I figli del freddo: tra scienza, segreti e il diritto alla verità sulle proprie origini

Il dibattito sulla fecondazione assistita non è soltanto una questione tecnica o bioetica; è, profondamente e intimamente, una questione umana che tocca le corde più sensibili della costruzione dell’identità. In quasi trent’anni dalla nascita di Louise Brown, capostipite dei bambini in provetta, le polemiche sui limiti da dare alla procreazione assistita hanno spesso oscurato il vero cuore del problema: la narrazione della verità ai figli nati attraverso queste tecniche. Se già non è facile raccontare come nascono i bambini, nel caso della fecondazione assistita le cose si fanno più complesse.

rappresentazione simbolica di un embrione o di un legame familiare

Il peso del silenzio e la liberazione della verità

La domanda di fondo rimane urgente: bisogna dire a un bambino che è nato grazie alla fecondazione artificiale? E se la fecondazione è stata eterologa, ovvero con gameti estranei alla coppia, la questione si fa ancor più delicata. In Italia, si calcola che oggi quasi il 2% dei nuovi nati veda la luce con tecniche di procreazione artificiale. Nonostante la legge 40 del 2004 abbia proibito la fecondazione eterologa nel nostro Paese, le coppie che la richiedono all'estero sono sempre più numerose, alimentando un fenomeno di turismo procreativo verso nazioni dove, talvolta, i donatori non sono nemmeno anonimi.

Il rischio di celare le proprie origini è gravoso. Come osserva Tilde Giani Gallino, ordinario di psicologia dello sviluppo all'Università di Torino, i segreti sono sempre gravosi. Si vive nell'ansia che qualcuno spifferi ogni cosa, magari dando spiegazioni distorte, oppure marito e moglie si preoccupano che involontariamente possa loro sfuggire qualcosa. Parlare è liberatorio: la serenità che i genitori ne guadagnano si riverbera sui figli. La studiosa sottolinea che la procreazione medicalmente assistita (PMA) non va paragonata a un banale intervento chirurgico come un by-pass. Si tratta di una sfera molto intima: sarebbe opportuno aver superato gli eventuali problemi con la propria infertilità prima di rivolgersi alla PMA. Se questo è avvenuto, sarà facile parlarne ai figli e, anche nel caso il padre non sia quello biologico, non per questo si sentirà diminuito.

Melanie Klein e la psicologia infantile: introduzione.

L'evoluzione del romanzo familiare

Molti genitori temono di confondere il bambino, preferendo il silenzio con la motivazione di voler proteggere il figlio. Tuttavia, gli esperti suggeriscono un approccio diverso. Secondo Giovanni Micioni, psicologo e psicoterapeuta che lavora nel Centro cantonale di fertilità di Locarno, è fondamentale considerare l'età del piccolo. Già quando il bambino ha 2 anni si può iniziare, per poi tornare sull'argomento verso i 5 con informazioni più articolate.

Intorno ai 5 anni, i piccoli iniziano a costruire il loro romanzo familiare, una fantasia cosciente d'aver genitori diversi da quelli reali, biologici, sociali o adottivi che siano. Queste fantasie permettono di meglio superare il conflitto edipico, spostando i sentimenti di gelosia e rivalità verso figure immaginarie. Se un figlio avverte un clima di tensione dovuto al non-detto, potrebbe radicarsi troppo in queste fantasie, e questo è proprio ciò che va evitato.

Narrare le origini: il simbolismo come ponte

Come spiegare concetti tanto complessi a un bambino? L’associazione «Mamme on line» ha pubblicato una raccolta di fiabe e filastrocche intitolata «Mamma raccontami come sono nato», pensata proprio per aiutare i genitori. Nel libro ci sono «semino e ovetto» che si incontrano in un barattolo, o il principe Mirko che trova i semini «di principino» nel bosco. Il simbolismo delle favole aiuta il bimbo ad avvicinarsi a una realtà che andrà poi rispiegata man mano che cresce. Non bisogna illudersi che sia meglio rimandare certi discorsi all'adolescenza.

illustrazione di una favola infantile sul concepimento

La letteratura come specchio della contemporaneità

La narrativa contemporanea ha iniziato a esplorare queste tematiche con sensibilità crescente. Un esempio emblematico è il romanzo «La bambina del freddo» di Rossella Canevari. La storia, che intreccia toni da giallo a romanzo di formazione, ruota attorno a Emma, una donna in carriera che decide di affrontare la maternità come madre single tramite inseminazione eterologa. Le lettere che la protagonista riceve, firmate dalla figlia non ancora nata, fungono da espediente narrativo per costringere la donna a uscire dal proprio mondo interiore e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte prima di quanto avrebbe voluto.

Il romanzo di Canevari mette in luce le sfide che le donne di oggi affrontano in Italia per conciliare vita privata e professionale, in un contesto sociale che deve ancora confrontarsi con una parte della società conservatrice, contraria ai principi dell'eterologa. La scrittura ha il potere di manifestare le idee e permettere al lettore di viverle, empatizzando con i personaggi e affrontando questioni spesso dimenticate dal dibattito pubblico.

Oltre il tabù: un approccio multidisciplinare

Il tema dei "figli del freddo" richiama anche riflessioni di carattere bioetico e scientifico. Opere come «Il bambino che viene dal freddo. Riflessioni bioetiche sulla fecondazione artificiale» di Nunziante Cesaro, propongono un approccio interdisciplinare che unisce medicina, genetica, psicoanalisi, diritto e filosofia. Non si tratta di dare risposte prescrittive, ma di aprire quesiti necessari.

La necessità di affrontare queste tematiche non scompare con il passare del tempo. Che si tratti di un bambino piccolo che chiede dell'origine della vita o di una donna adulta che ripercorre le tappe della sua maternità, la verità sulle origini rimane un pilastro fondamentale dell'identità personale. I Centri Clinici AIPPI, ad esempio, offrono percorsi psicoterapeutici proprio per genitori e figli che si trovano ad affrontare le sfide emotive legate a questi percorsi, sottolineando che, nonostante la complessità, il confronto aperto e onesto rimane la via più efficace per costruire legami autentici e resilienti.

In ultima analisi, il superamento del disagio legato alla fecondazione assistita passa per l'integrazione della propria storia. Come suggerito dall'epilogo di molte storie simili, rifare tutto da capo, senza cambiare niente, è il segno di un percorso di maturazione in cui ogni scelta e sofferenza passata diventano funzionali alla persona che si è oggi. Accettare la verità sulle proprie origini, per un figlio, significa avere le chiavi per comprendere la propria intera esistenza.

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