La storia delle origini di Jeff Buckley è avvolta nella mitologia, un po’ come il personaggio stesso, un'aura che ancora oggi ne alimenta il culto di massa. Jeffrey Scott Buckley, figura leggendaria nel panorama musicale, è figlio del noto Tim Buckley, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock. Sebbene la sua vita fu tragicamente breve, la sua impronta artistica è rimasta indelebile, come dimostra la continua riscoperta del suo unico album in studio, "Grace". A quasi trent'anni dalla sua scomparsa, il culto di massa di Jeff Buckley riappare periodicamente, e più passa il tempo e più "Grace" appare come un disco magnifico e impareggiabile.
Le Radici di un Mito: Nascita, Famiglia e Prime Influenze
Jeffrey Scott Moorhead, in seguito conosciuto come Jeff Buckley, nasce il 17 novembre 1966 a Orange County, in California, da Mary Guibert e da Tim Buckley. La sua nascita ebbe luogo ad Anaheim, e la sua vita si concluse a Memphis il 29 maggio del 1997. Cantautore e chitarrista statunitense, Jeff Buckley era l’unico figlio del cantante e cantautore Tim Buckley. La sua genealogia era complessa e variegata: il padre era di origini irlandesi e italiane, mentre la madre, Mary Guibert, aveva radici panamensi, greche, statunitensi e francesi.
Ancor prima della nascita di Jeff, suo padre Tim abbandonò la moglie per trasferirsi a New York in cerca di fortuna. Questo evento segnò profondamente l'infanzia di Jeff, che incontrò il padre solo nella prima infanzia e in occasioni saltuarie. Nonostante il suo vero nome fosse Jeffrey Scott Buckley, in età infantile si faceva chiamare Scott “Scotty” Moorhead, portando il cognome del suo patrigno Ron Moorhead. Quest’ultimo ebbe un ruolo molto importante nella sua formazione, anche dal punto di vista musicale. Soltanto nei primi anni delle superiori il cantante iniziò a farsi chiamare Jeff. Per questa ragione, Buckley trascorse i primi anni di vita con la madre, il patrigno Ron Moorhead e il fratellastro Corey, con i quali si trasferì più volte in diverse città dell’Orange County, nella California del Sud.

Durante l’infanzia e l’adolescenza, fu circondato dalla musica. Questo ambiente stimolante fu dovuto sia alla madre, pianista e violoncellista classica, sia al patrigno, che lo introdusse all’ascolto di artisti del calibro di Led Zeppelin, Queen, Jimi Hendrix, The Who e Pink Floyd. Il primo disco che possedette fu "Physical Graffiti" dei Led Zeppelin, e il gruppo hard rock Kiss divenne ben presto uno dei suoi preferiti. Intorno all’età di cinque anni, Jeff iniziò a suonare la chitarra acustica e, a 12 anni, decise di diventare musicista, ricevendo in dono l’anno successivo la sua prima chitarra elettrica: un’imitazione di colore nero di una Gibson Les Paul. Nel 1984 si diplomò alla Loara High School, e durante gli anni dei suoi studi suonò nel gruppo jazz della scuola, appassionandosi al progressive rock e a band come i Rush, i Genesis, gli Yes, e a musicisti jazz fusion come il chitarrista Al Di Meola.
La vita di Jeff fu segnata da un destino negativo fin dalla tenera età. Suo padre Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
Dalla West alla East Coast: I Primi Passi Musicali
Tra il 1986 e il 1990, Jeff Buckley lavorò in un hotel a Los Angeles e suonò la chitarra nel circuito musicale locale, cimentandosi in generi quali il jazz, il rock e l'heavy metal. Nello stesso periodo, si esibì in tour con il musicista reggae Shinehead e partecipò come voce d'accompagnamento ad alcune sessioni funk e R&B, collaborando con il produttore Michael J. Clouse. A 17 anni, Jeff aveva formato il suo primo gruppo, gli Shinehead, proprio a Los Angeles.
Nel febbraio 1990, si trasferì a New York, trovando però poche occasioni di esibirsi. In quegli anni, Buckley si interessò anche al musicista blues Robert Johnson e alla band hardcore punk Bad Brains. A settembre dello stesso anno, tuttavia, ritornò a Los Angeles perché l'ex manager di suo padre, Herb Cohen, si era offerto di aiutarlo a registrare la sua prima demo di brani originali. Dopo un ulteriore ritorno a New York, Jeff con l'amico Gary Lucas costituì i Gods & Monsters. Ma i dissidi interni portarono il progetto ben presto al fallimento. Nonostante i tentativi, Jeff Buckley trovò poche opportunità per esibirsi, spingendolo a esplorare nuove strade musicali e personali.
Il Palco del Sin-é e il Tributo al Padre
Abbandonati i Gods & Monsters, Jeff Buckley intraprende la carriera solista suonando nei club della città. Iniziò ad esibirsi come solista in diversi locali di Manhattan, ma il Sin-é e l'East Village divennero i suoi palchi principali. La sua prima esibizione da solista avvenne in una chiesa, esattamente nell’aprile del 1991 nella chiesa episcopale di St. Anne a Brooklyn Heights. In memoria del defunto padre Tim Buckley, il cantante si esibì per la prima volta, cantando diversi brani di Tim tra cui “Sefronia the King’s Chain”, “Phantasmagoria” e “Once I Was”, oltre a “I Never Asked to Be Your Mountain”.
L'evento, organizzato da Hal Willner, ebbe luogo il 26 aprile 1991. Accompagnato dal chitarrista Gary Lucas, Buckley suonò anche una versione particolarmente toccante di "I Never Asked To Be Your Mountain", un brano del padre, dedicato originariamente proprio a lui e alla moglie. Buckley interpretò inoltre “Sefronia - The King's Chain”, “Phantasmagoria in Two” e concluse con “Once I Was”, cantando il finale a cappella a causa della rottura di una corda della chitarra. Con questa performance, Jeff prese le distanze dalla memoria della carriera del padre. In un'intervista, Jeff affermò: «Non era il mio lavoro, non era la mia vita. Ma mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non aver mai più potuto dirgli qualcosa.»
(HD ReMix) Once I Was - Jeff Buckley Live @ St-Ann's Church 91'
Le sue prime esibizioni regolari avvennero in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-é, al numero 122 di St. Marks Place, una caffetteria irlandese. Jeff suonava spesso in quel luogo da 50 posti, esperienza che egli stesso ritenne fondamentale per la sua crescita musicale. Apparve per la prima volta nel piccolo locale irlandese nell'aprile 1992, e da quel giorno continuò ad esibirvisi regolarmente ogni lunedì. Il suo repertorio spaziava dal folk al rock, dall'R&B al blues e al jazz. Interpretava anche i suoi brani presenti in "Babylon Dungeon Sessions", oltre a quelli appena scritti con Lucas. Proprio quel locale attirò l’attenzione non solo di molti ragazzi incuriositi, ma anche di alcuni dirigenti discografici, ed è proprio così che Buckley venne scoperto. Si fece così notare da diversi manager di case discografiche, tra cui Clive Davis. Nell'estate del 1992, fu contattato dalla Columbia Records, con cui firmò in ottobre.
L'EP "Live at Sin-é": La Consacrazione Iniziale
Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta e le sue acclamate esibizioni nel circuito underground, Jeff ebbe la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco. Da queste esperienze nasce il mini disco "LIVE AT SIN-E'", un EP contenente 4 brani pubblicato nel dicembre 1993 dalla Columbia Records, inciso dal vivo proprio nel "suo" club. "Live at Sin-E'" contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf ("Je n'en connais pas la fin") e l'altra di Van Morrison ("Madame George"), e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life". L’album riscuote subito notevole successo e Buckley riesce ad imporsi come uno dei musicisti più interessanti dell'avant-garde newyorkese, suscitando i consensi entusiastici di pubblico e critica. Per promuovere il disco, Jeff e la sua band partirono per una tournée nel Nord America e in Europa, ponendo le basi per il suo imminente successo. Questa pubblicazione, inclusa poi nella "Legacy edition" di "Live at Sin - é", dimostra come il suo talento fosse già innegabile.

"Grace": Un Capolavoro Senza Tempo
All’inizio del 1994, Buckley è nuovamente in studio con Mick Grondahl (basso) e Matt Johnson (batteria). A metà 1993, infatti, aveva iniziato a lavorare al disco d'esordio assieme a Andy Wallace. Ingaggiò la band, composta dal bassista Mick Grondahl e dal batterista Matt Johnson. A settembre, cominciarono le registrazioni presso i Bearsville Studios di Woodstock. Visto il discreto successo di "Live at Sin-é", la sua casa discografica avviò una campagna promozionale per il suo primo disco completo, "Grace", pubblicato negli USA nell'agosto del 1994, il 23 agosto per essere precisi.
"Grace" sarebbe diventato uno dei capolavori degli anni '90, un album destinato a rimanere nella storia. Nel disco si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo intenso e doloroso. I testi, veri tormenti dell'anima e del profondo, pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison. Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Hallelujah" di Cohen. Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Eternal Life” e “Dream Brother”, oltre che nella struggente title track.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre. Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani, di cui la metà sono di ispirazione liturgica. Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie. "Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine" e "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.

"Grace" fu acclamato dalla critica e da artisti influenti. David Bowie, in un'intervista per Village Voice, definì "Grace" come uno dei dieci dischi che avrebbe voluto portare con sé su un'isola deserta. Nel 2006, la rivista Mojo votò "Grace" come #1 "Modern Rock Classic of all Time". Più escono demo e tracce dal vivo di Jeff Buckley e più ci si convince dell’unicità dell’album del 1994, un capolavoro che ha consolidato il suo status di artista di razza. Questo disco, con il suo capello sbarazzino e il viso angelico alla Dawson’s Creek, ha dimostrato che Jeff Buckley era uno di quelli per cui, quando lo si ascolta, si capisce subito il detto “i migliori sono sempre i primi ad andarsene”.
I Tour Mondiali e la Crescita Artistica
Dopo la pubblicazione di "Grace", Jeff Buckley si imbarcò in una serie estenuante di tour mondiali che lo portarono a esibirsi in Nord America, Europa, Giappone e Australia. La serie di concerti europea finì il 22 settembre a Parigi, e il tour ebbe termine il 24 settembre con un concerto a New York. Dopo un mese di sosta, partì per un secondo tour europeo, iniziando da Dublino, per passare, poi, per Londra e Parigi. A gennaio, partì per il suo primo tour in Giappone. Tornò in Europa il 6 febbraio 1995 prima di tornare in America il 6 marzo.
Si esibì a Parigi in un teatro del diciannovesimo secolo, il Bataclan, dove venne registrato e pubblicato nell'EP "Live from the Bataclan". Ad aprile ricominciò il tour, con concerti in America e in Canada, esibendosi al Metro di Chicago, dove venne filmato e pubblicato nel "Live in Chicago". Inoltre, il 4 giugno suonò ai Sony Music Studios. Il tour proseguì in Europa tra il 20 giugno e il 18 luglio. Si esibì nel teatro di Édith Piaf, suo idolo, L'Olympia, nei giorni 6 e 7 luglio. Il 18 luglio partecipò al Festival de la Musique Sacrée di Saint-Florent-le Vieil, in cui suonò "What Will You Say" in duetto con Alim Qasimov, un cantante mugham dell'Azerbaigian.

Il "Mystery White Boy" tour australiano, con concerti sia a Sydney che a Melbourne, iniziò il 28 agosto e si concluse il 6 settembre, con esibizioni registrate e poi pubblicate nel disco live "Mystery White Boy". La serie di concerti si rivelò un grande successo, tanto che l'album "Grace" divenne disco d'oro in Australia, vendendo oltre 35.000 copie. Il management di Buckley decise allora di prolungare gli show con nuove date australiane e altre in Nuova Zelanda nel mese di febbraio. Buckley si esibì solista al Sin-é e all'evento Mercury Lounge di New York. Trascorse, poi, gran parte di febbraio impegnato nell'Hard Luck Tour in Australia e Nuova Zelanda.
Riflettendo sulle sue esperienze live, Jeff disse: «C'è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi, esplorare cosa significasse per me, cioè divertirmi mentre irritavo e/o divertivo spettatori che non mi conoscevano. In questa situazione avevo il prezioso e insostituibile lusso del fallimento, del rischio, della resa. Ho lavorato duramente per mettere insieme queste cose, questo ambiente di lavoro. Mi piaceva e poi mi è mancato quando è sparito.» Questa frase rivela la sua autenticità e il desiderio di un contatto più intimo con il pubblico, un aspetto che lo rese un musicista di razza ed una musa ispiratrice per molti artisti rock, anche in epoca recente.
Verso "My Sweetheart the Drunk": Un Progetto Incompiuto
Terminati i tour, Jeff iniziò a comporre diversi brani per un nuovo album. Aveva nel frattempo collaborato con la cantautrice americana Patti Smith per l'album "Gone Again" e aveva incontrato Tom Verlaine, esprimendogli il desiderio di poter produrre il suo nuovo disco. A metà del 1996, iniziarono le prime sessioni di registrazione in uno studio di Manhattan con Verlaine. In questi mesi, incontrò Inger Lorre dei The Nymphs, con la quale strinse una salda amicizia, coronata da una collaborazione sulla traccia "Kerouac: Kicks Joy Darkness" per un album tributo a Jack Kerouac. Inoltre, dopo che il chitarrista di Lorre lasciò il suo gruppo, Buckley si offrì di sostituirlo, rimanendo talmente colpito dal brano "Yard of Blonde Girls" da decidere di farne una cover.
La band si esibì per la prima volta con Parker Kindred, il nuovo batterista, all'Arlene's Grocery di New York il 9 febbraio, in un set che vide presentare numerosi brani che poi sarebbero apparsi sull'album postumo "Sketches for My Sweetheart the Drunk". Buckley decise che le sessioni sarebbero proseguite agli Easley McCain Recording di Memphis, come suggeritogli dall'amico Dave Shouse dei Grifters. Dal 12 febbraio al 26 maggio 1997, suonò nel Barristers', un bar di Memphis, sperimentando in anteprima i brani inediti. Dopo nuove registrazioni con scarsi risultati, a metà febbraio, licenziò Verlaine da produttore, reingaggiando Andy Wallace. Registrò altre versioni dei brani completati, inviando i nastri a New York alla band, che li ascoltò con grande entusiasmo. Queste registrazioni apparvero nel primo disco di "Sketches for My Sweetheart the Drunk", l'amaro terzo disco che uscirà postumo in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta.
La Tragica Scomparsa e il Mistero non Risolto
La notte del 29 maggio, l'artista si recò con un amico a Mud Island Harbor, nel Tennessee, dove decise di fare una nuotata nel Mississippi e si gettò nel fiume completamente vestito. Il fiume in questione era il Wolf River, un affluente del Mississippi. Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque. La polizia intervenne immediatamente, ma senza risultati. Sembra un trafiletto che si legge fuori dalle edicole di paese, una fine tragica. Il suo corpo venne ritrovato il 4 giugno, sei giorni più tardi, vicino alla rinomata Beale Street Area, impigliato tra i rami di un albero sotto il ponte. Gene Bowen, il tour manager di Buckley, riconobbe il corpo da un piercing all'ombelico e dalla maglietta indossata.

Le indagini stabilirono che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol. L'autopsia non rilevò tracce di alcol etilico o di droghe; il caso venne archiviato come incidente. La sua morte non fu "misteriosa", legata a droghe, alcool o suicidio. Abbiamo un rapporto della polizia, un referto del medico legale e un testimone oculare, che provano che si è trattato di un annegamento accidentale. Aveva solo 30 anni. Cantava nella sua title-track, “Grace”, “There’s the moon asking to stay | Long enough for the clouds to fly me away | Well it’s my time coming, I’m not afraid to die”, che a pensarci vengono i brividi. Il giovane Jeff, promessa del rock mondiale e apprezzato da big dell’epoca come Bono Vox e Bob Dylan, venne rapito dalla morte a soli trent’anni, risucchiato dall’elica di un battello nelle acque del grande Mississippi. Ironia della sorte, morire in un fiume che si chiama “Lupo”, e non che ne so, “Rondinella”. Si dice che prima di entrare in acqua stesse canticchiando i Led Zeppelin, il suo gruppo preferito, nonché principale fonte di ispirazione. Canticchiava, lui.
L'Eredità Immortale: Album Postumi e Culto di Massa
Dopo la sua morte, Jeff Buckley ha continuato a vivere attraverso la sua musica e le numerose pubblicazioni postume, curate spesso dalla madre Mary Guibert. Il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, prese il nome di "Sketches (for my sweetheart the drunk)". Questa raccolta è arrivata in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, ma ha fornito uno sguardo prezioso sulla direzione artistica che Jeff stava intraprendendo.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblicò "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su DVD e VHS), un concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago. Nel 2001, uscì invece "Live à l'Olimpya", un ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover. Nel 2016, "You And I" ha cercato di rimettere insieme alcuni brani perduti nelle session dell'artista americano.
(HD ReMix) Once I Was - Jeff Buckley Live @ St-Ann's Church 91'
Ascoltare il dolce canto di Buckley è sempre un piacere, così come lo è apprendere, ancora una volta, quanto egli fosse capace di assorbire l’essenza della poetica di altri e farla propria. Al talento di Jeff, percepibile nella maggior parte dei brani - le rivisitazioni di “Just Like A Woman” di Dylan, “Everyday People” di Sly Stone, “Don’t Let The Sun Catch You Cryin’” di Louis Jordan e della ballad “I Know It’s Over” degli Smiths, gli episodi più centrati del lotto - non corrisponde un’armonia d’insieme che dia al lavoro la consistenza necessaria in alcune di queste pubblicazioni postume. Una prima versione embrionale del brano “Grace” e l’idea di canzone spiegata nel trascurabile parlato di “Dream Of You And I” costituiscono ciò che, fino ad allora, Jeff Buckley aveva scritto di suo pugno, materiali preziosi che rivelano il suo processo creativo.
Nonostante ogni volta che esce un disco di Jeff Buckley ci lamentiamo, poi corriamo ad ascoltarlo. Questo dimostra la forza del suo culto di massa, un fenomeno che si rinnova periodicamente. "Grace around the world" è l'ennesima pubblicazione postuma di Jeff Buckley, raccogliendo varie performance soprattutto in programmi TV e Radio, per la promozione di “Grace”, contenute in formato video anche nel DVD che completa il pacco. Se non abbiamo perso il conto, sono 5 i dischi postumi di Jeff Buckley, compreso questa “Legacy edition” di “Live at Sin - é”.

Forse non tutti conoscevano questo giovane bohémien del rock, ma molti ricorderanno sicuramente la sua emozionante interpretazione di "Hallelujah" (Leonard Cohen), colonna sonora della scena conclusiva della terza stagione di OC, in cui Ryan porta Marissa in braccio, morta, e in cui anche i Millennials più duri hanno dovuto tirar fuori i fazzoletti. Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco, “Grace”, destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Nonostante la sua dichiarazione «Non ho bisogno che la gente si ricordi di me», la sua musica e il suo talento continuano a risuonare, rendendolo una figura immortale nella storia della musica.
Strumenti e Curiosità
Jeff Buckley utilizzò molte chitarre, ma principalmente fece uso di una Fender Telecaster del 1983 e di una Rickenbacker 360/12. Queste chitarre iconiche hanno contribuito a definire il suo suono unico e riconoscibile. Oltre agli strumenti, diverse curiosità circondano la sua breve ma intensa vita. Come venne scoperto il suo talento? Al numero 122 di St. Marks Place a New York, c’era un tempo una caffetteria irlandese chiamata Sin-e. Jeff suonava spesso in quel luogo da 50 posti, esperienza che egli stesso ritenne fondamentale per la sua crescita musicale. Proprio quel locale attirò l’attenzione non solo di molti ragazzi incuriositi, ma anche di alcuni dirigenti discografici, ed è proprio così che Buckley venne scoperto. La sua prima esibizione da solista, come già menzionato, è avvenuta in una chiesa, in un toccante tributo al padre che, in un certo senso, lo ha liberato dalla sua ombra e lo ha lanciato verso la propria, luminosa ma effimera, carriera.