
Marco Polo, la cui data di nascita è fissata al 1254, nasce a Venezia da una famiglia patrizia di facoltosi mercanti, originaria di Sebenico in Dalmazia. Suo padre, Nicolò di Andrea, del quale non si conosce la data di nascita, esercitò per lungo tempo la mercatura a Costantinopoli, assieme al fratello Matteo. La famiglia Polo risiedeva, in Venezia, probabilmente nella contrada di San Severo. Nulla si sa della sua infanzia, tranne che quasi certamente la passò a Venezia. Rimasto orfano di madre (il padre si sarebbe poi risposato con Floradisa Trevisan), Marco poté conoscere il padre, quindicenne, nato durante la lunga assenza di quest'ultimo.
Le Origini di una Stirpe di Mercanti
La famiglia di Marco era parte di un contesto di mercanti che operavano in Levante, tra la Grecia e il Mar Nero. Questi mercanti veneziani erano noti per la loro confidenza con un mare "senza fine e senza limiti", capace di proiettare i veneziani del tempo in una dimensione prossima all’infinito. È proprio di Venezia, della sua civiltà, dell’ambiente in cui Marco era cresciuto e si era formato, temprandone il carattere e l’anima, e di quel mondo di mercanti che spunta da ogni pagina dell’opera, che si è inteso occuparsi per comprendere appieno la figura del viaggiatore. Marco non è un mercante qualunque, ma un mercante di Venezia, e nello stesso Milione l’elogio del mercante diventa apologia della città che gli aveva dato i natali e ne aveva forgiato lo spirito, l’indole, la cultura, le attitudini mentali.
Il Primo Viaggio dei Polo in Oriente
Verso la fine degli anni Cinquanta del Duecento, il padre e lo zio di Marco, Nicolò e Matteo, si trasferirono a Soldaia, nell'attuale Crimea, dove gestivano un'agenzia. Da Soudak (sul Mar Nero), importante emporio di commerci fra Asia e Europa, si mossero nel 1260 o 1261. I conflitti fra Orda d’Oro e Ilkhanato (i due potentati mongoli dell’Asia occidentale) li costrinsero verso Est fino a Bukhara (nell’attuale Uzbekistan). Lì, dopo tre anni di permanenza, si unirono a un’ambasceria persiana diretta in Cina lungo le piste carovaniere della “Via della Seta”. Raggiunsero la corte del signore della Cina, l’imperatore mongolo Khubilai, alla cui corte il loro viaggio si protrasse per più di otto anni. Accolti con molte attenzioni, e divenuti interlocutori dell’imperatore su quanto riguardava l’assetto degli stati dell’Occidente, Nicolò e Matteo divennero suoi ambasciatori presso il papa.
Il Ritorno a Venezia e la Preparazione del Secondo Viaggio
Nel 1269, quando il padre e lo zio fanno ritorno a Venezia, Marco ha quindici anni. Il loro ritorno a Venezia fu segnato da un impedimento nella loro missione diplomatica: il vuoto del Soglio papale, poiché la Santa Sede era vacante da tempo dopo la morte di Clemente IV nel 1268. Solo nel settembre 1271, Tebaldo Visconti, legato pontificio in Terrasanta, fu eletto come Gregorio X. Nell'attesa dell'elezione, bloccato a Venezia, Nicolò scoprì di essere vedovo (nulla sappiamo della moglie) e poté conoscere il figlio Marco.
La Grande Partenza per il Catai: Il Secondo Viaggio dei Polo

Ancora giovinetto, probabilmente nella primavera o nell’estate del 1271, Marco parte insieme con il padre e lo zio per la Cina. Aveva allora diciassette anni, ma per la mentalità medievale era già considerato un adulto a tutti gli effetti. La prima importante tappa dei Polo fu San Giovanni d’Acri, in Palestina. Qui, ottennero udienza dal legato apostolico Tebaldo Visconti, cui esposero le richieste di Kubilai che non avevano potuto inoltrare al papa. Durante le prime tappe del viaggio si trattennero alcuni mesi ad Acri e poterono parlare con l'arcidiacono Tedaldo Visconti, che Marco chiama "Tedaldo da Piagenza". I Polo, in quell'occasione, gli avevano espresso il loro rammarico per la lunga mancanza di un papa, poiché nel loro precedente viaggio in Cina avevano ricevuto da Kublai Khan una lettera per il pontefice, ed erano così dovuti ripartire per la Cina delusi. Raggiunta Laiazzo, sul golfo di Alessandretta, i Polo vennero a sapere che nel frattempo proprio Visconti era stato eletto papa. Pertanto tornarono ad Acri, dove Gregorio X non solo approvò il progetto, ma affidò loro due suoi inviati con lettere e doni per Kubilai.
Il Lungo Cammino Verso l'Oriente
Lasciata la Cilicia, i Polo iniziarono il lungo cammino ripercorrendo regioni che Nicolò e Matteo avevano già visitato nell’ultimo tratto della loro precedente avventura, inoltrandosi nell’Anatolia. I pericoli non fermarono il cammino dei Polo. Da Cesarea la carovaniera volgeva a sud, fino a Erzerum e di lì a Tabriz, in Persia, importante snodo dove confluivano le mercanzie provenienti dall’India, e poi a Qazvin, non lontano dall’attuale Teheran. Erano le terre ov’erano fiorite le civiltà più antiche, dai Sumeri agli Assiri, ai Persiani sino alla straordinaria impresa di Alessandro Magno. Il veneziano racconta di aver attraversato la città di Tabriz in Iran e poi la città di Yazd in Persia, giungendo fino al porto di Hormuz, forse con l'intenzione di proseguire il viaggio via mare. Tuttavia, a Hormuz trovarono un clima infernale, con temperature che toccavano i 50 gradi e un vento fortissimo. Soprattutto, però, fu la cattiva condizione delle navi a scoraggiarli. Inoltre, qui appresero che i porti della Cina non erano sotto il controllo di Kubilai, per cui decisero di riprendere l’itinerario terrestre.

Dopo quasi un mese, accodandosi probabilmente a qualche carovana di mercanti, erano di nuovo a Kerman. Proseguendo in direzione nord-est entrarono nell’Afghanistan, piegando poi più decisamente a nord fino a Sheberghan, non lontano dal Turkmenistan e dall’Uzbekistan, dove i tre viaggiatori ebbero modo di ritemprarsi gustando i meloni più buoni del mondo, come annota Marco. Quindi toccarono quella che oggi conosciamo come Mazar-i-Sharif, dove si trova il ricostruito mausoleo del califfo Alì, del quale però Marco Polo non fa parola. Erano giunti ormai nelle terre alte dell’Asia, segnate da catene montuose disposte in senso orizzontale, il che rendeva il percorso ancora più impegnativo; quelle montagne si susseguivano ininterrotte, digradando dal tetto del mondo, i massicci del Karakorum e, più a est, dell’Himalaya. Vi giunsero dopo un lungo cammino in lande poverissime. Da Samarcanda si apriva però, per buona sorte dei Polo, la fertile valle dell’Amu-Darja, al termine della quale si inoltrarono nel Badakhstan, regione di cui Marco elogia l’aria purissima, l’abbondanza di carni e frutta, il carattere socievole degli abitanti.
L’itinerario compiuto dai veneziani è incerto, dopo che essi ebbero lasciato alle loro spalle i luoghi che avevano percorso i Macedoni di Alessandro, poiché le denominazioni geografiche attuali sono ben diverse da quelle che si trovano nel Milione; è probabile peraltro che i Polo siano passati attraverso il Turkestan cinese e poi l’altopiano del Pamir, a nord del Karakorum. Quindi la terribile attraversata del deserto di Gobi, che richiese varie settimane, dopo di che giunsero finalmente nei domini del Gran Khan, presso la catena degli Altai, dove venivano seppelliti i sovrani mongoli. Questo silenzio potrebbe apparire sconcertante ai nostri occhi, se non tenessimo presente che, sino all’avvento al potere dei Ming (1368), non esisteva un’unica struttura del futuro complesso architettonico, ma solo alcune linee fortificate di modeste dimensioni. In questo lungo viaggio, a Kashgar Marco si ammalò e i Veneziani attesero quasi un anno prima di poter riprendere il viaggio. Costeggiarono il deserto del Taklimakan e raggiunsero la regione del lago di Lop nor, nella provincia cinese del Sinkiang.
Alla Corte del Gran Khan Kubilai
Verso il maggio 1275, i Polo giungono alla corte di Qubilai, nella sua residenza estiva di Shangdu (la Ciandu del Milione), a nord di Pechino (Cambaluc), dopo un viaggio durato tre anni e mezzo. I due fratelli gli consegnarono le lettere pontificie e l’olio santo per la madre, scusandosi per non aver potuto presentargli i sacerdoti e i teologi richiesti. Il Gran Khan rivide volentieri i veneziani; era nel pieno della maturità e Marco poteva avere allora ventun anni. Quel giovanotto entrò presto nelle simpatie dell’imperatore, che ebbe modo di ammirarne la predisposizione per le lingue e l’abilità nel trattare con le persone. Qui Marco, dopo aver assolto l’incarico, affidatogli dall’imperatore, di ispezionare le regioni al confine del Tibet e lo Yün-nan, viene elevato alla dignità di “messere” - titolo che lo lega direttamente alla figura del sovrano, di cui diviene informatore ed ambasciatore personale presso tutti i popoli dell’impero. Marco Polo entrò nel corpo diplomatico del Gran Khan come ambasciatore e in missioni commerciali in varie parti dell'impero mongolo, e vi rimase per 17 anni. Durante tutta la sua permanenza presso la corte mongolica, per conto del Gran Khan, Marco svolgerà attività amministrative, lunghe e delicate ambascerie e incarichi diplomatici di prestigio, compiendo a tal fine diversi viaggi.
Marco Polo e la via della seta - città, mercati, commerci e meraviglie
Il Ruolo di Marco Polo nell'Amministrazione Mongola
Anche se, a causa della mancanza di documentazione cinese, non è possibile precisare con sicurezza il suo ruolo amministrativo, è opinione che trova concordi gli studiosi che Marco fosse un funzionario imperiale. Tra le sue funzioni ci fu sicuramente quella di informatore del Khan, ma non si escludono pure attività di governatorato o amministrazione finanziaria. Il fatto non è inusuale: l’élite imperiale mongola ricorreva volentieri a personale straniero (non mongolo, non Han) per le sue necessità, ed era assai ‘riluttante’, per così dire, a interrompere il rapporto professionale coi suoi sottoposti. Per tre anni, dal 1282 al 1285, Marco Polo ricoprì l’incarico di governatore della città di Yangzhou, ultima roccaforte Sung, che i Polo avevano contribuito a conquistare nel 1283. Raggiunse il Tibet, navigò sullo Chang Jiang, sull’Huang He e lungo il corso superiore del Mekong. Negli anni successivi la pressione mongola si esercitò soprattutto in Cambogia e nel Vietnam, e probabilmente nel 1284 Marco Polo venne aggregato a un’ambasceria inviata nell’isola di Ceylon, famosa per le gemme che in essa si trovavano, in particolar modo le perle. In seguito (probabilmente nel 1285 e 1288) il veneziano fu in Indocina, su cui, come pure nella vicina Birmania, si appuntavano le mire di Kubilai.
Il Ritorno in Patria: Un Lungo Viaggio per Mare
La loro permanenza in Cina durava ormai da diciassette anni. L’occasione per rimpatriare si presentò nel 1290, quando in Persia l’ilkhan (il re mongolo, vassallo dell’impero) Arghun, che era rimasto vedovo, chiese al cugino Kubilai di fornirgli una moglie. Si trattava di rinsaldare un’alleanza politica e la scelta dell’imperatore cadde su una bellissima diciassettenne, la Cocacin del Milione. La spedizione partì dall’attuale Quan Zhou quasi certamente all’inizio del 1292. Tre mesi dopo le quattordici grandi giunche che accompagnavano la principessa toccarono le isole della Sonda e poi Sumatra. I veneziani erano muniti delle tavole d’oro che imponevano ai sudditi di Kubilai di prestare aiuto a chi le esibisse; inoltre l’imperatore aveva affidato loro lettere per i principali monarchi cristiani e, soprattutto, per il papa.
A Sumatra, anzitutto, la spedizione fu costretta a fermarsi sei mesi, a causa dei monsoni. Poi fece rotta per Ceylon, quindi toccò la costa del Malabar, nell’India occidentale e infine Hormuz, probabilmente alla fine del 1293. Diciotto soli dei seicento uomini partiti dalla Cina raggiunsero il golfo Persico. A questo punto la missione dei veneziani poteva dirsi conclusa ed essi ripresero il cammino percorrendo in parte l’itinerario dell’andata; da Hormuz si portarono a Tabriz, quindi, attraverso l’Armenia e la Georgia, giunsero a Trebisonda, capitale dell’impero greco dei Comneno ed emporio ben frequentato dai mercanti italiani. Nel 1292 i Polo salpano dal porto di Zaitun ed iniziano per mare il viaggio di ritorno in patria che si concluderà nel 1295. Rividero la loro città nel 1295, dopo ventiquattro anni di assenza.
La Cattura e la Stesura del Milione
In quello stesso anno, poco dopo il suo ritorno a Venezia, in una delle tante battaglie navali che a quel tempo avvenivano tra Veneziani e Genovesi nel Mediterraneo orientale e nei mari italiani - non è dato sapere con certezza quale (non necessariamente quella di Curzola, come sostengono alcuni suoi biografi) - Marco cade prigioniero dei genovesi. La tradizione vuole che in carcere Marco dettasse a un compagno di prigionia, Rustichello da Pisa, i ricordi della sua impresa. Fra il 1298 e 1299, proprio nelle carceri di Genova, detta al compagno di prigionia, Rustichello da Pisa, il suo resoconto di viaggio Le Divisament du Monde. Rustichello da Pisa va ricordato, oltre che come compilatore de Le Livre de messer Marco Polo citoyen de Venise, appelé Milion, où sont décrites les merveilles du monde, anche come uno dei volgarizzatori del ciclo bretone. Si è ipotizzato che Marco Polo si convinse a usare il tempo della prigionia per scrivere il racconto dei suoi viaggi, che sarebbe stato molto utile ai mercanti, forse anche per suggerimento dei Genovesi, che erano molto interessati a fare concorrenza ai Veneziani sui mercati asiatici.

Il racconto di Marco Polo, pubblicato nel libro Il Milione, provocò la meraviglia e l’incredulità del pubblico, che riteneva impossibile l’esistenza fuori d’Europa di una società bene organizzata e avanzata come quella da lui descritta. Il merito della fama di Marco Polo sta certo nel suo lunghissimo viaggio e nella permanenza di anni in Oriente, in particolare in Cina; ma anche, e forse soprattutto, nel fatto che ne ha lasciato un racconto, in un bellissimo libro noto come Il Milione o anche Il libro delle meraviglie. Oggi, per noi, è come se non esistessero, ma lo stesso Marco, per esempio, racconta di mercanti europei incontrati lungo la strada, e suo padre e suo zio avevano già fatto da soli un viaggio in Cina di cui non sappiamo quasi niente. La storia delle esplorazioni è piena di casi del genere.
La Vita Post-Prigionia e la Diffusione del Milione
Marco fu liberato dalla prigionia nell'agosto 1299 e ritornò nuovamente a casa a Venezia. Nel frattempo, il padre e lo zio avevano acquistato un grande palazzo in contrada San Giovanni Crisostomo (sestiere di Cannaregio), nota come "Corte del Milion", acquisto reso probabilmente possibile con i proventi del commercio e della vendita delle gemme portate dall'Oriente. La Compagnia Polo continuò le sue attività commerciali e Marco divenne presto un ricco commerciante. Fino alla morte, il viaggiatore veneziano si occuperà con lo zio Matteo di affari e commercio, oltre che soprattutto della diffusione del suo libro.
Sappiamo che nell’agosto del 1307 consegna una copia del Milione a Thibault de Cepoy, affinché la recapiti a Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo il Bello. Oltre a Carlo di Valois, se ne procurano copie l’infante di Portogallo don Pedro e numerosi nobili e principi. Gli anni veneziani di Marco furono anni meno ‘interessanti’: dedicati al matrimonio (con Donata Badoer, da cui nacquero tre figlie; una quarta nacque fuori dal matrimonio), al trasferimento della famiglia nella grande casa di San Giovanni Grisostomo (una tipica casa-fondaco, nell’area dell’odierno teatro Malibran), alle attività commerciali (Marco restò estraneo alla vita politica della Serenissima), alla sistemazione di una seconda edizione del Devisement dou monde (in probabilissima collaborazione con i Domenicani di Santi Giovanni e Paolo, presso i quali era uno dei laici più influenti). Nel 1305 Marco Polo viene menzionato in un documento veneziano, tra i capitani di mare locali, in merito al pagamento delle tasse. Nel 1309-1310 Marco partecipò alla spartizione dei beni del defunto zio Matteo. Nel 1319 entrò in possesso di alcune tenute del padre defunto e nel 1321 acquistò parte della proprietà di famiglia della moglie Donata. Nel 1323 figura come testimone per l’accettazione di alcuni lasciti testamentari di Giovanni dalle Boccole da parte dei frati domenicani del convento veneziano dei SS. Giovanni e Paolo.
Gli Ultimi Anni e la Morte
Il 9 gennaio 1324 Marco firma il suo testamento, testamento che, insieme con altri documenti, attesta come le proprietà dei Polo fossero in realtà più limitate rispetto alle meravigliose ricchezze che solitamente venivano attribuite loro. Nel 1323 era malato e inabilitato a muoversi dal letto. L'8 gennaio 1324, in punto di morte, dettò le sue ultime volontà al sacerdote Giovanni Giustiniani di San Procolo, convocato dalle donne di casa. Marco divise i suoi averi tra la famiglia, diversi istituti religiosi (tra cui la chiesa di San Procolo e la chiesa di San Lorenzo presso la quale sarebbe stato sepolto) nonché gilde e confraternite a cui apparteneva. Morì nel 1324 e fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo a Venezia. La casa dei Polo andò distrutta durante un incendio nel 1598.
La Controversia sull'Autenticità del Viaggio

Negli ultimi decenni alcuni storici hanno messo in dubbio la veridicità del viaggio di Marco Polo in Cina e hanno tacciato di falso Il Milione. Secondo queste tesi, Marco avrebbe tutt’al più raggiunto le coste del Mar Nero, dove avrebbe raccolto notizie e informazioni in particolare da viaggiatori persiani, poi trasfuse, ma di seconda mano, nella sua opera. Il sospetto fonda soprattutto sul fatto che Il Milione non fa alcun cenno alla Grande Muraglia cinese: com’era possibile che un uomo vissuto per tanti anni in Cina e instancabile viaggiatore nell’impero in qualità di funzionario della corte di Qubilay Khan non si fosse mai imbattuto in questa mastodontica struttura difensiva? Ma anche la circostanza che nel Milione non si accenni mai a tradizioni celebri in Cina, come l’uso del tè, o a sue invenzioni famose, come la stampa o la bussola, ha destato più di qualche dubbio. Fra gli scettici, primeggiano Frances Wood (curatrice della sezione cinese della British Library) e David Selbourne (filosofo politico britannico, commentatore sociale e storico).
In particolare Frances Wood fa notare che Marco dichiara di avere avuto una funzione governativa, ma i Polo non vengano menzionati da nessuna fonte documentale cinese; che nel Milione, oltre alla Muraglia cinese, manchino le usanze cinesi più comuni: la tradizione del tè, il sistema di scrittura verticale, l’invenzione della stampa, la porcellana, l’uso delle bacchette per mangiare o i piedi fasciati delle donne. Inoltre, poiché i nomi delle località non sarebbero quelli utilizzati in cinese o mongolo, come ci si aspetterebbe, ma in persiano, questo indicherebbe che Marco Polo non aveva mai imparato il cinese. Il fatto che Marco Polo possa non avere mai imparato il cinese sarebbe stato avallato dal sinologo tedesco Wolfgang Franke e da Daniele Petrella, archeologo dell’università di Napoli, secondo cui Polo avrebbe utilizzato fonti persiane per redigere il suo testo, trascorrendo alcuni anni all'interno delle comunità turche e persiane presenti nella zona.
Le Contro-Argomentazioni a Favore della Veridicità

In realtà, tali tesi negazioniste non hanno fatto altro che aumentare il fascino e l’attrazione per il grande mercante veneziano. Tra gli interventi scientifici più rilevanti per ristabilire l'attendibilità del Milione vanno citati: uno studio dei cinesi Yang Chih-chiu e Ho Yung-Chi del 1945, Francis Woodman Cleaves, che nel 1976 confronta delle fonti cinesi con fonti persiane, poi di nuovo uno studio del solo Yang Chih-chiu del 1985, considerato come la prova definitiva della presenza di Marco Polo in Cina. In risposta agli interrogativi di Frances Wood, sono intervenuti il danese Jørgen Jensen, il filologo Igor de Rachewiltz (Università di Canberra), lo storico economico Ugo Tucci (Università di Venezia) e il sinologo Lionello Lanciotti (Università di Venezia). A questi si sono associati lo storico inglese Stephen G. Haw.
In particolare Chih-chiu e Young-Chi, nel loro articolo del 1945, riferiscono di avere scoperto alcuni documenti storici dell'epoca Yuan, in cui si riferisce di un'ambasceria mongola in Persia che includeva tre ambasciatori, Oulatay, Apusca e Coja. Non si menziona invece la principessa. Gli studiosi hanno confrontato questa informazione con il resoconto di uno storico persiano coevo di Marco Polo, Rashid al-Din Hamadani: Hamadani parla di un'ambasceria arrivata in Persia dalla Mongolia, e menziona un ambasciatore di nome Coja nonché una principessa mongola, pur senza precisarne il nome. Questo coincide con l'affermazione di Marco, secondo cui di seicento persone che componevano l'equipaggio iniziale arrivarono a destinazione in diciotto, e in particolare "Di tre ambasciatori di Argon si salvò uno solo, quello chiamato Cogia". Secondo gli studiosi cinesi, il fatto che Marco Polo non sia menzionato nella fonte cinese né in quella persiana non è strano, dato che nella fonte cinese non è citata nemmeno la principessa. Questa omissione, secondo loro, si giustifica con la relativa poca importanza attribuita a Marco Polo, che verosimilmente faceva parte della scorta, e con la delicatezza della missione diplomatica che riguardava una principessa reale.
Un altro particolare interessante è menzionato dal danese Jørgen Jensen: il fisico e astrologo padovano Pietro D'Abano (1250-1316) riporta nel suo Conciliator Differentiarum una conversazione da lui avuta con Marco Polo, in cui questo aveva disegnato una stella "a forma di sacco" (ut sacco) con una lunga coda (magna habens caudam) da lui vista durante uno dei suoi viaggi nel mare d'Indonesia. Gli astronomi sono concordi che in Europa non c'era stato nessun avvistamento particolare di stelle alla fine del 1300 e che però una cometa era stata avvistata in Cina e in Indonesia nel 1293. Altri diversi dettagli astronomici forniti da Marco a D'Abano si possono spiegare secondo Jensen solo ammettendo che Marco sia stato effettivamente in Cina.
Igor de Rachewiltz critica aspramente il volume di Frances Wood e risponde a vario titolo su molti punti. Argomenta fra le altre cose che la mancanza di riscontri scritti sul nome dei Polo negli archivi cinesi è molto probabilmente dovuta al fatto che i tre europei erano considerati come del tutto insignificanti dal governo locale, anche se loro tendevano a pensare il contrario. Analogamente, Marco Polo era molto probabilmente indifferente alle particolarità della cultura cinese, in quanto all’epoca del suo viaggio i Cinesi erano dominati dai Mongoli e quindi componevano uno degli strati sociali più bassi, per cui non valeva la pena né di informarsi sulla loro cultura, né sulla loro lingua. Quindi non è affatto strano che Marco comunicasse in persiano, la "lingua franca" della zona all’epoca. Lo storico inglese Stephen G. Haw sottolinea che molte critiche rivolte al "Milione" sono iniziate nel 1600 e sono anacronistiche, mentre il racconto di Marco Polo ha la caratteristica di essere notevolmente accurato. Di recente il sinologo tedesco Hans Ulrich Vogel ha pubblicato un volume in cui esamina dettagliatamente le descrizioni che Marco Polo fornisce delle valute, della produzione di sale, della circolazione della moneta. Vogel ha osservato che nessun'altra fonte occidentale, araba o persiana ha fornito dettagli così accurati e unici sulle valute cinesi, ad esempio la forma e le dimensioni della carta, l'uso dei sigilli, i vari tagli di carta moneta e le variazioni nell'uso della moneta nelle diverse regioni.
L'eredità di Marco Polo
Il racconto di Marco Polo, invece, è stato poi verificato su altri documenti, come gli archivi cinesi, ed è esatto a proposito di luoghi e popolazioni, usanze ed eventi, organizzazione dell’Impero e personaggi. Le sue sono le notizie, pratiche ed essenziali, di un mercante che si è trasformato in funzionario, e non lasciano molto spazio alla fantasia. Alcune ‘esagerazioni’ dipendono dalla forma che Rustichello aveva dato al racconto, per renderlo più attraente, altre sembravano tali per l’incredulità dei lettori: per esempio, nel libro si parla di palazzi o di intere città dai tetti «tutti d’oro», che è un’esagerazione, mentre è vero che in Oriente si usava (e si usa ancora) rivestire con una sfoglia d’oro i tetti degli edifici importanti. Molte delle informazioni di Marco Polo costituiscono le prime vere notizie arrivate in Occidente sull’Asia. Soltanto nell’Ottocento alcuni studiosi cercarono conferme certe al racconto: e scoprirono che le notizie che conteneva erano tutte più o meno vere. Qualcuno, comunque, credette ai racconti di Marco: Cristoforo Colombo, per esempio, considerò Il Milione una fonte affidabile e fondamentale, e quando arrivò in America (convinto che fosse, invece, l’Asia) chiese dove poteva trovare il Gran Can, l’imperatore della Cina.
