlare di sé è perché, quando pensa alla sua vita, dall’infanzia ad adesso, non riesce a separarla dal mondo in cui ha vissuto. Forse, è proprio questa ascendenza religiosa (senza religione) la cosa più vicina a un noi collettivo a cui Heti potesse ricorrere, in assenza di una storia collettiva in cui poterci riconoscere.
La trasformazione in oro
“Se vendo questo libro, in cambio ne riceverò dell’oro. I filosofi volevano trasformare la materia oscura in oro, io voglio trasformare la tristezza di mia madre in oro”. Questa ambizione rivela la natura ultima del progetto di Sheila Heti: non si tratta di una cronaca di decisioni prese, ma di un processo alchemico dove il dubbio e il dolore vengono distillati in una forma espressiva capace di trascendere la biografia singola.

Il tono dell'opera è di un equilibrio sottile, una temperatura emotiva che non scivola mai nel sentimentalismo ricattatorio. Heti non usa la storia di chi è venuto prima, delle madri e delle nonne, solo per giustificare il presente: le utilizza come specchi, come strumenti di indagine. La domanda resta sospesa: “Dovrei avere un figlio?”. A trentasette anni, la protagonista si ritrova a ponderare una scelta che le appare difficilissima, eppure, proprio nell'indecisione, trova una sorta di libertà intellettuale. Se il ciclo di ogni vita dovrebbe generarne un altro, cosa succede quando questo ciclo si interrompe per scelta o per destino? È davvero un "senza" o è una pienezza diversa? Sheila Heti, con la sua scrittura scabra e onesta, ci invita a guardare nell’abisso di questa possibilità, ricordandoci che, a volte, la risposta migliore non è un punto fermo, ma la capacità di continuare a porsi la domanda giusta.