Il Reddito di inclusione (REI) ha rappresentato una misura fondamentale di contrasto alla povertà con carattere universale, la cui erogazione era condizionata alla valutazione della condizione economica del nucleo familiare. Sebbene il REI sia stato sostituito dal Reddito di cittadinanza a partire dal 1° marzo 2019, la comprensione del suo funzionamento rimane un punto di riferimento importante per analizzare le politiche di welfare in Italia. A seguito del Decreto legge n. 4/2019, art. 13, il REI non può più essere richiesto, e a partire dall'aprile 2019, il beneficio non è più stato né riconosciuto né rinnovato. Tuttavia, per i nuclei familiari a cui il sussidio era stato riconosciuto precedentemente, l'erogazione è proseguita per la durata prevista, salvo la facoltà di richiedere il Reddito di cittadinanza, con il quale il REI risultava rigorosamente incompatibile.

La struttura e il funzionamento del REI
Il REI si articolava principalmente in due componenti essenziali: un beneficio economico, erogato mensilmente tramite una carta di pagamento elettronica (la Carta REI), e un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa, mirato al superamento della condizione di povertà, predisposto sotto la regia dei servizi sociali del Comune di residenza. Questa misura, operativa dal 1° gennaio 2018, aveva sostituito il Sostegno per l'inclusione attiva (SIA) e l'Assegno di disoccupazione (ASDI), integrando le risorse del Fondo sociale europeo attraverso il PON Inclusione per rafforzare la rete dei servizi sociali.
L'accesso al beneficio economico era subordinato al possesso di requisiti rigorosi, suddivisi in categorie di residenza, familiari ed economici. Il richiedente doveva essere cittadino dell'Unione europea, suo familiare titolare del diritto di soggiorno permanente, o cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, con una residenza in Italia continuativa da almeno due anni. Dal 1° luglio 2018, la Legge di Bilancio ha esteso la platea dei beneficiari, eliminando i vincoli legati alla composizione familiare, rendendo la misura effettivamente universale per chi possedeva i requisiti economici.

Requisiti economici e soglie di accesso
Per accedere al REI, il nucleo familiare doveva rispettare limiti precisi: un valore ISEE non superiore a 6mila euro, un valore ISRE non superiore a 3mila euro, un patrimonio immobiliare (esclusa la prima casa) non superiore a 20mila euro e un patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti) non superiore a 10mila euro, soglia che subiva una riduzione per nuclei composti da meno persone. Inoltre, era richiesta l'assenza di altri ammortizzatori sociali per la disoccupazione, come la NASpI, e il rispetto di limitazioni sulla proprietà di beni durevoli, quali autoveicoli immatricolati nei 24 mesi precedenti o natanti da diporto.
Il beneficio economico era calcolato in base al numero dei componenti del nucleo familiare, tenendo conto delle risorse già possedute. La tabella di riferimento prevedeva importi crescenti in base alla scala di equivalenza, partendo da 187,50 euro mensili per una persona, fino a un massimo di 539,82 euro per nuclei di 6 o più componenti. Tali importi potevano subire riduzioni in presenza di altri redditi o trattamenti assistenziali percepiti, garantendo una protezione equilibrata ma basata sull'effettivo bisogno della famiglia.
Il Progetto personalizzato di inclusione
Il cuore del REI non era solo l'erogazione economica, ma il patto di inclusione tra istituzioni e cittadini. Predisposto dai servizi sociali, il progetto definiva impegni specifici in diverse dimensioni: istruzione, formazione, condizione lavorativa, educazione dei figli e reti sociali. Il mancato rispetto di tali impegni, senza giustificato motivo, poteva comportare la decurtazione del beneficio fino alla sospensione o alla decadenza.
Nel caso in cui la povertà fosse legata esclusivamente alla mancanza di lavoro, il progetto veniva sostituito dal Patto di Servizio o dal Programma di ricerca intensiva di occupazione presso i Centri per l'impiego. Per il primo periodo del 2018, al fine di favorire la transizione, fu concessa una deroga temporanea che permetteva l'erogazione del beneficio anche prima della sottoscrizione formale del progetto.
La Carta REI e le modalità di spesa
La Carta REI rappresentava lo strumento tecnico tramite il quale il beneficio veniva versato. Si trattava di una carta di pagamento elettronica, gratuita, alimentata direttamente dallo Stato. Il suo utilizzo era limitato al titolare e consentiva il prelievo di contante fino a 240 euro mensili, oltre agli acquisti tramite POS in negozi convenzionati, supermercati e farmacie, con il beneficio aggiuntivo di uno sconto del 5% in determinati esercizi. La gestione della carta era affidata a Poste Italiane, che provvedeva all'emissione dopo l'approvazione della domanda da parte dell'INPS.
Compatibilità con il Bonus Bebè
Una questione centrale per molte famiglie era la compatibilità del REI con altre prestazioni assistenziali, in particolare il cosiddetto "Bonus Bebè" o assegno di natalità. È fondamentale chiarire che, in base alla normativa vigente, le due misure risultavano perfettamente compatibili e interamente cumulabili. Il Bonus Bebè era escluso dalla lista dei trattamenti che incidevano sull'importo del Reddito di cittadinanza, ma tale logica di compatibilità si estendeva anche al contesto del REI.

Il Bonus Bebè non veniva computato ai fini della riduzione dell'importo del sussidio di povertà, permettendo così alle famiglie di beneficiare contemporaneamente di entrambi i sostegni. Mentre il REI richiedeva il rispetto di un ISEE non superiore a 6mila euro e una valutazione multidimensionale, il Bonus Bebè, sebbene facesse riferimento all'ISEE per determinare l'importo dell'assegno (160 euro per ISEE inferiore a 7.000 euro, 120 euro sopra tale soglia), non aveva il medesimo vincolo di soglia rigida per l'accesso. La coesistenza di queste misure ha rappresentato un pilastro importante per il sostegno alla natalità e il contrasto all'indigenza, nonostante il panorama normativo sia poi mutato drasticamente verso l'assegno unico.
Dinamiche di calcolo e variazioni del nucleo
La determinazione del nucleo familiare per il calcolo dell'ISEE, e di conseguenza per la determinazione del beneficio REI, seguiva regole ben precise: i coniugi formavano un unico nucleo anche con residenze diverse, mentre i figli minori convivevano con il genitore di riferimento. Per i figli maggiorenni, il carico fiscale ai fini IRPEF definiva l'inclusione nel nucleo. Queste regole garantivano che l'ISEE rappresentasse correttamente la capacità economica complessiva, evitando discrepanze tra la situazione anagrafica e quella reale.
Il monitoraggio dei requisiti e delle variazioni della situazione lavorativa era gestito tramite il modello REI-COM, obbligatorio nel caso in cui subentrassero cambiamenti rilevanti nel corso dell'erogazione del beneficio. L'INPS, attraverso il servizio automatico "Stato domanda REI", offriva ai cittadini uno strumento trasparente per monitorare l'iter della pratica, fornendo informazioni rapide sullo stato di lavorazione della richiesta e sui pagamenti previsti.
L'impatto dei servizi sociali e del PON Inclusione
Il successo del REI, nella visione del legislatore, dipendeva strettamente dalla qualità del lavoro svolto dai servizi sociali dei comuni. Il PON Inclusione, cofinanziato dal Fondo sociale europeo, ha permesso di investire risorse significative, come i 486 milioni dell'Avviso n. 3/2016, per potenziare la rete di supporto alle persone fragili. Questa struttura organizzativa mirava a trasformare il sostegno economico in un'opportunità di riscatto sociale, facilitando l'accesso a tirocini, borse lavoro e formazione professionale.
Sebbene la misura del REI sia stata superata, l'esperienza maturata ha lasciato in eredità un modello di "presa in carico" che integra il dato economico (l'ISEE) con il dato sociale (la valutazione delle problematiche familiari). Questo approccio ha permesso di comprendere che il contrasto alla povertà non può limitarsi al mero trasferimento di denaro, ma richiede una collaborazione stretta tra enti pubblici, scuola, sanità e terzo settore per affrontare in modo olistico le cause della marginalità.