Una canzone, una storia: l’odissea de "I quattro ciucci" da Shelton Brooks all’Italia

Con il post di oggi inauguriamo una nuova serie, che speriamo accolta con favore: il titolo, “Una canzone, una storia”, già lascia intendere che si affronteranno alcune versioni di una canzone, spesso lontane nel tempo, raccontando alcune notizie su di essa. I post di questo tipo saranno quindi multipli, trattando anche alcuni dei vari supporti in cui la canzone è stata pubblicata. È ad esempio il caso del brano che inaugura questa nuova serie, “I quattro ciucci”: in esso infatti parleremo anche di un 45 giri dei Freddie’s e di un EP dei già noti, per i frequentatori del blog, Campanino.

Molti conoscono la canzone “I quattro ciucci” grazie all’esecuzione di Renzo Arbore, incisa nel 2002 nel suo album “Tonite! Renzo swing”. Alcuni si ricordano una vecchia edizione di “Canzonissima” (in realtà in quell'anno intitolata "Gran Premio") in cui la stessa canzone era cantata da un complesso. Ma come nasce questa melodia diventata un classico dell'umorismo musicale italiano? Per rispondere, dobbiamo compiere un viaggio che attraversa l'oceano e torna indietro nel tempo, fino alle radici del jazz.

Ritratto stilizzato di un compositore jazz dell'epoca del dixieland

Le radici americane: Shelton Brooks e il Dixieland

La storia di questo brano ha inizio con Shelton Brooks (4 maggio 1886 - 6 settembre 1975), un compositore jazz nato in Canada che, nel 1901, si trasferisce a Detroit. Pianista di grande talento, inizia a collaborare a commedie musicali e spettacoli teatrali, avvicinandosi progressivamente al dixieland, il genere che avrebbe definito la colonna sonora dei primi decenni del Novecento.

Nel 1917, Brooks scrive una canzone destinata a fare la storia: “The darktown strutters ball”. Il brano viene lanciato dall’“Original Dixieland Jass Band”, un ensemble leggendario composto da Johnny Stein alla batteria, Alcide Nunez al clarinetto, Tom Brown ed Eddie Edwards ai tromboni, il celeberrimo Nick La Rocca alla tromba ed al corno, e Henry Ragas al pianoforte. La band, che pochi mesi prima ha inciso un altro brano destinato nel corso del tempo a diventare un evergreen, “Tiger rag”, incide “The darktown strutters ball” su un 78 giri per la Columbia (A2297, sul retro “(Back Home in) Indiana”). Il disco ottiene un successo strepitoso e, in questa versione originale, il testo della canzone è completamente in inglese.

IL JAZZ - LE ORIGINI

Le versioni si susseguono sin da subito, a volte con piccole modifiche al titolo (“At the darktown strutters' ball”, “The darktown strutters' ball” ed anche solo “Strutters' ball”), e la canzone diventa in breve tempo uno standard per molti gruppi. Nel 1940 i "Chicago Rhythm Kings" del batterista George Wettling la incidono in versione strumentale, e nel secondo dopoguerra riscuote un buon successo la versione di Joe Liggins, incisa con i suoi Honeydrippers nel 1947. Il brano è diventato un pilastro della musica popolare americana, pronto per essere reinterpretato e adattato in contesti culturali completamente differenti.

L'approdo in Italia: I Campanino e la trasformazione

“The darktown strutters ball” arriva anche in Italia, dove per primi la incidono i Campanino. La loro versione, che prende il titolo di “I quattro ciucci”, viene pubblicata dapprima su 45 giri come retro di “T’amerò” (Jolly, J 20019, 22 gennaio 1958). Successivamente, il brano viene inserito in un EP che raccoglie altre due canzoni incise in un altro singolo: “T'aggia di 'na cosa” e “Ma è proprio 'o vero?”.

L'EP dei Campanino rappresenta un documento importante per comprendere il gusto musicale dell'epoca. “T’amerò” è un terzinato come andava di moda in quel periodo, non particolarmente originale, così come “Ma è proprio ‘o vero”. Più interessante è invece “T’aggia di ‘na cosa”, che si muove sulla falsariga del filone umoristico napoletano che in quel periodo otteneva notevole successo con artisti del calibro di Carosone e Van Wood. Tuttavia, il brano migliore dei quattro è senza dubbio proprio “I quattro ciucci”, che riesce a mantenere intatta l'energia del jazz delle origini pur vestendosi di una veste linguistica e ironica tutta italiana.

Copertina vintage di un EP dei Campanino con grafica tipica degli anni '50

Una cosa particolare di questo EP è che non sono scritti i nomi degli autori dei brani, né in copertina né sull’etichetta. Ci vengono in aiuto i due 45 giri, con copertina standard Jolly forata, che riportano come autori di "T'amerò" e "Ma è proprio 'o vero?" Rino Da Positano (cioè Gennaro Torchia) e un non meglio precisato Lombardi, mentre "T'aggia di 'na cosa" è firmata da Testoni per il testo e da Malgoni per la musica.

La struttura dell'EP si presenta dunque così:

  • Lato A: 1) T’amerò (Rino Da Positano-Lombardi), 2) I quattro ciucci (Shelton Brooks).
  • Lato B: 1) T’aggia di ‘na cosa (Giancarlo Testoni-Gualtiero Malgoni), 2) Ma è proprio ‘o vero?

L'evoluzione del genere e la persistenza del brano

L'adattamento di brani internazionali in lingua italiana era una pratica diffusa, ma trasformare un pezzo dixieland in una canzone comica come “I quattro ciucci” richiedeva una sensibilità particolare. Il passaggio dal testo originale in inglese a una versione italiana ha permesso alla melodia di Shelton Brooks di radicarsi profondamente nella cultura popolare, diventando quasi irriconoscibile rispetto alla sua forma originaria, pur mantenendo intatta la struttura armonica che la rendeva così orecchiabile.

Diagramma che illustra la trasformazione di una melodia jazz nel corso dei decenni

Il fatto che artisti come Renzo Arbore abbiano ripreso questo brano decenni dopo testimonia la resilienza della melodia. Arbore, con la sua passione per lo swing e per le tradizioni musicali americane rilette in chiave italiana, ha saputo restituire al pubblico contemporaneo una canzone che, nata nel 1917, non ha mai smesso di far ballare e sorridere. La storia de “I quattro ciucci” è, in ultima analisi, la storia di come una composizione possa viaggiare attraverso il tempo e lo spazio, cambiando nome e volto, ma conservando intatta la capacità di comunicare gioia attraverso le note.

Analisi tecnica della composizione

Quando parliamo di “I quattro ciucci”, dobbiamo considerare la struttura compositiva di Shelton Brooks. Il brano originale si basa su un tipico schema AABA, una forma che ha dominato la scrittura delle canzoni popolari americane per gran parte del XX secolo. La semplicità della melodia, unita a un ritmo sincopato che invita al movimento, è ciò che ha permesso a “The darktown strutters ball” di essere facilmente orchestrabile anche da band non strettamente legate al jazz puro.

Nell'adattamento dei Campanino, la scelta di mantenere il ritmo incalzante tipico del genere è stata fondamentale. Anche senza la presenza di strumenti a fiato virtuosistici come quelli della band di Nick La Rocca, il gruppo italiano è riuscito a trasmettere l'euforia del brano originale. La transizione tra il genere terzinato - estremamente popolare in Italia alla fine degli anni '50 - e lo swing/dixieland del brano in questione mostra quanto fosse elastico il mercato discografico dell'epoca, capace di accogliere influenze eterogenee e di fonderle in prodotti che, sebbene destinati al consumo rapido, possedevano una qualità intrinseca non indifferente.

La mancanza di crediti d'autore chiari sull'EP dei Campanino è un riflesso della prassi editoriale di quel periodo, dove spesso l'attenzione era focalizzata più sull'interprete che sulla paternità del brano, specialmente per quanto riguardava i pezzi di derivazione straniera. Questo ha creato, nel tempo, una sorta di "mistero" attorno alla genesi di molte canzoni, contribuendo a renderle ancora più affascinanti per i collezionisti e per gli storici della musica leggera.

Il contesto culturale dell'Italia degli anni '50

Per comprendere appieno la fortuna de “I quattro ciucci” in Italia, è necessario guardare al contesto culturale del dopoguerra. Il Paese stava vivendo una fase di grande trasformazione. La musica americana, che durante il conflitto era stata vista con sospetto o proibita, divenne il simbolo di una ritrovata libertà. Il jazz, in particolare, rappresentava un'apertura verso un mondo nuovo, dinamico e ottimista.

Veduta di una strada italiana degli anni '50 con un juke-box in primo piano

L'umorismo napoletano, magistralmente interpretato da Carosone, si sposò perfettamente con queste sonorità importate. La capacità di prendere un brano jazz americano e "italianizzarlo" (o, più specificamente, "napoletanizzarlo") non fu solo una necessità commerciale, ma un vero e proprio atto creativo. “I quattro ciucci” si inserisce in questo filone, dove il divertimento fonetico e la semplicità dei testi si appoggiavano su fondamenta musicali solide, costruite da maestri come Brooks.

L'importanza della conservazione discografica

Il lavoro di archiviazione e di analisi di piccoli supporti come gli EP dei Campanino è essenziale per ricostruire la storia della musica leggera. Ogni solco di un 45 giri o di un EP racconta una storia specifica, fatta di scelte di produzione, di mode passeggere e di talenti che, pur non raggiungendo mai la fama mondiale, hanno contribuito a definire il paesaggio sonoro di intere generazioni.

La serie “Una canzone, una storia” nasce proprio con l'intento di preservare queste memorie. Senza la documentazione accurata di singoli dischi, di copertine e di note di etichetta, brani come “I quattro ciucci” rischierebbero di essere ricordati solo come curiosità, perdendo il legame vitale con le loro radici. La ricerca storica in ambito musicale non è mai solo un esercizio nostalgico, ma un'esplorazione continua dei percorsi invisibili attraverso cui la cultura si diffonde e si trasforma, portando con sé, intatto, il nucleo emozionale delle opere originali.

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