Marco Tutino, milanese, classe 1954, si è affermato come uno dei maggiori compositori del panorama italiano contemporaneo. La sua vita è un inno al "mestiere dell’aria che vibra", una definizione che racchiude la sua profonda dedizione alla musica e all'arte teatrale. Il suo percorso, narrato nel libro "Il mestiere dell’aria che vibra" edito da Ponte alle Grazie, è un affascinante intreccio di influenze musicali, esperienze giovanili tumultuose e una folgorazione artistica che ha segnato una svolta definitiva.

Fin da piccolo, la musica ha permeato le giornate di Tutino. In braccio al padre, ascoltava i classici intramontabili come Beethoven e Vivaldi. L'adolescenza lo vide appassionarsi ai Beatles e ai Rolling Stones, con una predilezione particolare per Lucio Battisti. Questo crogiolo di generi musicali ha alimentato un desiderio di espressione artistica che inizialmente si manifestava in direzioni disparate: il cantautore folk, l'attore brechtiano, il militante politico, o il flautista. Le opzioni che gli frullavano in testa all'inizio degli anni Settanta erano, come lui stesso le descrive, "vagamente avventurose e poco concrete: lo scrittore, la rockstar, l’attore, il regista cinematografico… cose così, niente a che fare con il medico o l’avvocato". In un'epoca in cui il pragmatismo non era di moda, i giovani inseguivano utopie, percependo il futuro come uno spazio "ricolmo di possibilità indefinite ma affascinanti".
La sua giovinezza fu segnata anche dall'impegno politico e sociale. Coinvolto nella "febbre del ’68", divenne la mascotte del movimento studentesco milanese, partecipando a manifestazioni con l'incoscienza tipica di quell'età. Tuttavia, l'esperienza della violenza, culminata nella visione del cervello di Giannino Zibecchi sul pavé di corso XXII marzo, lo allontanò definitivamente dalle rivoluzioni e dalle lotte di classe. Un senso crescente di estraneità e noia per slogan privi di senso e proposte costruttive acuì la sua disillusione verso quel percorso. Anche l'esperienza con il Collettivo teatrale "Bertolt Brecht", sebbene formativa, non gli offrì la prospettiva entusiasmante che cercava.
La svolta decisiva avvenne una sera di febbraio del 1971, durante una cena con sua madre. Fu in quel momento che la sua vita si divise nettamente in un "prima" e un "dopo". La madre, con un'analisi "convincente e spietata", distinse tra il "dilettantismo", che abbracciava tutte le sue precedenti esperienze, e il "mestiere", ciò che aveva sempre evitato di affrontare. La parola "mestiere" divenne un faro etico e deontologico. Non si trattava semplicemente di guadagnarsi da vivere, ma di dedicarsi a un'attività con la massima cura e professionalità possibile, indipendentemente dal suo riconoscimento economico o sociale. "Un uomo che non possiede un mestiere è un uomo superficiale, destinato a vivere la vita senza conoscere e capire granché," affermava Tutino, citando il principio trasmessogli. Questo concetto, radicato nell'etimologia stessa della parola - che evoca ruolo, necessità ed esercizio di un'arte - divenne il fondamento della sua visione. L'artigianato, l'attenzione ai particolari, la cura, il talento e l'abilità in qualsiasi campo: "far bene il proprio mestiere, da quello più umile a quello più eclatante". Questa filosofia lo portò ad apprezzare la qualità in ogni sua forma: un piatto cucinato ad arte, una piega perfetta di una moto in gara, un abito ben confezionato, una poesia di valore, un mobile ben costruito, un vino prodotto con sapienza. Al contrario, prova un "fastidio insopprimibile davanti alla genericità, alla sciatteria, al pressapochismo", equiparandoli agli oggetti fatti in serie, "piatti e senza vita".

Questa nuova consapevolezza lo spinse a iscriversi al Conservatorio di Milano, prima nella classe di flauto di Marlaena Kessick, e successivamente nella classe di composizione di Azio Corghi e Giacomo Manzoni. La sua dedizione al "mestiere" lo portò anche a smettere di suonare il flauto un anno dopo il diploma, consapevole che non sarebbe mai diventato un grande flautista, per concentrarsi esclusivamente sulla composizione.
Ma la vera "folgorazione", il momento in cui scelse definitivamente la sua strada, avvenne nel 1972. Lavorando come venditore di libri per Einaudi nell'ultimo foyer del Teatro alla Scala, decise casualmente di affacciarsi nella "piccionaia". Giunse in tempo per la celebre scena dei congiurati de "Un ballo in maschera" di Verdi, con la direzione di Gianandrea Gavazzeni, la regia di Franco Zeffirelli e le scenografie di Renzo Mongiardino. L'impatto fu travolgente.
La storia dell'opera - Una storia in 11 capitoli 1597 - 1945 (Documentario musicale)
Osservando la maestosità della scena, con settanta persone nell'orchestra, altrettante o più nel coro, i solisti sul palcoscenico, e immaginando la miriade di figure nascoste dietro le quinte - tecnici, sarte, truccatori, calzolai - Tutino comprese la complessità e la sofisticazione di quel "miracolo di realissima finzione". I congiurati, nel loro sussurrare intenti malvagi, erano più veri del vero proprio perché cantavano. In quel momento, il giovane Tutino pensò che quello fosse "il mestiere più sofisticato e complesso che una mente umana potesse elaborare", un "alveare perfettamente coordinato di esseri umani" per edificare un "castello in aria" destinato a svanire. Senza il minimo dubbio, quello sarebbe diventato il suo "Mestiere". E si fece una promessa: "E prima o poi, avrebbero eseguito un’Opera scritta da me in quel Teatro, promesso."
Le opere di Marco Tutino, tra cui spiccano titoli acclamati come "Pinocchio", "Cyrano", "La lupa", "Il gatto con gli stivali", "Vita", "Senso", "Le braci" e "Two women", sono state eseguite nei più importanti teatri del mondo. La sua carriera non si è limitata alla composizione; ha ricoperto ruoli di responsabilità artistica e gestionale, come direttore artistico del Teatro Regio di Torino e Sovrintendente e Direttore artistico del Teatro Comunale di Bologna, dimostrando un'attitudine poco avvezza ai compromessi.
Nel suo libro, Tutino non solo racconta la passione per il proprio lavoro e la genesi delle sue opere, ma svela anche i segreti del palcoscenico e le grandi opere del repertorio lirico internazionale, offrendo vere e proprie "istruzioni per l'uso". La sua storia si intreccia con la storia nazionale, offrendo uno spaccato della vita culturale italiana e internazionale.

Tra le righe, emerge la "danza gioiosa e leggera della creazione artistica, fatta di ispirazione e di artigianato, di rigore e di abbandono, di piccole, improvvise illuminazioni". Il suo approccio al mestiere è un equilibrio costante tra la visione artistica e la meticolosa cura dell'esecuzione, un principio che applica a ogni aspetto della sua vita e del suo lavoro.
Il libro contiene anche un prezioso "decalogo" in cui Tutino svela ciò che ha imparato dalla musica, offrendo spunti di riflessione universali:
- Il Tempo: La musica insegna che esiste un tempo interiore, soggettivo, che a volte può essere più veritiero di quello scandito dall'orologio.
- L'Armonia: La vera apprezzamento della consonanza nasce dall'accostamento con la dissonanza. Diffidare da chi è sempre in sintonia, poiché una sana critica può valorizzare maggiormente un elogio meritato.
- La Melodia: Anche nella solitudine, si può rimanere in sintonia con gli altri. La melodia è autonoma ma si esalta con l'accompagnamento; si può imparare a rimanere se stessi, sia soli che in compagnia.
- Il Ritmo: Senza il ritmo, il talento è inutile. La scelta del momento giusto è essenziale per realizzare i propri desideri.
- La Forma: La forma non è separata dal contenuto; spesso è essa stessa il contenuto. Una buona intenzione espressa male viene dimenticata, mentre una forma sgradevole rimane impressa. La forma può persino diventare la ragione delle scelte, prevalendo sulla sostanza.
- La Concentrazione: Senza concentrazione, la musica non esiste. È necessaria per vedere ciò che si guarda, comprendere ciò che si legge, ascoltare ciò che si sente. La concentrazione è essenziale anche in amore.
- L'Esercizio: L'esercizio non è solo per atleti e strumentisti, ma un metodo estendibile a tutte le attività che promettono grandi soddisfazioni, purché guidato da maestri.
- Le Classifiche: Categorie e scale di valori possono ingannare. La musica bella può trovarsi nella canzone più semplice, e quella brutta nella partitura più complessa. Il senso di superiorità non porta alla verità.
- La Collaborazione: La musica insegna a stare insieme, creando un'armonia simile a quella che lega le particelle per formare nuclei e atomi. Ogni frazione conserva la propria intelligenza, suggerendo una complessa interconnessione nel mondo.
- La Razionalità: La razionalità non esaurisce la nostra percezione del mondo. La musica è metafora di come sia sbagliato credere che basti solo pensare; esiste anche il Mistero, ciò che non comprendiamo ma che si manifesta.
Tutino aggiunge un undicesimo punto, forse meno "zuccheroso" ma essenziale: "fare bene un mestiere ti mostra chi sei. E anche dove sei, in senso lato. Sostanzialmente, ti indica qual è il tuo posto."
La sua carriera accademica lo vede oggi insegnare composizione presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, continuando a trasmettere la passione per un mestiere che richiede rigore, dedizione e un'incessante ricerca della perfezione artistica. Le sue composizioni, pubblicate da Suvini Zerboni e Casa Musicale Sonzogno, continuano a risuonare nei teatri di tutto il mondo, testimoniando la sua profonda comprensione e il suo amore per "l'aria che vibra".