L'Angoscia Esistenziale nel Mondo Antico
Tra il II e il III secolo cominciò a serpeggiare per tutto l’Impero romano una sorta di angoscia esistenziale che sembrò non risparmiare nessuno e che investì tutti i gruppi sociali, dai più umili a quelli più elevati. In particolare, Eric R. Doods, in Pagan and Christian in an Age of Anxiety (1965), interpretò il periodo compreso fra il principato di Marco Aurelio (161-180) e tutto il secolo successivo come un’epoca di decadenza economica e di perdita dei valori tradizionali, che avevano dominato sulla civiltà. Questa crisi ebbe come conseguenza anche proprio l’insinuarsi tra gli abitanti dell’Impero di una nuova spiritualità e di nuovi modi di concepire il mondo.

Siccome il risentimento verso il mondo era per Marco Aurelio la peggiore delle empietà, egli lo rivolgeva all’interno, contro sé stesso. Già in una lettera al proprio maestro e pedagogo, Frontone, scritta all’età di venticinque anni, il futuro Augustus si dichiarava irritato contro la propria incapacità di raggiungere l’ideale di vita filosofica che si era proposto: itaque poenas do, irascor, tristis sum, ζηλοτυπῶ, cibo careo («Perciò faccio penitenza, sono adirato con me stesso, sono triste e invidio gli altri, mi astengo dal cibo»). Le medesime sensazioni lo avrebbero, in seguito, perseguitato anche una volta divenuto imperatore: nei suoi Τὰ εἰς ἑαυτόν (Pensieri a sé stesso) Marco diceva di aver fallito il proprio ideale, di aver mancato una vita onesta; la sua esistenza lo aveva sfregiato, macchiato, «contaminato». Egli confessava di aspirare a essere diverso da quello che era, ripromettendosi le seguenti parole: «Incomincia una buona volta a essere umano, finché sei in vita».
Quanto alle azioni dell’uomo e ai suoi casi, Marco si diceva: «Vedrai continuamente che le cose umane sono fumo e un nulla, soprattutto se terrai presente che ciò che una volta si è trasformato non esisterà mai più nel tempo infinito». Così - riferendosi ai valori e ai successi personali -, «in questa fiumana, in cui non è possibile trovare un punto d’appoggio, quale si potrebbe apprezzare tra queste cose che ci passano accanto di corsa? Come se uno prendesse ad amare uno di quei passerotti che ci passano accanto e volan via, che già è scomparso alla vista».
La Condizione Umana tra Alienazione e Ricerca
Per il princeps-filosofo questa non era vuota retorica, ma una concezione della condizione umana e aveva un significato profondamente serio. Lui, che passava i suoi giorni ad amministrare un impero, poteva esprimere talvolta un desolato senso di non-appartenenza, di alienazione: «Nella vita umana la durata è un punto, la sostanza in perenne flusso, la sensazione oscura, la compagine del corpo intero corruttibile, l’anima eterna inquietudine, la sorte enigmatica, la fama incerta. Per dirla in breve, tutto ciò che riguarda il corpo è un fiume, tutto ciò che riguarda l’anima è sogno e vanità, la vita è una guerra e un soggiorno in terra straniera, la gloria postuma oblio».
Alcune avvisaglie sono comunque già avvertibili dall’inizio del principato e possono essere riconosciute nella progressiva diffusione e nel successo crescente dei culti misterici e orientali, un’indubbia reazione alla religione tradizionale romana. Ma è soprattutto nel II secolo, proprio nel corso di quella che è passata alla storia come «l’età d’oro degli Antonini», che la crisi spirituale si manifestò più pienamente. Un ruolo non trascurabile ebbe indubbiamente la peste che le legioni romane riportarono dall’Oriente nel 166-167 e che imperversò per anni, sterminando, secondo le stime, circa metà della popolazione dell’Impero.

Ma, allora, in che cosa cercavano rifugio gli abitanti dell’Impero per placare il loro senso di angoscia? Una prima risposta si può trovare nell’indubbia crescita di interesse che registrarono nel III secolo gli oracoli. Questo è stato verificato soprattutto dalle evidenze archeologiche negli antichi e tradizionali centri oracolari. Spesso città e intere comunità vi inviavano delegazioni per avere responsi su problemi che affliggevano la cittadinanza, come l’origine di una pestilenza o di una carestia. Numerosi erano anche i προφῆται, più o meno attendibili, maghi e ciarlatani, che venivano interpellati per un responso, esercitando persino la professione da privati.
In certi casi, la richiesta assumeva un tono del tutto diverso, come domanda metafisica sulla natura del dio. A tal proposito, si possiedono varie redazioni di un oracolo proveniente dal santuario di Apollo a Claros, che risponde alla domanda: «Sei tu il dio o è qualcun altro?». Apollo avrebbe vaticinato che, «al di sopra della volta iperurania, esiste una fiamma sterminata, mobile, eternità infinita», specificando che lui stesso e le altre divinità «non siamo che una minuscola particella del dio, noi messaggeri».
Filosofia come Cura dell'Anima
Naturalmente, l’incertezza sulla sorte della propria anima nell’aldilà era uno dei motivi di angoscia più diffusi: il II e il III secolo videro un aumento esponenziale del prestigio e del seguito di gruppi religiosi che assicuravano ai propri adepti un altro mondo dopo la morte, nel quale le difficoltà di tutti i giorni avrebbero trovato conclusione e pace. Ma se le persone di cultura media e inferiore si rivolgevano ai vari culti misterici con certa facilità, gli esponenti delle élites privilegiavano gli studi filosofici. Un seguace di Ermete Trismegisto affermava che «… la filosofia… consiste soltanto in una frequente contemplazione finalizzata alla conoscenza della divinità e in una santa devozione. Infatti, molti la confondono in molti modi».
Nel II secolo, però, né il pensiero pagano né quello cristiano facevano ancora riferimento a un sistema riconosciuto e coerente, tanto meno a una ortodossia. Da questo punto di vista, il panorama dell’età degli Antonini e della prima età severiana era molto confuso: i cristiani erano divisi in innumerevoli gruppi spesso in lotta fra loro, mentre moltissimi Vangeli, Atti e Apocalissi, poi giudicati apocrifi, circolavano liberamente fra i fedeli. Per contro, le scuole filosofiche si dividevano fra stoiche, aristoteliche, pitagoriche e platoniche, e non mancò chi le avesse frequentate un po’ tutte, nel tentativo di trovare risposta alle proprie domande esistenziali.
Scuole. Ellenistiche. I. Introduzione.
Nel III secolo, poi, mentre il Cristianesimo si diffondeva sempre più e altre sette, quali lo Gnosticismo, che dava ai propri accoliti solo cupe e lugubri prospettive, andavano scomparendo, il Neoplatonismo trovò nella figura di Plotino un interprete coerente, ma anche il protagonista più adatto per questa fase del paganesimo. Plotino, un mistico che in età matura aveva raggiunto attraverso una severa disciplina interiore la calma e la chiarezza, con il suo esempio e con i suoi scritti permise ai tradizionalisti di riafferrare il senso perduto del rapporto tra corpo e anima, fra uomo e mondo sensibile, fra dio e universo.
Linguaggi Figurativi e Trasformazioni Sociali
Ranuccio Bianchi Bandinelli, in Roma. La fine dell’arte antica (1970), mostrò come l’elemento irrazionale fece la propria comparsa anche nelle arti figurative di II e III secolo, manifestandosi sia nelle espressioni private, come ritratti e sculture funerarie, sia nelle rappresentazioni ufficiali quali il ritratto degli imperatori e i rilievi storici. Un’opera che rappresenta emblematicamente questo nuovo linguaggio espressivo è certamente la Colonna Antonina. Nel rilievo a spirale che si sviluppa lungo il fusto del monumento si fa spazio l’elemento soprannaturale. Questo è particolarmente evidente nelle scene del «Miracolo del fulmine» e del «Miracolo della pioggia», dove le divinità irrompono a risolvere la situazione a favore dei Romani.
Inoltre, a partire dalla seconda metà del II secolo, nella scultura furono volutamente accentuati alcuni tratti (occhi più grandi del naturale, pupilla profondamente incisa, testa inclinata), che facevano assumere ai volti espressioni di dolore, afflizione e angoscia. Con il III secolo, poi, il rigore formale della tradizione ellenistica cedette il passo a bruschi effetti chiaroscurali, su solchi profondi alternati a superfici lisce e luminose; alla rappresentazione naturalistica si sostituirono le illusioni ottiche e le rappresentazioni arbitrarie e simboliche.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo si sia profilato come un’incredibile concatenazione di eventi, accompagnata da una profonda trasformazione non solo nella psicologia delle persone e nell’estetica dell’arte, ma anche nel modo di vivere e di comunicare nel quotidiano, e pure nella maniera di rappresentare il rapporto tra coloro che detenevano il potere e i subordinati. Fu dunque un periodo in cui le contraddizioni, i contrasti e i precari equilibri mai del tutto risolti della prima età imperiale conflagrarono per poi trovare una nuova, originale composizione.
Le Origini della Filosofia e il Logos
Il corso intende porre in evidenza come la tensione verso la trascendenza e l'attenzione per l'immanenza siano oggetto della ricerca filosofica in senso pieno nel corso dell'antichità. «Il pensiero greco è l'alpha e l'omega della filosofia». Questa massima riconducibile ad Heidegger esprime l'idea per cui lo studio della storia della filosofia antica sia la strada da percorrere per confrontarsi con l'espressione originaria di alcuni dei concetti che hanno segnato il destino di tutta la civiltà occidentale.
Hadot, in Che cos'è la filosofia antica?, spiega che la definizione di filosofia cambia a seconda dei filosofi, delle scuole e delle epoche; essa consiste in una scienza razionale che si occupa di dare un’interpretazione dell’uomo nel mondo e di dare risposte alle domande che ci coinvolgono nel cosmo, essa si occupa di spiegare i fenomeni che ci circondano attraverso la ragione, per questo costituisce una svolta, e segna il declino del pensiero mitico. Non si sa con certezza quando è nata la filosofia, ma la si fa risalire alla comparsa dei testi di natura filosofica. Si dice che la filosofia è nata quando l’uomo ha cominciato a interrogarsi sui fenomeni che riguardano il cosmo attraverso la ragione, sviluppando così un linguaggio.
Per quanto riguarda le origini, gli esperti individuano la nascita della filosofia nel VI secolo presso le colonie ioniche dell’Asia Minore, in particolare nelle prospere e fiorenti città di Mileto, Efeso, Colofone, Clazomene, Samo e Chio. Però soltanto nel contesto ionico nacque quella forma di sapere che verrà successivamente chiamata filosofia, e che portò alla messa in discussione delle conoscenze provenienti dai miti: racconti che fornivano risposte a domande esistenziali sulla vita, sul rapporto fra uomini e divinità e sui fenomeni della natura. Con la nascita della filosofia si riconobbero come validi soltanto gli argomenti razionali, che reggevano alla prova del lògos, distinguendo ciò che è attendibile da ciò che non lo è.
Filosofia come Modo di Vita
Il libro di Hadot ci presenta il pensiero filosofico antico come opzione esistenziale e pratica di vita, confrontandolo con l’uso contemporaneo della filosofia come opzione puramente teorica e pratica accademica. Di fronte al discorso universitario, concettuale e fine a se stesso, il discorso filosofico antico, teso a guarire e ad esortare le anime, ci appare in tutta la peculiarità della sua dimensione pratica ed esistenziale come un complesso esercizio vissuto che investe la sfera profonda della personalità. Il modello di una filosofia che è un “modo di vita” e un “modo di discorso”, in cui teoria e pratica non si escludono ma si presuppongono come saper vivere e saper pensare, è identificato da Hadot nella figura di Socrate.

In questo senso la filosofia antica è quella pratica di vita e di pensiero in comune, della quale il dialogo platonico è emblematica espressione in quanto discorso dell’anima con l’altro e con se stessa, in quanto esercizio spirituale che non insegue un contenuto dottrinale, ma trasforma la personalità nel suo farsi gradatamente esperienza di sé e del mondo. Una tale idea della filosofia come askesis, che purifica l’anima dalle passioni e le garantisce libertà e assenza di turbamenti, costituisce la forte analogia di fondo tra le varie tendenze dottrinarie: tutte si concepiscono come una terapeutica dagli affanni umani, che esige dal filosofo la scelta radicale di modificare il proprio modo di pensare e di essere attraverso gli esercizi spirituali dell’autocontrollo e dell’esame di coscienza, della meditazione e del raccoglimento interiore.
Già nell’epoca imperiale l’insegnamento della filosofia abbandona quel suo originario carattere prevalentemente orale di dialogo tra maestro e discepolo e assume la forma di commentario e esegesi dei testi delle autorità. Si annuncia l’era dei professori e dei manuali che, a partire dal XIII secolo, con la nascita delle Università e l’ampia diffusione delle traduzioni di Aristotele, vedrà sorgere la Scolastica e trasformare l’idea di filosofia come esperienza vissuta nell’attuale sistema universitario, teso a formare il teorico e lo specialista del sapere, non più ad agire sull’uomo e sulla sua vita.
Archè e Natura nelle Scuole Arcaiche
I filosofi greci si interrogano sulla natura e si chiedono quale sia l’archè, che potrebbe essere il principio a cui tutto è riconducibile, oppure l’origine di tutte le cose o la legge che governa ogni cosa, e i primi a ragionare intorno all’archè sono stati i filosofi della scuola di Mileto. Le teorie dei Milesi sono quelle di Talete, Anassimandro e Anassimene. Talete, probabilmente uno dei sette savi elleni, ripone l’archè nell’acqua, poiché afferma che la vita ha avuto origine nell’acqua e non si potrebbe vivere senza di essa. Anassimene, invece, pensa che l’archè sia l’aria o pneuma, quindi si intende l’aria come il soffio vitale che ci tiene uniti e ci relaziona, il respiro del cosmo, oppure aere se si indica l’aspetto materiale dell’aria. In relazione a questa teoria Anassimene sostiene che l’aria è un disco sospeso, per cui Aristotele lo confuta e lo mette in discussione.
I milesi erano soliti riunirsi per dibattere, e tra loro si chiamavano etairoi, ovvero compagni. La loro ricerca non era isolata, ma avveniva in un contesto di scambio intellettuale dinamico. La filosofia, anzitutto, pone domande. Molte domande, diverse a seconda dei luoghi e dei tempi. O anche, a volte, le stesse domande formulate diversamente. Con le loro domande, le ipotesi e le risposte, i primi filosofi introducevano, inventavano e sperimentavano un nuovo modo di pensare e di ragionale che noi oggi chiamiamo “razionale”. La filosofia è nata opponendo il logos al mythos, il pensiero razionale alla tradizione mitologica.

Il mythos era un vasto insieme di cosmogonie, teogonie e storie degli eroi, ma anche di narrazioni, leggende e favole. I miti, nella Grecia antica, si tramandavano di generazione in generazione grazie alla tradizione orale e ai testi scritti dell’epica, della lirica e della tragedia. Le domande dei primi filosofi erano molto diverse dalle domande alle quali rispondeva la tradizione mitica. I miti narravano le origini del mondo e degli dèi, le loro storie e le vite degli eroi. La filosofia ha iniziato a porre domande che fino ad allora nessuno aveva formulato e, soprattutto, ha inventato un nuovo modo di cercare e giustificare le risposte.
Alcuni di loro furono accusati di empietà, cioè di non rispettare la religione e trascurare i culti. Per esempio Anassagora, che fu esiliato da Atene per aver sostenuto che il sole non fosse una divinità, bensì una palla di metallo infuocato. Non bisogna però immaginarsi che, nella Grecia classica, i filosofi fossero dei perseguitati. Quando si parla di conflitto con la tradizione mitica ci si riferisce soprattutto a ciò che i filosofi medesimi dicevano della filosofia. Anche quando narravano dei miti nelle proprie opere, i filosofi li considerano diversi e distinti dall’argomentare filosofico.
Il Filosofo e la Meraviglia
Un celebre aneddoto riportato da diverse fonti racconta che un giorno Talete, il primo filosofo, stesse camminando in campagna e guardando il cielo, presumibilmente per studiare le stelle, da valente astronomo qual era. Distratto dagli astri e col naso all’insù, Talete cadde in un pozzo. L’aneddoto riporta che una servetta di Tracia, al vederlo, rise di lui. Talete, distratto dal cielo, non guardava neanche dove metteva i piedi! Sia Platone che Aristotele scrivono che il filosofo è colui che si meraviglia del mondo. La filosofia inizia quando ci si meraviglia di ciò che ci circonda. È come se i filosofi vedessero ciò che gli altri non vedono e non vedessero ciò che gli altri vedono.
Dopo aver indicato nella meraviglia l’origine del filosofare, Aristotele aggiunge un’altra caratteristica che rende la filosofia unica nel suo genere: essa «è l’unica fra le scienze a essere libera, perché è l’unica a essere fine a se stessa». La filosofia non serve a fare alcunché. I filosofi «ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica». Ma non bisogna credere che la filosofia si occupasse esclusivamente di faccende avulse dal vivere quotidiano e concreto. La filosofia ha preso le distanze dalla religione e dal mito. L’ha fatto ipotizzando che l’ordine del mondo fosse immanente alla natura e non di origine sovrannaturale. La filosofia ha posto domande nuove, che la tradizione ignorava.
Alla domanda su perché la filosofia sia nata proprio in Grecia, gli studiosi rispondono perlopiù supponendo l’esistenza di uno stretto legame tra la nascita della filosofia e l’istituzione delle poleis in Grecia. Le caratteristiche delle poleis, in particolare di quelle in cui vigeva un regime democratico, come l’Atene del V secolo, hanno favorito lo sviluppo della filosofia. Citiamo Atene perché molti filosofi greci hanno vissuto, scritto e insegnato lì, ma è importante ricordare che la filosofia non è nata in Attica, e nemmeno in un’altra regione della madrepatria, bensì nelle colonie.
Nelle poleis greche, tra i cittadini, vigevano l’isonomia (l’eguaglianza di fronte alla legge) e l’isegoria (l’uguale diritto di prendere parola nelle assemblee). Nelle poleis la parola e la discussione pubblica avevano enorme importanza per le sorti della politica cittadina. Contemporaneamente all’affermarsi delle poleis, la cultura orale veniva progressivamente sostituita da quella scritta. Non si è trattato di un cambiamento repentino, tanto è vero che in seno alla stessa filosofia, per diverso tempo l’oralità e la scrittura hanno continuato a convivere. È vero che i filosofi presocratici scrivevano delle opere filosofiche, in poesia o in prosa, tuttavia, presso diverse scuole filosofiche - come quella pitagorica - l’insegnamento orale era di gran lunga più importante dei testi scritti.
La filosofia greca, dunque, sorge come espressione del bisogno umano di razionalizzare il proprio rapporto con il cosmo e con sé stessi, un percorso che, pur partendo da intuizioni sulla natura, ha saputo evolversi in un'architettura complessa di pensiero, influenzando ogni aspetto della cultura occidentale, dalla politica alla scienza, fino alla profonda ricerca della felicità individuale nel mezzo delle tempeste della storia.