L'Arte dell'Offesa: Analisi dell'Espressione "Lo Prende in Culo e Urla" nel Contesto della Cultura Italiana

Il linguaggio è uno specchio della società, riflettendo le sue dinamiche, i suoi valori e, non di rado, le sue tensioni più recondite. Nell'ambito delle espressioni idiomatiche e del turpiloquio, si annidano significati profondi che tracciano un percorso storico e culturale complesso. L'espressione "lo prende in culo e urla" rientra a pieno titolo in questo universo, rappresentando una forma di insulto la cui carica offensiva è radicata in specifiche percezioni sociali legate alla sessualità e al potere. Per comprenderne appieno il significato e l'origine, è fondamentale inserirla in un quadro più ampio che esplora la storia dell'ingiuria nella tradizione letteraria e cinematografica italiana, analizzando le evoluzioni del parlato e le tipologie di discriminazione che esse veicolano.

Le Radici Antiche dell'Ingiuria nella Tradizione Letteraria Italiana

L'insulto, lungi dall'essere un fenomeno moderno, vanta origini antiche nella tradizione letteraria italiana. Già nell'opera fondante della lingua, come quella dantesca, si rinvengono esempi di quelle divisioni campaniliste per cui la nazione sarà ancora famosa nei secoli a seguire. Si pensi alle invettive proferite da Dante stesso, che non esitava a stigmatizzare intere città o gruppi sociali attraverso un linguaggio spesso crudo e diretto. Queste prime manifestazioni di offesa, pur contestualizzate in un'epoca e in uno stile differente, gettano le basi per una tradizione che avrebbe continuato a esplorare il potenziale espressivo dell'ingiuria. Un'ultima invettiva dantesca, proferita in Purgatorio da Beatrice, può essere riportata ad esempio delle "offese all'italiana" per eccellenza: gli insulti a sfondo sessuale. Questi, infatti, troveranno ampio spazio nella produzione letteraria italiana successiva, come dimostrato anche da una nota sequela di insulti di Guido Fava, maestro di retorica dei primi del Duecento, riportata nel volume di Casalegno e Goffi (2005) all'interno de Il codice etico dell'offesa. Già da questo primo colpo d'occhio, si può immaginare come il cinema non si sia sottratto a una così illustre tradizione e abbia a sua volta riproposto e rivisitato topoi non dissimili, magari sfruttando il tradizionale "cordone ombelicale letterario" di cui parla Brunetta (1998, p. 413). Le forme linguistiche e i concetti più frequentemente usati per esprimere ingiurie e maldicenze, per ragioni antropologiche, indicano aspetti fondamentali del sistema di valori, della mentalità socialmente diffusa, nonché della cultura che una civiltà può esprimere, come evidenziato da Cardona (2006).

Manoscritto medievale illustrato con scene di invettive

Se è facile prevedere la presenza di insulti etnici ed episodi che mettono in scena la discriminazione dell'alterità nella cultura cinematografica nazionale, meno scontato appare il compito di definire le modalità di rappresentazione predilette dal cinema italiano e i tipi di offese che vi ricorrono più di frequente. Tracciare un quadro sistematico dell'uso degli insulti interetnici nel cinema italiano richiederebbe, per una discussione adeguata, una profondità e un raggio di osservazione tali da rendere conto di periodi, generi e autori dagli esordi ai giorni nostri. Per "autore", in ambito cinematografico, si dovrebbe contemplare, per limitarci alle figure professionali ineludibili, gli sceneggiatori, i dialoghisti, gli autori delle colonne sonore, i registi, e così via. Per esigenze di sintesi, ci si limiterà a segnalare convenzionalmente il nome del regista e l'anno di produzione, rimandando, per maggiori informazioni, alle schede tecniche dei film reperibili in gran parte delle pubblicazioni specializzate in materia. Obiettivi così ambiziosi non rientrano tra gli scopi di un saggio che non intende generalizzare quanto osservato né proporlo a rappresentanza del contesto culturale italiano visto nel suo insieme. Anche dentro questi limiti, però, il tema del razzismo implica di per sé rimandi a varie prospettive di studio (di tipo sociologico, antropologico ecc.) che, nelle loro analisi, raccontano le diverse forme di discriminazione rinvenibili quotidianamente nella cultura popolare italiana o in quella occidentale.

L'Evoluzione del Turpiloquio nel Cinema Italiano: Dalla Reticenza alla Rottura dei Tabù

Il cinema italiano ha attraversato diverse fasi nel modo di rappresentare e utilizzare il turpiloquio. In un primo tempo, si è circondato di "vere e proprie strategie di reticenza e di evitamento del turpiloquio", adottando soluzioni come l'uso di allotropi considerati più accettabili al cinema o l'interruzione dell'enunciato, funzionali anche alla censura delle imprecazioni, come descritto da Rossi (1999, p. 436). Questo fenomeno si esprimeva anche attraverso eufemismi e allusioni, tra cui primeggiavano i frequenti riferimenti alla sfera sessuale.

Tuttavia, già in queste epoche più controllate, non mancavano opere che rappresentavano la discriminazione etnica. Un esempio di razzismo antimeridionale si ravvisa nella moglie di Totò in Gambe d'oro (1958), allorché la donna, milanese, dà del «terrone» al marito, il quale però, a sua volta, la apostrofa con appellativi come «mangiapolenta», «barbara» e «longobarda». Della «terrona» Totò già definiva l'algerina Suleima («ma vai via/ terrona!»), in Totò le Mokò (1949). Contro i dialetti settentrionali si possono ricordare le continue derisioni di Totò nei confronti del modo di parlare della moglie veneta, in Totò e i re di Roma (1952), o l'imperativo «parli italiano// Si spieghi» rivolto a un contadino veneto, e «è proibito parlare in dialetto!» [Totò e Carolina, 1955]. Ancora, contro il «ciava» "chiave" pronunciato da una donna, Totò protesta: «ligure!» [La banda degli onesti, 1956], come annota Rossi (2002, p. 308). In questi casi, gli insulti etnici sono utilizzati a scopo comico-espressionistico e, ridendo e scherzando, esprimono la frammentazione tipica della realtà sociopolitica italiana in brevi bozzetti dalla battuta secca e incisiva di sapore surreale.

Negli anni Sessanta, pur in presenza di esempi illustri di insulti interetnici, si verificano due cambiamenti profondi: quello relativo al rapporto degli italiani con il cinema e quello che si manifesta nel parlato cinematografico. In questi anni, infatti, la televisione inizia a prendere piede, soppiantando il cinema nella predilezione degli italiani e ponendo fine all'era in cui il cinema era il primo grande mezzo di comunicazione di massa nazionale. Mentre inizia il primato dell'oralità televisiva nel panorama massmediatico, accade che, "assieme alla rottura di una serie di tabù sessuali e ideologici, si verifica anche quella dei tabù linguistici" (Brunetta, op. cit., p. 202). Gli italiani, abituati ai film parlati in grammatica, dove il modello formale della lingua era rappresentato dalla lingua letteraria (Rossi, 1999, pp. 54-62), e consapevoli, soltanto in parte, dei film "di nicchia" del neorealismo italiano, sono così progressivamente ed inesorabilmente sottoposti a trattamenti di choc verbale. Infatti, "dagli anni settanta tutte le bandiere censorie e moralistiche sono saltate e in certi film è difficile reperire, nella catena discorsiva, la mancanza di termini o locuzioni volgari o oscene o la ripresa di una interazione, comunicazione priva di punte di espressività". In questo nuovo scenario, la sfera sessuale fornisce il la alla gran parte delle formulazioni ingiuriose (Brunetta, op. cit., pp. 202-03).

Tipologie di Insulti: Sessuali, Etnici e Sociali

Nell'affrontare il tema degli insulti interetnici e, più in generale, degli insulti, si è cercato di indagare i tipi di discriminazione presentati e le loro modalità di rappresentazione. Nelle forme di aggressione verbale più frequenti, si sono ricercate eventuali ricorrenze in relazione a epoche, generi o contenuti delle opere. Riguardo ai tipi di insulti ricorrenti nelle opere cinematografiche visionate, è evidente la prevalenza degli insulti a sfondo sessuale. Questo dato conferma l'attenzione del cinema italiano agli usi registrati nella vita quotidiana ed entrati nel patrimonio lessicale, specie negli ultimi anni (cfr. Cortellazzo, 1995, p. 112, e i dati LIP in De Mauro et al., 1993).

Con "insulto razziale" si intendono tutte quelle occasioni interattive in cui un parlante si riferisce o rimanda alla razza, all'etnicità, alla nazionalità o anche all'identità regionale dell'ascoltatore o di una terza persona in modo tale da esprimere un affronto. Lagorgette (2006) ed Ernotte e Rosier (2004) hanno categorizzato i diversi tipi di insulto. Lagorgette, facendo riferimento ai due più frequenti meccanismi retorici utilizzati per la creazione di insulti lessicali - la metafora e la metonimia - classifica gli insulti lessicali più frequenti nel francese in tre macroaree: insulti che stabiliscono un confronto con elementi non umani (quali animali e sostanze varie), insulti che instaurano un confronto con elementi umani variamente connotati (riferimenti a professioni, comportamenti morali, nomi propri di persona, combinazioni di titoli e nomi propri o di professione), e insulti che fanno vertere l'attacco verbale su elementi inalienabili della persona (razza, caratteri ontologici dell'individuo, sue capacità sessuali e di procreazione, insulti indiretti). Ernotte e Rosier categorizzano i diversi tipi di insulto in etnotipi, sociotipi e ontotipi, a seconda che siano proferiti con l'intento di colpire l'interlocutore nell'identità razziale, in quella professionale o comunque legata alle condizioni sociali, o nella sua identità essenziale di individuo.

L'Insulto Sessuale e la Sfera della Dignità: Il Caso di "Lo Prende in Culo e Urla"

I riferimenti ingiuriosi più frequenti nel contesto italiano si riferiscono, come si è detto, alla disponibilità sessuale della donna (o della madre) e alla preferenza omosessuale (passiva) dell'uomo. Quest'ultima è vista come espressione di incapacità, come mancanza di potere sessuale. È in questa categoria che l'espressione "lo prende in culo e urla" trova la sua collocazione più appropriata e il suo significato più pungente. Essa evoca l'immagine di un individuo sottoposto a un atto sessuale anale passivo, con l'ulteriore aggravante dell'urlo, che sottolinea non solo l'atto subito, ma anche il dolore, l'umiliazione e la perdita di controllo. Questo tipo di offesa, dunque, non si limita a denigrare l'orientamento sessuale, ma mira a colpire la dignità, l'autonomia e la virilità percepita dell'uomo, presentandola come una condizione di sottomissione e debolezza.

Un esempio emblematico e recente di ingiuria relativa alla sfera sessuale è stato l'episodio che, alla finale di un campionato mondiale di calcio, ha visto il giocatore italiano M. Materazzi offendere una familiare del giocatore francese Z. Zidane, il quale si è guadagnato l'espulsione dal campo per la sua reazione di aggressione fisica dell'ingiuriante. La frequenza di queste provocazioni nei campi di calcio è dimostrata anche da un'invettiva simile (hijo de puta) lanciata da D. Beckham durante un incontro Inghilterra-Real Madrid del maggio 2004, episodio sanzionato anche in questo caso con il cartellino rosso. Interessanti, al riguardo, erano state le giustificazioni del giocatore inglese che vertevano sia sulla scarsa padronanza della lingua spagnola sia sull'ignoranza delle differenze culturali nazionali e, quindi, della gravità di un tale insulto per uno spagnolo. Sulle diverse tradizioni culturali europee in tema di insulti, si può consultare Burgher (1996/2001). Per un quadro d'insieme aggiornato, si veda anche Tartamella (2006).

L'idea di passività sessuale maschile come "tara" personale è rafforzata da frasi d'impatto, spesso presenti anche nel parlato filmico. Si consideri il seguente estratto, che evidenzia come il linguaggio militaresco possa intersecarsi con l'insulto sessuale per rafforzare un'idea di sottomissione e mancanza di virilità:SOTTOTENENTE: "Forza! Forza… rapidi, muoversi! Tieni basso quel culo, forza! Siete un branco di checche! Vi volete muovere? Correte! Veloci! Forza, bastardi! Ve lo faccio fare tutto il giorno! Forza, animali! Io vi spacco il culo! Vi volete muovere?" (Petraglia e Rulli, 2003, p. 69).Questo esempio, riproducendo le convenzioni ortografiche definite nelle sceneggiature pubblicate o nei sottotitoli dei DVD, se presenti e fedeli all'audio, dimostra la brutalità e l'efficacia di tali espressioni nel denigrare l'individuo.

A questi esempi "da manuale" si accompagna una miriade di altre occorrenze incentrate sulla disponibilità sessuale della donna e sull'omosessualità vista come "tara" personale. Un altro spunto può venire da insulti a sfondo sessuale ispirati all'ideologia che contraddistingue alcune posizioni politiche, come quelle leghiste ("Vi facciamo un culo così"), dove il riferimento è, in questo caso, alla filosofia del celodurismo proclamata orgogliosamente da Umberto Bossi in riferimento alla Lega Nord e ai suoi esponenti, come accade in Camicie verdi.

Graffito su muro con offesa sessuale

La Discriminazione Etnica e Sociale nel Linguaggio dell'Insulto

Anche se meno frequenti, vari esempi di insulti etnici si ritrovano in situazioni tematicamente significative. Combinando il criterio temporale con quello tematico, alcuni contesti si rivelano potenzialmente interessanti per gli eventi storici considerati, per la ripresa e l'adattamento di fonti letterarie (ad esempio, gli ultimi quarant'anni di storia italiana in La meglio gioventù, la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza ne Il giardino dei Finzi Contini, 1970, De Sica; Gli occhiali d'oro, 1987, Montaldo; I piccoli maestri, 1998, Lucchetti, ecc.) o per determinati fenomeni sociologici (film come Ultrà, 1991, Tognazzi e Nel continente nero, 1992, Risi, ad esempio, sono ispirati a un'attenzione alla realtà presente e ai temi dell'attualità generazionale). Nelle aree tematiche forti rientrano quindi tutte le questioni relative all'incontro con l'altro, con il diverso per lingua, cultura e aspetto esteriore. Si tratta spesso di film che toccano il tema delle differenze etniche, sociali e individuali esistenti tra i personaggi e contemplano, in senso proprio o figurato, il tema del viaggio come momento di riflessione su realtà e stili di vita sconosciuti.

In particolare, nei film che trattano il tema della migrazione, si rinvengono esempi che confermano l'importanza di una prospettiva articolata sui fenomeni legati a dimensioni localistiche nel territorio nazionale e alla loro evoluzione, a quella dei razzismi stranieri (Strane storie, 1994, Baldoni), all'espatrio degli italiani e agli italiani all'estero o all'arrivo di stranieri in Italia (ad esempio, My name is Tanino, 2003, Virzì o Lamerica, 1994, Amelio). Al tempo stesso, però, si constatano anche la "presenza marginale", il trattamento di "sfondo ad altre vicende" e la scarsezza di nuclei narrativi centrali sul tema dell'immigrazione nel cinema italiano (Cicognetti e Servetti, 2003, p. 8). Ai fini di questa prima ricognizione sull'uso degli insulti etnici nel cinema italiano, non è parso infine necessario applicare criteri restrittivi su generi e sottogeneri delle opere selezionate, anche se un ultimo criterio di selezione, questa volta obbligato, è stato imposto dalla reperibilità stessa di alcune opere.

Nel film La finestra di fronte, firmato dall'unico regista straniero presente nell'elenco, il turco Ozpetek, si incontrano vari riferimenti a situazioni di discriminazione etnica, anche se mancano delle vere e proprie "messe in scena" di interazioni conflittuali con scontro verbale tra etnie diverse. Nel brano che segue, Eminè, immigrata turca ben inserita nella realtà romana, cerca di interrompere un ennesimo episodio di violenza domestica che vede come protagonista una coppia di coinquilini italiani:VITTORIO (ad Eminè): "E mò basta! e fatti i cazzi tua, brutta stronza, se no la polizia la chiamo io e faccio arrestare a te e quel clandestino che c'ha lo stomaco di scoparti! Vattene!" E le sbatte la porta in faccia.EMINÈ: "Giambo! Giambo!" Dal pian terreno si affaccia nella tromba delle scale un bellissimo uomo di colore, alto e possente (GIAMBO…). Questo dialogo mette in luce la violenza verbale che include sia l'insulto sessuale ("stronza", "stomaco di scoparti") sia la discriminazione etnica ("clandestino"), usati come armi per affermare il proprio dominio e denigrare l'altro.

Il Linguaggio Volgare e Dialettale Come Espressione Culturale

La ricchezza del parlato italiano, e in particolare delle sue varianti dialettali, offre un vasto repertorio di espressioni ingiuriose che, pur non sempre esplicitamente sessuali, mirano a colpire l'interlocutore in diversi aspetti della sua persona. Il dialetto romano, ad esempio, è particolarmente prolifico in questo senso, con espressioni che vanno dal mero giudizio estetico all'attacco sulla presunta intelligenza o integrità morale. Queste frasi, pur nella loro volgarità, spesso racchiudono un umorismo nero e una capacità descrittiva acuta.

Si consideri, ad esempio, la frase "bel bambino, come mai sei in giro da solo a quest'ora?" seguita da un dialogo in cui un bambino descrive con cruda sincerità le attività "poco convenzionali" dei suoi genitori e del fratello: "casa mia non c'e' nessuno a quest'ora", "mamma non c'e' ? No, fa a mignotta e a quest'ora sta a batte'", "tuo papa' non c'e'? Accidenti, che famiglia, e tuo fratello? spaccia' coca". Infine, in risposta alla domanda "e tua sorella cosa fa?", il bambino replica "Sarta", generando un contrasto comico e amaro. Questo scambio, sebbene non un insulto diretto, dipinge un quadro di degrado sociale che può essere sotteso a molte forme di disprezzo.

Numerose sono le espressioni popolari che colpiscono l'aspetto fisico o la presunta bruttezza, spesso con una creatività sorprendente: "Sei talmente brutta che se te devede la morte se gratta le palle!!!!!!" oppure "Sei tarmente brutto che se te vede Dario Argento ce fa 'na trilogia". Anche la magrezza eccessiva può essere oggetto di scherno: "Sei talmente magro che te devi mette le mutande co' la cordicella" o "te mori de fame". Per la grassezza, si sentiva dire "er chiappa è basso, largo… ripugnante". L'abbigliamento può ispirare commenti denigratori: "Si te metti le carze a rete me pari 'n arosto".

Fumetto con figure stilizzate di persone che si lanciano frecciate verbali

Altre frasi mirano a sminuire l'intelligenza o la capacità mentale dell'individuo: "Ma che c'hai dentro a la capoccia, 'a cassetta de l'elemosina?", o "sei rimasto deficiente". Il sarcasmo sulla stupidità altrui si manifesta anche in modi più elaborati: "ma tu sei sicuro de non esse rimasto un po' deficiente de quell'artro". L'idea di un cervello vuoto o disfunzionale è spesso espressa con immagini vivide: "c'hai 'n testa che giocheno a dama", o "ma ar posto der DNA che c'hai 'a catenella der cesso arotolata?".

La sfera sessuale è, come già ampiamente discusso, un terreno fertile per l'insulto, che può assumere diverse forme, dall'allusione più o meno velata alla volgarità esplicita. "STA' A PACCA'/POMICIA' COR CULO/+E MUTANDE" è un esempio di espressione che mescola intimità e volgarità. L'esagerazione è un meccanismo retorico frequente: "c'hai 'na minchia tarmente granne che se te casca 'r cazzo te rimbarza 'n culo". In contesti di corteggiamento o approccio, le battute possono essere molto dirette, come "Ao', c'hai un culo che parla! Lei: 'na merda fai scopa". O ancora, "che me fai da' 'na leccata? Lei: No!". Alcuni insulti giocano con il concetto di fortuna o disavventura, come "pijallo 'n culo er vento t'arza la camicia", che significa essere sfortunati in modo imbarazzante.

Il linguaggio dell'offesa include anche espressioni di incredulità o di rabbia contenuta: "ma che davvero davvero?", "ma chi me lo fa fare…", "non t'allargà", "ma famme il piacere…", "ma di che!". L'esasperazione può condurre a frasi come "vattene a mori' ammazzato". L'indifferenza o il disinteresse si traducono in "non me ne frega di meno".

Ci sono anche modi di dire che denotano una situazione di disagio o di stanchezza fisica: "c'ho li sordi pe' la foto", "ho le gambe che mi fanno giacomo giacomo". La mancanza di dignità o la bassezza morale possono essere espresse con "non è neanche da cani!".

L'insulto può anche essere un mezzo per ribadire la propria superiorità o per mettere in discussione l'autorità, come nel contesto militare dove l'intento è di spronare o umiliare: "Vi voglio spaccare il culo!" (già citato), o "Io ti apro in due come una cozza". Altre espressioni servono a criticare un comportamento o un atteggiamento, come "parli come mangi", suggerendo una mancanza di raffinatezza.

Riflessioni sul Linguaggio del Quotidiano e i suoi Derivati

La quotidianità è permeata da un linguaggio colorito, spesso arricchito da espressioni che, pur non essendo direttamente insulti, possono sottendere giudizi o stati d'animo. "Stare in campana, moretto" è un invito alla prudenza, mentre "stare manzo" suggerisce di mantenere la calma. "Siamo a cavallo" indica una situazione risolta, e "quando ce vo', ce vo'" sottolinea la necessità di agire.

Il turpiloquio può emergere anche in situazioni inaspettate, come nel dialogo tra un passeggero e un autista di corriera romana: "A Capooo! Che m'apri de dietro?" in riferimento alla porta posteriore del bus. La risposta dell'autista, "Come no! davanti!", gioca sull'equivoco sessuale, mostrando la pervasività di tale linguaggio. Anche il contesto degli acquisti non è immune, con un milanese che chiede a Roma un pacchetto di sigarette in modo inusuale: "Che, m'allunghi un pacco de svapore", a cui il tabaccaio risponde con il tipico "Che?". O ancora, la richiesta "fammepizzà" invece di "dammi un accendino", evidenzia le differenze linguistiche e la vivacità del gergo popolare.

La critica sociale e la constatazione di difetti altrui trovano sfogo in espressioni come "sei fuori come un balcone", per indicare follia, o "c'hai più complessi del concerto del primo maggio!", per descrivere una persona complessa. Alcune frasi, come "le carte cantano", rimandano alla veridicità dei fatti.

La capacità di un individuo di affrontare la vita è messa in discussione da frasi come "non te incazza' proprio", un invito alla rassegnazione, o "Ace gentile non ti fa niente. Te ce vo' Ace 'ncazzato", per suggerire che per i problemi seri ci vuole una soluzione drastica. L'idea di essere "sozzo" o sporco è legata a una mancanza di cura o di dignità.

Espressioni come "pappagallo d'ospedale" o "cavacecio" sono insulti di matrice più popolare e scherzosa, ma non meno efficaci nel denigrare. "A Fata……….a Fatta male……." o "Sei un angelo caduto dal cielo… sei proprio cascata de faccia" sono modi per indicare una persona brutta, spesso con un tocco di ironia. L'ipersessualizzazione o la lussuria sono veicolate da "c'hai un allupamento costante", mentre l'ingordigia è descritta da "magni voracemente".

Anche l'invidia e il desiderio di fare ciò che altri fanno, ma meglio, si riflettono in "qualcosa ci deve essere anche lui, e quando c'è lo fa meglio di te". La pigrizia o la tendenza a "spalmarsi" sono associate a chi si attacca agli altri, specialmente alle "donne… sempre a scroccarti il caffè al bar". L'immagine di una "bambolina russa che contiene altre bamboline" evoca una persona complessa o multi-sfaccettata.

In sintesi, il linguaggio dell'insulto in Italia, e in particolare l'espressione "lo prende in culo e urla", è un fenomeno poliedrico. Esso affonda le sue radici in una lunga tradizione letteraria e popolare, si evolve con i cambiamenti sociali e tecnologici, e continua a riflettere le percezioni culturali di potere, genere, sessualità ed etnia. L'analisi di queste espressioni non è solo uno studio linguistico, ma una finestra aperta sulle dinamiche più intime e spesso meno celebrate della società.

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