La bambina pugile: Chandra Livia Candiani e la precisione dell’amore

La poesia è una forma di ascolto, un gesto che nasce da un “silenzio addosso al male”. In questo panorama letterario, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi, 2014) emerge come una raccolta poetica significativa per comprendere il pensiero di Chandra Livia Candiani. Le poesie di Chandra Livia Candiani sono una risposta ragionata “del danno/ che ci vive”, un dono, un’accoglienza della sofferenza e di una “acuminata tenerezza,/ la nostra/ follia che non fa rumore”.

Ritratto concettuale di una poetessa che osserva il mondo

L’infanzia come palestra del sé

L’infanzia aspra e un percorso di studi frantumato non hanno impedito a questa poetessa che vive in “un mondo/ di millimetri” di rivelare il suo lato migliore (da bambina pugile), che lei stessa dichiara di aver “tatuato” nel suo sangue come una tigre. Esiste in noi un bambino, una forza primigenia e piena di luce, istintiva e a volte animale, la parte più vera. Questo bambino a volte sferra pugni, si arrabbia, scalpita per venire fuori, squarciare la maschera. È questo che racconta con tratti precisi e definiti Chandra Livia Candiani, classe ’52, poetessa milanese e traduttrice di testi buddisti. Dell’autrice si sa poco: un’infanzia difficile, travagliata dall’incontro con la follia in famiglia, un viaggio in India intorno ai trent’anni che le cambia la vita: diventa quindi Chandra, in sanscrito Luna.

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Il corpo come chiave ermeneutica

Il corpo, che la Candiani definisce “cucciolo di dio / bestiale”, è la chiave ermeneutica principale per “sentire” e comprendere verità più profonde. Il corpo è luogo di epifanie “terrene”: “è ciotola del cielo / il corpo / quando le radici urtano / cocciute / nella terra soffice, / è pane e vino / luce e fuoco / è scala”. E se il corpo è la porta del senso e di ogni significato percepibile ed esprimibile, l’anima ha parimenti un che di corporale, di animale: “La tigre giovane / che mi abita / percorre i secondi / misura il mio torace / ha zampe forti / per accogliere il dono del respiro / che spunta appena, / appena nato”. L’anima ed il corpo sono, in sostanza, due facce della stessa medaglia, inscindibilmente connesse.

La disciplina dell’ascolto e il Buddhismo

I suoi versi affondano nei concetti propri della filosofia e del buddhismo (Theravāda): influenze sono ravvisabili nel concepimento dell’insegnamento come un’esplorazione, un’esperienza individuale da compiere attraverso il <>, cioè percorrendo un sentiero (quello della “Via”, per i buddhisti). Ma Chandra avverte il lettore che “il sentiero,/ anche quando è il medesimo,/ non è mai lo stesso/ dell’andata”. La relazione tra la vita e la poesia è una relazione misteriosa. La poesia è come una sorta di scatto in avanti, sentita sempre un po’ futura rispetto al poeta. La poetessa afferma che il Buddismo l’ha aiutata molto perché le ha dato corpo, le ha dato la sensazione di esserci e non di essere vaghi contorni.

La voce e la materia: un linguaggio di cose

La particolare dedizione di Chandra Livia Candiani nei confronti della voce in poesia è tra gli aspetti più significativi della sua opera. La ‘voce’ per quest’autrice è nel ritmo del verso, nella scelta di un linguaggio che non frantuma la parola, anzi la lascia intera, un linguaggio che non è neanche lallazione ma che rinuncia o per meglio dire si ‘sottrae’ alla lingua degli adulti. "Hai una voce da bambina mi dicono. Ma la mia voce è un atto d’accusa". Questo legame con le cose ricorda l’intuizione di Rainer Maria Rilke: <>. Come Cézanne costringeva <>, così la Candiani cerca il “gesto più piccolo” che abbiamo. Ed è nell’umiltà, nelle ridotte dimensioni dei gesti, nella quotidianità, negli animali, nelle cose, negli oggetti e nella natura che ci rendiamo conto di quanto la poesia sia prima di tutto un ascolto nato da un “silenzio addosso al male”.

Rappresentazione astratta della cerniera delle mani

L’ottimismo del pensiero tragico

Livia Candiani immette nella sua poesia una tensione alla unificazione di quanto è disperso e violentato, senza nessuna pretesa dirigistica da parte di un io onnipervasivo. "Io sento che il pensiero tragico è fortemente ottimista. Essere veramente in contatto con il fatto che nella vita il male c’è, e che va accolto e combattuto". Il male non è alieno alla condizione umana e può trovarvi una sua funzione. All’io, le ferite dell’esistenza aggiungono quell’intensità di sentire che lo rendono capace di vero dialogo. La pace, citando Whitehead, non è anestesia, ma è l’intelligenza della tragedia. Nelle pagine della Candiani, buio e luce sono spesso intercambiabili, come la tigre di William Blake, simbolo sia di paura terribile che di illuminazione.

La porta come soglia esistenziale

Le figure “minime” nella poesia di Candiani - le fiabe, le ninne nanne, le lettere - si rivelano in realtà figure forti, che mettono in comunicazione mondi diversi. La porta, citata nel libro omonimo, diventa una soglia: “La porta. / Era. / Di ferro. / Certe volte di ghiaccio. / Perfino / di umano / costato…”. Dal particolare, dalla porta, dalle parti di essa, si diramano corridoi, labirinti, che assecondano una geografia complessa, che costruiscono uno spazio interiore e dicono il passato, l’infanzia, la memoria. La poesia agisce come uno specchio capace di rendere bello ciò che è distorto, permettendo al lettore di essere convocato come testimone, giudice e complice, in un atto di pura presenza.

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