La Città Giardino: Principi, Caratteristiche e la Visione Trasformativa di Ebenezer Howard

All’alba del XX secolo, di fronte ai problemi pressanti di sovraffollamento urbano e al crescente spopolamento delle aree rurali, emersero nuove visioni per ripensare l’ambiente costruito. In questo contesto, l’urbanista inglese Ebenezer Howard (1850-1928) formulò un modello innovativo che avrebbe avuto un’influenza profonda sulla pianificazione urbana mondiale: la Città Giardino. La sua opera, inizialmente pubblicata nel 1898 con il titolo "Tomorrow, a Peaceful Path to Real Reform", e in seguito riedita nel 1902 come "Garden Cities of To-morrow", presentò una soluzione che ambiva a salvare la città dal congestionamento e la campagna dall’abbandono, unendo i vantaggi della vita urbana ai piaceri della campagna in un insediamento idealmente equilibrato.

Ritratto di Ebenezer Howard

Le Origini e i Precursori del Concetto di Città Giardino nel XIX Secolo

Il concetto di "città-giardino", sebbene profondamente ridefinito da Howard, ha radici che affondano in precedenti esperimenti e proposte utopistiche del XIX secolo. Già all’inizio del XIX secolo, società edificatrici erano particolarmente attive e realizzarono parecchi piccoli quartieri. Un ambizioso tentativo di pianificazione su larga scala fu proposto nel settembre del 1845 dall’architetto londinese Moffatt, che ideò un’associazione per realizzare villaggi entro un raggio di dieci-quindici chilometri dalla metropoli, prevedendo abitazioni per 350.000 persone con una spesa totale di dieci milioni di sterline; tuttavia, questo vasto progetto non vide mai la luce. Tre anni dopo, un altro tentativo, su scala più modesta, fu intrapreso da un’associazione con capitale di 250.000 sterline, suddiviso in azioni da 5 sterline ciascuna, con l'obiettivo di realizzare un villaggio per 5000-6000 persone nei pressi della stazione di Ilford in Essex. Erano previste diverse categorie di alloggi, con affitti variabili che includevano anche un abbonamento ferroviario per la linea di Londra, e i promotori offrivano agli inquilini la possibilità di acquistare la propria casa. Questa iniziativa, considerata una società di costruzioni su larga scala con il vantaggio di un progetto senza interferenze e scientificamente organizzato anche dal punto di vista finanziario, prevedeva servizi essenziali come gas, acqua e fognature "perfette sin dall’inizio", oltre a spazi per chiese, sale comuni e scuole, e un abbondante verde. Un giornalista dell'epoca osservava con ottimismo che simili progetti, se realizzati, avrebbero potuto condurre a una "positiva rivoluzione per il paese", migliorando le condizioni di vita e salubrità e portando alla distruzione delle abitazioni malsane delle grandi città.

Mappa del villaggio di Ilford proposta nel XIX secolo

Nel 1849, il riformista James Silk Buckingham pubblicò il libro "National Evils and Practical Remedies", in cui raccomandava "il fondamentale principio di unire lavoro, capacità e capitali" nella costruzione di una città modello per assorbire i disoccupati. Buckingham, un riformatore multiforme e un classico idealista ottocentesco, grande viaggiatore e pacifista, propose di istituire un’Associazione per la Città Modello, denominata Victoria, progettata per 10.000 abitanti su 400 ettari all’interno di un’area totale di 4.000 ettari, con i restanti 3.600 ettari destinati ad aziende agricole e fabbriche di proprietà e gestite dall'ente, pur essendo un’iniziativa privata senza sostegno governativo. Curiosamente, la compagnia sarebbe stata unico proprietario e datore di lavoro, aspetto peculiare in un piano concepito per "evitare i mali del comunismo". La città prevedeva fabbriche con una giornata lavorativa di otto ore, salari regolari, alloggi senza sovraffollamento, assistenza medica, asili nido e scuole gratuiti, bagni, cucine e lavanderie pubbliche, e curiosamente, non consentiva armi, alcolici né tabacco. Nonostante la sua struttura ben congegnata e la pianta quadrata con laboratori disposti in una galleria coperta verso l'interno e attività produttive ai margini esterni, la proposta di Buckingham non ebbe seguito, in parte per la sua personalità volubile e in parte per l'indifferenza dell'epoca alle condizioni sanitarie. Tuttavia, il suo piano è oggi riconosciuto come uno schema originale che anticipò quello della Città Giardino di Howard.

Un altro influente precursore fu Benjamin Ward Richardson, medico e riformatore, che nell’ottobre 1875 descrisse dettagliatamente una "Città della Salute" chiamata "Hygeia" al Congresso di Scienze Sociali di Brighton. Richardson, pur senza proporre un piano costruttivo, ne ribadiva la fattibilità e l’urgenza, con l'obiettivo di delineare una città basata sulla scienza e sulla perfezione sanitaria, in grado di raggiungere una bassissima mortalità e un’elevata longevità. La sua immaginaria città, con una popolazione di circa 100.000 persone in 20.000 case su 1.600 ettari (poco più di 60 abitanti per ettaro), era pensata con ampi viali alberati, giardini sul retro delle case, edifici in mattoni su archi per la circolazione dell'aria, cucine sui tetti per lo smaltimento dei fumi, riscaldamento ad aria calda e l'assenza di bar o tabaccherie.

Il XIX secolo fu anche un periodo di intense sperimentazioni sociali e urbanistiche promosse da industriali illuminati, che gettarono le basi per i villaggi modello. A partire da quanto realizzato da Robert Owen a New Lanark nel 1800, molti titolari di grandi fabbriche, consapevoli del valore della buona salute dei propri operai, si impegnarono nella costruzione di villaggi industriali. Il primo tentativo di trasferire l'industria fuori dalle città sovraffollate verso la campagna si deve a Sir Titus Salt di Bradford, che nel 1850 decise di ampliare la sua attività acquistando terreni sulle sponde dell’Aire, sopra Shipley. Qui iniziò nel 1851 la realizzazione di un luogo per l’industria mai visto in Inghilterra, contiguo agli alloggi dei lavoratori. Il villaggio, inaugurato ufficialmente nel 1853 e battezzato Saltaire, comprendeva ottocento case per circa 3.000 persone, una chiesa, una biblioteca e un ospizio, ma nessuna osteria.

Altri esempi significativi furono Port Sunlight e Bournville. Port Sunlight nacque su iniziativa di Sir William H. Lever, che nel 1887 acquistò poco più di venti ettari fuori da Birkenhead per nuovi impianti e un villaggio modello per lavoratori, di proprietà dell’azienda e destinato ai soli dipendenti, con case ben progettate e affitti settimanali molto contenuti. L’impresa considerava il villaggio una forma di "condivisione della ricchezza" con i lavoratori. Il villaggio di Bournville fu fondato da George Cadbury nel 1889, quando spostò la sua fabbrica di cioccolato da Birmingham nelle campagne, con l’idea di mettere a disposizione giardini "per gli operai e lavoratori di Birmingham e dintorni". Inizialmente le case venivano cedute in affitto a 999 anni, ma per evitare speculazioni, l’intero complesso fu ceduto da Cadbury al Bournville Village Trust, che gestiva un'area di circa 250 ettari con 925 case in affitto a prezzi contenuti, scuole e una sala pubblica.

Queste esperienze, insieme alla tradizione utopistica della prima metà del secolo, rappresentarono le principali fonti di ispirazione per il pensiero di Ebenezer Howard. Il pioniere dell’ecologia urbana, lo scozzese Patrick Geddes (1854-1932), influenzò anche il movimento delle Garden Cities, introducendo concetti quali biodiversità, bio-regionalismo per la produzione di cibo locale, conurbazione, rafforzamento della coesione sociale attraverso consapevolezza ambientale e impegno collettivo, e il giardino pedagogico. Egli fu anche il primo ad evidenziare la necessità di curare il verde urbano, contribuendo alla creazione dello strumento di contenimento urbano delle cinture verdi (green belt). Il termine "città-giardino" era antecedente alla formulazione del pensiero di Howard, indicando solitamente quartieri per classi agiate (come Bedford Park o il Vésinet) o "città-giardino operaie" paternalistiche; tuttavia, queste "periferie giardino" non avevano nulla in comune con la visione di Howard, che concepì la sua città proprio in antitesi alle periferie e ai sobborghi esistenti.

La rivoluzione industriale in Inghilterra

Ebenezer Howard e la Nascita della Città Giardino: Tra Utopismo e Pragmatismo

Ebenezer Howard, nato a Londra nel 1850, dopo aver lasciato gli studi a 15 anni e aver lavorato come stenografo, visse per un periodo negli Stati Uniti, dove tentò anche un’esperienza in agricoltura. Tornato a Londra nel 1876, la sua opera nasceva dalla constatazione che "sia sommamente deplorevole il continuo afflusso di persone nelle città già sovraffollate, con il crescente spopolamento dei distretti rurali che ne consegue". Il sovraffollamento urbano e lo spopolamento delle campagne erano all'origine dei drammatici problemi sociali, culturali ed economici prodotti dalla città industriale. Howard evitava di analizzare le "numerosissime cause che, finora, indussero gli uomini ad accumularsi nelle grandi città . . . quali che siano state le cause, le quali agirono in passato e tuttora agiscono nel senso di attirare gli uomini verso le città, queste cause possono tutte essere riassuntivamente definite come “attrazioni”".

Howard individuò la soluzione nel creare nuove "attrazioni" che superassero quelle esistenti, illustrando questo concetto con un diagramma noto come le "Tre Calamite". Queste tre forze rappresentavano la città, la campagna e, come sintesi ideale, la città-campagna, ovvero la Garden City. Coerentemente con il suo spirito di riformatore, pragmatico e visionario al tempo stesso, Howard si occupò anzitutto della fattibilità economica di una simile impresa.

Diagramma delle

Robert Beevers nel suo libro "The Garden City Utopia" ci spiega che Howard inizialmente pensò di intitolare il suo libro "The Master Key" (La Chiave Maestra). Questa chiave, spiegava Howard, "potrebbe forse non inopportunamente assumere la forma di un diagramma che rappresenta una chiave progettata per aprire molte serrature e per rivelarne molte tesori moderni". Questo diagramma, che forma schematicamente una botte collegando la leva e i rioni, svela la filosofia meccanicistica alla base della realizzazione della città-giardino.

Al centro dell'intero sistema di idee di Howard c'era l'armonizzazione di scienza e religione. L’urbanista inglese la ricercava in questo artefatto simbolico: la chiave. Scienza e religione armonizzate avrebbero attivato il meccanismo per costruire una vera e propria città nuova. Tale progetto, secondo Beevers, sarebbe stato in armonia con gli insegnamenti della religione perché si basava su metodi pacifici e faceva appello a un senso di fratellanza, piuttosto che a divisori pregiudizi di classe. Allo stesso tempo, non c'era nulla di antiscientifico in tale armonizzazione, che avrebbe potuto portare alla risoluzione dei più grandi problemi sociali. Girando la chiave, si sarebbero trovate soluzioni sociali.

La "leva", a cui veniva applicata la forza motrice, nella visione di Howard, comprendeva una serie di riforme sociali, selezionate dallo stock del liberalismo radicale, con salute, ricreazione ed educazione in primo piano. Praticamente tutti i principali problemi sociali dell'epoca - la riforma agraria, il governo della città, le tariffe del trasporto ferroviario, la cura delle donne, dei bambini e degli anziani - avrebbero trovato la loro risoluzione girando questa chiave. Nei "rioni" o quartieri, città e campagna si sarebbero uniti in un nuovo spazio di vita: gli opposti si sarebbero riconciliati, la proprietà privata e quella comune, i piaceri sociali e il godimento della natura sarebbero diventati compatibili.

Diagramma della

Principi Architettonici e Urbanistici della Città Giardino Ideale

La città giardino immaginata da Howard era un insediamento a metà tra città e campagna, progettato per 30.000 abitanti su una superficie di 1.000 acri (circa 405 ettari) destinati al nucleo urbano. Il restante territorio di 5.000 acri (circa 2.023 ettari) era concepito come terreno agricolo, formando la "cintura agricola" o Greenbelt, dove avrebbero vissuto altri 2.000 abitanti. La densità di costruzione nel nucleo urbano era prevista in 12 case per acro, portando a una densità media territoriale di circa 74 abitanti per ettaro nell’area edificata.

Per costruire la "nuova calamita" della Città Giardino, Howard proponeva l'acquisto di una sufficiente estensione di terreni agricoli al prezzo di mercato. L'acquisto sarebbe stato finanziato attraverso obbligazioni ipotecarie a tassi di interesse medi di mercato. I futuri abitanti della Città Giardino si sarebbero impegnati a pagare annualmente ai Garanti i "canoni di superficie", ovvero canoni annuali in cambio del permesso di edificare le case di cui erano proprietari, in base al diritto anglosassone, non a tempo indeterminato ma per periodi molto lunghi (building lease, 99 anni rinnovabili fino a dieci volte). Questa impostazione mirava a eliminare ogni forma di speculazione sul suolo, ritenuta da Howard la principale causa del congestionamento delle città e dello sfruttamento intensivo dei terreni. Senza la speculazione, si sarebbero potute interporre tra gli edifici vaste aree verdi, facendo sparire l'incentivo alla crescita smisurata delle città e ponendo limiti alle dimensioni dei centri urbani, in modo che la campagna fosse sempre raggiungibile con una semplice passeggiata. La compagnia sarebbe stata l'unico proprietario del terreno, mantenendo così il controllo sull'uso del suolo e riscuotendo le rendite per finanziare i servizi della città e ripagare l'ipoteca. L'industria privata sarebbe stata incoraggiata ad affittare e utilizzare lo spazio nella città.

Il modello della Città Giardino è rappresentato da diagrammi e descrizioni dettagliate, sebbene Howard mettesse sempre in guardia che fossero indicativi di un'idea, e il progetto sarebbe stato definito solo dopo la scelta del sito. La città era immaginata al centro di un territorio totale di 6.000 acri (2.428 ha). La sua forma ideale era a pianta radiocentrica, in modo da avvicinare tra loro gli abitanti della città. Al centro era collocato un "piacevole e ben irrigato giardino" di poco più di 2 ettari, attorno al quale avrebbero dovuto sorgere i principali edifici pubblici: il municipio, l'auditorium principale, il teatro, la biblioteca, il museo e l'ospedale. Questo giardino centrale, verde e dotato dei principali edifici di interesse pubblico, era un punto focale. Dal centro, sei "magnifici corsi", ognuno largo 36,5 metri, attraversavano radialmente la città, dividendola in sei settori uguali.

Procedendo verso la periferia, si incontravano due serie di spazi lottizzati per la costruzione di case "singole o accostate", in lotti in genere di 6 metri per 40 metri, per le quali si raccomandava "grande varietà tipologica ed architettonica". Si attraversava poi il grande viale ("Grand Avenue"), di eccezionale larghezza (128 metri), lungo il quale le case erano distribuite a formare dei "crescent", "così da accentuare anche visivamente la già splendida ampiezza dell'arteria". Questo viale ospitava in sei aree (di 1,6 ettari ciascuna) altrettanti edifici scolastici e i loro giardini, costituendo di fatto una sorta di parco urbano complementare di 47 ettari. Concentrico a questo nucleo urbano vi era un parco, inteso come una combinazione di centro commerciale e conservatorio, poi una zona residenziale. L'anello esterno della città era destinato ad attività produttive (fabbriche, depositi, centri distributivi, ecc.), le quali potevano accedere alla "linea ferroviaria circolare" ("circle railway") che circoscriveva la città. Questa era collegata mediante raccordi laterali alla "linea ferroviaria principale" ("main railway line") che attraversava la zona e collegava le Città Giardino tra loro e alla Città centrale. Howard non sottovalutava i vantaggi concessi dal progresso tecnologico: le industrie, ad esclusione di quelle chimiche o comunque inquinanti, trovavano posto anche nella città-giardino. In questo modo il suo piano si differenziava dai precedenti (come il quadrilatero di Owen) in quanto, anche nei tentativi di realizzazione, la garden city non si sarebbe ridotta a un semplice villaggio agricolo in cui una maggiore vivibilità era ottenuta grazie all'esclusione delle fabbriche.

Schema urbanistico della Città Giardino ideale di Howard

Il Modello di Sviluppo e la Rete di Città Giardino

L'insediamento era pensato in maniera modulare. Se fosse stato necessario accogliere un numero superiore di persone rispetto ai 30.000 previsti per il nucleo urbano, si sarebbe fondata un'altra città. Howard prevedeva la costruzione di città nuove, autogovernate dagli stessi cittadini e non dipendenti da un singolo individuo o da un'industria. Non si escludeva la possibilità che, ove le Città Giardino fossero divenute numerose, si sarebbero organizzate in un sistema articolato che poteva prevedere una "città centrale" più grande, che poteva raggiungere i 58.000 abitanti. Le città e la campagna non dovevano essere in contrasto, ma armonicamente collegate. La fascia agricola doveva essere sufficientemente larga da rifornire la città di derrate fresche e prodotti caseari. Howard voleva che gli spostamenti fossero ridotti il più possibile, in modo da evitare perdite di tempo nel tragitto dalla città alla campagna, dalla città alle industrie. Questo sistema di città sarebbe stato collegato tra loro con mezzi di comunicazione rapida, garantendo efficienza e limitando la crescita smisurata delle singole unità urbane.

Le Prime Realizzazioni: Letchworth e Welwyn Garden City come Esempi Concreti

Con un’intensa propaganda, Howard riuscì a diffondere le sue idee presso la popolazione. Nel 1903, attraverso la Pioneer Company, da lui stesso costituita da poco, acquistò 1.545 ettari di terreni agricoli della Letchworth Estate, a circa cinquanta chilometri a nord di Londra. Questo segnò l'inizio della costruzione della prima città-giardino, Letchworth. Il piano urbanistico fu tracciato da Raymond Unwin e Barry Parker, con la rete stradale e i servizi costruiti dalla società e i terreni ceduti in affitto per novantanove anni. La presenza della linea ferroviaria, che avrebbe potuto essere un ostacolo ad una libera interpretazione dello spazio, divenne qui il simbolo del limite e lo strumento per una più fedele partecipazione ai principi della città-giardino. Ogni asse possedeva un suo termine dotato di senso: Broadway Boulevard correva dalla stazione, attraverso la piazza, fino al vecchio villaggio di Letchworth, e culminava al campanile della chiesa; South View prospettava a distanza su Willian. La zona più industriale si sviluppava a ridosso della ferrovia, a partire dalla stazione fino all’estremo più a nord dell’insediamento.

A Letchworth, si osservava una densità abitativa crescente spostandosi verso nord, con una prevalenza di edifici monofamiliari nella parte più a sud che tendevano a trasformarsi in edifici plurifamiliari man mano che ci si avvicinava al nord. Il progressivo allontanamento dalla ferrovia e dalle zone industriali era un sinonimo di benessere, spingendo le famiglie più agiate a cercare abitazioni il più lontane possibile da queste aree. Ciononostante, il verde manteneva un ruolo da protagonista in ogni parte della città, nonostante l'aumento degli edifici. La devozione alla cultura architettonica del villaggio inglese tradizionale e a un’idea del vivere insieme più dignitosa e sincera si manifestava a Letchworth come un patrimonio incorruttibile nello stile e nel gusto dei costruttori Parker e Unwin. L'obiettivo era creare un luogo dove le differenze di censo, cultura e razza potessero annullarsi con la nascita di un’identità comunitaria che si esprimeva secondo le regole di una città di villaggi, intesa come una semplice aggregazione di luoghi subordinati alla forma superiore della città. La rivisitazione del modello tradizionale del cottage, inserito in un paesaggio intriso di elementi naturali, permetteva di soddisfare simultaneamente richieste materiali e sentimentali, promuovendo un particolare stato di tranquillità e serenità grazie all'assenza di eccessi e ornamenti.

Il successo di Letchworth portò, nel 1920, alla fondazione di una seconda Garden City nelle vicinanze, Welwyn Garden City. Oggi, Letchworth conta circa 60.000 abitanti, mentre Welwyn ne ha 40.500, testimonianza della duratura eredità del concetto di Howard.

Veduta aerea di Letchworth Garden City

L'Eredità Globale e la Rilevanza Contemporanea del Suburbio

Il concetto di Howard ebbe ampio successo e influenzò la pianificazione urbana in numerosi paesi, portando alla creazione di nuovi insediamenti con una forte interrelazione tra campagna e città. La versione statunitense più conosciuta del modello originale è Greenbelt nel Maryland, progettata da Guy Rexford Tugwell come una delle iniziative per costruire alloggi a prezzi accessibili avviate con il New Deal di Franklin D. Roosevelt, che considerava l'idea eccellente.

Robert A. Stern, preside della Scuola di Architettura di Yale e sostenitore del design tradizionale, nel suo monumentale libro "Paradise Planned: The Garden City and the Modern Movement", ha compilato un repertorio di 1.000 esempi analoghi sparsi in 25 paesi del mondo. Il suggerimento che emerge da questo vasto studio è che questo modello insediativo ha dimostrato di funzionare abbastanza bene. Stern sostiene che è un grave errore dare per morto il suburbio e la cultura che ne ha sostenuto lo sviluppo. Situazioni disastrose, come quella di Detroit, dove numerosi sono i lotti vuoti o dismessi, possono fornire ottimi spunti per riprogettare le infrastrutture e le reti sulle quali simili città sono state costruite. Non si tratta di "calare ricette dall’alto", sostiene Stern, riferendosi implicitamente alle critiche di Jane Jacobs - da lui ritenuta "troppo sbrigativa" - ma di valutare con attenzione il ruolo delle espansioni suburbane nello sviluppo di quelle città.

Molte metropoli in piena espansione demografica, come San Francisco, New York, Londra e Parigi, sono diventate economicamente insostenibili soprattutto per la classe media, quella che storicamente si è affidata all’architettura neotradizionale delle espansioni suburbane per sentirsi a casa e parte di una comunità. Stern argomenta che è meglio non dare per morto il suburbio, dato che il tema della rivitalizzazione delle aree centrali è già stato abbastanza esplorato e che, tutto sommato, ciò che ha prodotto è un crescente divario tra i pochi che possono permettersi un lussuoso appartamento centrale e i molti che vengono sospinti sempre più all’esterno delle aree urbane dall’innalzamento dei valori immobiliari. Questa prospettiva riafferma la perenne rilevanza dei principi delle Città Giardino per affrontare le sfide abitative e sociali contemporanee.

L'Esperienza Italiana: Sfide e Esempi di Città Giardino

In Italia, la pianificazione del verde urbano ha sempre avuto un ruolo marginale, a differenza di buona parte del mondo occidentale, prima anglosassone e poi via via quasi tutti gli altri. Ciò si deve probabilmente alle caratteristiche urbane di introversione, densità e storicità delle città italiane, ma ancora di più a una profonda contrapposizione fra natura e cultura, che di fatto ha relegato il verde a una dimensione ancillare di puro decoro urbano. Così, si è dovuto aspettare il nuovo Millennio per assistere a nuove e moderne declinazioni degli aspetti ambientali nella pianificazione urbana.

Tuttavia, anche in Italia ci sono stati non moltissimi esempi di città-giardino o di insediamenti ispirati ai principi di Howard. Un piano urbanistico romano significativo fu la Città-Giardino Aniene, affidata nel 1920 a Gustavo Giovannoni. Egli seguì i dettami di Ebenezer Howard, prevedendo che i tracciati stradali seguissero l’orografia del territorio collinare, in particolare un’altura sulla via Nomentana al di là del fiume Aniene, conosciuta come Monte Sacro. Purtroppo, la distribuzione di spazi a "città-giardino" durò poco, perché all’inizio degli anni Cinquanta la speculazione edilizia portò ad abbattere molti villini con pertinenze a verde, sostituiti con dense palazzine.

Più fortunata è stata la sperimentazione urbanistica della Garbatella, situata sui colli che sovrastano la piana fluviale dove sorge la Basilica di S. Paolo "extra moenia". Il nuovo quartiere non possiede un asse vero e proprio, ma si adatta alla Via delle Sette Chiese, che collega S. Paolo.

Nell’alta Maremma si trova un altro esempio: Rosignano Solvay. Un industriale di Bruxelles, Ernest Solvay, ideò e realizzò una città che solo in parte è simile alle "utopie" di fine ottocento sugli ideali rapporti uomo-fabbrica-città. Per capire la distanza che la separa dalle astratte città giardino, basta pensare alla fortuna fondiaria che ha avuto l’insediamento di Rosignano nel tempo, risultato di una redditizia operazione economica, un affare privato tra una grande Società belga e un gruppo di proprietari terrieri, interessati alla vendita dei loro possedimenti. Lontano dalla ideologia paritaria di Howard, qui venne edificata una rigida gerarchia sociale: dalla palazzina - casa tipo 1 del direttore - attraverso le case tipo 7 con un modulo bifamiliare per gli impiegati, si arrivava alle case tipo 9 a quattro appartamenti articolati su due piani e destinate agli operai. Però tutte venivano dotate di spazi più o meno ampi per orto e giardino. Inoltre, venne messa molta cura nella realizzazione degli spazi comuni, con ampi e curati spazi verdi, viali alberati che valorizzavano prospetticamente gli edifici pubblici intesi come punti di fuga, e strade residenziali che garantivano riservatezza e tranquillità agli abitanti delle case che vi si affacciavano.

Mappa della Città Giardino Aniene a Monte Sacro, Roma

Un piccolo, ma significativo esempio pistoiese lo possiamo trovare sulla montagna, fra Campotizzoro e Limestre, dove nella prima metà del Novecento una intensa industrializzazione si portò dietro un ambizioso progetto urbanistico-sociale. "Il 1 novembre 1933, alla morte di Luigi Orlando (colui che aveva costruito lo stabilimento della S.M.I) divenne presidente il figlio Salvatore che in sette anni, dal 1935 al 1942, dette forma urbanistica definitiva al paese con la creazione del villaggio operaio e di tutti i servizi necessari alla vita dell’intera comunità che ruotava intorno alla fabbrica. L’intervento iniziò nel 1935 con la costruzione in località Vallino di un fabbricato di appartamenti per impiegati e di un altro edificio vicino alle case operaie da adibirsi a farmacia e alloggi e continuò senza interruzioni nel pianoro e sulla collina ad est con la realizzazione dell’asilo infantile, delle scuole elementari dotate di palestra, refettorio, teatro e abitazione del custode, del complesso ricreativo con campi da tennis, bocce e chalet e con il nuovo villaggio costituito da 11 abitazioni quadrifamiliari per operai e dirigenti, 28 bifamiliari e 22 monofamiliari, quest’ultime inaugurate il 29 agosto 1942, tutte con giardino e rimessa. In ultimo, a completamento dell’enorme opera sociale, la Chiesa" (Sauro Romagnani, "Il racconto di un villaggio operaio ideale", Naturart 2020).

In Italia, a parte questi e pochi altri esempi di pianificazione novecentesca ormai antica, l’utilizzo del verde urbano all’interno di soluzioni strutturali quali cunei verdi o green belt risulta poco presente nella pianificazione urbanistica recente. Le esperienze più note, come la Cintura verde di Torino, la cintura verde di Ravenna e l’anello verde di Mirandola, sono datate agli anni ’90. A differenza dell’idea inglese, che racchiude la città in una cintura verde, soluzioni come quelle proposte nel piano di Amsterdam del 1935 e in quello di Copenaghen del 1947 si sono discostate. Amsterdam, ad esempio, salvaguardava il centro storico e organizzava la crescita urbana lungo alcuni assi principali che dalla città si inoltrano nel territorio circostante verso sud e sud-est. Tra un asse urbano e l’altro penetrava la campagna, in modo che la città nuova fosse costituita da un alternarsi di fasce edificate e cunei verdi, un approccio diverso ma ugualmente orientato all'integrazione del verde. La limitata implementazione dei principi della Città Giardino in Italia riflette una peculiarità culturale e storica nel rapporto con il paesaggio urbano.

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