L'arte non è sempre un oggetto che si può toccare o appendere a una parete. A volte, è un'idea, un'intenzione, un respiro profondo nello spazio. Dopo Alberto Burri, con questo articolo continuiamo a scoprire cosa si cela dietro le creazioni dei grandi artisti. Avete presente quando state cercando qualcosa, e non appena lo trovate, o vi viene in mente un’idea, pensate: “è perfetto”. Ma cosa unisce l’International Klein Blue e la vendita del vuoto? L’immaterialismo. Yves Klein nasce da una famiglia di pittori, a Nizza il 28 aprile 1928, e muore giovanissimo a causa di un infarto a soli 34 anni.

Uno degli artisti più eclettici e originali del Novecento è, senza dubbio, Yves Klein. Figlio di due importanti pittori, Fred Klein e Marie Raymond, che nel 1937 prendono parte con una loro opera all’Esposizione Universale di Parigi, Klein non è solo un pittore nel senso classico del termine, ma un artista a tutto tondo. Con lui non vi sono limiti, ma sconfinamenti e sperimentazioni. Il suo tocco distintivo? L’uso di pigmenti puri, singolarmente. Perché Klein era fissato con i colori puri? Per due motivi: il primo perché se uniti a fissanti o leganti, i colori puri rimangono così come sono e non perdono le proprie caratteristiche e intensità, e secondo perché gli permettevano di colpire dritto nel profondo l’anima delle persone.
L'International Klein Blue: Il colore dell'infinito
Klein passa dall’usare e ricercare tanti colori puri che rappresentassero il vero colore, al ricercare una sfumatura precisa di blu puro, che potesse fungere da collegamento tra terra e cielo. Ecco che nel 1956 nasce la sfumatura perfetta, brevettata, ma mai prodotta: l’International Klein Blue IKB, =PB29, =CI 77007. Perché proprio il blu? Perché per l’artista, il blu non ha dimensioni al di fuori dello spazio e del tempo, e permette di sperimentare l’indefinitezza. Ci si può “perdere” dentro questo blu così profondo, senza dimensione, appunto.

Le sue prime opere d’arte sono delle monocromie, in cui si firma «Yves le Monochrome». La monocromia forse più nota di Klein è Monochrome bleu sans titre (Monocromo blu senza titolo) del 1959, in cui viene utilizzato il colore da lui brevettato nel 1956, l’International Klein Blue (IKB), da lui definito come «l’espressione più perfetta del blu». Come raccontava l'artista stesso: «Monocromizzavo le mie tele con accanimento, poi si liberò il blu onnipotente che regna ancora e per sempre. È a quel punto che non mi sono più fidato. Ho ingaggiato delle modelle nel mio studio, per dipingere non davanti a loro, ma con loro».
Antropometrie e la performance del corpo
Verso la fine degli anni ’50 e ’60 si stava diffondendo il Nouveau Réalisme: questo movimento consisteva nell’usare qualsiasi materiale si potesse reperire nella realtà, anche scarti, per fare arte. Ecco che i dipinti di Yves Klein non sono più semplici dipinti, ma diventano delle vere e proprie performance. Un esempio è il quadro dipinto in tempo reale nel 1960, che rientra nella serie delle Antropometrie.
Perché sia arte performativa sembra chiaro, ma perché dovrebbe essere considerato come parte del Nouveau Réalisme? Perché Klein usa il corpo delle donne come materiale per dipingere. Le Antropometrie sono opere nate dalle tracce lasciate non dai pennelli, ma dal movimento di parti del corpo di modelle dipinte con il IKB. L’International Klein Blue ed il corpo delle modelle come pennello permettevano all’artista di non vedere più il quadro come semplice oggetto, ma andare oltre.
Il Vuoto come opera d'arte totale
Ma ecco che Yves Klein, per ricercare ancora di più l’idea di immaterialità, dà il meglio di sé con la vendita di spazi di vuoto. Anche per quanto riguarda il vuoto si parla sempre di performance art. Il 28 aprile 1958 a Parigi Klein presenta l’opera Le Vide (Il Vuoto) all’interno della Galleria Iris Clert nell’ambito della mostra La spécialisation de la sensibilité à l’état matière première en sensibilité picturale stabilisée. Come suggerisce il titolo, l’opera è immateriale e consiste nella galleria completamente vuota.
Fin da subito Klein aveva percepito che il consumismo fosse fallace e, per contrastare questa corsa sfrenata al consumo, aveva contrapposto questa compravendita del vuoto. Non a caso Klein vendeva gli spazi vuoti in cambio di oro: l’oro è puro, tanto quanto le tonalità di colori puri che usava e ricercava tanto. Solo in cambio di oro puro, chi comprava i vuoti poteva veramente viverli.

Il suo obiettivo era di andare oltre, di lasciar perdere l’opera materiale in sé, e permettere alle persone di sentirsi toccate nella loro intimità, stimolandole a riflettere e scavare nel profondo dei loro pensieri. Come dichiarato dall'artista: “Ora, non dovrebbero esserci intermediari. Bisognerebbe trovarsi letteralmente impregnati da quest’atmosfera pittorica preventivamente specializzata e stabilizzata dall’artista nello spazio dato. Deve trattarsi allora d’una percezione-assimilazione diretta e immediata, senza più alcun effetto, trucco o raggiro al di là dei cinque sensi, nel dominio comune dell’uomo e dello spazio: la sensibilità”.
Durante il vernissage, Klein passeggiava nella stanza vuota: “On me fit crédit. Le geste seul avait suffit. Le public avait accepté l’intention abstraite”. Questo metodo, che sembra accennare al Simbolismo, in realtà non lo è, dal momento che tutto accade nello spazio. Esso offre un assaggio di ciò che la mostra sarà: nella realtà uno spazio di sensibilità blu nel quadro delle mura imbiancate della galleria. (Questo corpo sensibile contiene sangue blu).
La poetica del fuoco e il superamento della materia
Oltre al blu e al vuoto, Klein ha esplorato la potenza distruttiva e creativa degli elementi. “Recentemente sono diventato una sorta di affossatore dell’arte. Alcune delle mie opere più recenti sono delle bare e delle tombe. E nello stesso tempo io riuscivo a dipingere col fuoco, utilizzando a questo scopo delle fiamme di gas particolarmente potenti ed essiccanti, alcune delle quali raggiungevano tre o quattro metri di altezza. Sfioravo con esse la superficie del dipinto”.
Yves Klein: vita e opere in 10 punti
Il suo proposito era duplice: in primo luogo registrare l’impronta della sentimentalità dell’uomo della civiltà di oggi; e poi registrare la traccia di ciò che precisamente aveva generato questa medesima civiltà, cioè la traccia del fuoco. Altra opera cardine nella carriera artistica di Klein è Saut dans le vide (Salto nel vuoto), performance senza spettatori nei pressi di Parigi, diffusa attraverso una fotografia uscita il 27 novembre 1960 su un quotidiano di quattro pagine in edicola solo per un giorno.
Il lascito e la percezione critica del vuoto
Fra gli artisti contemporanei ad aver pubblicamente espresso attestazioni di stima nei confronti di Klein, si ricorda Lucio Fontana che, in un’intervista rilasciata pochi anni dopo la morte dell’artista francese, avvenuta il 6 giugno 1962, afferma: «Klein era una cosa incredibile. Non era solo una simpatia epidermica, ma tutta la sua personalità mi interessava. […] Yves Klein rappresentava lo spazio vuoto».
Artista poliedrico e curioso, Klein, nonostante la sua prematura scomparsa a soli 34 anni e una carriera molto breve, ha lasciato un’impronta notevole nel mondo dell’arte. Il tentativo di stabilizzare la sensibilità pittorica dallo status di materia a pura radiosità rimane uno dei pilastri dell'arte concettuale. Oggi, il dibattito sulla smaterializzazione dell'opera d'arte continua a scuotere i musei, spesso citando il lavoro di Klein come l'origine di questa riflessione.

Il lavoro di artisti come Tino Sehgal o la riflessione sui musei come "contenitori di nulla" riportano costantemente l'attenzione al gesto di Klein. In questi vuoti museali così arbitrariamente intasati di ortodossia, così peculiari ed uniformi, occorrerebbe ridisporre gli oggetti di cui dibattono nella logica successione. La sfida di Klein non è stata solo quella di eliminare l'oggetto, ma di obbligare lo spettatore a prendere atto della propria sensibilità, trasformando la galleria non in un luogo di esposizione, ma in un tempio della pura presenza.