Il tema dell’aborto rappresenta, nel panorama della bioetica contemporanea, una delle frontiere più complesse e polarizzate del pensiero umano. La questione, che tocca corde profonde dell’identità, della morale e della giurisprudenza, si snoda lungo una tensione costante tra visioni del mondo inconciliabili. Da un lato, l’etica tradizionale, sostenuta storicamente dalla dottrina cattolica, difende la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale; dall’altro, una prospettiva laica, radicata nell’etica della qualità della vita, sposta il focus sulle caratteristiche personali, sull’autocoscienza e sull’autodeterminazione.

Il tramonto dell’etica della sacralità della vita
L’etica tradizionale della sacralità della vita, ferocemente difesa dalla chiesa cattolica, ormai non regge più. Applicata nei contesti delle società avanzate o ai problemi della sovrappopolazione del pianeta, porta a esiti ripugnanti per qualsiasi persona di buon senso e incompatibili col progresso scientifico e tecnologico. Lo dimostra il testo della legge sulla fecondazione assistita in corso di approvazione in Parlamento. La limitazione al numero di embrioni da creare comporta che, in caso di fallimento del primo tentativo, non essendo stati accantonati embrioni di riserva, per riprovare, la donna dovrà riprendere da capo tutta la fase preparatoria, fatta di pesanti terapie ormonali. L’obbligo di impiantare i tre embrioni contemporaneamente, la esporrà al rischio di gravidanze multiple. Inoltre, se l’embrione ottenuto con la fecondazione in provetta risulterà malformato o portatore di malattie, andrà lo stesso obbligatoriamente impiantato nell’utero per dare corso a una gravidanza. Già un’altra norma del resto esclude che i portatori di malattie genetiche possano ricorrere alla fecondazione assistita per evitare di trasmetterle ai figli. Tutto questo appare contrario a ogni deontologia medica. Diciamo pure che è una infamia ai danni di tutte le persone sterili, delle donne e dei malati in particolare.
Tuttavia, applicando coerentemente l’etica della sacralità della vita, queste norme sono una conseguenza inevitabile. Per rifiutare questa e altre assurdità dello stesso tipo abbiamo bisogno di un’altra etica. La legalizzazione dell’aborto, avvenuta in quasi tutti i paesi avanzati nel corso degli anni ’70-’80, è stata una delle prime e più eclatanti sconfitte dell’etica cattolica a vantaggio di una concezione alternativa emergente che considera valore da tutelare non la vita meramente biologica, come quella degli embrioni, ma la vita personale e la sua qualità.

Oltre l’autodeterminazione: la questione ontologica
Gli argomenti usati a favore della legislazione abortista sono stati soprattutto i seguenti due: quello che dice che l’aborto è certo un male, ma meglio una legge che lo regolamenti piuttosto che lasciare la “piaga sociale” a se stessa, cioè piuttosto che lasciare le donne ad abortire in cattive condizioni igieniche; e quello, più coraggioso, che afferma la libertà di scelta della donna, per cui gli abortisti si dicono pro-choice. Entrambe le argomentazioni, centrate come sono sulla salute e sull’autodeterminazione della donna, glissano sulla questione che i cattolici hanno invece sempre considerato giustamente decisiva, e cioè sullo status etico di embrione e feto. Certo: quegli argomenti presuppongono che embrione e feto non siano organismi a cui riconoscere gli stessi diritti che riconosciamo agli esseri umani dopo la nascita. Dalla sentenza Roe vs Wade si potrebbe dedurre che, finché il feto non è vitale, va considerato una propaggine del corpo materno su cui la donna esercita gli stessi diritti che ha sul resto del proprio organismo.
Ma è bastato che passassero alcuni decenni: lo sviluppo tecnologico consente oggi di far sopravvivere fuori dal corpo della madre feti sempre più prematuri, tanto che si ritiene possibile, in un futuro prossimo, far svolgere tutta la gravidanza in un utero artificiale dopo una fecondazione in provetta: a questo punto non è plausibile sostenere che embrione e feto siano un’appendice del corpo femminile. Sono stati usati cioè argomenti di per sé insufficienti a giustificare l’aborto e con portata limitata. Salute e autodeterminazione delle donne non sono affatto irrilevanti, sia chiaro. Ma restano sulle sabbie mobili finché non si affronta la questione vera che sta al fondo: qual è la vita umana che per noi rappresenta un valore da tutelare anche di fronte a interessi